del dolore

Faccio fatica a guardare la foto di una madre che abbraccia la figlia prima di essere uccisa perché ebrea.  

https://www.facebook.com/ShlomoVenezia/photos/a.10151253417964666.482792.44828619665/10153692251269666/?type=3&theater

Accadde innumerevoli volte e accade ancora. La contabilità dei numeri  non esprime la grandezza e l’atrocità del sentire. Così con ancora più fatica, penso e immagino, il dolore che hanno vissuto quelle persone. Un dolore che faceva preferire la morte. Quel dolore non ha insegnato nulla. E di questa morte, come di altre abbiamo testimonianza, ma di tutte quelle che sono state morti altrettanto dolorose e silenti, non resta nulla.

Può insegnare qualcosa il dolore? Intendo dire, ai popoli, ai governanti, alle persone comuni?

Può mutare una decisione, un gesto a qualcuno che non sia chi ha vissuto il dolore?

E se il dolore è solo un fatto personale, cosa resta di esso?

il volo

 

 

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d’ali verdi il volo,

in testa un grumo di colore,

e un pensiero che s’inerpica nel cielo.

Lo riempie d’ansia,

di libera quiete,

di frenesia di profumi,

d’ardore che tutto scuote e vibra:

pelle e viscere in accordo,

animale finalmente.

Precipita la vita e sgorga

nel volo che non finisce.

 

Hallelujah

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Anche chi non crede ha bisogno d’un dio. D’un dio piccolo, appena più grande di lui. Che faccia pochi prodigi sensazionali, ma che gli stia a fianco. Che veda la solitudine e aiuti a trovarne un senso, che indichi una via d’uscita, capisca e parli, perché di silenzio dentro a volte, ce n’è pure troppo e l’annuire non basta.

C’è bisogno d’un dio in cui riconoscersi, anche a chi non crede. Un dio che senza avere i nostri difetti non ci giudichi. Che abbia le nostre stesse paure, ma un po’ meno e con molta speranza in più. Ce n’è bisogno ogni giorno, di questo dio, e anche d’essere sicuri che non mancherà. Che saluterà ogni giorno comunque siamo, che ci riconosca, e faccia sentire che, almeno per lui, contiamo per ciò che siamo, non per come vorrebbero fossimo.

C’è bisogno di un dio mortale per chi non può credere, che finisca con noi. Anzi no, basta viva un po’ di più e s’ingegni a fare in modo che quel poco di buono che abbiamo generato, continui a vivere altrove. 

c’era il sole


C’era il sole. Come oggi. Una giornata come questa, fredda e calda al tempo stesso. Eravamo andati alla ricerca di chissà che, ciascuno per suo conto eppure assieme. Anche oggi l’orrore delude, come allora: c’erano le baracche, il portone, il filo spinato, un forno crematorio che pareva ricostruito, un museo piccolo che colpiva molto per la sua assenza di suono, come un urlo soffocato in gola. La piccola città vicina, i boschi. Ricordo una curva di strada in salita, non distante dal campo, gli alberi e la sterpaglia che si fermavano su un muro di contenimento ben curato e a sinistra dei prati, una casa col camino che fumava. Pensai che quella casa c’era anche allora, che qualcuno, scappando, ci passò vicino (dai campi di concentramento/sterminio, qualcuno scappò, quasi nessuno ce la fece) e che l’odore del crematorio doveva arrivare sino alle finestre. Dovevano sapere. Conobbi il sindaco, socialdemocratico, gli chiesi con garbo, se qualcuno si oppose in paese: al campo, ai suoi odori forti di carne bruciata, al viavai di vagoni ferroviari. Insomma cosa sapevano davvero. Tergiversò, disse cose generiche, poi parlò della Rosa bianca. Lasciai perdere.

Furono giorni di sole pieno e freddo. Pensai che c’era anche allora, all’ effetto che faceva il sole a chi non aveva speranze eppure amava la vita come mai prima. Forse lo sentivano un insulto, forse una benedizione e una spinta a vivere. Forse. In questi anni è cresciuta la consapevolezza che qualcosa di orribile si è consumato senza una plausibile spiegazione. E al tempo stesso le cose vere, quelle accadute, si sono allontanate, anche quelle meno nobili che rendono più forte l’orrore. C’era con noi uno scampato al lager, è ancora vivo, ma non parla più. Gli anni, l’età avanzatissima. Mi disse allora: quando l’ultimo di noi morirà, tutto assumerà un’altra forma, diventerà storia e basta. Storia dell’orrore, assieme a tanti altri orrori.  Ho pensato in questi giorni che è vero, s’affievolisce il ricordo, la dimensione, l’atrocità moltiplicata per 10, 1000, 100.000, milioni, quando già il dolore di uno è insostenibile. Si organizzano viaggi della memoria, ma l’olocausto diventa una pagina di un popolo, soggetto di libri e film, epitome della follia di un dittatore, di un gruppo, di un popolo. S’affievolisce l’orrore, il grido, l’assurdità che ciò sia accaduto. Può riaccadere, quindi. Altrove, riaccade. Ci sono segnali del risveglio della bestia, l’orrore non l’ha uccisa e attorno l’intolleranza cresce.

