Capivo allora lo sguardo assorto,
e paziente, di chi lavorava
e mutava l’anima del legno e del ferro,
i muscoli attenti a saggiare
materia animata nel tatto,
la forza e il profumo scambiati.
L’esattezza costruiva le cose
metteva nel gesto il suo senso,
allineata in un patto sequenze segrete
tra polvere, trucioli e fumo.
Scivolava la pialla,
levava l’essenza dal faggio e dal noce,
poneva l’anime diversa
nella vena del ricciolo tolto.
E profumava di sana foresta
di soli d’estate e notti trascorse,
d’umori fermentati in attesa.
Le dita accarezzavano un liscio di lama,
un biondo vestito
di pelle pronta all’incontro.
Diverso il ferro, scorza più dura,
da lima da sgrosso per l’ossido forte
curato dal fuoco,
i gesti erano lunghi
con l’odore del sangue nel naso
come dopo la caduta che batte sul viso.
Le lime e le loro grane diverse,
erano monodiare di laiche sequenze,
dal grosso allo specchio che riluceva il metallo,
perifrasi alchemica di costante anelare
dal grezzo al sublime.
Il mio giovane sentire si misurava
e coincideva tra volontà e desideri,
la teologia del fare mi giudicava,
tra minio e micrometro
portato nel ferro.
Odore di fatica e bellezza,
di pene e coscienza del limite,
nei pomeriggi d’adolescenti sudori.
Del tempo serbo ricordo, ma poco
come traccia di un amore disperso.
La piccola sapienza d’allora, è svanita,
scordata e inutile,
anche al racconto,
di quel fare non resta l’esempio
e il sapore è donato alle macchine
senz’anima e tempo.
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la permanenza del donare
In evidenza

Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa.
Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.
Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli.
Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi.
Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.
Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.
Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi.
Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.
uomini e polvere
La polvere in Senegal è dappertutto, nelle piste, nei campi, fino alla porta delle case. La polvere è nei giochi, nei visi, nelle mani, sui corpi dei ragazzi e degli uomini. E’ sui vestiti delle donne, nel gesto bello con cui portano un velo sulla testa per il sole, è sui banchi, su ogni oggetto di lavoro, sulle capanne, sulle imposte di ferro della scuola. Così ti viene finalmente il dubbio che la polvere sia un elemento del mondo, che faccia parte della vita e non sia così sporca come si pensa. Infatti non ha l’odore di marcio che ti segue nei mercati delle città, non odora di nulla conosciuto se non di sé ed è giallo ocra. Cotta dal sole, ne prende il colore, viene portata dalle tempeste di sabbia, ma ancor più si genera in questa terra arcaica che si sbriciola fino ad essere talco. Qui la terra è davvero antica, una zolla di universo su cui ominidi hanno cominciato a correre, venendo dalla Rift valley, talmente tanto tempo fa, da poter usare solo l’immaginazione per vederli mentre per decine di migliaia di anni tentavano la savana e si dovevano rizzare in piedi per guardare oltre le erbe alte, cacciare e fuggire. E poi, sconvolti da tanto ardire, tornavano nella foresta, in un entrare e uscire che selezionava, trasformava il ricordo in specie. E allora l’esperienza dell’aria, dello spazio, del correre non li abbandonava e uscivano nuovamente finché si reggevano bene in piedi e correvano su due gambe e le mani stringevano le cose in maniera diversa. Allora è cominciato il cammino per piccoli gruppi mentre altri restavano e aspettavano in una attesa di cui si perdeva memoria e diventava mito.




Tutti hanno pestato questa polvere, se ne sono ricoperti il corpo, l’hanno lanciata per aria nei riti propiziatori, hanno letto il futuro nell’andare del vento. Oggi ci convivono, la sentono parte del mondo e non se ne accorgono. Così in questa polvere c’è la storia del mondo, la traccia degli antenati, il rumore delle percosse che i piedi hanno inferto alla terra, lo sbattere dei piedi, ancora così presente nei balli delle donne nei villaggi, quando la schiena si inarca in avanti, le natiche si protendono, la parte sessuale emerge, mentre le braccia si portano verso la terra, verso la polvere.
La polvere è ovunque e noi la sentiamo, come solo i forestieri possono notare, finché non la sentiamo più, ed allora emerge nelle rituali disinfezioni con il gel, sulle mani che appiccicano, attaccano ovunque. Ma in realtà, è il grasso nostro che trasuda e si combina con la polvere. Gli indigeni hanno le mani secche, a loro basta spolverare, a noi non basta, il grasso che ci difende dal freddo, accumula sporco e alla fine siamo disinfettati nello sporco, incapaci di gestire la polvere. Ecco la differenza, ciò che per noi pesa, per loro fa parte della vita, si toglie prima della preghiera, prima del cibo, ma poi fa entrare nel vivere.
