l’attesa

Gli anziani arrivano in barella con il cappotto e il cappello in testa. Qualcuno con la mascherina verde dell’ossigeno, guarda d’infilata avanti a sé. I volontari delle varie croci colorate spingono, affiancano, rassicurano e consegnano. Gli ammalati sembrano fiduciosi, oltre gli sguardi smarriti c’è la certezza di essere arrivati in un luogo sicuro. Guardare il mondo stesi e in movimento non è usuale, cambia le prospettive. Attorno ci sono gli altri in piedi, c’è confusione ordinata e la solitudine della condizione dell’inermità del male. Poi non ci sono alternative, in un pronto soccorso, si è nelle mani di una struttura che si spera adeguata. Loro hanno una corsia prioritaria, gli altri guardano e aspettano.

Le astanterie sono mantici che inspirano ed espirano sofferenti deambulanti: giovani, donne, bambini, anziani. Un’umanità dolente alle prese con questo nome strano: triage. Forse accettazione non andava bene, molti non capiscono cosa ci sia dietro al nome. Dovrebbero insegnare il significato profondo delle parole che dispongono di noi. Le persone arrivano, dicono cos’hanno a voce troppo alta, ricevono una fascetta da mettere al polso con un numero e delle carte da consegnare. Si siedono in file parallele e guardano uno schermo.

Nella prima astanteria ci sono un sacco di schermi che ti raccontano da quanto tempo stai aspettando. Non c’è il tuo nome, ma un numero e una priorità, affiancati dai minuti che sono passati da quando sei arrivato. Per passare il tempo, uno schermo passa un programma che mostra una famosa serie televisiva sui medici e gli ospedali americani. Una situazione comica: un ospedale che mostra un altro ospedale pieno di ammalati gravi. In questo modo inizia l’attesa di varcare una porta che darà inizio ad un percorso breve di spazio e lungo di tempo.

È così: il tempo perde misura e si sospende, indecifrabile. Ci sono astanterie prima e dopo la porta, la gravità separa le persone nel percorso: ci si rende conto che è meglio attendere. Quelli che aspettano sono i fortunati, che hanno la prospettiva di un rimedio a casa e attendono di tornarvi subito. Per loro questo luogo è la risposta ad un’emergenza che dev’essere ricondotta a domestica normalità.

Il pronto soccorso, è una struttura con regole coercitive e proprie, quando si entra si consegna il proprio tempo, se ne perde il dominio. In fondo il libero arbitrio e la stessa libertà hanno una relazione profonda con la proprietà del proprio tempo, qui si perde. Quando leggevo asylum ero uno studente di sociologia, allora sembrava possibile che il fuori e il dentro dovessero essere fatti coincidere per preservare l’individuo. Non è accaduto e la gestione quasi militare del servizio e la sua economicità, hanno ripreso il sopravvento con regole ferree. Non a caso si è diffuso il luogo comune del pronto soccorso come una prima linea, ma questo vale per alcuni pazienti, gli altri sono dentro ad un ambulatorione polivalente che funziona giorno e notte e discrimina l’urgenza da ciò che non lo è. Nelle astanterie non si sente la prima linea, c’è un bisogno e la sua risposta che si vorrebbe arrivasse presto. Sarebbe possibile con più personale, invece nasce un tempo asintotico che porta a qualcosa in un punto non noto. Si pensa, pare sarà così, però non c’è più l’esattezza dell’intersezione con un accadere certo in chi attende. Forse per questo si chiamano pazienti.

Rispetto alla prima astanteria, la seconda ha le sedie lungo le pareti, le persone si guardano, spesso telefonano. Quasi tutti parlano a bassa voce, raramente tra persone che non si conoscono. Ci sono i famigliari, oppure persone sole. Quando non parlano, ed è la condizione prevalente, gli sguardi si perdono. Ci sono infortuni sul lavoro, qualche disattenzione grave di casa, extracomunitari, persone in carrozzina, mali di strada. In corridoio passano le urgenze vere, parenti con la borsa seguono la barella, molti sono anziani, sia il ricoverato che chi lo accompagna. Gli sguardi si alzano per un attimo, osservano e poi ciascuno torna nel dolore fisico personale. A volte le voci si riaccendono, entra qualcuno di conosciuto, il silenzio resta nelle teste. Chi accompagna cammina, si siede a fianco, gira attorno ad una situazione inusuale e sostanzialmente priva di poter decidere alcunché.

Una signora è stata morsa dal cane della vicina, ha il braccio avvolto in un canovaccio di cucina. Si vedono i mesi di un anno passato molto tempo fa, i festoni natalizi, magari fu un regalo, adesso filtra un po’ di sangue. Ci saranno guai per la vicina, la denuncia che scatta con la prognosi. Il domestico si mescola con il contingente, con quella vicina la signora dovrà vivere ancora, sembra accomodante, sorride perché è passata la paura. forse resterà solo un brutto ricordo.

Qualcuno tace, altri si lamentano, scorrono le ore e le flebo. È notte fonda e il personale si riduce. Un signore arrivato da poco, ha una grossa borsa da cui estrae cose che guarda e poi rimette dentro. Sembra stia cercando qualcosa a cui attaccarsi, un punto fermo. Non lo trova e rovista fino alla stanchezza. Poi si assopisce. Anche il signore africano col berretto alla Andy Capp e un grosso zaino a fianco, si è assopito. Qualcuno viene dimesso, arriva una coppia di cinesi, lui ha il viso tumefatto e tagliato, si siede e tormenta una bottiglia di plastica mentre parlano tra loro con una velocità impressionante di consonanti e aspirate. Poi improvvisamente tace. È alto, robusto, quando lo chiamano fa fatica ad alzarsi. Intanto una signora è arrivata direttamente in pigiama e carrozzina. Si stanca presto e gira in corridoio. Non si può, la riprendono, lei protesta e continua. Credo sia una conoscenza abituale perché alla fine lasciano perdere.

