piccola patria

IMG_8298

Molti, quasi tutti, vanno in bicicletta o a piedi: studenti, avvocati, professori universitari, professionisti, artigiani e massaie. Altri in suv. Ma quelli sono commercianti, persone in cerca di evidenza facile, nobili più o meno decaduti con palazzo in centro,  personaggi con capitali strani, foresti. La città storica è piccola, si percorre in mezz’ora, ed è un gusto andarci tra portici, piazzette, caffetterie e tavoli all’aperto, monumenti e palazzi. Molti palazzi e monumenti, che si sovrappongono come nei dipinti del ‘300, che trovi nella basilica o nel Salone, ce n’è uno di Altichieri da Zevio, bellissimo, nella cappella del beato Luca Belludi, che mostra il Santo e la città zeppa di case, con quella prospettiva piatta che dà un senso di folla curiosa e un po’ meravigliata, solo che non ci sono persone ma palazzi, strade, piazze e torri che si accalcano entro mura turrite. Una sorta d’isola in mezzo a una campagna che accoglie e converge come un abbraccio. Dentro le mura del ‘500 è un addensarsi di case e se si vedono dall’alto, a malapena si indovina il cardum e il decumanum romano, perché la città c’era prima di Roma e perché non fu mai un accampamento, e così le strade si muovono a raggiera, a ellissi larghe, ristrette dai portici, ma anche allargate da essi per chi cammina. Ci sono strade in cui pedoni e biciclette si mischiano allegramente, altre in cui c’è un caotico flusso che dipende dalle ore e dagli spostamenti, le auto sembrano in più, servono per tornare a casa quando si è andati distanti, ma poi il piacere è muoversi con la fretta che consente un corpo. Non sono mai sufficienti le rastrelliere per le bici e le piste ciclabili stanno decadendo da quando è arrivato un sindaco che non capisce perché foresto, che sente le ragioni dei commercianti e molto meno quelle di chi non vota, come gli studenti. Qualche anno fa proposi al rettore di fare un campus per la facoltà di medicina fuori città, mi rispose che non era il caso e che l’università era un campus urbano come accade ad Oxford o Cambridge. Aveva ragione lui sul campus, del resto quasi 70.000 studenti non sono pochi in una città che ha 200.000 abitanti, ma aveva torto pensando che fosse come nelle città inglesi dove è l’università la principale struttura urbana e il centro di pensiero anche economico. Qui, come a Bologna, ci si vanta dell’università, ma poi si pensa ad altro, spesso la si sfrutta. L’alma mater è al più matrigna per l’ industria e indifferente alla tradizione commerciale millenaria. Una economia miope e spesso arrogante oltre che lagnosa, fatta di parole e poca generosità. Non è un caso che gli ultimi benefattori si siano estinti nei primi anni del secolo scorso, questo ci dice che dopo lo splendore degli anni della repubblica e del principato, la lunga dominazione veneziana non ha generato una stirpe di munifici ricchi, ma circoli chiusi e gelosie. Eppure c’è un’aria che altrove non si trova. Non quella inquinata che si respira, ma l’idea che possa accadere qualcosa di grande, di bello, di adeguato a un destino che punta in alto. Questo non vedere l’alto è tipico di chi guarda con troppa attenzione ciò che vende e più per il guadagno che per la sostanza, ma mi ostino a pensare che in un qualche momento ci sia chi comincia a guardare innanzi e vede che la civitas è un insieme unico se ne facciamo parte non se si vive di rendita. E’ chiaro che sono di parte, amo troppo questa città, ne ho la sensazione tangibile quando ci cammino, quando vedo luoghi in cui sono cresciuto e che hanno acquistato la giusta dimensione capendo col tempo, cosa si è pensato e cosa c’è stato tra queste mura, ma non è solo un amore fatto di appartenenza, è il piacere di tornarci, unito alla capacità di vedere difetti e limiti. Da molto tempo l’industria delle lapidi per gli uomini illustri langue, con fatica si trovano qualità importanti per dedicare una strada, le stesse glorie accademiche si sono rarefatte. Come per gli uomini, le città vivono se si aprono, se guardano lontano, ora il periodo è indeciso tra una micragnosità di piccole ricchezze tenute strette e il volo di chi vorrebbe un respiro possente che indichi al mondo che di cultura, di ricerca, di saperi, di scoperte ci si alimenta e vive. Quando ci penso mi dico che finché ci saranno biciclette e persone che vanno a piedi c’è speranza che questo vedere prenda il sopravvento. Lo so che è così, perché chi cammina ha tempo per pensare e chi pensa riesce a vedere oltre, ha una meta, che è non solo la strada su cui cammina.