Non vivrei nella polvere, la terrei a bada, ma già sapere che non ha connotati negativi di per sé, è una conquista, un modo di vedere il mondo.
quando ancora non s’accalcavano le forze oscure del tempo

Coriandoli di lettere, fotografie decolorate, ricordi a flusso senza unità di luogo, tempo, spazio. Sono le sensazioni a rammendare brani di tempo, perché il tempo è una belva che azzanna e disgrega anziché mangiare, ma è anche carezza d’acqua, pensiero che si scioglie, sonno incipiente. Ebbrezza da stanchezza e vizi giovanili, un surfare tra immagini che non ci sono e percezione d’ambiente. Di alcuni luoghi emerge una voce, la pietra calda consumata su cui mi sono seduto, chi era a fianco, l’odore di sudato che accompagnava ogni stanchezza dopo la corsa, le parole dette a bassa voce, l’attesa di qualcosa che doveva avvenire e riscattare il senso di colpa per tutto quello che doveva essere fatto e attendeva.
Non era ancora sera, ma già l’aria rinfrescava, dopo non molto, con l’ombra e il primo accendersi delle luci sarebbe arrivata una malinconia senza oggetto, un bisogno di calore, di cose al loro posto, di voci conosciute, di luci gialle e profumo di cena, ma intanto guardavamo dove un tempo c’era una porta e ora un muro, passavamo le unghie sulla pietra sconnessa dalla malta affrettata, attoniti dal bisogno di murare, di chiudere, di difendere. Erano così anche i ricordi brevi delle giornate perdute di cui non si teneva conto? Il futuro veniva avanti come le onde alte del mare d’agosto : inoffensive e piene di risate contro il cielo azzurro, per questo dissipare era un lasciarsi andare alla corrente, godere di ciò che il momento offriva e le nostre case erano, per noi, senza porte. Venivamo inseguiti dalle voci adulte che ci chiedevano se eravamo nati in barca, e ridevamo sbattendo imposte e lasciando luci accese. Non c’era nulla da ricordare, da murare, se non i segreti, quelli che venivano scordati dopo che si erano definiti tali o raccontati all’amico/a del cuore sotto vincolo di un tacere infinito disposto a durare anche mezz’ora. Non c’era quasi nulla da nascondere se non piccoli tesori di incerta provenienza, tali per rarità e soprattutto per la difficoltà di far coincidere un pensiero con un oggetto. Così nasceva il collezionista di francobolli, di sassi, di monetine, di pezzi di spago, di cartoline. Ho letto migliaia di cartoline non mie, di saluti rassicuranti, di baci senza sensualità e miriadi di così spero sia di te, ho guardato con l’episcopio luoghi immoti e lontani, con persone con abiti fuori moda a passeggio, fontane che avevano gettato acqua per decine d’anni per arrivare a me, terme e località marine, montagne con stelle alpine in primo piano. E dietro le grafie certe, incerte, incomprensibili, piene di sentimenti a mezzo tra convenzione e sentire, tutto era stato gettato, tenuto da parte il tempo necessario e poi consegnato ai pacchi di libri e lettere da smaltire per far posto. Veniva la sera e magari per cacciare le malinconie innominate avrei guardato sul muro le cartoline, oppure ciò che pennini e inchiostro sbavavano con le dita sudate, avrei pensato ai compiti da fare e a quelli fatti e forse in uno slancio di dovere notturno avrei regolato i conti con me stesso, ma a cosa servivano le porte murate?
Quanto abbiamo scritto, ci siamo scritti. E i pensieri, a valanga, inframmezzati da sensazioni sensuali, odori che stavano in qualche parte dell’ipotalamo, ma questo dopo quando eravamo già grandi e scrivere era un altro modo per essere assieme, per sentirci, annusarci nell’ultimo profumo indelebile di vicinanza e di timidezza. Forse abbiamo imparato a scrivere in quei pomeriggi bambini, in quelle pause in cui veniva ricapitolato l’oggi e predisposto il domani, ma per oscure vie in cui il mezzo si confonde con il fine e ciò che sembra collaterale e marginale, usurato, diventa invece vivido. Come i baci e gli abbracci che nelle cartoline erano bena altro: scienza degli addii, mentre dentro di noi erano tumultuosa speranza e desiderio.
