non dare caramelle agli sconosciuti

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Fuori il cielo è diventato color piombo. Ha anche la stessa consistenza. Solo le nubi verso occidente sfrangiano al giallo. A chi conosce un po’ di chimica qualitativa viene da sorridere perché i sali di piombo sono rivelati dal giallo e l’aranciato. Intanto cumuli nembi, incuranti delle spiegazioni sui colori, si sono caricati di lampi, e adesso tutto si sussegue con quel timore atavico che lega l’uomo alla folgore. Finita la festa di saette, alcune vicine, sarà la pioggia ad avvolgere strade e case.

Tutto consequenziale, prevedibile, si può essere persino grati del rumore sul tetto e del brontolio che s’allontana. Evidentemente, non c’è nulla da capire, basta sentire e vedere.

Nell’uso delle parole, ben più pericolose delle saette, c’è un senso che appartiene a chi le dice. Chi ascolta, non di rado, manifesta una prevedibilità che coincide col desiderio. Si vorrebbe finisse in un certo modo la frase, il racconto, oppure capire così tanto da coincidere con la testa di chi ha scritto. Ma questo è il caso migliore, perché la maggior parte ascolta o legge distrattamente: non vuole fare fatica. Per questo non si deve spiegare, evitare le glosse che peggiorano l’incomprensibilità. Pensate ai vostri anni scolastici o ai libri complicati, chi leggeva davvero le noiose note a piè di pagina, o peggio a fine volume, spesso più oscure del testo e soprattutto quando si leggeva, quell’andare avanti e indietro non peggiorava forse l’attenzione,  rivelando i buchi e l’ignoranza pregressa?

C’era però un fatto piacevole in tutto ciò, l’attenzione sviava verso angoli inattesi, poco spieganti, ma interessanti e fecondi. Spesso emergeva l’idea che superata la fatica quei pensieri così freschi e nuovi sarebbero stati ripresi, che qualcosa di originale sarebbe nato da quello che si comprendeva più o meno. Non andava così, ma l’impressione che qualcosa di utile fosse nato dall’incomprensione restava.

 Per questo bisogna accettare l’oscurità.  Anche propria. Perché è feconda e perché le parole nel migliore dei casi sono imprecise. E poi non si vuole davvero dire tutto, ma ciò che conta è selezionare chi è curioso, e può diventare complice. Cioè talmente vicino da interagire con le nostre presunte oscurità.

E per questo penso sia meglio non dare caramelle agli sconosciuti, le masticherebbero, impazienti, chiedendone altre. Una caramella come una nube, non si spiega, ma  che fine farebbe la dolcezza di ciò che davvero si vuole condividere?

a proposito di enigmi, meglio il primo o il secondo brano? 🙂

parole magiche

I bar, o le caffetterie come pomposamente si chiamano ora, sono comunque incipit, pagine con larghi spazi bianchi. Scenografie di tavolini, fatica unta di caffè e tramezzini malfatti, di noia, di piedi gonfi e tempo lento. Troppo lento. Guardate gli occhi dei baristi veri, trincerati dietro a un banco per difendersi dal mondo: hanno visto tutto. Tutto quello che poteva emozionare, tutti i film lunghi che iniziavano all’alba e finivano a notte fonda, tutte le sbronze in divenire, insomma la vicenda umana quando mostra i panni sporchi e lieti, a loro resta l’attesa che finisca tirando giù la serranda.  Ma se osservate bene l’angolo della caffetteria, ovunque, ha almeno un tavolino con tre sedie. Di solito si siedono in due, nella terza sedia finisce una borsa, una giacca. Sono un lui e una lei, oppure due lui o due lei, ma è l’angolo in cui accade qualcosa che dura. Quando si siedono sembra venga innalzato un separé, e dopo poco inizierà una conversazione intima.  I bar sono spazi da riempire. Luoghi di fretta e incontri, luoghi per speranze e per addii. Non sono mai indifferenti, per questo il nostro barista che ha visto quasi tutto e allora non guarda più, capisce al volo. Gli amanti, le coppie clandestine, quelli che sono ancora titubanti ma vorrebbero, i timidi, gli arroganti, i perduti, i violenti, gli stanchi, i lasciati. Molti finiscono in quel tavolino d’angolo. Come adesso.