sull’inevitabile o quasi

Quando qualcosa si incrina, o si ricuce, oppure ci si dispone alla rottura. All’inizio non lo si fa neppure consciamente, ma ciò che prima era semplice e accettabile, muta e prevale il sentirsi non capiti, spesso offesi. Questo genera omissioni, silenzi, rimbrotti e ogni cosa cambia di significato. Insomma ci si orienta verso un fine di separazione. E c’è un limite oltre il quale tutto precipita, diventa inevitabile. Non lo è, ma ricucire costa fatica perché provare sentimenti non è gratis, capire l’altro è un impegno. Il conto sull’efficienza di una relazione, una sorta di economia dei sentimenti, prevale se ci si chiude, se non si costruisce/avverte il nuovo dicendolo esplicitamente (non ho più nulla da dire è la rinuncia a dire il nuovo), e al contrario, mettendosi in attesa di qualcosa che non verrà. Credo sia questo uscire da una fatica che si ritiene solo propria che accelera la distanza, l’inevitabilità. E il lasciarsi andare all’inevitabile, è un togliersi la colpa di ciò che si doveva decidere. Forse per questo c’è un culto del destino per il quale le cose succedono senza nostra responsabilità. Non è così, ma siccome un po’ infingardi lo si è di default allora è meglio crederlo. Si dovrebbe dire la stanchezza e la propria difficoltà e sperare che venga accettata, perché solo questo, l’accettazione, può cambiare entrambi e le cose. Se così non è, non era una incrinatura ma una rottura antica consumata da chissà quanto tempo e poi coperta d’ abitudine. Da molto l’io aveva soverchiato il noi, ma si faceva fatica ad ammetterlo, perché non essere in grado di tenere in piedi un progetto è un fallimento. Però ci si dimentica che solo i progetti e l’entusiasmo, e il costruire falliscono, e possono conservare il buono del molto che si è fatto, mentre l’arroganza, la prevaricazione, il dominio non falliscono, ma non costruiscono nulla. 

il cuore è una cava

Pietra focaia,

percossa, per gioco,

scintilla breve, 

odore di pietra bruciata,

rumore secco, 

pesante, di braccio.

Fa rumore la fatica?

Il ciottolo rotto, 

alfine,

mostra un impudico segno, 

bianca fessura scabra 

e polita assieme,

annusata, 

tenuta, 

gettata,

perduta, 

troppo tardi ricordata.

Pietra, ciottolo, sasso,

sentire,

forte, duro, poroso, sfacciato: 

caldo.

Di mano che accarezza, 

caldo.

Il cuore è una cava in cui crescono bonsai, 

s’annidano teneri uccelli rapaci, 

e l’erba prende il suo spazio, 

mentre l’acqua scioglie asperità, 

per far spazio alla vita.