Nella sera bambina non faceva ancora freddo, scrivere era un dovere come far di calcolo su vasche da bagno che perennemente si riempivano e che avevano scarichi misericordiosi per non allagare l’appartamento sottostante. Quanta acqua restava mettendo a confronto le portate di rubinetti mai generosi e fori che si era dimenticato di chiudere? Meditare sui numeri fino all’urlo di qualche adulto che chiedeva se ci si erano lavate braccia e gambe e chiuso lo scarico. L’acqua rimasta era poca perché il pensiero s’era perduto nella contemplazione dello scorrere, nelle bollicine e nel flusso, così ciò che lavava era color terra, con sinistre bolle di sapone marroncine, lo scaldabagno ancora non funzionava e l’acqua fredda che avrebbe trascinato via tutto era pronta ad aggredire. Allora, con un compromesso tra il colore dell’asciugamano e la qualità della pulizia l’operazione sarebbe stata chiusa, con brividi che risalivano l’intero corpo, ma senza la gioia del mare, solo freddo e stridor di denti: L’inferno del lavarsi quando non c’era voglia e i compiti erano da fare, la cena in tavola, le cartoline nella scatola da scarpe. Ma perché quella porta era stata murata, le finestre sempre chiuse, ma ogni tanto erano illuminate da luci che si spegnevano presto? Ecco il mistero da risolvere, magari chiedendo, magari durante i compiti, magari prima di dormire.
la tempesta d’agosto
Gli asciugamani perdevano sabbia ovunque e avevano l’odore del cotone bruciato dal sole mischiato con la crema Nivea, anche le lenzuola avevano un proprio odore, mai più trovato, ed era quello del sapone marsiglia con un fondo di sole e vento. Su questi baluardi scorreva l’estate al mare con le sue cinque settimane di corse, di sudore, salso sulla pelle e spine nei piedi ustionati. Poi il mare scuriva, una mattina trovavamo in spiaggia molte più alghe e granchi del solito, come se la risacca si fosse destata svogliata e non avesse voglia con le sue lunghe dita prensili, di riprendersi i doni della notte. il cielo scaldava meno la sabbia ma era un lenzuolo candido che non lasciava trasparire l’azzurro. Dal lago arrivavano nubi, prima bianche, poi più scure e vento che sollevava sabbia percuotendo corpi e occhi, il mare si alzava, facevamo l’ultimo bagno della giornata in mezzo alla spuma bianchissima in un’acqua insolitamente calda.
I richiami dei genitori si susseguivano, diventavano urla e già preda del vento freddo e della sabbia, tornavamo verso casa. Lentamente, perché la sabbia non scottava, regolandoci con il temporale che stava arrivando. Mentre gli adulti chiudevano finestre e porte, portavamo le sedie sotto lo spiovente della casa e seduti in fila, cominciava il chiacchiericcio, gli scherzi e le risate che avrebbero reso la doccia un supplizio. Cominciava a piovere, il cielo divenuto scuro evidenziava i fulmini che si scaricavano in mare, le gocce grosse erano subito fitte. Allungavamo la mano per sentire il bagnato: era caldo, cambiava il colore delle dune che da giallo ocra diventavano di un grigio granuloso pieno di bolle, come fossero percosse. Dicevamo tra noi che quelli erano i lividi della terra come le nostre bluastre tracce di cadute. La sabbia assorbiva tutto, riarsa da settimane di sole pieno, a suo modo reagiva con un lieve vapore che il temporale abbatteva continuamente. Gli scarabei stercorari si erano immersi nella sabbia con il loro lavoro quotidiano, uccelli e gabbiani volavano bassi con picchiate improvvise, attratti da una improvvisa libagione di insetti e di piccoli pesci spinti a riva dalla risacca ora rabbiosa.
Attendevamo finisse, ci avevano assicurato che il brutto tempo non durava, ma erano il lago e il vento a determinare i temporali, e per noi queste entità lontane sembravano antichi dei che avevano una forza incoercibile sulle cose e sugli uomini. Di questo discutevamo, mentre le notte accendevano un lumino davanti all’immagine di un santo, per noi era tutto vero quello che ci veniva detto e quello che i nostri compagni di gioco avevano sentito nelle case. Per quelli di città, come me, c’era il racconto dei temporali sul canale dietro casa, i fulmini catturati dall’antenna dell’università, ma per chi veniva dalla campagna c’erano ben altri racconti, tetti scoperchiati, alberi abbattuti, la corsa per coprire il grano messo ad essiccare, le trombe d’aria di giugno che si scatenavano tra mare e terra e poi colpivano tracciando una scia che andava a distruggere raccolti e vigne, ma secondo un pensiero oscuro che colpiva gli uni e risparmia a gli altri, perché? Restavamo, noi di città, pieni di domande e intimoriti da tanta furia e dal pensiero che forse lo stringersi delle nostre case nelle vie strette, era l’antica paura e il rimedio a quelle tempeste e trombe d’aria che flagellavano la pianura e il litorale.