Lei ha due occhi bellissimi, lui un viso perplesso ma determinato. Le dita cercano un luogo alle parole, tormentano bustine di zucchero, orli di tazza, il tavolo. Le dita accarezzano nervose i silenzi, incespicano sul dire e il tacere.  C’è un lasciare e un trattenere in azione. Vincerà il lasciare. Il barista lo sa e non guarda, ma noi sì. Forse è meglio si lascino, quando si finisce in quel tavolino per un addio è già accaduto tutto, c’è stata una sequenza infinita di rotture e rappezzi, di desideri malcelati e insoddisfatti, c’è stata, soprattutto, una svolta. Silente prima e poi via via più netta e rumorosa. Di quel rumore dolente che non si vuole sentire, ma c’è. Quel rumore a cui ci si ribella, che si pensa di aggiustare con un po’ di nuovo e molto di vecchio, con quel riandare al prima, al ricordo, senza sapere che non serve a nulla se non a perdere la ragione, perché il passato una ragione la possiede, ma il presente è carente di ragione. Torniamo ai nostri due partendo dall’età. Lui è più vecchio di lei, più grande come si dice ora, lei è bella per difetto di alternativa, dev’essere bella per lui. Ma ha il dubbio che non basti, allora si sminuisce, si critica, subisce anche l’aspetto. Se fosse oggettiva si sentirebbe davvero bella, e sarebbe bellissima, vedrebbe il suo viso e non le rughe, sentirebbe il suo corpo aderente, il muoversi armonico che ha quando corre o quando si stira svegliandosi, ma non avverte questa sua superiorità. Lui ostenta sicurezza, per lui rompere significa liberarsi da una colpa che ha messo in disparte ma c’è, coltiva la speranza che finisca presto. Però vuol fare l’innamorato che deve chiudere, per cui spinge le cose in modo che sia lei a decidere. È una porcheria, lo sa, ma non desiste, pensa sia meglio. Altre volte ha ostentato un dovere perché gli è già accaduto di chiudere, di lasciare, e a quel dovere s’è appeso per dire di no. Ha fatto un guaio maggiore perché ha fatto sentire qualcuno meno importante della sua vita banale, si è dimostrato egoista. Solo che l’altra non ha capito e non l’ha subito odiato per questo, ma si è fatta coinvolgere, l’ha giustificato. Ascoltiamo qualche frase:

Lui: Mi mancherai. I giorni non saranno più gli stessi senza di te. 

Non la guarda bene negli occhi, se lo deve imporre. Le mani si muovono e dicono altro. È imbarazzato, vorrebbe fosse già finito tutto, uscire da solo, sentire che qualcosa è alle spalle.

Lei: E allora perché ci lasciamo, proviamo ancora, è già accaduto, poi ci siamo capiti, abbiamo trovato soluzioni comuni. Noi ci amiamo, vero? Ci amiamo, no? … Allora perché non dovremmo risolvere tutto, l’amore ci aiuterà. 

Lei sa che la risposta alla domanda sull’amarsi è terribile, già il silenzio è eloquente e una qualsiasi frase non la rassicurerebbe perché adesso non valgono le sfumature dell’amore, ma i fatti che esso genera e allora si risponde da sola: ci amiamo, si dice. Lo vuole credere, vuole pensare che l’amore sia lo stesso per entrambi.

Lui: Lo sai che non è possibile, questa volta no. Non ce la faccio, non è come le altre volte, si è rotto qualcosa dentro, ho bisogno di capire. Non amerò mai un’altra donna come ho amato te, ma non possiamo continuare. Ci facciamo solo male.

