fotografare non stanca

fotografare non stanca

maccina fotografica

E’ mutato il significato della fotografia: da eccezione a normalità. La quantità e la diffusione delle immagini è sempre stata presente, la Kodak, a partire dai primi del ‘900, ha costruito un impero su questa possibilità di renderne universale l’uso della fotografia, ma oggi la possibilità di fermare immagini prescinde dai nomi dei produttori, diventa, come per la riproduzione del suono, qualcosa di cui ci si accontenta dal punto di vista tecnico per far emergere un significato dell’immagine. Quale significato? Quello della dimostrazione dell’attimo vissuto. E così il tempo viene rubato a se stesso, l’immagine sostituisce il messaggio, che anziché essere scritto, appare. E mai come oggi la fotografia è stata insieme narrazione di frammento e apparenza priva di contesto. Frammento perché cerca di racchiudere la parola che descrive in un mostrare e quindi lascia al libero arbitrio interpretativo. Apparenza perché la stessa descrizione del contesto dev’essere semplificata dal punto di vista cognitivo, si deve condividere per non equivocare e quindi la cosa dev’essere semplice. Andrebbe tutto bene se la semplicità non divenisse banalità, ripetizione, serialità da eccesso, per cui non lascia traccia anche se pretende di mantenere in sé l’attimo, cioè l’eternità.  Mai come adesso si è socializzata la fotografia e ogni giorno vengono immesse quantità inimmaginabili di immagini visibili a chiunque, per cui ci si può chiedere se non sia questo numero a rendere totalmente differente il significato del fotografare. E’ così. Gran parte delle immagini non hanno un significato comune e semplicemente, entrando in rete, vengono buttate in una discarica che non si saturerà perché ciò che si fotografa comunque perderà la funzione di traccia del sé, per la volatilità del digitale, e non solo la sua enorme quantità. I supporti magnetici non tengono più di un certo tempo e se una stampa o una pellicola durano più di 100 anni, una registrazione digitale può esserci o non esserci, dopo 20 anni. E’ un problema per gli artisti, per i fotografi veri? Certamente no. E per chi vuole tenere l’eccezione è un problema? Neppure. Solo che una cosa, la fotografia al pari del testo solo digitale, è qualcosa di diverso da ciò che era, non è immortale, non racconterà di noi, non mostrerà il mondo come noi l’abbiamo veduto, neppure quando si potrà leggere o vedere, perché parlando tutti assieme non si sente nulla di ciò che viene detto. Una sorta di Alzheimer tecnologico divora e divorerà la memoria questi scatti, assieme ai documenti che scriviamo e tutto il resto. Ecco che il mezzo assume oggi un altro significato, la transitorietà, e forse questa è l’immagine più fedele che la fotografia ci restituisce. Sic transeat gloria mundi. La nostra gloria non dura, ed è la cosa più crudele, dopo la perdita della giovinezza, che ci potessero dire. 

6 pensieri su “fotografare non stanca

  1. La perdita della giovinezza appartiene alla natura delle cose, il progresso che distrugge è una crudeltà contro natura

  2. ” parlando tutti assieme non si sente nulla di ciò che viene detto ” è questo il vero dramma Willy, c’è altro ? Sinceramente non mi interessa la sua veloce transitorietà, se non è immortale o se non racconterà di me. A me importa che il messaggio sia distinguibile, adesso. Sono miliardi di miliardi le immagini che miliardi di esseri umani producono, e tra queste Willy ci sono pochi ma veri importanti messaggi, il problema è quindi riconoscerli.

  3. Quando guardo le tue foto, Salvo, sento emozione e questo fa la differenza tra suono e rumore. Siamo, nei sentimenti, nel sentire, un sottoinsieme che si riconosce e così si differenzia.

  4. Qualsiasi cosa, storia, vicenda umana ha caratteristiche di transitorietà, quindi anche i supporti tecnologici (e quello che vi si memorizza), ma pure le foto stampate di un tempo: inesorabilmente.
    Però non riusciamo a farne a meno…. 😊
    E forse per questo (e solo per pochi intimi) diventano preziosi.

    Le tue parole, Will, mi hanno portato però anche a ripensare al fatto che non capisco (e mi disturba, pur amando molto la fotografia) l’uso di essa per diffondere (sui social network) a volte spudoratamente e senza rispetto altrui, qualsiasi cosa si faccia, qualsiasi momento della propria vita;
    non riesco a comprendere fino in fondo questa condivisione spinta all’eccesso per (forse) dimostrare che si è vivi, che si _È_ e si esiste solo se “riconosciuti” dagli altri?

    Poi gli autoritratti (preferisco usare l’italiano piuttosto che il termine “selfie”) che diventano esibizione di sè, un mostrare al mondo anche (talvolta) la propria anima, il proprio intimo.

    Chiudo qui, ho scritto a sufficienza, anche troppo.
    Vabbè, ho compensato per quelle volte (tante) che non lo faccio …. 😜😃😇

    Ti saluto con un sorriso,
    Ondina 😊

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