Il pomeriggio si consumava in fretta, eravamo alla fine d’agosto, tra una settimana saremmo tutti tornati alle nostre case, sarebbe ricominciato l’approntare quaderni e libri per la scuola, ma il gioco e la libertà avrebbe avuto l’ultimo sussulto cittadino fino a ottobre. Intanto guardavamo il cielo che ora cedeva alle lusinghe del sole. Questo dapprima era un disco bianco poi via via diventava più limpido e rosso per lo sforzo di spingere via le nubi. Guardando in lontananza dalla cima di una duna, si vedevano le navi ancorate e il mare ancora furioso, mentre il tramonto illuminava i nostri corpi e nelle ombre allungate c’era il fresco della sera, pieno di un odore sottile che solleticava il naso. Non sapevamo cos’era, ma ci pareva la coda di un drago ch’era passato. Era ozono, l’avremmo saputo con lo scorrere degli anni, per ora c’erano i richiami e le minacce delle madri, prima la doccia e poi la cena,.
tra pioggia e portici
La pioggia aveva spinto tutti sotto i portici. Chi col bicchiere in mano, altri con la compagnia dell’affanno d’una corsa recente, pochi con la cartella o un fascio di giornali. Bagnati i maglioni a righe grosse, i capelli e il viso, la barba; la pioggia era un gel che s’era abbarbicato ai peli. Bagnati gli impermeabili, fastidiosi gli ombrelli che non si sapeva mai dove mettere e appesi al braccio gocciolavano nelle scarpe. Imperava su tutto una musica nuova e insieme antica: un vociare sovrapposto, come di animale che dorme e alita rumoroso, risuonando riflesso dalle volte a botte o a crocera dei portici. Tutti avevano da dire e tutti nello stesso tempo, così s’incagliavano i discorsi, le voci si alzavano e spezzavano i ragionamenti. Nessuno ascoltava davvero, neppure quelli zitti, tutti presumevano e andavano alle conclusioni non dette e replicavano. Ciò che non era ancora detto diventava asserzione senza padrone. E così tutti avevano da dire, o assentivano o negavano in un muoversi di mani e di teste davvero singolare, da studiare in una specialità comunicativa nuova, ovvero quel dire contemporaneo e sovrapposto di teste e bocche e braccia che erano in competizione verbale ed esprimevano un senso e uno stile che ricomprendeva un’età.
Le ragazze erano parte di questo mescolarsi di voci e bagnato. Meglio attrezzate, con cappucci e impermeabili di nylon, si esponevano di più, erano impavide, consce e già pronte ad andarsene per loro conto a casa di qualcuna. Non avevano bisogno dei maschi, non di tutti. Di quelli interessanti sì, e forse di qualcuno in particolare, ma era cosa loro. Avevano idee e consapevolezze nuove, libertà inusitate che stupefatti capivamo in un senso semplice: era finita un’idea su cui non avevamo mai riflettuto, quella dei vantaggi dell’essere maschio e il nuovo, loro, ci ricomprendevano in modo diverso. Questo ci confondeva, ma anche affascinava profondamente, come un’avventura di cui non vedevamo il limite. Era un orizzonte senza una linea che lo contenesse con infiniti colori che ne descrivevano la voglia di andarci. Comunque, le ragazze, se ne sarebbero andate, tutte o quasi, e chi restava si sarebbe ricomposto e ammucchiato a discutere e bere, finché finiti i soldi, sarebbe rimasto il parlare, il freddo incipiente e la pioggia, e il restare, perché le case a cui tornare non sembravano mai accoglienti ma erano una tana. Un rifugio, per poche ore e poi fuori di nuovo, all’aria, alla pioggia. Immemori e colpevoli degli impegni non onorati, delle fatiche evitate, alla ricerca del desiderio che diventasse concretezza e poi fare, essere, soddisfazione, dubbio, novità e problema. Animali senza una traccia da seguire che non fosse quella usata per anni e poi arricchita in aggiunte di amici, di bere, di fumo, di discorsi senza limiti che comprendevano l’utopia e la ragione. Parole, approfondimenti, incazzature e rotture infinite, in un prendersi e lasciarsi che spingeva in avanti il discorrere e l’andare in una specie di formalizzazione di ciò sarebbe accaduto. Un flow chart delle azioni essenziali di quella nostra età, per poi raccontarlo e capire che era un non essere mai andati via, ma solo un argomento e un sogno da realizzare in una vita ancora aperta e piena di possibilità. Un luogo del tempo, della stagione, del ridere e della miseria della condizione giovanile. Questo era il tema che assorbiva tutto: la miseria della condizione vissuta, con libertà piene sulla bocca dei più vecchi e invece piccole prigioni da cui fuggire per chi era consapevole che era prima di tutto un esercizio verbale. Una costruzione di mondi possibili, di speranze e di delusioni infinite che si spaccavano in mille maledizioni e poi ricominciavano daccapo.