Lei tace, vorrebbe dirgli che così per lei il male è assoluto, che con lui sparisce la speranza, che non riesce a pensare ad un altro uomo. Vorrebbe odiarlo, ma è paralizzata, non sente nulla, solo dolore. 

Qui si innesta un pensiero, lasciamo i nostri due ex innamorati e cerchiamo di capire cosa accade in un addio dalla parte di chi lascia, anche quando c’è molta buona fede. Ci sono due parole magiche che seguono gli addii : mi mancherai. Che poi è come dire: per sempre, che è vero quando lo si dice ma non in assoluto, perché il per sempre si costruisce con caparbietà e non sempre se ne vede la ragione. Forse bisognerebbe dire, col senno di poi :può essere che mi mancherai parecchio o tantissimo, che nulla sarà come prima, ma comunque il tempo attenuerà, non svanirai, mi interesserò a te ma non mi mancherai come adesso, nel momento dell’addio. Ma non lo pensiamo e non sarebbe bello dirlo anche pensandolo, le saggezze negative sono un po’ stronze proprio perché naturali e vere. A volte il discorso, consumate le parole definitive, scivola nella possibilità: la vita ci porta altrove, forse ci ritroveremo, diversi magari ci ameremo più di adesso, di sempre, ma fino a quel momento sarò altro e non mi mancherai più come ora. Mancheranno le cose che non sono state, ciò che si è consumato, ma anche questo si ridimensionerà nel tempo e troverà il suo posto bello di ricordo. Vorrei che fosse che non mi mancherai ed io non mancherò a te, non sarebbe forse un atto d’amore più bello e più vitale, non sarebbe forse augurarti il bene e togliere il fiele?  C’è una speranza che finisca così, sarebbe una bella liberazione per chi lascia avere anche la possibilità di riserva, sennò la stronzaggine mica ci sarebbe. Diciamo che quelli bravi ci riescono ma nella testa di lei dovrebbero formarsi queste parole: Eh no, mio caro, non funziona così e se tu mi manchi vorrei avere almeno lo stesso trattamento, ovvero mancarti fino all’infelicità, anzi un pochino di più.

I nostri due innamorati quasi ex, perché mica finisce subito, si sono alzati. Lui ha pagato, lei ha pianto con molta dignità, adesso stanno uscendo. Fanno pochi passi assieme, poi si separano. C’è stato un abbraccio, ma è meglio non indagare su quanta disperazione asimmetrica si porti dentro. Il barista ha alzato gli occhi, ha guardato, e poi si è voltato per fare un caffè. Lo beve lui stavolta.

allure

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Queste strade medievali sono gole di montagna, tengono luce, odori, uomini, tutto stretto e frammisto alle pietre, ai balconi, alle porte, a quel taglio di cielo che sembra sopra, lontanissimo, ma oltre ogni nube, azzurro. E alla fine ci si riconosce, prima che per i volti, per una allure comune che non c’è altrove. Questo è un senso di vicinanza lieve. Cittadina e da borgo, assieme. Sotto il portico d’una casa importante, del ‘500, c’è una delle poche pescherie della città. Già di primissima mattina i banchi di marmo inclinato, si riempiono di pesci che vengono da Chioggia, Porto Levante, Codigoro, Caorle, poi verso le 11, cominciano ad arrostire e friggere, perché il pesce c’è chi lo vuole vivo, o quasi e chi lo vuole cotto. E stamattina l’odore delle sarde, dei calamari, dei totani, delle schie, degli scampi, delle rade e preziose moeche, invadeva la strada. Veniva spinto ad ondate, ben oltre la pescheria, dal movimento delle poche auto, dalle bici, e soprattutto, dai passanti che pareva volessero uscire dal profumo di fritto e però rallentavano annusando. Chissà cosa pensavano le teste che già erano nella zona dell’appetito, della crisi ipoglicemica di tarda mattina. Fame non era, qui non c’è fame, mai, però appetito, quello sì. E salivazione accelerata che ferma i discorsi e rallenta il passo, perché si associa, si pensa al pranzo, a ciò che lo accompagna. E non era finita la festa perché bastava fare pochi passi e il forno, pochi metri più in là, cambiava la mappa del senso, con ondate di profumo di sfilatini croccanti appena sfornati, di paciose pagnotte, di morbide mantovane, teneri ferraresi, e di dolci : crostate quasi casalinghe, con marmellate dense dai colori scuri, spumiglie colorate, fugazze da vino, e ancora, prosciutto appena affettato pronto a finire nella morbida croccantezza di un panino già tagliato. Insomma un insieme che annullava il fritto precedente e confondeva definitivamente l’aria. Ti prendeva per mano e ti accompagnava nella gloria del bar all’angolo dove il caffè cedeva il posto, vista l’ora, all’aperitivo, agli sguardi lunghi delle coppie sedute, alle chiacchiere al banco, ai salatini distratti, al guardare l’orologio per accorgersi che era quasi ora di pranzo.