il tempo di Greenwich

image

In un libro di Nicola Lisi, diario di un parroco di campagna, si parla della vita che si svolge in una piccola comunità. Le feste religiose, i residui pagani, le credenze, le nascite e le morti. I fatti singolari si estrapolano da una sequenza di consuetudini acquisite non si sa come e tutto procede in una atmosfera sospesa. Anche i sentimenti sembrano solo personali e privi di effetti di mutamento e così il magico e l’inconsueto sono temperati, quieti . Tutto fa parte delle giornate che iniziano con un risveglio e finiscono con un riposo. Giorni tutti uguali che al più sono rischiarati dal loro grigiore da un senso d’attesa che qualcosa accada. Appena oltre i confini della parrocchia e del paese,  succedono cose differenti e importanti, ma di queste arriva solo l’eco e raramente l’effetto. Questa era la condizione vera del mondo fino a 70-80 anni fa, e la tentazione del dotto o del protagonista era la vita quieta e l’estraniarsi dalle cose, proprio come accadeva nelle vite usuali, ma per scelta non per condizione. Poi le vite si dividevano tra vite immote e vite mobili, tra un tempo locale e un tempo universale. Ma di quest’ultimo tempo arrivava ben poco nelle case delle persone comuni, c’era al più qualche notizia da commentare, ed essa restava rigorosamente separata dalla gestione delle vite nel loro svolgersi abituale. Quindi c’erano due tempi che non coincidevano, e neppure spesso si toccavano: uno in cui si viveva e i cui non avveniva praticamente nulla e uno in cui avveniva molto ma che di fatto raramente riguardava le vite dei singoli. Anche i gravi sommovimenti storici, le guerre, gli eventi naturali catastrofici entravano nella memoria ma non mutavano le vite se non le riguardavano direttamente. Mia nonna ricordava il terremoto di Messina, ma questo non le aveva mutato condizione o destino personale visto che non era li, cosa che invece fece la prima guerra mondiale. Voglio dire che una sorta di impermeabilità del tempo vissuto nella propria vita rispetto al tempo dei fatti e del mondo era naturale quando non emergeva una correlazione diretta tra le notizie, i fatti e il vivere usuale. Ci si preoccupava di se e di ciò che accadeva in un raggio molto ristretto di metri, al più qualche kilometro, il resto era curiosità. Oggi che abbiamo la possibilità di conoscere molto di ciò che accade,  che possiamo viaggiare con facilità, che siamo immersi nelle notizie, stranamente l’influsso sulle vite personali di ciò che accade non è mutato di molto. Viviamo apparentemente in un villaggio globale, ma la dimensione è quella della casa, di ciò che faremo tra qualche ora, in un fine settimana, tra qualche mese. Viviamo in una penombra serale che ha in se nostalgia e quiete e la percezione del mondo non agisce sui fatti e sulla possibilità di incidere sulle loro conseguenze, ma solo sulla distinzione se essi ci riguardano o meno e comunque ci penseremo domani. L”esortazione di John Donne sul non mandare a chiedere per chi suona la campana è ancora pienamente inattuata. Sappiamo molto ma non espandiamo il nostro tempo e così  si deve ridurre la conoscenza, toglierle importanza fino a ridurla a un brusio di fondo che genera un’inquietudine costante. Viviamo vite inquiete perché il nostro tempo non coincide con il tempo del mondo, perché ne sentiamo la minaccia ma non interagiamo con esso. Allora la domanda diventa non tanto dove sono, cosa capisco, ma piuttosto: ciò che accade mi riguarda? E cosa davvero mi riguarda?

Linimenti

image

Alleviamo le giornate di piccola poesia: un pensiero che distoglie dall’usuale, un gesto congruo ad una cura, lo sguardo che coglie un particolare. In fondo la parola si confonde e l’alleviare è il curar di sé dell’allevarsi e il puntare verso l’alto del levarsi. Come se nella sua terreità il reale coltivasse un sogno che abbiamo dentro e ci dicesse che non si è mai soli quando si parla col cuore del mondo.

