urbano morbido e scabroso

urbano morbido e scabroso

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La sera scende presto e con essa il freddo. Chi cammina affretta il passo, non c’è più il conversare lento dell’estate e del primo autunno. La città può essere morbida o scabra, dipende dallo sguardo e dagli altri sensi cooperanti. Procedere per coppie di contrari aiuterebbe a vedere l’altro lato dell’evidenza, ma è fatica. Eppoi quanto influisce lo sguardo, quest’aria così limpida e colorata d’artificio? 

C’è una conseguenza nelle cose fatte, pensavo, che si cela tra i ricordi. Nei fallimenti ci sono ferite di cui non si vuol vedere la profondità, ma se ne sente il dolore sordo. Oltre la cicatrice. La cicatrice si esibisce, la si racconta, ma non il resto. Le viltà, le paure risolte ne diniego, i danni collaterali di ogni battaglia che si racconta vinta. In qualche modo, vinta. Non ci si accetta mai per davvero e la macchina del mutare ciò che è stato, rende morbida, quasi gloriosa, la percezione dell’errore. Che tale non era, inizialmente, ma lo è diventato vivendo. Uccidendo e alterando ciò che è accaduto davvero. Come se chi si perde avesse una colpa, dovesse rispondere a un genitore severo che chiede conto della propria paura, del tempo buttato, della fatica impiegata per ritrovarti.

Anche nei successi accade. Sono spesso solo una diversa modalità del fallire e lasciano una sensazione di vuoto onnipotente dopo il riconoscimento. Ci si rende conto che ognuno di quelli che avevano plaudito, aveva un motivo. Per questo si è soli. Alla fine. Come nel fallire. Però non si ha freddo, la casa è calda, le persone ti salutano.

Ma perché è così? 

C’è un bisogno incredibile di ordine nella città. Forse è la serenità che manca. Oppure l’equilibrio. Quest’aria insolitamente limpida evidenzia geometrie che si sovrappongono. Finestre chiuse da mattoni e intonaco hanno lasciato traccia sui muri. Dove c’è pietra, dapprima ci si sporgeva oppure si guardava da quelle finestre. E si riceveva luce. Poi qualcuno aveva spostato muri, aperto nuove visuali. E chi c’era, se n’era andato avanti. Aveva deciso di cambiare. Con il sapere amoroso accumulato, i sentimenti ordinati e disordinati, aveva bisogno di un diverso vedere. Nel disordine c’è passione, avrà pensato, e così l’ha frenata attraverso l’ordine nuovo. Si è chiusa una vista e impostato un diverso modo di vedere la strada, il giardino. È sembrata una spinta al soddisfacimento di un nuovo che si era affacciato dentro, costretto o meno era anch’esso un fallimento del prima e un successo del presente.

C’è un bisogno immotivato di ordine nella città. Ci si stupisce volentieri nelle case altrui di ciò che confonde. Si cerca il colore, la diversità in altri luoghi, ma non vicino a casa dove fa rumore o dipinge i muri. C’è un successo che si sovrappone al fallimento, dentro di noi, che rende intolleranti. Sopprime la curiosità, chiude le braccia a difesa della casa interiore. Ed esonda nello spazio prossimo: dove si vive, si è.

Il mio ordine è l’ordine, ne ho bisogno per capire da dove entra il dis-amore. Non mi sento sicuro se le cose non sono a posto. E così rinuncio al tempo. Sacrifico sull’altare di un ordinato presente il vaporoso magma di scelte che porta con sé il tempo. Non potrei fare altrimenti, ci devono essere punti di ancoraggio. Vie diritte e cartelli che indichino i luoghi. Non posso vivere nell’anomia. Essa è il teatro del fallire, del non essere riconosciuti, dis-amati. Sapessi quante solitudini si sono chiuse nell’ordine, quanto esteriore ha sostituito l’interiore. Ne abbiamo bisogno per ancorarci a qualcosa. L’ordine è diventato l’altro nome dell’innocenza, espressioni asintotiche di un essere che non si raggiunge, che non trova equilibrio. Se fossimo in equilibrio saremmo allegramente indifferenti alla paura. E invece è la paura che ci tiene assieme.

Morbida è la mia città interiore. Ordinata e conseguente a ciò che sento. Scabra è la città che mi urtica la pelle, che non tiene conto della mia fragilità, del confine labile tra fallire e riuscire. È una città che può ingigantire indifferente, la mia solitudine. Le città ideali del ‘500 erano piene di sole, rassicuranti nelle geometrie e dell’occhio del principe. C’era un confine netto tra il disordine delle vite e l’ordinato fluire del potere. In esse si sacrificava la libertà dei molti a servizio di quella dei pochi. Ed erano vuote, desolatamente belle e vuote. Anche adesso è così? Ci viene chiesto di ordinare le libertà, arginare il disordine interiore, trovare un equilibrio estetico che aiuti a confermare il proprio potere sulle vite? Forse è per questo che ci svuotiamo del caos, delle passioni in cambio di una sicurezza che non appartiene. E neppure c’è. È solo vantata. Giustificazione di un fallimento, di una paura così grande da escludere. 

Le periferie sociali non sono gradite, soprattutto in centro. 

8 pensieri su “urbano morbido e scabroso

  1. Bè un pezzo molto complicato, direi che siamo nella pura filosofia che da te ricorre spesso no?
    Non so dire con sicurezza se ciò che affermi è del tutto vero, ma sicuramente un bel pezzo, anche da rileggere.
    E poi aggiungo che io adoro il caos sebbene stia attenta a non far sì che possa superare l’ordine … altrimenti è un guaio, per come la vedo io.
    Ciao. Quante cose hai trattato!

  2. @ladyNadia : sembra ci siano più cose ma in realtà forse si riducono a ordine e passione. Oppure a dentro e fuori. Le città sono la nostra immagine tradotta in bisogni: apparenza, bellezza, sicurezza, relazione. I sentimenti sono più difficili da tradurre in strade e palazzi, qualcuno ci riesce, a volte. Credo che nella città emergano le nostre paure, il disamore, l’integrità, forse per questo l’ordine sembra rassicurare. A me l’ordine inquieta.
    Grazie Nadia 😊

  3. C’è bisogno dell’ordine nel disordine. E viceversa.
    Altrimenti tutto ci fa noia.
    Fuggiamo dalla città e ci rientriamo per nasconderci, che lontano, non riusciamo più a trovarci (o non vogliamo).

    Interessanti riflessioni

    Buona serata
    .marta

  4. Will le riflessioni sono in gran parte condivisibili, dipende anche da come e quanto ci confondiamo nel tessuto urbano delle nostre città. Ma la musica di Jenkins? Nessuno ha detto nulla della musica di questo post? Che è la scritura nascosta anchessa dentro le altre righe?
    L’uomo armato marcia attraverso le città del nostro animo verso una non scontata vittoria, verso una non definita sconfitta. Entrambe infrangeranno lo specchio.

  5. Che bravo Enzo che hai collegato la musica de l’homme armé al testo. È così, un uomo armato di pensieri bellicosi e per lui gioiosi, marcia per la città. Sono le armi dell’abitudine la sua difesa. Arrugginite per questa realtà ma ancora ben efficaci per dire chi può essere compagno o solo salvato.

  6. Speriamo s’incontrino Alessandra, soprattutto dentro alle persone. Che un muri servano per tener caldo d’inverno. Grazie per la tua speranza. Serve 😊

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