Questa è l’allure, il fascino che diventa profumo per quei mitocondri che s’annodano da qualche parte del cervello e che rendono un posto, luogo, casa e ricordo. L’inconcepibile essenza che altrove non sarà uguale e che allora, con moderazione, diventerà nostalgia. Leggerissima nostalgia per un ritorno ipotizzato, a volte impossibile, se si è lontani, e che consentirà di non essere mai definitivamente sopraffatti dal presente perché c’è un’allure che è nostalgia di un luogo, di un profumo, di un suono, in cui abbiamo sentito diversamente. Proustianamente felici d’una piccolissima assenza e infelicità.

p.s. in questa strada ci sono nato e quindi la conosco bene. E distinguo il ricordo dall’adesso. L’adesso è ancora questa atmosfera particolare che si realizza con ingredienti nuovi. E questo mi fa un po’ felice di una vitalità che resterà in altri ricordi e appartenenze.

di te conservo

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Di te conservo un prato enorme che finiva nella pietra,. rasati entrambi per cura di frequentazione e decoro d’amministratori. Perché questa è la cura che metteranno nel cuore dei problemi immani e futuri.

Di te conservo la luce radente che il tramonto regala agli occhi e toglie al cuore. Una luce che puzza di addio, di distacco, di greto di fiume in città, di acqua già morta nel guizzare d’inutili pesci, di cose abbandonate anzitempo da un sé voglioso di nuovo. Eppure è una luce che allunga le dita, indora le cose, le maneggia e le arrossa. Una luce che ha il sospiro freddo del monte e il caldo della terra. Una luce che conserva negli occhi, che riordina gli steli del prato, che affretta le persone a raccogliersi. Una luce ambivalente che contiene immatura la sua fine eppure riluce, riflette.

Di te conservo quella luce che è l’ora in cui si immagina, quando il possibile s’affaccia, il sorriso è ancora dentro, quando la sera non preannuncia la notte, e le cose diventano inutili a mascherare i sentimenti.

Di te conservo il dettaglio della voce allora, già fresca di scuro, , la e che si allarga e la i che s’appuntisce,, il sorriso nervoso di tempo, che sfugge, sfugge,. e consapevole s’incrina.

Di te conservo la folla attorno già pronta ad andare eppure seduta, allungata, discorrente e intenta, inefficiente nelle felicità, distratta fintamente al suo afflosciarsi, esattamente come chi serviva ad esempio,. E il tempo s’affloscia nella luce, lo sapevi? S’affloscia e s’oscura di desideri mancati, di possibili spenti, di baci, di sudori, di corpi scongiunti, di esiti scongiurati, di doveri assolti.

Ci insegnano il congiuntivo e non il disgiuntivo, forse per pudore, nella memoria d’un personale dolore che non è lecito insegnare e allora si lascia fare alla vita. Ed è una vigliaccheria che s’aggiunge, un coraggio tolto agli eventi, un finto malcelato dovere che puzza di tutte le sacristie del mondo credente e ateo, una ignavia che si ripete.