Nella stanza accanto c’è l’astanteria dei ricoveri per osservazione, suona qualche campanello. C’è lo scalpiccio dell’infermiere e poi si spegne e con esso l’apprensione che generano i segnali in ospedale. È difficile scambiare dolore, forse per questo si parla poco. I parenti fanno pellegrinaggi alle macchinette del caffè e delle merende. Tutti attendono le dimissioni, per raccontare poi, a casa la fatica di queste ore e il male.  

È tutto molto bianco, la luce toglie colore ai volti. Intanto la notte diventa sempre più fonda. Le teste si appoggiano sulle spalle di chi accompagna, quelli soli dormono appoggiati al muro. Il sonno fa scorrere il tempo in attesa che si chiuda l’avventura di un male imprevisto. Credo sia sempre così, tutti i giorni e le notti, forse prima linea è il non cessare mai, l’avere le stesse cose che si ripetono con persone e dolori differenti. L’attesa è una spirale che si guarda dal girone successivo.

‘900

Con la morte di Fidel Castro, finisce il novecento perché ci è nato. I millennials non l’hanno nemmeno assaggiato questo secolo breve e lunghissimo. Sono finite le ideologie, non tutte, è rimasto il capitalismo. Sono finite le passioni pubbliche, collettive, annegate in piccole pozzanghere di soggettività. È emersa la solitudine, il dominio della tecnologia, l’eclissi della conoscenza. La politica rimane sempre più nuda e si inchina alla finanza, ai poteri forti e senza nome.

Un oceano di parole investe ciascuno di noi, connessi, non si sa a cosa e a chi. Sempre più virtuali e disperati in cerca di fisicità che durino, che abbiano un senso si è prigionieri del presente. E il nuovo stranamente soccombe davanti al vecchio che comunque un’ impressione di solidità l’aveva. Il sogno era coniugare le libertà individuali con quelle collettive, fare della terra un mondo di possibilità e portare la serenità nella politica. È questo il dio che è fallito: il pensiero di un destino collettivamente positivo e individualmente felice.

Con Fidel Castro finisce la generazione del ’68, finiscono le battaglie per le libertà altrui, subentra la consapevolezza che le proprie sono precarie quanto mai, che il mondo si avvia verso una stagione fatta di contrapposizioni e di muri. Colpito a morte il romanticismo finisce con le sue deviazioni sanguinarie; un acuto si è levato nel teatro, è stata cantata un’ elegia dell’uomo, del primato dell’ideale, della libertà, ma la platea era vuota. Che faremo senza passioni, se i cuori non batteranno più forte resterà solo la commiserazione. In fondo il ‘900 è stato il secolo delle grandi vittorie dei piccoli contro i giganti, è stato il secolo di Stalingrado, del Piave, della battaglia d’Inghilterra, dei pacifismi e delle suffragette, dei maquis e dei partigiani. È stato il secolo degli anarchici a Barcellona, della resistenza a Praga e a Budapest, delle disselciate strade di Parigi. Un resistere e riprendere fino alla vittoria spinti da cosa, se non da un ideale collettivo, sbagliato, crudele, ma forte e saldamente poggiato sull’idea che il futuro migliore e di tutti, era possibile. La lunga battaglia di Fidel Castro esemplificava questa vittoria dei molti, del popolo, contro la dittatura. Non era forse romantica la vita del Che, quella dei descamisados che finito il compito in patria, andavano in Bolivia o in Angola a portare un progetto di liberazione?

Molte idee erano sbagliate, ma i dittatori del ‘900 non sarebbero stati sconfitti se quelle idee non avessero tenuto. In fondo le dittature erano anch’esse figlie di quel secolo che compiva la glorificazione della borghesia, del capitale e della tecnologia applicata alla guerra. Nascevano dal connubio tra una visione dello stato e dei popoli che prometteva benessere e ordine, terra e sangue, ma usando l’arma della conquista, portando la differenza e la superiorità degli uni rispetto agli altri nel dna del potere e facendone una volontà di potenza. Il ‘900 ha contenuto i contrari, le idee si sono espanse sino a entrare in conflitto con le coscienze. Spesso, hanno vinto le seconde producendo nuove idee, nuove provocazioni. Quando gli assiomi delle ideologie penetravano davvero nelle menti, si generavano gli anticorpi e altre passioni accompagnavano la distruzione dei paradigmi delle prime. È accaduto ovunque, dalla politica alla scienza, dall’economia ai diritti individuali, dalle libertà formali a quelle concrete. Poi il secolo si è affievolito, la libertà ha cessato di infiammare i cuori sostituita dal benessere, le grandi scoperte sono diventate meno decisive della tecnologia, la stessa ragione si è relativizzata ammettendo come prassi l’ossimoro.

Siamo individui e popolo, ma non attraverso un processo di coscienza, bensì insieme con una prevalenza schiacciante dei primi: una somma di individualità concorrenti. L’umanità è divenuta essa stessa terreno di battaglia per l’individuo, una guerra permanente di tutti contro tutti. Con le passioni che s’assottigliano, anche i sentimenti diventano più precari: oggi ci si infiamma per l’uno, domani per l’altro e non parlo di amori ma di una precarietà del campo in cui si è. L’anomia, troppo spesso evocata nel finire del secolo, ora è parte integrante del processo che tampona l’isolamento con l’illusione del virtuale. Se ho tantissimi followers mi acconcio a loro, li devo tenere e mi adeguo al loro pensiero medio. Esattamente come fa in continuazione la politica e l’economia consultando le tendenze, le attese, le mode, intese come atteggiamento prevalente. All’umanità e ai suoi bisogni collettivi si è sostituito (sinonimato) il mercato, che ci vuole singoli, interagenti con l’oggetto del desiderio, mutevoli per necessità produttive. L’io si esprime nella scelta oggettivata e infatti il successo di mercato è il risultato di una lotta che piega i flussi di pensiero verso le cose. Le passioni hanno a che fare con i bisogni e né le une né gli altri possono essere mai completamente soddisfatti. In fondo è la loro bellezza perché inesausti spingono l’uomo in avanti. I desideri si saturano nella soddisfazione, digeriscono e si trasferiscono verso un nuovo pasto che dev’essere a breve per esigenze di produzione. I corpi perfetti praticano la bulimia del desiderio e non lo mutano in passione, si occupano del puntuale e non del contesto.

