di necessità, virtù

Renzi può piacere o non piacere, ma è indubbio il suo talento politico unito a una buona dose di fortuna. E, aggiungo, di ingenuità e insipienza degli avversari. Il criterio del simpatico o antipatico in politica non è un valore che determina il risultato dell’azione del politico. Lo adoperò a suo tempo la Serracchiani per motivare il suo appoggio a Franceschini, ma non diceva nulla di particolarmente intelligente, casomai esprimeva un calcolo, una convenienza. Il fatto che Renzi non abbia antagonisti deriva dalla mancanza di un vero leader giovane che abbia idee forti e diverse, eguale carisma e rappresenti una reale alternativa a sinistra.

Per chi? Per la maggioranza del PD e dell’elettorato di questo Paese che non è notoriamente di sinistra.

Quindi una persona che almeno equivalga Renzi e renda accettabile un mutamento in senso egualitario e legale del Paese. Un leader con un progetto innovativo che affronti l’intera agenda sottaciuta da Renzi: conflitto d’interessi, corruzione, legalità, sprechi, beni comuni, diritti della persona, ruolo del lavoro e dei lavoratori a partire dai giovani, welfare, privilegi da togliere, evasione fiscale, piano di sviluppo economico del paese, etica e moralità in politica e nella società, legalità.

Assieme a questo progetto è necessario indicare gli obbiettivi, con le relative scadenze, non agire di conseguenza ma precedendo, far percepire il cambiamento, ripensare profondamente di ruoli e di poteri, anche nelle parti già indicate da Renzi, che su questo ha avuto un’ intelligenza particolare, come sclerotizzate e comunque garantite dell’universo della sinistra storica : sindacati, elités di occupati, diritti senza lavoro corrispondente, gestione dei servizi, scuola, ecc. ecc.  

Sinora questo leader non è emerso e l’atteggiamento delle minoranze è a volte succube, incoerente tra enunciazioni e fatti, spesso arrogante, sempre lamentoso.

Ciò significa che l’attuale opposizione interna del PD non è in grado di produrre il leader riformista vero?

Se le caratteristiche di questo leader sono: carisma, capacità di attivare la partecipazione, analisi acuta della realtà, empatia con l’elettorato verso un benessere comune, decisione e democrazia, la risposta è no.  La sinistra interna, per la sua frammentazione che fa vivere di rendita molti piccoli capi e per la questione del ruolo del “vecchio” che non è mai stata affrontata davvero, non produce una leadership unitaria e nuova. Ma un conto è la capacità di produrre un leader e un conto la necessità che ciò accada. Se non si coglie la necessità significa che si impedisce alla ragione di dar spazio all’intelligenza e al talento. Questa è la responsabilità reale in carico alle minoranze: impedire che si formi una nuova classe dirigente e un nuovo leader pur potendolo fare. E questo è il vero impedimento alla crescita di alternative a Renzi, cosicché questi può continuare indisturbato a riformare il Paese secondo la sua visione di progresso e bene comune.. 

odore d’antico e calcina

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Le nostre vite fragili,

la pioggia consegna all’ incontro,

e nel cuore sommesso della città

c’è la scia d’una luce,

la piccola corsa tra due ripari vicini.

Dai muri bagnati

odore d’antico e calcina,

e di caffè

dal piccolo bar sotto i portici. 

Un barista beve,

mentre guarda il vapore sui vetri:

tu profumi di verbena

e di buono.

“piccoli maestri”

Oggi è iniziata a radio 3, la lettura ad alta voce dei Piccoli Maestri di Meneghello. Ho amato questo libro, e pure molto, per il contenuto, la scrittura, la lingua e per l’apparente semplicità. Sembrava mi parlasse direttamente, come  accade tra amici nelle sere in compagnia, dove si cena e poi si racconta. Forse l’ho letto nel momento giusto, quando potevo capire, cambiare, sentire che c’era un senso a quel resistere prima, e al resistere poi, con molte mancanze e umanità. L’umanità è quella cosa che uno si sente addosso e che gli fa sentire gli altri oltre sé, è piena di sbagli, ma ha una direzione, è come se sapesse che qualcosa è giusto, e lo fa, ma senza forza o cattiveria, perché è quello che si deve fare anche se non si sa bene cosa ne verrà.