In quegli anni, furono poco più di dieci, ci fu una normalità che rese tollerabile la soluzione finale. C’era  stata la satira antisemita e anti avversario, la stampa, l’intellettualità che trovarono ragioni, la discriminazione che creava nuove ricchezze, occasioni, posti di lavoro. Penso alla libertà di dire nefandezze, mi è tornato in mente in questi giorni in cui in Francia il tema della libertà ha trovato nuova linfa, ma anche dubbi su ciò che può fare la libertà quando viene posta al servizio del male, della discriminazione, del dileggio, della negazione del bene, e del giusto. La libertà allora uccide, non salva più l’uomo, non gli da diritti ma glieli toglie. Cosa accadeva allora mentre si toglievano diritti? Perché filosofi, giuristi, artisti diedero spazio e sostegno a tutto questo? Per interesse credo, per convenienza, ignavia, codardia, consenso. E tutti gli altri, queli che neppure ebbero una briciola di vantaggio ed eguale colpa? Primo Levi e diversi altri, non molti, cercarono di capire, investigare ciò che stava prima e durante, e perché convenne conformarsi a ciò che palesemente era orribile. Una risposta fu che bastò parcellizzare le cose, dire quello che bastava, separare gli atti in una meccanica di funzioni civili e piccoli problemi risolti, scindendo il fine e il risultato dal proprio contributo. Altri scientemente perseguirono, condussero, fecero con scientificità. Il tutto portò a questo risultato. Ma qualcosa sfugge, non ci fu ribellione delle coscienze. Si cita spesso la banalità del male di Hannah Arendt, le sue tesi sono suggestive, forse tolgono però dimensione all’orrore e lo portano nel quotidiano. Ci fu anche quello, ma non solo, perché c’erano gli artefici e i servi e poi un consenso diffuso. E tutto questo accadde anche in Italia. Se non ci fosse Israele, i sopravvissuti, le comunità ebraiche e un dibattito che continua sulle ragioni, non se ne parlerebbe più, come accade per gli zingari, i prigionieri politici, i comunisti, gli omosessuali, i testimoni di Geova. E anche questo rimuovere sarebbe da indagare.

C’era il sole, come oggi. Non capivo e neppure adesso capisco molto. A Ravensbruck, nacquero bambini nel campo, qualcuno sopravvisse. Pensavo che certamente ne nacquero in tutti i campi. E che questo sembrava talmente fuori d’ordinario per quell’orrore da usare l’avverbio persino. Come se l’orrore contemplasse solo la morte. Forse è questo che innesta l’oblio, non ci si confronta volentieri con la morte, al più si pensa che non ci debba riguardare. Quelli che non hanno paura della morte sono i bambini e a loro dovremmo parlare dei campi e di quello che accadde. Con le parole giuste perché le morti vengano distinte e perché certe morti non debbano accadere. Ecco quello che penso ora, che se ci fosse una educazione alla paura della morte, da adulti cercheremmo di rimuovere solo la nostra e tutte le altre le vedremmo. 

un campo di battaglia

Eri un campo di battaglia. 

Ed era vero. In un certo senso la battaglia infuria ancora. Non credo cesserà. Probabilmente non si vuole che finisca. Credo che la vera scelta che ci viene proposta al nascere sia tra il lottare o il subire e che si cerchi per tutta la vita una via di soluzione che ci permetta di essere chi siamo. Certo che nessuno te lo spiega, i genitori, gli amici, o gli insegnanti, tanto meno i preti di qualsiasi credo o razza, o gli psicologi da rotocalco. E neppure i filosofi te lo spiegano, che non c’è solo la battaglia ma che anche l’avversario si deve scegliere e che questo possiamo essere noi oppure gli altri. E se scegliamo di combattere con noi è perché vorremmo emergesse qualche verità, essere in assonanza, dalla stessa parte. Vorremmo far la pace con noi. Forse per questo quando si pensa alla pace si associa l’idea della quiete, e la quiete ci riguarda assai.

Tra le diverse sensazioni sulla quiete, una sembra convincermi più di altre e non è la tranquillità, ma qualcosa che assomiglia molto all’equilibrio dinamico della corsa: ogni posizione di per sé porterebbe alla caduta, tutte assieme e coordinate sono un insieme armonico d’equilibrio che porta innanzi con gioia. Quindi la quiete e non il silenzio dopo lo scontro, lo sfinimento che aggredisce e lascia senza pensieri e forze, la capitolazione sino al prossimo confronto. Basta essere leali, usare l’autoironia (l’altro è tremendamente serio) e riconoscere quando l’altro ha ragione, ma non deflettere se si sente dove sta il bene per noi.