Finisce il romanticismo, il ‘900 breve e cruento, finisce un’epoca. E noi come vivremo nell’età senza orizzonte?

Hasta la victoria siempre comandante Fidel. 

il nulla della sabbia e del deserto

Di notte correvano sul tetto strane zampe. Sembravano tante e fitte quanto può esserlo l’attenzione sull’orlo del sonno. Come correvano? Alternate, sincrone, oppure come i cavalli mordendo e spingendo sul terreno di paglia. Cercavano notturni pasti di sangue, oppure ondeggiavano, scavando semi col becco? Le scimmie gridavano, gli uccelli rispondevano tra loro, commentando. Così finiva la stanchezza in un buio relativo, pieno di luminosi rumori. Noi siamo onde, tutto è onda, tutto vibra finché non arriva il sonno e la coscienza si trasferisce altrove. Poco distante c’era il deserto, oltre la palme, dove pian piano s’impicciolivano e diradavano gli alberi che diventavano tamerici e acacie minuscole. Poi c’era un basta e solo distanza senza nulla a cui attaccare lo sguardo. Per questo forse sembrava non esserci nulla in quel pieno di polvere e pietre, perché non c’era dove fermare gli occhi e vedere.

Il deserto è un colore e una polvere, è il macinare di infinite zampe, è l’opera di scarabei instancabili e di capre sparite. È una pista che non si vede, ma che per altri è nitida di segni. È il letto fossile di un fiume che attende un acqua che non arriva. È una distanza senza misura, è il rumore che si spegne e diventa fruscio. È roccia che si sgrana, fuoristrada puzzolenti, dromedari ancora più puzzolenti, stracci sfrangiati che sventolano fieri del loro colore, ombra che ribolle di caldo e  il freddo che assale immediato con il cadere della luce. Il deserto è qualcosa che dorme e non si sa quando si svegli, è uno strisciare intravisto, è l’insieme ordinato delle orme che si sciolgono. È un fuoco che illumina i volti e gela le spalle, è un’ infinita distesa di parole, di sorrisi smozzicati, di volti color ambra. Il deserto è la scoperta indifferente delle rovine di ciò che c’era, è l’ergersi di una duna infinita di vento, è la somma di tutte le dune prima conosciute. È un terreno che sembra pietra, una corsa verso una cresta, un nulla che si riempie di silenzio.

Sul tetto di paglia e lamiera, di notte correvano animali e nessuno stava zitto. Avevano tutti un nome che io non conoscevo, ero sotto una grande città aerea e senza uomini. Dormivo nella cantina del mondo; di un mondo così sconosciuto che solo il giorno e la notte erano comuni. Dormivo assieme alle zanzare fuori dalle zanzariere, alle mosche che si posavano e riprendevano a volare, al sudore che cresceva verso la luce, fino al canto del muezzin all’alba. Non sapevo cosa dicesse, il muezzin, ma era dolce e deciso, ammutoliva le zampette, i gridi d’uccello, il vociare delle scimmie. E in quell’intervallo di silenzi e canto, l’ultimo sogno spariva nella consapevolezza.

Fuori il nulla si travasava nella polvere che pareva sabbia, di certo si staccava qualche molecola di vecchie argille dai palazzi in rovina, e persino il marmo s’arrotondava levigato dal vento. Che ci faceva il marmo nel deserto, mi chiedevo, e fantasticavo dell’energia di antichi abitanti sepolti dove ora sembrava esserci solo colore. Ma andando vicini alle pietre si sarebbe vista l’umidità penetrata negli interstizi che asciugava nel sole che cresceva, e le piccole vite che s’interravano in attesa del caldo. L’ aria si colmava di presenze, oltre le jacarande e le palme, c’era il deserto, le piste, le dune infinite e il nulla che mai c’era stato davvero, il nulla che era presunto e però entrava dentro assieme allo stupore di essere comunque in un limite. La soglia di un mondo in cui si poteva essere sguaiati o silenziosi, si poteva correre o camminare, si poteva fare qualsiasi cosa perché era indifferente la volontà degli uomini, al più si poteva trovare un accordo, ma era lui, il deserto, che dettava le condizioni. E non c’era il nulla, ma un mondo così pieno di vibrazioni e di colore d’una sola lunghezza d’onda da assorbire tutto, era l’alternativa al conosciuto, il buio nella luce. Era un mondo in cui serviva una mano che guidasse, un occhio che vedesse, Era la differente vibrazione della terra. 

questo caldo è strano

Questo caldo è strano. La stagione si nasconde. Eppure gli alberi hanno i loro sensi che annusano cose che non sentiamo e cambiano di colore le foglie.

Questo rassicura perché sembra non abbiano presagi. Siamo stati educati al ritmo delle stagioni. Da piccoli guardavamo fuori da alte finestre la luce che si affievoliva rapida nella sera. A scuola o in casa veniva una malinconia mitigata dalla speranza della prima neve. E qualche volta accadeva. allora le foglie gelavano, si orlavano di brina sugli alberi e a terra, formavano uno strato spesso su cui si correva scivolando e ridendo, mentre gli adulti camminavano lentamente. Intanto gelava l’acqua nei fossati, e la città continuava il suo ritmo di lavori mescolati. Dalle finestre di casa vedevo il mercato del pesce, senza le stecche di ghiaccio che circolavano d’estate. La temperatura esterna conservava senza problemi. Solo il garzone del fornaio, correva con la grande cesta di vimini sulla bicicletta e gli zoccoli ai piedi. Era ancora con le maniche corte, mentre noi gelavamo nei maglioni. Ma sembrava naturale, lui dall’alba era stato davanti a un forno e noi gli compravamo il pane caldo.