All’inizio Meneghello dice: non eravamo buoni a fare la guerra. E dirlo è un amore per la pace, non per la quiete, un fare quello che è giusto.  Forse questo non lo capirono quando il libro venne pubblicato. C’era la retorica della Resistenza, che era rossa o non era. E anche per me era così, perché vedevo che i partigiani rossi non avevano fatto carriera, non occupavano i posti importanti dello Stato, non erano a capo delle aziende pubbliche, erano tornati a fare gli operai, i muratori, i contadini, oppure se facevano politica erano  funzionari di partito, con la miseria sempre a un passo. Quindi chi aveva pagato di più non erano i borghesi, i professori, ma la povera gente e così mi pareva che la Resistenza degli altri fosse meno importante, meno resistenza perché non aveva in sé il riscatto, il cambiamento. E senza cambiamento, tutte quelle speranze erano state tradite. E si vedeva, oh sì che si vedeva, perché se c’era il miracolo economico, non erano poi cambiati i rapporti di forza tra chi aveva e chi non aveva. Con una testa così confusa, mi sembrava naturale parlare e sentire un tradimento della Resistenza, come cosa vera, ma anche di sentire la necessità di un riscatto, di un completamento oltre la retorica. Ma forse era una cosa mia, perché altri avevano già superato tutto e quella retorica la consideravano come una palla al piede e un’ incapacità di leggere la realtà.

Piccoli maestri  mi aiutò a capire che la Resistenza era rossa per tutti quelli che l’avevano fatta e scoprii l’importanza del Partito d’azione, che non c’era più, ma era un assente-presente nella vita pubblica. E quando un azionista di allora, pur confuso, parlava della sua Resistenza, senza grandi eroismi, ma forte di necessità, mi sembrava che raccontasse un pezzo della verità che mi riguardava. Che riguarda questo Paese anche adesso. 

Piccoli maestri è un libro che ha 50 anni, eppure dice ancora molto. Solo che non si legge, oggi si cerca altro. Alla mia generazione, poteva dire di più, e se non dice nulla ai nostri figli, è colpa nostra. Il rosso della primavera, è diventato grigio, non abbiamo comunicato passioni che servono. Queste cose però basta leggerle, a questo servono i libri. Qualche anno fa, ne hanno fatto un film senza nerbo, girato anche nella mia città, forse non hanno capito che non c’era nulla da dire e molto da sentire, che le vite sono tali quando si vivono, che sono i sentimenti che devono emergere, ma questo non fa scena. E se gli eroi erano persone comuni, cosa volete che ci fosse da raccontare quando combattevano e desideravano la pace, quando cercavano di assomigliare a quell’umanità che avevano dentro. Niente, che fosse così importante da cambiare davvero tutto, però le vite le cambiava, eccome se le cambiava. Ecco, Meneghello era bravo a raccontare com’era cambiato, come aveva fatto Fenoglio, Calvino, Levi e qualche altro. E questo mi piaceva, perché mi diceva che fare ciò che si sente, ci fa assomigliare a noi stessi e ci cambia da come ci hanno indottrinato. E’ un metodo che vale sempre, anche adesso, forse per questo sarebbe una buona cosa che chi è giovane lo ascoltasse leggere e magari lo leggesse. 

22 marzo ore 10.53

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Spesso accade che scompaia l’azzurro, ingrigisca la luce e il cielo diventi bianco latte per poi piovere a dirotto. E il verde nuovo, gli alberi ancora spogli, le siepi di biancospino, di bosso, di lauro, i narcisi già così fioriti e serrati sui clivi di canale, diventino ancora più precisi di colore e di forma. E accade che la forza d’acqua, cadendo, strappi petali di mandorlo e di pesco, che ci siano macchie di fiori nuovi che debbano opporsi alla violenza dolce, ma accade per un poco e l’albero, l’arbusto, attorno alle radici, prima insignificanti di colore, abbia poi un tappeto lieve, ancora intatto di bellezza, come se la vita attendesse prima d’essere altro mantenendo altrove sostanza e forma. Accade anche l’improvviso freddo, il sollevar di bavero e lo stringersi nei cappottini e nelle giacche, già fiduciose di calore nuovo. Accade che gli uomini e le piante si raccolgano in sé, attendendo arrivi il bello, che poi coincide con il buono. Ecco, l’attesa di qualcosa che invariabilmente mantiene le promesse, è vita che nasce. Non altra da noi, ma vita da cogliere ancora, da tenere tra le dita con dolcezza, da godere nel suo svolgere veloce. E poi lasciar volare, perché nell’aria di marzo, in fondo, nulla cade mai davvero.

suonatore di strada

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S’appoggia al muro, il violinista,

la schiena si raddrizza,

una sola nota suona

e più chiara sembra l’aria, 

quieto il rumore attorno.

Lunghissima e costante,

infrange il tempo della distrazione,

e sembra non finire: 

così si fa silenzio! 

Dai tavolini dei bar si girano le teste,

s’apre una porta di bottega, 

un uomo guarda mentre asciuga le mani nel grembiule,

chi è quel signore, chiede un bambino,

e indica col dito, 

la mamma qualcosa sussurra,

mentre la nota si spegne d’improvviso.