il capannone
Tolleranza più o meno 0.5 micron su metro quadro. E questo ripetuto su 4000 metri quadrati di superficie. Anche se è più restrittiva delle norme, che ci vuole, basta scriverlo in contratto, mettere una penale e poi lasciar fare a chi stende le resine adatte, autolivellanti e ad alta resistenza. Naturalmente la planarità si accompagna alla resistenza al carico, ma quello con un buon sottofondo e una gettata con la quantità giusta di ferro, non è un problema. Le date di consegna dell’immobile finito, i pagamenti per stati d’avanzamento, le fidejussioni. Semplice come la vita, il bello viene quando la si rende reale e si è sempre fiduciosi delle proprie possibilità prima di iniziare.
Poi abbiamo parlato di golf, che lui praticava molto e io non conosco, dei figli a cui lasciava il compito di condurre l’azienda. Di Valencia, la sua città e la sede della casa madre. Del suo orgoglio di essere la seconda azienda europea nel settore e magari non era proprio vero, ma bastava pensare che lui l’aveva creata e fatta grande. L’ orgoglio di ciò che si è fatto è una polla dolce che ha una curvatura che si spande attorno. È la pressione di ciò che vuole sgorgare e lo fa con consapevole dolcezza perché si sente inarrestabile. Così lo raccontava, senza troppi aggettivi ed era compiaciuto e mi piaceva. . Quando le lingue si mescolano diventano ancora più affascinanti e cosi gli ho parlato della Mancia e di Alicante e poi di Estremadura con qualche parola di castigliano e molto italiano venetizzato. La mia attenzione per l’Estremadura lo stupì. Non la conosceva, era una terra povera di imprese, di alberghi importanti. Senza mare. Mi chiese cosa ci volevo andare a fare in Estremadura, non ci sono club per un buon golf, né attrazioni, è come la Mancia, polvere e terra. E boschi, aggiunse, sughere e piccoli villaggi. Allora gli raccontai che mi piace camminare ed è bello arrivare prima di sera nel posto dove dormirai, contrattare stanza e cena, togliere lo zaino che ti sega le spalle, sentire la schiena fradicia, togliere le scarpe impolverate e i calzini e lasciare che le dita si parlino con l’aria. Poi guardare il letto col lenzuolo candido, l’armadio di castagno e posare i piedi sulla pietra per il gusto di sentirla. A volte capita di fare la doccia in un casotto in cortile, con l’acqua scaldata dal sole e una catenella per il getto e poi uscire con l’asciugamano sui fianchi e attraversare il soggiorno per tornare in camera cercando di farlo sembrare naturale. Scendere a sera con una camicia pulita e fare un giro tra le case per sentire come suonano le parole. Vedere che il suono coincide con la pietra scolpita delle chiese, gli archi bassi dei portici, i fiori alle finestre e i sorrisi di chi risponde al tuo sorriso. Lui mi guardava come mi piacesse fare jumping a testa in giù, commentò sui gusti e sul tempo e riprendemmo la trattativa. Il progettista della logistica interna aveva idee chiare: separazione netta con gli uffici, e per questi c’erano finiture efficienti e spartane, tinte tenui e triplo vetro. Unica stranezza era una grande vetrata che delimitava la sala riunioni che s’illuminava da un lucernario e guardava il magazzino robotizzato. 12 metri di scaffali in altezza e 80 metri in lunghezza, che si ripetevano per tutta la larghezza in corridoi stretti e vuoti di persone dove correvano i robot e i nastri trasportatori.
Una luce tenue sarebbe filtrata dalle finestre strette e lunghe poste in alto, i robot vedono al buio, e la penombra era stata concessa agli umani che li potevano ammirare dalla sala riunioni e trarne esempio.