Questo caldo è strano, non è l’estate di san Martino. Mia nonna non era contenta se le stagioni erano infedeli, a novembre il freddo aiutava a rimettere le cose a posto, non c’erano più zanzare, cambiava il cibo: diventava più greve per i freddi che chiedevano calore. Le finestre si opalizzavano del vapore dei lessi e scrivevo con la punta del dito per vedere le gocce che correvano verso la cornice. Se il caldo era anomalo mia nonna si preoccupava, i mesi dovevano avere un senso.

Le foglie da prendere a calci erano un passatempo e gli alberi diventavano stecchi contro un cielo che si faceva grigio e annunciava neve. Il freddo e la nebbia, erano la vicinanza delle feste:a loro modo rallegravano. Mi piace anche adesso il colore, la consistenza, il rumore delle foglie calpestate. Lascio che la sensazione entri e mi dico: è autunno. Ma dovrebbe far freddo, invece ancora volano zanzare. Capisco che non è il caldo ad essere strano, ma siamo noi che siamo strani. Stupidamente strani.

Il tempo ha un suo tempo. 

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Le settimane corrono, è già lunedì sera:  come passa il tempo. Già e come lo facciamo passare? 

È una domanda che mi faccio quando vedo che mi sfugge via, che non sono i giorni o i mesi, ma gli incontri e le persone che restano. 
Di queste settimane di confronti referendari, di incontri di lavoro, di giorni d’agenda fitta, posso dire che sono volate insieme alle incazzature, alle discussioni È rimasta la sensazione crescente che stia avvenendo una rottura importante nella difficile coesione del paese. Lo ricorderemo questo autunno del 2016. Ma questa è una considerazione che colloca avvenimenti in uno scenario possibile.
Il resto si stratifica in una visione quasi atemporale: è il presente in cui viene eletto Trump, e non sappiamo cosa farà ma ci pare nulla di buono e allora sembra sia eletto da chissà quanto tempo e invece non è ancora presidente. Questo è un tempo comune. Pubblico. In cui avvengono cose che ci riguarderanno a lungo e ne possiamo parlare assieme. Sembra che questo sia il tempo della storia che davvero ci riguarda, ma noi non lo sentiamo per davvero. È come vivere fuori casa, va bene anche a lungo, ma poi si ha voglia di tornare.
Nel frattempo agiscono altri tempi personali. Incontriamo una persona importante, vediamo qualcosa che ci scuote dal torpore dell’abitudine e quella data acquista un tempo nostro. a volte condiviso.
Quello è stato un tempo che appartiene a noi, che non si mescola sul resto. Io lo chiamo il tempo dell’eccezione per contrapporlo o affiancarlo al tempo dell’abitudine.
Sul tempo dell’eccezione ci si può esercitare. Basta prendere un foglio A3 e cominciare a segnare gli avvenimenti che ci riguardano e che ricordiamo. Serve un foglio abbastanza grande, non perché gli avvenimenti debbano per forza essere tanti, ma perché a lato si mettono le glosse del ricordo e queste riempiono di piccole note il tempo, lo gonfiano di ricordo. Man mano, ciascuno con una sua cronologia, da sinistra in alto oppure da destra, o dal centro se ci pensiamo il cuore del nostro tempo, le cronologie perdono il senso e diventano l’eccezione, la stratificazione che ora siamo. Il tempo acquisisce una dimensione di rilevanze, di gerarchie. Se il foglio non basta bisogna ricopiare su un A2, ma ancora cambieranno le prospettive nel farlo. Oppure si seleziona chi davvero ha lasciato traccia temporale. Ci si accorge che l’eccezione era una norma meno frequente, che il tempo ha avuto uno scorrere profondo e amico. Non ha sottratto, ma ha sempre aggiunto.
Quello che scorre via è il tempo dell’abitudine, è preordinato, si è già divorata l’attesa. Come in una discesa, acquista velocità, era luglio e tra poco ci saranno le feste, ma cosa è accaduto nel frattempo? Se ci penso, vengono fuori fatti personali, cose archiviate con cura e piene di significato. Cronos non mangia più i suoi figli, ma essi vivono per loro conto e gli lasciano divorare l’abitudine. Rompere le abitudini è un bel modo per affamare il tempo.
E torno all’affermazione iniziale: non ho bisogno di far passare il tempo ma lo devo mettere al mio servizio. Il tempo è uno strumento che vive di vita propria, non necessariamente la mia, mi serve ed è neutro rispetto a me. Se mi riguarda passa veloce, rallenta, s’inverte (quante volte abbiamo fatto cose che appartenevano ad un altro presunto tempo e ne abbiamo poi sorriso oppure ne siamo stati rattristati) oppure, semplicemente è uno dei miei diversi modi di vivere. 
Il tempo ha un suo tempo. 

giorni nebbiosi

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Stanotte c’era nebbia. Molta, come a volte di usa da queste parti. Le luci dei lampioni illuminavano cerchi ristretti di giallo. Verso l’alto apparivano finestre insonni. Quando si è innamorati e vicini, la nebbia spinge a stringersi di più, protegge e isola l’intimità. Ma genera anche il desiderio di caldo, di casa, per cui i passi si fanno più rapidi, i percorsi netti e decisi. Nella nebbia appaiono e scompaiono le cose, sfumate e ricche di un mistero che solo in questi casi mostrano. I suoni si attutiscono, assorbiti nella miriade di goccioline sospese. Forse anch’esse entreranno in vibrazione prima di cadere su quel suolo che si bagna: flatus vocis.