fuori tempo

Insegnavano a non chiedere più di quello che veniva detto, a non fare domande dirette. Così la curiosità pian piano, prendeva un’altra forma rispetto a quella immediata. Si nutriva di particolari e si temperava nella pazienza. Anche parlare secondo un ordine veniva insegnato, anzi si imparava più il silenzio che la parola, sopratutto quella impetuosa, se si era con i “grandi”, però si notava che, pur in una gerarchia d’interesse, chi parlava aveva attenzione. Non sempre, ma certamente più di quanto oggi si pratichi.  Si parlava molto poco di sé e troppo spesso d’altri, anche se sfumando e lasciando intuire. A certi discorsi i bambini venivano allontanati. Non credo per particolari pudori, ma perché “putei e colombi smerda ‘e case” Cioè bambini e colombi…ecc. Andava bene così? No, non tutto almeno, però s’imparava ad ascoltare e a dare importanza a ciò che veniva detto. E sopratutto taciuto. E il momento vero dell’iniziazione era quando i “grandi” non erano più tali perché ti ascoltavano. Non accadeva di colpo, c’era un periodo in cui si scopriva che l’attenzione non era più distratta, che diventavi interlocutore. Un riconoscimento d’importanza, insomma, che aumentava molto l’autostima e il ruolo.

Forse per questo mi suona sempre strano, il dove sei, cosa fai, con chi sei?  Non perché abbia reticenze, ma perché penso ancora che dire di sé sia una facoltà che si dona all’altro, un gesto libero e quindi senza bisogno di richieste. Ma mi rendo conto che sono il prodotto, neppure ben riuscito, di un’altra era, e quindi chiedete pure, al più non rispondo.

l’inverno della passione

IMG_9580

Ma cosa sentiamo davvero di comune e di collettivo?

Abbiamo sentimenti forti e individuali, l’amore, il disamore, affetti, solitudini e su questi regoliamo il sentire un po’ più profondo, generiamo stati emozionali che modificano i rapporti, e magari seguono un po’ le vite. Ma poi ? C’è un difetto di speranza che pervade lo stare assieme e si ripercuote sulle capacità individuali di venir fuori dal contingente, di superare i dolori e le difficoltà. Preclude anche la capacità di star dentro a ciò che vorremmo durasse. Insomma corrode l’idea che la vita abbia un discreto diritto alla felicità come bagaglio di nascita e ci rimanda alla precarietà, come nei tempi in cui le vite era molto più insicure. Questo devolverci a noi stessi come zattera unica di salvazione, ci consegna interamente alla fallacia, all’insicurezza dubbiosa delle nostre passioni dove ogni orgoglioso,e ottimista, per sempre, viene temperato dai fatti, dalle contraddizioni interiori, dalla testa e dal sentimento d’altri. Mancano le passioni collettive, che sono a loro modo più forti perché s’alimentano non dei dubbi di ciascuno, ma dalla necessità che scaturisce nell’analisi del reale, dalle certezze enunciate, sono pur sempre un divenire. Le passioni collettive non sono date in un adempimento vicino, ma includono la felicità relativa del sapere che si procede, e si conquistano posizioni, nella giusta direzione. Ebbene, queste passioni, oggi sono più flebili, quasi più petizione di principio che una forza condivisa.

Qualche sera fa, in un incontro politico dove, tra diverse parti della sinistra si discuteva sulle ragioni dello stare assieme, è stato consegnato un documento di 7 pagine, scritte fitte, con carattere 6 o 8 e interlinea 1, con moltissime parti in grassetto, sottolineature e un argomentare sull’imprescindibile. Pensavo, leggendo, che tutto questo ordinare per assoluti senza esercito, è debolezza intellettuale e fisica, e che esprime l’incapacità di uscire dalle gabbie e dai luoghi comuni dell’ideologia passata, ma che soprattutto impedisce di trovare ideali condivisi perché esso parte dal delimitare confini anziché evidenziare ciò che dovrebbe tenere assieme. Ho ricordato questo fatto, non perché la politica sia particolarmente importante, ma perché essa è misura della presenza o meno di ideali nella società, oltre le convenienze, l’interesse personale, il giorno per giorno. E del resto, non accade così anche nelle vite dei singoli, negli amori che si trascinano e ancora così si chiamano ma sono incapaci di futuro e di novità? L’immagine che mi veniva da quelle pagine e dalla loro assolutezza, da quel così o niente, era quella delle infinite riunioni, un tempo molto fumose di qualsiasi cosa si potesse fumare, e ricche di opinioni, in cui il numero spesso superava quello dei presenti, ma che alla fine non uscivano dai circoli, dalle conventicole, e non investivano la società proprio perché essa nelle discussioni era sbagliata e spesso astratta, priva di bisogni che potessero diventare cultura, insomma indocile a conformarsi al fine alto. E i bisogni venivano visti come espressione individuale, non gestibili in un bisogno che li contenesse, come se tutti avessimo le stesse paure, lo stesso corpo, la stessa età, gli stessi desideri. Non riuscire a capire  che la passione nasce da un obbiettivo alto, ma si alimenta nel suo farsi, nel suo generare sentire condiviso, è il sintomo della difficoltà di questi anni.