E così ti conservo al margine d’ogni verde, d’ogni riflesso, d’ogni pietra che riluce. E non importa che non sia tu che vieni alla mente perché comunque coincidi. Come coincide il mare con il suo moto e l’immobilità del suo abisso,. come coincide ogni meriggio nella luce che allunga con l’ombra priva di luce,. come diviene ogni angolo in cui la polvere trova rifugio senza diventarne morbida parte.. E io penso che tu sia questo sentire che è forte e non ha più sembianza, ma è te ogni volta che cala il giorno. Ed è assenza che si fa presenza, vuoto che si riempie, coppa che spande, sguardo che si perde e ritorna, fatica e rifugio. Sì rifugio d’un passato distillato in senso,. solo senso come ambra che contiene qualcosa che visse e di essa riluce e vuole contatto di pelle e se s’avvicina al fuoco, brucia. E per questo si cura, perché nel bruciare non ciò che visse ma noi saremmo consumati. Definitivamente.

p.s. la punteggiatura incespica volutamente e cammina, essa sì per suo conto.

problemino

Che fare degli incompetenti, dei furbi, degli arruffoni, degli scansafatiche, dei disonesti, degli imbecilli, presi ciascuno nella sua peculiarità, e di cui tutti abbiamo nozione e non per sentito dire, perché sono attorno. Ovunque. E che fare dei meccanismi per cui non di rado, alcune di queste persone, arrivano a posti di responsabilità, presunta, perché quella vera non se la prendono? Insomma il problema è come fare in modo che esista una responsabilità personale, anche di chi li assume, li promuove, li giudica. Finora l’esercizio della pubblica opinione, anche quella avvertita, raziocinante, meno eticamente ottusa, si è esercitato sulla politica. Non che questa sia esente da responsabilità, anzi, le responsabilità sono proprio nella sua incapacità, passata e attuale al netto delle tante riforme spacciate per tali, di incidere sull’efficienza, sull’eliminazione della furbizia e del privilegio, sulla convenienza e sui poteri occulti. Che essendo occulti, questi ultimi, mica si mostrano, ma fanno e per fare hanno bisogno di una galassia di inefficienze, di controlli assenti, di controllori comprabili, di procedure farraginose e lavoratori svogliati, ecc. ecc. La politica è responsabile, ma chi governa o è all’opposizione, di più, perché dalla teoria e dalle promesse deve passare alla pratica. Quindi alla politica, seguendo il concetto di sussidiarietà, ovvero a partire da quella più vicina e non da quella più distante e irraggiungibile, va chiesto di provvedere. Però la cosa non si esaurisce qui. Cerco di esemplificare con un episodio recente. Ad una riunione di piccoli imprenditori, c’erano alti lai sull’inefficienza della politica, sui balzelli intollerabili della tassazione, sulla burocrazia e sui controlli e tutti, dico tutti, dicevano che bisognava cambiare, ovvero togliere controlli, togliere tassazione, rendere libero il mercato del lavoro, eliminare le contrattazioni sindacali, ecc. ecc. Tutto vero ma nessuno che chiedesse una maggiore efficienza della pubblica amministrazione, controlli reali sul lavoro nero, una lotta vera alla corruzione, un fisco equo che facesse pagare però le tasse a chi non le paga. Sommessamente è stato chiesto dov’erano quando andavano in comune a chiedere i condoni edilizi per l’edificazione abusiva dei capannoni in area verde, per necessità magari, ma abusivi. Dov’erano quando invece di investire nell’azienda costruivano appartamenti, investivano all’estero, esportavano capitali. Dov’erano quando il lavoro senza tutele era un elemento forte di controllo della produzione, con il nero, l’evasione dei contributi, la riduzione dei livelli di sicurezza perché costavano. Dov’erano quando invece di pagare le tasse aspettavano il condono tombale e intanto compravano le auto di lusso, le barche da 21 metri, le ville in collina. Erano in un altro Paese oppure in questo, e se il sistema era, ed è ancora, quello, che classe politica ne sarebbe uscita che consentisse il patto tra crescita e potere? Non ci sono state risposte sul merito, ma è stata rivendicata l’onestà dei presenti. Cosa che io credo, ma la realtà mi dice altro e allora credo che il problema del dov’erano verrà rimosso assieme all’invito di chi dice cose maleducate. 
Preciso, la società dei migliori non esiste e non è neppure possibile, e forse è meglio così perché sarebbe terribile nella sua ricchezza di giudici, però esiste un utile comune, qualcosa che più o meno suona così: non faremo il massimo però un accordo su quello che è mediamente equo e fa stare meglio si può trovare. E questo accordo è compito della politica oppure di chi sente che le cose così non vanno, io penso di entrambi, non di uno solo, di entrambi.