La nebbia come metafora: travisamento delle cose, alterazione dei sensi, bisogno del calore di qualche certezza.

Ognuno di noi naviga nella nebbia come può, ha una luce interiore, una morale naturale che se non indica la strada con precisione, almeno permette di chiedersi chi siamo.

Già, chi siamo?

I nostri gesti anzitutto, ciò che è tangibile e che pur contenendo incertezze e ambiguità, dice molto di noi, delle nostre paure più che delle speranze. Ad esempio, chi invoca la necessità e la convenienza, espone paure nel merito della scelta. Ci dice che sceglie per un fine che non è quello di cui si parla o si vorrebbe, ma è necessitato a farlo, insomma non si sente libero. Libero da cosa e da chi? Quanti amori si spengono perché c’è una necessità, una convenienza che rende il coraggio più arduo. Negli atti conseguenti alle parole c’è un sentire che si palesa ed uso l’esempio dell’amore proprio per la sua carica di eccezionalità che cambia davvero le vite. Se ci si ferma davanti al mutare, sentito come determinante del vivere presente e futuro, con quanta più facilità ci si possono raccontare storie sulle motivazioni di ciò che si fa. E, badate bene, non penso che il coraggio in qualche modo c’entri, perché, a mio avviso, il coraggio è qualcosa che non fa conto della vita futura ma è il kairos, coglie l’attimo. Ho letto di recente un libro che parlava della correlazione dovere/coraggio, cioè il compiere ciò che si deve senza delegare ad altri il compito. È anche questo, ma spesso ci viene chiesto un libero coraggio che include la partecipazione al futuro, e questo è il coraggio che preferisco, quello senza medaglie, che agisce e agirà di conseguenza.

I gesti sono noi e il nostro contrario (la necessità), ma dietro ad essi c’è un pensiero, c’è uno stare interiore prima dell’essere. Noi diciamo che siamo confusi, oppure che abbiamo principi, diciamo che ci poniamo domande o che siamo in evoluzione, che siamo indecisi e stiamo vagliando, che ci dispiace, che siamo concordi, ecc. ecc.. Ognuno di questi stati d’essere, e molti altri descrivono la superficie di un flusso, ma non dove esso stia andando e neppure se siamo immersi in esso, se nuotiamo contro corrente o ancora se noi siamo flusso. Per capirlo bisogna scendere oltre la sensazione ed andare in quel luogo oscuro che motiva molto del sentire e molti gesti. Ognuno ha le sue tecniche, anche per starne alla larga, ma comunque lì dentro c’è il chi siamo davvero. Il fatto che questo emerga per bolle di coscienza, che ci metta davanti alle contraddizioni che allegramente ci teniamo, non rileva più di tanto. Anzi per fortuna è così, altrimenti saremmo prigionieri di una necessità che non evolve. Però trattare con quel chi siamo, farlo dialogare ed evolvere con noi, è cosa necessaria per un insieme di parole che ci appartengono e descrivono desideri: serenità, felicità, equilibrio, leggerezza, consapevolezza. Basta sapere che esiste questo noi con cui dialogare, che non è così mutevole di opinioni e che ha un set suo per valutare ciò che accade. Che ci accade. I risultati del dialogo interiore sono sempre precari, non definitivi, ma fanno fare passi avanti. Tutto questo dirada la nebbia? A volte riporta la certezza del sole e dell’estate e non è poco, quasi sempre distingue l’alone fiabesco dalla realtà delle cose, aiuta a separare le chiacchiere dai fatti. E anche questo non è poco, perché alla fine il gesto diviene consapevole, non parla d’altro, ma resta all’oggetto per cui lo si compie. In questo momento di nebbie senza fiaba, senza amanti e senza case accoglienti, ha una discreta importanza sapere dove andare, chi si è e in cosa si crede.   

p.s. con molta eleganza il presidente del consiglio ha definito chi non la pensa come lui: accozzaglia. Se il libero pensiero ha questa implicazione, sono parte di questa accozzaglia.

urbano morbido e scabroso

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La sera scende presto e con essa il freddo. Chi cammina affretta il passo, non c’è più il conversare lento dell’estate e del primo autunno. La città può essere morbida o scabra, dipende dallo sguardo e dagli altri sensi cooperanti. Procedere per coppie di contrari aiuterebbe a vedere l’altro lato dell’evidenza, ma è fatica. Eppoi quanto influisce lo sguardo, quest’aria così limpida e colorata d’artificio? 

C’è una conseguenza nelle cose fatte, pensavo, che si cela tra i ricordi. Nei fallimenti ci sono ferite di cui non si vuol vedere la profondità, ma se ne sente il dolore sordo. Oltre la cicatrice. La cicatrice si esibisce, la si racconta, ma non il resto. Le viltà, le paure risolte ne diniego, i danni collaterali di ogni battaglia che si racconta vinta. In qualche modo, vinta. Non ci si accetta mai per davvero e la macchina del mutare ciò che è stato, rende morbida, quasi gloriosa, la percezione dell’errore. Che tale non era, inizialmente, ma lo è diventato vivendo. Uccidendo e alterando ciò che è accaduto davvero. Come se chi si perde avesse una colpa, dovesse rispondere a un genitore severo che chiede conto della propria paura, del tempo buttato, della fatica impiegata per ritrovarti.

Anche nei successi accade. Sono spesso solo una diversa modalità del fallire e lasciano una sensazione di vuoto onnipotente dopo il riconoscimento. Ci si rende conto che ognuno di quelli che avevano plaudito, aveva un motivo. Per questo si è soli. Alla fine. Come nel fallire. Però non si ha freddo, la casa è calda, le persone ti salutano.

Ma perché è così? 