Quindi mancano i modelli e i condottieri forti di pensiero, ma noi dove siamo e cosa sentiamo davvero? Perché non c’è attenzione e analisi per ciò che si ripete, per ciò che si accetta senza discutere? Cosa vi dicono queste parole: povertà, occupazione, lavoro, diritti individuali e collettivi, Ucraina, Isis, Libia, immigrazione, sicurezza personale e collettiva, libertà, democrazia, futuro, presente, patrimonio comune, altro da me ?  

Finché gioco col mio computer, al più leggo, spesso guardo e non sento che un breve brivido di fronte alla minaccia, distolgo subito e passo ad altro. Lo so che finché non mi faccio domande posso solo soggiacere alla tecnologia, essere il suo punto debole e al più ricondurmi ad una virtualità di persone che sono come me. Nel mio aprirmi ad ogni cosa virtuale, nella mia curiosità vorace, resto in superficie, relativizzo ogni cosa, aspetto passi, anzi la faccio passare subito distogliendo lo sguardo e mentre penso d’essere aperto in realtà mi chiudo alle passioni comuni. La tecnologia così adoperata mi porta alle mie passioni e le rende totalizzanti, così ho un ambito in cui posso essere felice o triste, ma sarò inequivocabilmente solo. Ecco perché queste domande si accantonano, perché sono difficili e ci pare di essere inani di fronte a qualcosa che avviene, e avverrà, nonostante noi. Senza passioni comuni si fa strada l’idea di essere prigionieri di un dio che impone secondo caso e sua necessità, umiliati dall’assenza di un’eresia che cerca la verità e indichi una strada e che se non salva dia almeno dignità al vivere comune. 

Non perdo la speranza, passerà l’inverno della solitudine e dello scontento. Lo so che non è nuovo agli uomini e che tornerà un sentire comune e forte, un motivo per cui siamo assieme. Vorrei fosse per scelta e non per necessità.

identità

IMG_0607

Se la strada mi calpesta, se il mare mi sommerge, se il cielo mi schiaccia, di chi sono io?

Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo al quale incautamente mi sono affidato?

La mia libertà è nell’essere elemento e direzione, cosa ed essenza, passo, nuoto, volo, insieme ghepardo, delfino ed aquila.

Uomo.

ritratto

In quella foto ci sono mesi di privazioni, anni di disciplina. Chirurgia estetica della mente per assomigliare, per tendere ad essere altro. Una costruzione/decostruzione di quello che la natura applicata all’ambiente non avrebbe fatto e così il viso si è scavato, eppure c’era abbondanza di cibo, le spalle si sono raddrizzate, anche se non c’erano pesi da portare, l’incedere è una perenne ricerca di equilibrio che non ha bisogno della corsa. Il capo si è portato indietro e il bacino in avanti, anche se non c’è alcuna gravidanza e il ventre è piatto. La morbidezza contro le carestie passate si è risolta in linee nette, tutto converge in una coincidenza tra desiderio e dover essere.