la gioiosa fatica dell’incerta direzione

Quando emergeranno le conseguenze nessuno di quelli che aveva sostenuto ciò che le ha generate riconoscerà l’errore fatto. Questa certezza mi fa pensare di essere sempre dalla parte sbagliata, di non vincere mai davvero e questo mi rincuora, mi dice che è sempre l’evidenza a cambiare le cose oltre a quello che posso fare. Un senso di onnipotenza che se va, un essere minoranza congeniale al dubbio, al non avere fedi trascendenti. I dogmi, i proclami, rassicurano chi avrà sempre ragione, vincono più che convincere e al loro rovesciarsi diranno che è la storia, la logica, a determinare le conseguenze. Ma questa è una storia diversa da quella in cui confido, perché una fede sotto sotto ce l’ho ed è nell’uomo, nella somma positiva che genera la sua voglia di vivere. La stessa voglia che prima gli fa credere alle chiacchiere che non includono la realtà ma una sua visione di comodo e poi lo spingono a disfarsene. E così mi fido di ciò che accadrà, dell’ evidenza che fa combattere le battaglie che si pensano giuste, che non rincorre un consenso di potere, e alla fine, quando si sbaglia, è pure contenta e fa riconoscere il proprio errore. È questo vedersi in movimento, nella gioiosa fatica dell’incerta direzione contraria che fa sentire vivi e dentro al mondo. Quello che ci approssima e quello che è.

meridian

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Nel meriggio, gridi d’uccelli notturni

parlottano con le gru,

con l’acciaio che schiocca nei cavi,

sento la luce, 

e il suo peso,

il consistere del colore che resiste, sbiadendo

la sfida del vedere il fondo delle mie verità.

Meriggio e ombra,

passione che s’acquatta,

pronta:

una stilla di sudore è nettare

e pensiero che s’infuoca.

 

 

transizione

Ci fosse stata una solida ragione,

un puntello logico,

un sostegno alla certezza di non essere nell’ eterno transitare.

Non c’era, e per questo, abbiamo accumulato oggettività fugaci,

costellato di specchi le pareti,

e ci siamo additati, con pacche sulle spalle, allegri,

riconoscendo le solidità apparenti,

sicuri d’esser vivi nel tempo che per noi faceva.

E come in un lampo, che pur pesa agli occhi, 

ci siamo trovati carichi di passato non cucito,

vestiti dei brandelli che avevano molto promesso.

E oggi, che le cose con noi sono invecchiate,

senza fedi dovremmo santificare il grigio,

riconoscerne la capacità di contenerci,

e con le dita addolcire gli spigoli per osservar la polvere,

che posa sui nostri piedi,

e su quel solido che tanto abbiamo amato. 

Conoscitori di lampi, 

adoratori d’intelletto, 

abbiamo evitato il colore della modestia,

che è difficile nel suo certificare il tempo,

le siamo sfuggiti, certi di solidità apparenti, 

finché, stanchi, abbiamo reso malfermo e incerto il passo.