C’è un bisogno incredibile di ordine nella città. Forse è la serenità che manca. Oppure l’equilibrio. Quest’aria insolitamente limpida evidenzia geometrie che si sovrappongono. Finestre chiuse da mattoni e intonaco hanno lasciato traccia sui muri. Dove c’è pietra, dapprima ci si sporgeva oppure si guardava da quelle finestre. E si riceveva luce. Poi qualcuno aveva spostato muri, aperto nuove visuali. E chi c’era, se n’era andato avanti. Aveva deciso di cambiare. Con il sapere amoroso accumulato, i sentimenti ordinati e disordinati, aveva bisogno di un diverso vedere. Nel disordine c’è passione, avrà pensato, e così l’ha frenata attraverso l’ordine nuovo. Si è chiusa una vista e impostato un diverso modo di vedere la strada, il giardino. È sembrata una spinta al soddisfacimento di un nuovo che si era affacciato dentro, costretto o meno era anch’esso un fallimento del prima e un successo del presente.

C’è un bisogno immotivato di ordine nella città. Ci si stupisce volentieri nelle case altrui di ciò che confonde. Si cerca il colore, la diversità in altri luoghi, ma non vicino a casa dove fa rumore o dipinge i muri. C’è un successo che si sovrappone al fallimento, dentro di noi, che rende intolleranti. Sopprime la curiosità, chiude le braccia a difesa della casa interiore. Ed esonda nello spazio prossimo: dove si vive, si è.

Il mio ordine è l’ordine, ne ho bisogno per capire da dove entra il dis-amore. Non mi sento sicuro se le cose non sono a posto. E così rinuncio al tempo. Sacrifico sull’altare di un ordinato presente il vaporoso magma di scelte che porta con sé il tempo. Non potrei fare altrimenti, ci devono essere punti di ancoraggio. Vie diritte e cartelli che indichino i luoghi. Non posso vivere nell’anomia. Essa è il teatro del fallire, del non essere riconosciuti, dis-amati. Sapessi quante solitudini si sono chiuse nell’ordine, quanto esteriore ha sostituito l’interiore. Ne abbiamo bisogno per ancorarci a qualcosa. L’ordine è diventato l’altro nome dell’innocenza, espressioni asintotiche di un essere che non si raggiunge, che non trova equilibrio. Se fossimo in equilibrio saremmo allegramente indifferenti alla paura. E invece è la paura che ci tiene assieme.

Morbida è la mia città interiore. Ordinata e conseguente a ciò che sento. Scabra è la città che mi urtica la pelle, che non tiene conto della mia fragilità, del confine labile tra fallire e riuscire. È una città che può ingigantire indifferente, la mia solitudine. Le città ideali del ‘500 erano piene di sole, rassicuranti nelle geometrie e dell’occhio del principe. C’era un confine netto tra il disordine delle vite e l’ordinato fluire del potere. In esse si sacrificava la libertà dei molti a servizio di quella dei pochi. Ed erano vuote, desolatamente belle e vuote. Anche adesso è così? Ci viene chiesto di ordinare le libertà, arginare il disordine interiore, trovare un equilibrio estetico che aiuti a confermare il proprio potere sulle vite? Forse è per questo che ci svuotiamo del caos, delle passioni in cambio di una sicurezza che non appartiene. E neppure c’è. È solo vantata. Giustificazione di un fallimento, di una paura così grande da escludere. 

Le periferie sociali non sono gradite, soprattutto in centro. 

l’amore al tempo dell’incertezza

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Ne erano nati degli altri. Sott’acqua. Prima timidi accenni, come a tastare attorno la possibilità di crescere. E di essere individui completi pur facendo parte di un ceppo: uno e tanti assieme. Poi i nuovi getti, rinfrancati, puntavano verso l’alto con una gioia trasfusa in quel verde limpido che solo l’acqua riesce a estrarre.

Lei mi aveva detto che in un articolo, pubblicato in qualcuna delle riviste scientifiche americane che seguiva, c’era la conferma della presenza di neuroni vegetali. Quindi un sistema parallelo che percepiva, elaborava, reagiva agli stimoli, forse parlava con le altre piante quando le propaggini dell’ una evitavano di intralciare l’altra. Un ordine segreto contro la confusione che impediva di crescere, che dava e toglieva energia, esponeva alla luce oppure occultava. Un lavorio di stimoli che consideravano naturale la condizione dell’immobilità relativa e quindi dovevano sviluppare alternative per l’incontro o la difesa.

Questa era l’incertezza, ovvero percepire, elaborare, vedere l’occasione e il pericolo, eppure essere immobili. Sentire l’amore che nasceva e non sapere se fidarsi di farlo crescere o meno, in una condizione di società vischiosa, senza orizzonte lungo e quindi scevra di speranze. Non era questa la scelta nel relativo, ovvero far nascere e considerare da subito l’idea che finisse sentendo già il peso dell’ uccisione dell’amore. E non era questo finire dell’ amore uno strappare la possibilità con le sue radici, impedendole di essere realtà?

Altrove accadeva qualcosa, questo era certo, ma cosa? Comunque c’era chi si lasciava andare a facili entusiasmi, chi sviluppava superficiali alternative, chi, ancora, semplicemente si fidava perché non poteva fare altrimenti. Era tutto così complicato e semplice. Come per una pianta l’essere in balia di uno stupido animale brucante questo generava un’accettazione del presente. Solo il presente.

Il tempo dell’incertezza.

E del passato solo la confrontabilità, utile all’occasione, per rafforzare gli assoluti così relativi da essere circoscritti tra virgolette. Un “per sempre”, un “mai come adesso”, il “mio amore definitivo”. Ed erano così difficili quelle parole che si gettavano in avanti, quasi a rassicurare sé prima dell’altro, da essere pronunciate troppo spesso, cosicché le trajettorie si riducevano, come non avessero peso e si svuotassero nel volo. Poi il passato tornava con grosse bolle di ricordo, ma restava il rammarico e l’automaticità, non la sua capacità di generare futuro. 