Cosciente dello scatto, la posa si è resa vigile per la ricerca d’attenzione. Il tratto assume un’ espressione ammorbidita, forse gli è stato suggerito qualcosa. Non è un selfie, è un ritratto voluto, accettato, forse desiderato, ma fatto da altri che vogliono solo l’immagine e così è emersa la summa della ricerca precedente attuata su quel corpo. Accade sempre che ci sia il tutto in una posa, però è totalità che appare, ed è ben differente dal viso distratto, dal corpo fermato in una posa che seguiva altro. Nei corpi senza intenzione emerge ciò che c’è sotto, un dialogo complesso che include tutto ciò che è stato mutato, ma non sono soli, mentre in un ritratto c’è una solitudine grande, grandissima. Se questo rappresenta solo il soggetto, viene lasciato in una stanza di dubbi, ogni parola lo modifica, c’è qualcosa che vorrebbe uscire ma gli viene impedito. E questo dovrebbe essere colto e poi mostrato, in una comunicazione senza asperità, che offre e non porta via. 

l’uomo della pioggia

Ha cominciato a lavare la camicia come facevano le lavandaie di un tempo, solo che non aveva un fiume a disposizione, ma una piccola bacinella di plastica e la rastrelliera delle biciclette davanti alla chiesa dei Cappuccini. E intanto pioveva a raffiche mentre lui lavava immergendo nella bacinella e sbattendo sulla rastrelliera. Era a capo scoperto e cantava in una lingua che sembrava chiusa in gola, fatta di vocali buttate in mezzo a consonanti di saliva. Cantava strascicando le parole, come ad ascoltarne il suono, e lavava sotto la pioggia. Nessuno chiedeva. Il piazzale era vuoto. Tutti giravano al largo sotto i loro ombrelli. Vedevo che molti di questi ombrelli erano variopinti, come a ingraziarsi quel cielo grigio e forte di vento che strattonava le tele e faceva procedere di sghimbescio. I cestini erano pieni di ombrelli rotti, di stecche piegate, di molle ormai senza senso, di manici nuovi su aste spezzate. Poi ha preso da un sacchetto giallo, ch’era dentro a una cassetta da frutta messa a mò di cestino su una bicicletta, una coperta, l’ha stesa sul selciato tirandola bene, in modo che non facesse pieghe. Come un tappeto. La coperta era consunta, di quel colore nocciola che andava di moda un tempo, ed aveva qualche strappo che lui accostava per coprire la pietra sottostante. Poi, sempre sotto la pioggia s’è accoccolato sui talloni continuando a cantare. Allora ho visto due cose distinte e notevoli: il volto, che era abbastanza giovane, con una barba nera più da carenza di cura mattutina che di scelta, e gli occhi che guardavano ostinatamente verso il basso. Il viso forte, poteva essere di chiunque, solo che questo era bagnato fradicio, rigato in continuazione di gocce e chiuso al modo circostante, ma, pareva, non a sé e al suo pensiero. L’altra cosa che ho notato era la direzione della coperta. Era rivolta verso sud sud est, la stessa direzione del vento ch’ era girato. Poi dalla posizione accoccolata ha posato le ginocchia, e allora ho pensato che si sarebbe allungato in avanti con le braccia tese fino a posare la fronte, e invece ha preso il sacchetto giallo e in ginocchio, sempre sotto la pioggia, con cura ha cominciato a piegare le poche cose che aveva. Come a metterle dentro un cassetto che profumasse di lavanda, di legno, di casa. Per ultima ha piegato la camicia lavata e poi col palmo ha preso la pila delle sue povere cose infilandola in quel sacchetto giallo. Solo allora si è alzato e ha ripiegato la coperta, ancora cantando tra sé e sempre con le persone che giravano al largo. Potrei raccontarvi il resto, ma non avrebbe molto significato. Però vi dico un pensiero che, brevissimo, mi ha attraversato allora: quello era un uomo come me, con una sua solitudine grande. Si teneva a galla con qualcosa. Come facciamo tutti. E non lo meritava. Nessuno merita la solitudine. Ho ripensato ad altri luoghi, ad altre solitudini e mi sono sentito più solo.