Mi sorprende poco che tu l’abbia visto così chiaramente ch’ero un campo di battaglia. Il tempo scorre molto, però si ferma davanti agli occhi di chi ci guarda attento; e quando si vuol bene si indaga sulle sensazioni, mentre i dati di fatto e le definizioni da dizionario sono così incontrovertibili da lasciare freddi perché sono caselle in cui nessuno davvero ci sta tutto: conta la persona e ciò che suscita davvero. Forse sentivi il rumore del ferro, l’odore di fuoco che brucia, l’inquietudine che non tiene fermi. E’ per questo che ora vorrei dirti che ho cambiato strategia e modo di combattere, che m’interessa poco vincere, ma non torno mai indietro e questo mi dà un vantaggio incredibile, ho misericordia per chi combatto, per quello che è stato. Lo capisco anche se cerco di non farlo prevalere. Forse per questo i momenti di quiete sono maggiori e il campo di battaglia continua ad armi pari. Non finirà mai, eppure ogni miglio che conquisto, ogni pollice aggiunto è un passo verso una quiete che ci tenga assieme. Io e l’altro che poi sono sempre io.

Sai qual’è una piccola verità che ho capito? Che quando combatto dentro se vado un po’ avanti anche gli altri attorno ne hanno vantaggio, non è il mio scopo principale, ma è così. E vale anche per i momenti di quiete, capisco di più, sono più morbido pur restando me. Credo sia questo il senso di tutto questo lottare, trovarsi per trovare gli altri, capire un po’ di più insomma. Ed essere inflessibili quando conta davvero. 

monte sole

Alla fine per contarli, nella violenza icastica dei numeri, si arrivò a 775 morti tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944. Però ancor oggi non se ne conosce il numero preciso, non pochi rimasero insepolti per mesi. Negati prima, dalle autorità, contati per differenza poi, confrontando chi era residente tra il 1943 e il 1945. Scorrete i nomi, in calce c’è un link, sono centinaia, donne, vecchi, bambini, contateli voi. Guardate quei nomi, quelle età, ricostruite le famiglie, ambientatele nella fatica del lavoro, nella consuetudine, non priva di gioie del quotidiano, pensatele come vite vere, non una contabilità dell’orrore. Esistevano e furono interrotte. Guardando alle lapidi penso a ciò che non è stato, ma ancor più a ciò che era la vita per ciascuno di loro. E mi smarrisco. Non c’è nulla a cui attaccarsi, una ragione, un fine che non contenga esso stesso l’orrore assunto a modalità del comunicare. Volevano insegnare a non ribellarsi, a non dare aiuto ai partigiani, fare terra bruciata attorno ad essi. Non importava la responsabilità, che responsabilità poteva avere un bimbo di un anno lasciato a morire di inedia e disperazione sui corpi dei genitori e fratelli per 5 giorni? E con lui, gli oltre 200 bimbi, spesso in fasce, che quando andò bene morirono subito, che responsabilità avevano? Come si potè replicare infinitamente la morte, un orrore, e non esserne parte? Perché chi uccise aveva figli, mogli, genitori, eppure non li vide negli occhi e nella disperazione di chi stava ammazzando.

Centinaia di uomini, tedeschi e italiani, parteciparono al massacro che durò una settimana. Pochissimi si rifiutarono. Dei responsabili, solo Walther Reder, il comandante, fu condannato all’ergastolo nel 1951, scarcerato nel 1980, morì a casa propria nel 1991. Degli altri 10 condannati all’ergastolo, piccola parte dei colpevoli, nessuno scontò la pena e l’estradizione fu rifiutata.

Mi chiedo cosa resterà di tutto questo quando sparirà la mia generazione, se saranno solo numeri, che poi occultano le vite, oppure se questo significherà ancora qualcosa. Me lo domando perché in questi luoghi, come nei sacrari, le persone diventano astrazione, il numero prende la prevalenza e nasconde le piccole storie. Quelle identiche alle nostre, così importanti per noi. E così la pietà diventa orrore, ma serve solo la pietà, perché questa resta, limita la ferocia, insegna a vedere, educa. 

Una parte dei nomi dei caduti li potete trovare qui: http://www.eccidiomarzabotto.com/storiaeccidi.php

L’uomo che verrà di Giorgio Dritti, è un film che racconta con semplicità ciò che accadde in quei giorni.

il maggiore Walther Reder, comandante del 16° battaglione Panzer Aufklärung Abteilung della 16° Panzer Granadier Division “Reichs Führer SS”, seminò di stragi l’appennino assieme a reparti italiani della repubblica sociale.