Il presente, il piacere, il dis-piacere, ciò che passa e ciò che resta. Come se il tempo fisico si fosse cristallizzato in un perenne adesso, così fragile che qualsiasi evento esterno, fato (?) o casualità, l’avrebbe mandato in frantumi. E il noi con esso. Perché nel tempo dell’incertezza comunque il noi veniva coniugato, l’io era solitudine ed essa era ancora più acuta quando i punti attorno erano indecisi sul da farsi. Franavano e seppellivano oppure smottavano lontano. Per caso.

Leggevo cronache più che racconti. Diari e quotidiano. Oggi mi è accaduto questo, quest’altro, domani ci sarà quello… Non riuscivo a cogliere da questo raccontare, la prospettiva, le speranze, cosa si sarebbe voluto accadesse, come se i desideri si fossero spenti nell’indeterminato desiderio che tutto vada bene. Ma cosa e come lottare perché ciò avvenisse, questo no, non c’era.

La dimensione dell’uomo è il racconto, più o meno analitico, a volte superficiale, ma mai banale per davvero. Mancava questa dimensione. Quando si parla del racconto del presente si dice qualcosa che ha un substrato da cui si alimenta, una cultura, un insieme di convinzioni che generano desideri. E una prospettiva. L’incertezza uccideva la prospettiva. E con essa, l’amore ne soffriva, non diventava passione. Capacità rovente di piegare il tempo verso di sé, di noi.

Avevo ascoltato in una conferenza molto affollata, uno psicanalista junghiano dire, che questa era l’epoca in cui le passioni s’erano spente assieme alle ideologie. Le persone si erano guardate smarrite e poi avevano applaudito. Anche quando aveva detto che i simboli e i miti resistevano, e restavano una riserva per costruire mappe e riferimenti, avevano applaudito. Ad altre conferenze con un altro psicanalista, molto in voga, lacaniano, si erano dette parole diverse. Sembravano ricche di speranza, basate sulla volontà, quasi fosse possibile uscire da soli dall’imbroglio in cui si era finiti. Ad un certo punto, parlando dell’amore e del tradimento, aveva fatto una serie di considerazioni che mi parevano molto legate alla morale cattolica più che alle persone e alla natura dell’amore. Ma in fondo diceva cose di buon senso, sull’attendere, sul posticipare il definitivo. Mi perdevo a pensare che con tre concetti, forse meno, imbastiva una conferenza di un’ora e mezza e c’erano applausi scroscianti. Le persone si alzavano sorridendo. E io capivo che aveva descritto una rotta per l’età dell’incertezza: puntare sul consolidato, su quello che è stabile, riempire i vuoti di buona volontà.  Ma l’incertezza era dappertutto e noi eravamo immobili: lo sentivo questo, lo vedevo, ma al tempo stesso speravo di sbagliarmi.

Serviva una mappa, anche un portolano andava bene, perché solo navigando si sarebbe usciti dall’immobilità. Oppure bisognava rivoluzionare il modo di vedere le cose, non considerare più il movimento come risorsa della speranza, ma partire da ciò che si era e sviluppare nuove capacità di relazione. Nuove sensibilità che percepissero l’ambiente, le sue positività e i suoi pericoli. Questo era rivoluzionario per una cosa apparentemente immutabile come l’amore, aveva bisogno di nuove parole, di nuove certezze e di altrettanto nuove promesse. Diceva che era necessario stringersi quando c’era il vento e la paura, e allargare le braccia per lasciare entrare aria e luce. Diceva che non bisognava sempre sovrapporsi, togliersi spazio, ma che sapere dov’era l’altro era sufficiente perché l’amore fosse vicino. Rivoluzionava abitudini, rendeva semplici cose difficili e viceversa, ma conservava una dimensione del tempo perché l’amore è fatto per durare non per scadere nel presente.

E mi chiedevo come tutto questo potesse entrare in un nuovo raccontare. Perché raccontare è rendersi conto, guardarsi attorno, sentire in maniera così profonda che subentra il traboccare e il trasmettere a chi può ascoltare. 

Me lo chiedevo e guardavo le piante che sembravano aver trovato un nuovo equilibrio, e ne ero contento per loro. E me: si può trarre non poca gioia, e lettura della realtà, dalla cura una pianta.

 

 

 

io e Napoleone

Questa notte Napoleone passeggiava nel vicolo. Non sono impazzito e non parlo di un gatto. L’antefatto, parecchio datato, che me l’ha riportato alla mente, è che per diversi anni ho avuto una scrivania, non mia, legata al ruolo, su cui aveva firmato un decreto il generale napoleonico Massena. Un decreto importante dove per la prima volta si imponeva una tassa sull’estimo, ovvero sul patrimonio, ai possidenti veneti. Talmente importante questa tassa, che successivamente persero l’abitudine di farne.

Era una scrivania molto bella e scomoda. Allora i generali erano più bassi, o meno alti, ed io che non ero generale, né avevo un bastone da maresciallo nello zaino, ma ero un metro e novanta, urtavo con le ginocchia. Così riflettevo che un po’ di umiltà a schiena diritta faceva bene ed era giusto adeguarsi: abbassavo la sedia e mi tenevo la scrivania. Perché mi piaceva il pensiero che un generale, di quelli che facevano comunella con Napoleone, si fosse seduto e avesse firmato, con una penna con pennino, intingendo da un calamaro, il decreto che diceva: uè garçon da demain chi più ha, più paga. E gli altri attorno, ad alta voce : oui, mon general, c’est just et bon, (bon gli veniva bene perché anche in veneto si dice così), ma pensavano : ta morti cani, te sì apena rivà e zà te robi da chi che ghe n’ha. 