La costruzione andò bene sino alla consegna del pavimento. Vennero i costruttori dei robot e misurarono con strumenti laser. Le cose non gli andavano bene. Anziché mezzo micron in alcuni punti c’erano fosse di 0.80 oppure rialzi di 0.75. Addirittura in un punto si arrivava a un micron di scostamento. Arrivò il golfista da Valencia e mi disse:bisogna rifare tutto e consegnare in tempo. Altrimenti le penali scattavano e mangiavano l’immobile. Mi ero preparato, e pur dicendogli che rispettavamo le tolleranze in realtà necessarie, stava arrivando un altro robot dall’Inghilterra. Una specie di tartaruga che si muoveva lentissimamente, confrontava le planarità e fresava dove c’era da togliere e aggiungeva resina dove mancava. Un portento che lavorava giorno e notte e che aveva una lunga lista di ammiratori. In tre giorni, senza interruzione, fece l’intero pavimento e se ne andò alla modica parcella di 90.000 euro. Vennero rifatti i controlli e adesso tutto era in ordine.
Si elevarono scaffali alti come torri, vennero montate le guide e i robot e si arrivò al giorno della consegna. Mi fu parlato molto di golf, vennero fatte contestazioni marginali sul colore degli uffici, tutti i difettucci si appianarono con un ulteriore sconto che apparentemente costò tantissimo a entrambi. Sopraconto gli venne regalato un corrimano in acciaio inox che il progettista s’era scordato di mettere e che s’avvitava deciso verso il cielo. Come le fortune della sua azienda, dissi al valenciano. Lui sorrise e rispose che ci attendeva in Spagna, ma sui campi da golf che avevano club house adeguate e con doccia e idromassaggio.
Sono passati più di 10 anni, i robot continuano a correre sulle loro guide, anch’io ho una piccola polla d’orgoglio per il lavoro fatto, anche se penso che in Estremadura non capirebbero che trabaco facevo ma mi sorriderebbero ugualmente se passo dal soggiorno dopo la doccia in cortile.
scritture
Ci si convince, ma non è vero.
Ossia, lo è per noi e per quietare l’inutile che sale alla gola.
C’è chi è bravo in questo, chi in quest’altro e sembra basti.
È per poco, ma sembra basti.
Usciamo col dubbio,
con parapioggia colorati e insufficienti quando servono davvero.
Ci si bagna e la verità appare:
era nell’indifferenza,
nel sapere che ogni cosa ha un limite adeguato
e si è scelto di mettere l’asticella troppo in alto. Mentre l’indifferente non se ne cura.
E neppure salta.
Mi dicono, ma l’ho visto per davvero, che camminava,
pioveva forte, l’acqua correva lungo le ali del cappello,
gli colava dentro la camicia, e lui cantava,
sommessamente cantava come fanno i sovrapensiero
e non accelerava il passo.
Mi è sembrato sorridesse
ed io che non invidio, l’ho amato
in quella sua vita resa capolavoro.
Tra le tante solitudini ve n’è una che non si supera ed è la sensazione di non essere ascoltati. Parlare, scrivere, dipingere, far uscire ciò che urge dentro, è comunque un bisogno ma se esso non riceve attenzione sembra perdersi in noi, tornare indietro. Questa è la solitudine afona che si genera e che è un grido nella notte, un incubo in cui al richiamo nessuno risponde. Ed è una paura che accompagna chiunque metta a disposizione un poco di sé, lo liberi dalla prigione del tenere tutto dentro.
Cosa c’entrasse questo con lo scrivere o con altre forme di comunicazione non lo capivo bene. Di alcuni particolari della casa, dei suoni che avvertivo tra veglia e sonno e venivano dalla strada capivo che facevano parte di un racconto ritmato sulle dita mentre i pensieri vagavano. E la sentivo la mano che scandiva il ricordo di un vissuto che si era poi trasfuso in altro:una tenerezza infinita verso di me e il desiderio di abbracciare chi non c’era. Un’emozione che si ripeteva e che aveva tanti testimoni silenti dentro a farmi compagnia.