S’alza l’archetto,

ora la mano pizzicando danza,

e mentre riprendono le voci, ma più piano,

nasce un ritornello nell’aria cristallina.

Che strano, un’attesa si fa strada,

tra desideri che passeggiano,

dentro gli occhi che rubano dalle vetrine, 

nel chiacchiericcio e nelle risatine,

tra passi lenti e braccia allacciate,

s’insinua e nasce

e vive d’attimo,

e si confonde di pensieri

di un giorno, 

di una vita, 

per sempre, 

non importa, 

nasce.

 

selfie e potere

Questo bisogno di essere contigui al potere, partecipe, si traduce nel selfie con la celebrità. E’ la traduzione del conosco, che in realtà significa: sono conosciuto da…, posso perché partecipo del suo potere. Quindi la prossimità con chi può, fornisce identità, e quindi l’essere diverso, un po’ sopra, speciale. Il potere oggi si auto rappresenta molto, siamo passati dalla rappresentazione berlusconiana al far da sé che dipende molto meno dal ricatto televisivo, ora è la tv che cerca.  Renzi è l’epigono di questa auto rappresentazione che sdogana la politica da una necessità di riconoscimento, è il sono perché mi riconosco. 

Avere un’ideologia alla Marchese del Grillo a portata di mano comporta che chi vuole cercare un ruolo, un’importanza, non solo politica, prima di tutto si riconosca in un ego che si autoalimenta. Ma è da pochi, gli altri si adeguano con nuovi mezzi, e come un tempo dicevano conosco, perché avevano stretto una mano, oggi lo dicono con un selfie, con una telefonata ad una segreteria, cercando di essere un terminale di quel potere che si autorappresenta. Una epifania dell’essere e del suo futuro, che diventa di massa, salvo che questa rigetterà tutto quando il potere se ne andrà altrove e ne cercherà un altro nuovo.

la teoria del lavaggio

Quando si doveva purificare qualcosa in laboratorio di chimica analitica, si lavorava con i solventi. Lì ho incontrato la teoria del lavaggio, che aldilà delle formule, si spiegava con un esempio semplice: per togliere più sporco ci si deve lavare più volte con poco sapone piuttosto che una volta con molto sapone. Il motivo è che lo sporco si toglie in percentuale e non muta se c’è tanto o poco detersivo, solo se si opera ripetutamente andrà via un po’ per volta e diventerà infinitesimo, invece con una sola volta si toglie l’apparenza, ma la sostanza resta.

Siccome ero un allievo farfallone, più che la teoria del lavaggio e il risultato dell’analisi, mi colpiva l’idea della purezza originaria che emergeva quando ci si incasinava la vita, con la conseguenza che ogni volta si voleva far immediato ordine e pulizia, salvo poi ricascarci con le stesse modalità di lì a poco.   

Questo, ed altro, mi ha fatto fare il chimico per poco, però la teoria del lavaggio me la sono portata nella vita e anche oggi penso che:

nella corruzione in politica a poco vale colpirne uno, con un gran dispiego di forze se poi il resto del marciume resta intatto, bisogna lavare in continuazione per pulire il tessuto sano dalla corruttela,

nell’insofferenza per quello che non funziona nella società e in noi, non contano tanto i cambiamenti repentini che poi tornano sui propri passi quanto il ripetere l’azione che cambia come si sta nel mondo,

nel mostrare la sostanza di ciò che si è, non conta un no ogni tanto, ma il dire costantemente ciò che si pensa e si vuole, 

nel disordine che si sente nella vita, buttare via tutto quello che viene a tiro una volta, conta poco se si lascia intatto quello che riprodurrà la stessa condizione di lì a poco.

E, parte più difficile, se nei sentimenti c’è bisogno di mutare davvero la sostanza, meglio arrivare alla pulizia profonda piuttosto che accontentarsi del primo strato e cioè dire davvero ciò che si sente e non la parte compatibile con l’altro.

Tutto questo mi ha fatto vivere meglio? Non posso saperlo, anche perché ho derogato parecchio e se pensavo, allora, che la sostanza pura era un mito dell’alchimia, perché faceva coincidere il soggetto con l’anima, non è necessario tanto nella vita, bastava l’approssimazione. Però se lo sporco fa soffrire bisogna lavare a fondo, e ripetutamente. Qualcosa di indesiderato (?) resterà sempre, però imperfetti, ma abbastanza puliti è meglio. Eccola la teoria del lavaggio.

contentezza

Ci sono momenti in cui si è contenti, e non è razionale, epperò viene naturale accettare d’essere così piacevolmente pieni di qualcosa che è reale ed impalpabile assieme. Ci si sente come da bambini, dopo una giornata di giochi, e assieme alla stanchezza, nel tornare a casa, c’era la certezza che il giorno successivo si sarebbe ripetuta la felicità e così ne derivava un piacere che durava fino al sonno.