Questo mi riconciliava un po’ con Napoleone, che non riuscivo a rendermi simpatico, perché non mi pareva amasse molto la libertà come dono ai popoli, ma preferisse un’ interpretazione della libertà sotto tutela, da regalare a parenti e amici fidati. E poi con Venezia si era comportato non male, peggio, un rottamatore che aveva rottamato il popolo prima della Repubblica. Qui mi fermavo e mi chiedevo se ero diventato di destra perché il motto della rivoluzione mi pareva la sola cosa importante degli ultimi 200 anni: eguaglianza, libertà, solidarietà era sceso in questa pianura imparruccata. Napoleone parlava di queste tre parole, faceva i comizi, solo che poi razzolava male. Mah, avevo le idee confuse.

Come stanotte che pensavo a quanto accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump e sentivo i passi di un cambiamento che risuonavano nel vicolo. Cos’è un vicolo, se non una metafora rappresentata fisicamente, un angolo delle nostre piccole sicurezze che però nel difendersi chiudono le vie d’uscita riducendole ad una. Ed è il posto dove pensiamo di conoscere tutto o quasi, ma basta che un passo non conosciuto risuoni e riemerge la precarietà di un mondo, che sembra solido, ma è solo in equilibrio.

Da ragazzino, andavo a ripetizione di francese da un amico più grande, che abitava in una casa strana, fatta soprattutto di scale e stanzette. Una quasi torre, dependance del palazzo Polcastro, dove Napoleone aveva dormito, ospite del conte. Era diventato proprietà delle suore, ma era quasi vuoto d’uso e vocazioni e con questo amico, in silenzio, si potevano percorrere scale e corridoi, fino alla sala decorata ad api d’oro. Una vera preziosità, realizzata in tutta fretta per onorare l’ospite, potente e augusto. Napoleone era passato, avrà notato che c’era stata attenzione, forse, sarcasticamente avrà sorriso: si era passati dai gigli di Francia alle sue api pur sempre francesi, e aveva creato un bel po’ di nuovi adepti. Ma a lui, che passava come un fulmine, cosa poteva interessare delle piccole beghe di popoli che neppure vedeva? Lo disse anche il Manzoni, che amava la velocità: il nuovo che sbaragliava il vecchio perché lo disorientava, non adoperava le stesse tattiche e codici, vinceva e anche se non convinceva, non gli importava più di tanto. Tutto vero, ma poi ricomponeva il tutto nel potere assoluto di chi doveva dare libertà, e c’erano state incoronazioni anziché repubbliche e il ripetere i riti di ciò che sembrava abbattuto. La storia va avanti per suo conto. Il potere come servizio ai problemi dei molti, non gli interessava, ma questo non contava allora come non conta adesso, ed io lo sentivo sprezzante e sciupone: fare la storia a modo suo era certamente da grandi, ma lasciava dietro un sacco di macerie.  

Voi direte che c’entra il vicolo come angolo in cui cerchiamo tranquillità e l’insicurezza attuale? Poco se la storia non insegna nulla, se pensiamo che le sicurezze siano per sempre, se non abbiamo valori comuni da difendere e non lo facciamo. Non è chiudendosi nel vicolo e ascoltando i passi che siamo più liberi, meno minacciati. Quello che accadrà, e che sta già accadendo, è un mutare di cose che si consideravano intangibili, il lavoro, il welfare, la stessa nozione di libertà e di democrazia. Però basta pensare agli errori e alle sottovalutazioni commessi tra le due guerre, alla crescita dei fascismi e del nazismo, alla loro necessità di indicare nemici vicini, tangibili e soprattutto eguali alle classi interne bistrattate dalla crescita delle ricchezze e dell’ineguaglianza, per trovare analogie. Guerre di poveri tra poveri.

E se un grande come Napoleone che aveva lasciato così tante tracce, che aveva fatto e molto disfatto, che aveva reclutato persone, anche qui, da portare a Mosca e invece morte alla Beresina, alla fine aveva ripercorso non gli ideali che lo avevano generato, ma il potere personale, non è forse il popolo, ovvero noi ad essere l’unico guardiano vigile perché il peggio non accada, perché l’umanità sia salvaguardata attraverso l’esercizio delle proprie piccole libertà?

Il vicolo è corto ma non troppo, ha qualche anfratto, un cortile e abitanti discreti, quindi è il posto ideale per guardare il corso, che poi è metafora del mondo. Ma stanotte  i passetti che sentivo ho pensato fossero i suoi, di Napoleone, sempre più nervosi, perché anche i grandi vogliono essere riconosciuti, cercati, amati, ma anche arginati e il popolo ha grandi possibilità di farlo quando non si affida a un capo. 

san Martino

In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria. Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia (ho raccontato tempo fa del delitto della contessa Onigo da parte di uno di questi quasi servi della gleba) e solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati da tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.

Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.

Penso ai comandanti e ai non tanti che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità anche nel combattere contrapposta al puntiglio, che erano posizioni di minoranza di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, alla pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.

Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.

Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.

Anni fa cercavo un luogo: la dolina delle bottiglie, dov’era morto mio nonno. Volevo rendermi conto di cosa vedeva, se sentiva l’odore del mare, se c’era terra attorno. Pensavo che qualche riferimento l’avrebbe rassicurato anche se non era un contadino. Il luogo non riuscii a trovarlo, non c’era nelle mappe militari, e al più si poteva indicare una zona. Così mi dissero, perché quello che scrivevano nei registri, spesso erano toponimi locali oppure nomi inventati dagli stessi soldati. Ma c’era comunque poca terra, una petraia e finte quote di colline inesistenti. Qualche lapide dispersa sui muri dei paesi. Nessun ricordo. Di centomila morti contadini in un fazzoletto di territorio non erano rimasti che i sacrari e le cerimonie delle autorità.

Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.

E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.

Sì partirei da questo.

Buon san Martino a tutti.