Così si torna a quando i calzoni erano corti e le ginocchia sbucciate e alle meraviglia d’allora. Al cinese che aveva una valigia di fibra e vendeva cravatte vicino alla biglietteria nella grande piazza, nella confusione delle persone stanche che attendevano di prendere una corriera che le avrebbe portati a casa. C’era un addensarsi continuo di questi uomini e donne di tutte le età che avevano sguardi imbambolati dalla fatica e diventavano mucchio per poi sparire dentro una corriera che arrivava davanti a loro. In disparte si mettevano assieme le ragazze, che a gruppetti, parlavano e ridevano spesso. Qualcuna ascoltava e basta ma assentiva col capo e le piaceva la compagnia. Erano operaie, sarte, le commesse arrivavano dopo ed erano più attente al vestire, con il rossetto e quei profumi che venivano per poco ma lasciavano una presenza e si facevano notare. Tutte, prima o poi, parlavano di ciò che avrebbero fatto la domenica, di vestiti visti, di feste che erano in attesa d’ezsere organizzate. E si invitavano, si chiudevano a crocchio, arrossivano, dandosi di gomito ai complimenti dei ragazzi che poi si sarebbero seduti al loro fianco in corriera e non pensavano alla cena. Erano ragazze che come le altre persone venivano dai paesi attorno. Abitavano in case diverse da quelle di città. C’era un accenno di parsimonia nel vestire, un bisogno che si traduceva nella realtà dei maglioni fatti in casa, nei cappotti e nei vestiti costruiti da sarte volenterose. L’idea di un ritorno ai profumi forti delle cene, alle cucine scure con luci fioche per risparmiare, le rendeva magre, anche perché non c’era mai troppo da dividere con gli uomini che facevano lavori sempre pesanti ed erano di bocca buona. Nessuna di loro aveva idea di cosa accadesse vicino a loro, nel Paese e tantomeno nel mondo, aspetravano che la vita mantenesse le promesse. Se arrivavano prima e non di corsa per non perdere la corriera, si avvicinavano al cinese quando dovevano fare un regalo al moroso. E allora lo vedevano, si accorgevano con sorpresa che era piccolo, giallo e vestito di tutto punto, elegante e sempre allo stesso modo. Tutto in piccolo fuorché il nodo della cravatta, grosso, spesso sgargiante, all’americana, oppure con righine sottili, all’inglese. Come non ci fosse un modo italiano di mettere insieme i disegni di quella striscia colorata. Si accorgevano che la cravatta era un po’ rialzata dal fermacravatte e spariva in un panciotto della stessa stoffa del vestito, che sostituiva le erre con la elle e che sembrava sorridesse sempre. E che la valigia era grandissima per lui e che poggiava su una di quelle seggioline di legno con la tela a righe che si usano al mare e dentro la valigia c’era un tripudio di colori arrotolati che aumentavano a dismisura le possibilità di scelta. Quasi nessuno comprava e verso le otto e mezza, con l’ultima infornata di commesse inghiottita dalle corriere, la piazza si svuotava. Noi ancora finivamo i giochi d’estate, a lato della piazza c’era il sagrato della chiesa, così mentre tornavo verso casa a volte lo vedevo rimettere in ordine le cravatte, le spille sciorinate e fatte brillare come fossero oggetti di gioielleria e mi fermavo per vedere come avrebbe chiuso quell’enorme valigia. Il cinese, disponeva senza fretta, guardava il risultato e poi abbassava il coperchio, faceva scattare le serrature e come per magia, compariva un piano con ruote. Vi metteva sopra la valigia, la fissava con lo spago e ripiegato il seggiolino, lo infilava sottobraccio. Così si avviava per la salita verso il canale e spariva.
Domani, il cinese, ci sarebbe stato di nuovo, era una certezza, come le corriere e le ragazze.
la figura è a 2/3, sulla sinistra
La figura dell’uomo è eretta, tiene un bastone con un manico strano, quasi un anello, a cui non si appoggia. Penso alla storia di quel manico modellato da chi, ben attento a non bruciare il legno nel calore umido di un camino, ha lavorato in una sera d’inverno e di nebbia. Poi, soddisfatto, l’ha messo con gli altri, tutti diversi, e venduti al mercato la primavera successiva. Un manico strano e unico, come i luoghi in cui è nato: dalle parti del partigiano Johnny.