Sappiamo ora, che non è la velocità a salvarci, 

ma la vista lenta che le cose scava, 

e ne estrae il colore solido e grumoso

per restituirle a noi, beffarda,

il tanto di chi sa che transitare è condizione d’essere.

lasciare

Comincia quando ci si rende conto e ci si prepara al lasciare. C’è sempre un senso strano nel finire un’esperienza. Il senso dell’incompiuto e della possibilità interrotta, ad esempio, ma anche le soddisfazioni e l’interagire forte. Poi la stanchezza per le sconfitte, ché queste sempre fanno capolino nei bilanci, assieme al senso di onnipotenza frustrato dalle cose. E questo non è male, perché insegna la misura e l’ autoironia nel vedersi fare. Senso del proprio tempo, cosa diversa dall’età, percezione dell’essere il prodotto attivo di un passato che ha una sua visione sul futuro. La libertà che è connessa a questo è impagabile se non giudica, se è curiosa, perché possiede la partecipazione e il distacco.

Cosa resta di un anno vissuto nella novità e nel confronto? L’aver appreso cose inusuali, visto le solite piccolezze, i contrasti umani che definiamo umani per tollerarli, sentito la propria inadeguatezza e allo stesso tempo la spinta a fare cose nuove. Insomma materiale importante per l’area grigia che precede ogni futuro.

Ci sono anche molti chilometri percorsi. Hanno un senso strano i chilometri, sono occasione di vedere, scoperta, stanchezza, stazioni di servizio, mutare delle stagioni e del tempo, lavori in corso, file, ritardi e anticipi, pensieri. Soprattutto pensieri che non possono essere fissati, che evaporano e si respirano, pensieri che accompagnano e quindi amici. Anche pensieri grevi, decisioni, contrasti, insofferenze, sconfitte. Ecco che torna questa parola, sconfitta, ed è il lasciare che la fa emergere perché la rende definitiva. Senza una possibilità di cambiamento. Riscatto si sarebbe detto un tempo quando sembrava che le cose davvero potessero mutare per nostra collettiva volontà. Lasciare e non essere mandati via, c’è una voluttà nel pensarlo che allevia il senso dell’incompiuto. Lasciare per volontà è una bellezza che ci si dedica. 

p.s.volevo titolare queste righe con un termine poco usato: onusto. È quello che associamo alla pienezza di un fare, riservato ai condottieri, ai pensatori forti, ma io credo, anche a chi ha davvero vissuto. Purtroppo e per scelta sono un miles, quindi l’essere onusto non mi appartiene, perché il miles ha tutte le difficoltà dell’incompiuto e il sorriso consapevole che a far danni non si smette mai.

 

la luce era dietro

La luce era dietro la sedia. Una sedia comoda, abbastanza alta da raccogliere la schiena, una sedia per scrittura e lavoro più che per una lettura che prevedesse la sospensione dello scorrere le righe, il distogliere dello sguardo, il pensiero che toglieva oggetto allo sguardo trasferendolo all’interno. La sedia era collocata in modo da potersi agevolmente girare verso un interlocutore, quindi una sedia per conversare oltre che per lavorare, e in questa posizione, di interlocutore per l’appunto, vedevo il viso controluce, i capelli pettinati con una cura sbarazzina, e non ne capivo il colore proprio per la forte luce che mi abbagliava. Anche i lineamenti avevano una dolcezza e bellezza intuita più che verificata perché il tratto sfumava, e con esso l’età, la stessa condizione sociale, tutto era finito dietro la luce forte e piena. Mi rifacevo alle parole, al tono della voce, ai concetti e alla calma che li accompagnava. Mi veniva da interrompere per assentire, per condividere, per aggiungere la sensazione di benessere che provavo in un processo di comunicazione che si gonfiava morbido e avvolgeva entrambi. O almeno a me così pareva.