Oggi, credo, si sia contenti perché qualcosa è andato per il suo verso e questo apre al futuro, come c’era allora la certezza del piacere del gioco e del giorno dopo.

E’ quella fiducia nel favore delle cose e quell’aprirsi che aumenta la contentezza e a volte la muta in felicità.

Ecco quello che dice ciò che si apre: questa contentezza durerà oltre questo presente che ci prende.

Non so da dove provenga tutto ciò, anche da noi stessi, credo, ma è un dono e come tale dev’essere accolto: col sorriso.

 

un maledetto imbroglio

E se fosse tutto un maledetto imbroglio questo mutare impercettibile d’opinioni? Non una dietrologia, un burattinaio che orchestra la rappresentazione, ma la semplice deriva degli interessi, cioè fare quello che conviene quel poco o tanto da lasciare uno spazio per la coscienza che si conservi una via d’uscita. Capire le ragioni del potere per trovare la convenienza, insomma, si sa che la coerenza non è solo ardua, ma faticosa e con prezzi da pagare. Pensiamo ai quotidiani, ovvero a chi fornisce le notizie e la loro interpretazione. Repubblica naviga in mare renziano, non basta la prolissa domenicale prosa di Scalfari per un giornale che ai tempi di Berlusconi, aveva fatto delle 10 domande al premier il controcanto del potere e ora di domande non se ne fa più nessuna. Che fosse tutta una questione tra imprenditori? Di inimicizie d’affari? Questa è dietrologia deteriore, ma lo smottamento, dapprima piccolo e lento, poi più forte e consolidato, c’è stato e ora la parte politica del giornale è chiaramente orientata, hanno sposato questa visione della società renziana. Capisco che al Pd la sparizione dell’Unità non faccia poi così danno, a poco serviva anche prima, ed Europa non è mai stato davvero importante. Ma cosa leggere allora? Il Fatto? Le acidosi di Travaglio? Può servire la continua denuncia e l’acquisto di dosi massicce di Maalox, per chi si sente impotente di fronte alla continua violazione di principi e regole? Poi se si pensa alle carriere costruite sulle denunce senza effetto qualche dubbio viene. In questa analisi della realtà, pur smaccatamente di parte e verbosa, la vecchia Unità funzionava bene perché aveva voglia di formare un Paese nuovo e c’era un partito che orientava una visione diversa della società e del futuro, ma dalla narrazione dello “sfacelo” quotidiano, che speranza può emergere? Capisco allora che in sostanza mi manca un giornale da prendere ogni giorno, che non posso leggere solo la parte culturale di Repubblica, che il Manifesto non è sufficiente, che se non c’è una informazione alternativa di popolo, non si va da nessuna parte. Che serve un giornalismo che evidenzi le connessioni tra ciò che dovrebbe cambiare e ciò che cambia. Il privilegio non è diminuito in Italia, non c’è nulla di nuovo, se più non si considera la riforma del Senato e l’abolizione finta delle province come la panacea dei mali del Paese. Pagano i soliti, al più si è dislocata l’attenzione altrove, ma il potere è intatto e ringalluzzito. Oggi siamo nell’era del cambiamento renziano, e le connessioni non sono così scontate, non c’è una critica che leghi presente e futuro atteso e ovunque emerge il pensiero: almeno qualcosa sta cambiando. E questo uniforma le coscienze nell’attesa di vedere che effetto che fa. In fondo questo nuovo non è la preparazione di qualcosa di diverso, più giusto, equo, ma il proprio coincidere con il mutare perché questo di per sé è diverso rispetto alla morta gora in cui il berlusconismo e l’insipienza della vecchia guardia Ds aveva collocato il paese. Ma basta l’analisi individuale per leggere la realtà? No, perché manca un progetto che riguardi i singoli e le collettività e questo progetto dovrebbe essere raccontato ogni giorno assieme all’analisi di ciò che va e di ciò che non va. Ecco perché adesso quando passo ogni mattina all’edicola non so più che comprare e mi pare un maledetto imbroglio.

 

distanza

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Il reale, di se stesso è ossimoro,

e non se ne vergogna,

anzi del suo opposto si fa beffe.

Così la vita tua si svolge,

anzi si dipana,

distante dalla cura mia,

e quella che metterei,

diviene racconto, parola,

gesto tenero e lontano.

Ora il reale,

contiene ogni ossimoro,

e si beffa d’esso,

e d’ogni suo contrasto.

E così, d’ogni tenerezza.