Hallelujah

Hallelujah

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Anche chi non crede ha bisogno d’un dio. D’un dio piccolo, appena più grande di lui. Che faccia pochi prodigi sensazionali, ma che gli stia a fianco. Che veda la solitudine e aiuti a trovarne un senso, che indichi una via d’uscita, capisca e parli, perché di silenzio dentro a volte, ce n’è pure troppo e l’annuire non basta.

C’è bisogno d’un dio in cui riconoscersi, anche a chi non crede. Un dio che senza avere i nostri difetti non ci giudichi. Che abbia le nostre stesse paure, ma un po’ meno e con molta speranza in più. Ce n’è bisogno ogni giorno, di questo dio, e anche d’essere sicuri che non mancherà. Che saluterà ogni giorno comunque siamo, che ci riconosca, e faccia sentire che, almeno per lui, contiamo per ciò che siamo, non per come vorrebbero fossimo.

C’è bisogno di un dio mortale per chi non può credere, che finisca con noi. Anzi no, basta viva un po’ di più e s’ingegni a fare in modo che quel poco di buono che abbiamo generato, continui a vivere altrove. 

6 pensieri su “Hallelujah

  1. La tua umanità mi ha fatto piangere. Fragilità? No. Il brivido della verità vestita di quella luce che avvicina gli uomini e li accarezza affinchè non abbiano paura di nessuna notte Ciao, Mirka

  2. Forse il bisogno nasce dalla paura di ciò che non conosciamo e per questo ci si affida ad un dio: e lui sembra essere la proiezione di come vorremo essere ossia buoni, giusti, onnipotenti.
    Essere immortali si può : basta essere felici ( e quindi donare felicità ) e lasciare un buon ricordo di se.

  3. Ci rivolgiamo a qualcuno che consolidi le nostre paure, le renda normali, accettabili. Quando non si crede si ha meno paura? Si è meno fragili? Oppure nel passare attraverso i timori semplicemente vorremmo essere meno soli? Essere felici e donare la felicità che proviamo è una condizione meravigliosa che solo con una grande sintonia con noi è con chi è a noi vicino esiste. È un tratto della nostra divinità .

  4. Essere fragili penso che non dipenda da cosa si crede ma dal nostro vissuto. E sicuramente ci sono persone che nel credere trovano un loro equilibrio, colmano le loro immense paure e sentono di far parte di un disegno ben preciso. Io penso invece che l’uomo ha spesso come alibi, nel non cercare la felicità , proprio quello di rimettersi alla volontà di dio. Però su questo tema suppongo che non avrò mai le idee chiare: l’unica cosa che non ho mai potuto sopportare sono le regole e gli obblighi che spesso le religioni impongono.

  5. Credo che la fragilità appartenga all’uomo, Lavinia, che sia la coscienza del limite. Per credere in qualcuno che dia una mano, che si prenda cura, bisogna, appunto, credere, ma se non si crede che accade? Penso che la solitudine diventi una questione a cui trovare una risposta che coincide col vivere. La felicità è una condizione fugace e una tendenza costante, scindendo ciò che si prova da quello che si trasmette si capisce che che ciò che si prova può essere messo a disposizione di altri, diventare elemento di comunicazione profonda. Comunicare la felicità significa dire all’altro che non è solo, che può avere una risposta. Per questo dico che la felicità contiene una perte altissima di noi. Ma spesso oggi la si confonde con il piacere, altra cosa.

  6. Concordo sul piacere, consumismo che non lascia traccia. A differenza della felicità che:pur nel suo essere effimera è transito verso uno stato rappresentativo di un sogno e,quindi creazione di energie attinte.

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