In una sera d’autunno eravamo ad Alba e andavamo verso Barbaresco, una cena e una nebbia talmente fitta che la strada era un’opinione nella testa di chi guidava. Doveva esserci anche lui, l’uomo del bastone, alla cena, ma non venne, così tutto scorse tra antipasti e vino degno di ricordo. Non so ancora come tornammo, sopra di noi si vedevano le stelle e davanti un muro bianco. Dovevamo essere uccelli. La musica che leniva la fatica del digerire e guidare, era il clavicembalo ben temperato, suonato da Edwin Fischer, e tutti amavamo Gould, ma era bellissimo sentire che la musica ci avvolgeva. Il tempo non esisteva più e l’albergo era un semplice luogo, non l’andare e il restare. Un luogo dove dormire e poi partire. Ciò che contava era l’arrivare e vedere il sorgere del sole in una mattina d’inverno. Per testimoniare che eravamo lì e pieni di quella vita che rende le cose degne di essere vissute. Per questo arrivare tardissimo e dormire nulla, non contava. Così posso associare il ricordo di ciò che vedo in questa fotografia, scattata non distante. Colline, campi verdi e poi, sullo sfondo, le Alpi. Ma torniamo al nostro mancato ospite e conversatore. Il suo sguardo è rivolto verso il fotografo interlocutore e ha un sorriso un po’ forzato. Fino a poco prima ha raccontato dei luoghi che stanno attorno e di molti altri ben più lontani. Ha parlato di persone incontrate, alcune di esse sono di comune conoscenza, altre, famose, per la sua vita che non è stata usuale, diventano aneddoti, frasi secche che definiscono un punto di ricordo che ha lasciato traccia.
Ripensando a lui, mi torna a mente che la vita usuale è stato l’argomento di una conversazione che ho avuto con una persona da cui imparo molto, qualche settimana fa e che non si è conclusa.
Non sono necessarie avventure particolari o viaggi incredibili per rendere inusuale una vita, è l’approccio e la capacità di vederne la singolarità che ha importanza.
Nelle abitudini c’è una storia che ci precede, che abbiamo ricevuto. Anche nei rifiuti di accettare un modo di fare o di dire, è così, c’è una discontinuità con un passato che era la somma di sensazioni, di preziosità divenute comuni, di cose inusuali passate nei giorni e tali da punteggiare le ore. Cosa c’era prima del caffè mattutino e perché ne amo il profumo, se non lo ricollego a ciò che avveniva nella mia casa ogni mattina e prima di essa nelle case che erano state abitate dai nonni e dai loro padri, fino al punto in cui dall’assedio di Vienna quei misteriosi sacchi di chicchi tostati erano poi scivolati dall’alto verso il basso.
Di quante singolarità è fatta la nostra vita, che senza attenzione hanno un significato per i sensi più che per un pensiero cosciente. E dove è nato quel piacere che essi portano in noi, e come e quanto piacere noi abbiamo aggiunto ad essi.
E cosa trasmettiamo? Così mi avrebbe risposto, ricordando cose che si sbriciolano se non vengono stipate in parole.
Ora riguardo la fotografia, la figura è a circa 2/3 verso sinistra, con un ampio panorama davanti, guarda come volesse essere già oltre una linea del tempo: il passato è alle spalle. Ripenso ai suoi libri letti, e a quelli che ho evitato perché mi avrebbero disturbato l’essere immerso in un’altra mente che pure veniva dagli stessi luoghi. Mi piace il suo modo di guardare e di mantenere una posa così eretta, come usavano i militari che, in alta uniforme con uno sfondo sempre uguale, mandavano la fotografia a casa e posavano appena il cappello sul braccio. Guardavano l’obbiettivo e il cuore di una cosa che avevano dentro; mostravano ciò che avrebbe fatto piacere a chi li avrebbe visti non le fatiche della lontananza. Lui ha calzoni di fustagno e un maglione chiaro, di lana grossa, tra poco andrà a passeggiare. Forse farà un sentiero che lo porterà a scollinare e intanto, camminando, converserà pensando alla frase successiva e alle parole da non dire. Mescolerà dialetto e un italiano che possa essere connotato con il luogo in cui viene parlato. Così, per ribadire che un tempo, lì si parlava volentieri francese, ma senza dirlo.
Di quella notte è rimasto il pensiero d’una mancanza, ma forse è meglio così perché alle cene ufficiali difficilmente si hanno le giuste confidenze. Mi è rimasta una nebbia e un incrocio di coincidenze che ci ha portati e poi riportati senza danno, le stelle sopra di noi e il cielo così scuro quando non ci sono paesi attorno. La lentezza del trovare una via di mezzo tra il ciglio e la mezzaria, l’alba attesa come una liberazione, il piano di Edwin Fischer, e il sole che con pazienza dissolveva la nebbia mentre un’abitudine si rinnovava. Prima un caffè nero e poi un caffè con il latte a parte.
tentativi di riordino
Nel tentativo di riordinare quanto ho scritto in passato in questo blog, ne uso un altro per trasferirvi cose che avevo dimenticato. Una parte degli scritti sui giorni che precedono la Pasqua li ho trascritti in questo luogo della memoria. Si chiama cafèoulivre.wordpress.com.
Una riflessione su queste giornate la farò domani, intanto cerchiamo nella musica il sentire che oltrepassa la parola.