Chi giustifica e chi no

Una morte resta una morte, un evento tragico illimitato, ma c’è una differenza tra la morte di un bambino, di un civile, di una persona ignara con quella di un soldato? Anche il soldato è un insieme di possibilità positive, di cose che non accadranno più con la sua morte. E allora, tutto eguale? No, c’è un ciclo della vita, la morte fa parte di questo, se non ci si mette di mezzo il caso, la fatalità, la morte è continuità verso se stessi, verso i propri affetti. La morte tranquilla perché il proprio ciclo si è esaurito. Ma questo cosa c’entra con tutto il morire inutile che è solamente dimostrazione di violenza, di discontinuità con la vita? E cosa devo pensare di me, se avverto una differenza del sentire sulle morti, se i numeri mi colpiscono assieme alla loro appartenenza, se distinguo tra l’una e l’altra parte? Stare dalla parte del più debole non ha ragioni critiche oltre ad una conclamata estraneità, alla disparità di mezzi e forze in campo, il debole è oggetto di ingiustizia evidente, non può difendersi e allora come faccio a capire le ragioni dell’altra parte e ciò che sarebbe giusto?
Devo procedere a rovescio, partire dall’ingiusto. È ingiusto che muoiano i bambini, la donne, i civili. È ingiusto che chi non può difendersi venga annientato. Per i governanti, i capi militari le morti civili contano solo se dimostrano altro. Si usa una espressione bruttissima: il tributo di sangue, come ci fosse un moloch esterno a cui rispondere e la morte innocente ( perché qui non c’è colpa ) diventa così un passaggio asettico, necessario, privo di volti, pensieri che non ci saranno più. La politica e i militari usano i morti, li negano o li enfatizzano secondo convenienza e così che diventano numero. Il numero è fungibile, gli uomini no. Ogni militare ucciso, 50 civili, è atroce quanto sta accadendo a Gaza, e lo è ancor più se le ragioni di questa carneficina hanno le loro radici nell’odio. L’odio nasce da qualcosa? Quel qualcosa può essere rimosso? Viene fatto ciò che serve per rimuoverlo? I governatori del mondo non si curano di queste ragioni, per questi demiurghi la contabilità dell’ingiustizia, delle morti serve per altri fini, per mantenere lo status quo, per perseguire logiche di crescita d’influenza. Quanti civili devono essere uccisi perché venga fermata una guerra ? Dipende dalla convenienza. Questo è atroce. L’orrore deve diventare tanto evidente da imporre una fine, ma in certi luoghi questo orrore non ha un numero, un limite: la Siria, il Sudan, l’Afghanistan, ecc. ecc. Altrove si interviene prima, in Ucraina e in Egitto, in Iraq ad esempio. Perché? Si capisce che non c’è correlazione tra giusto e ingiusto, che l’ordine mondiale c’entra poco con le morti innocenti, con la democrazia e con la vita. Ma quanto vale la vita di un bambino? Nulla se diventa numero, la contabilità dell’odio si alimenta nell’antica abitudine al massacro. Pensavamo che dopo l’orrore del nazismo, dei fascismi, dello stalinismo si fosse eradicata dalle menti, invece si è sempre trovata una giustificazione all’odio e alla strage. Ebbene questa giustificazione non c’è se non pensando a un mondo di oggetti, dove gli uomini sono cose, un mondo cieco e inanimato. E il discrimine tra gli uomini diventa questo: tra chi giustifica e chi no. Io no.

mattinale

Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.

A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.

In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.

Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.

Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.

Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.

E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.

non è normale

Uno fa il caporeparto. Arrivi prima degli altri. E’ così se vuoi che il lavoro inizi. Arrivi e trovi il titolare impiccato nel capannone. Corri, cerchi soccorsi, gridi, chiami al telefono, cerchi di capire se è vivo, aspetti che arrivi qualcuno e non sai che fare, come tirarlo giù. Poi arrivano, l’ambulanza, ci provano e intanto arriva anche la polizia, anche i giornalisti arrivano e tutto prende un percorso burocratico, ti fanno domande, chiedono l’ora, chi c’era, un sacco di cose. E tu invece pensi a cosa ha pensato lui prima di scalciare la sedia, quanto solo è stato in quei momenti in cui c’erano tutti nella sua testa e nessuno contava abbastanza, pensi a quando ha deciso che vivere era troppo.

Uno fa il poliziotto, ti chiamano, arrivi e trovi il ferito, il morto. Non ci si fa mai davvero l’abitudine, diciamo che non fa impressione, non tanta almeno e questo sembra abitudine, ma sono tutti diversi e così ti fai domande. Perché? Poi arriva il giudice, e questo aiuta, ti dice cosa vuol sapere e quindi cosa devi fare. Anche il mestiere aiuta, perché ne hai visti altri, ma le domande uguali disegnano persone diverse. Cerchi di metterli in una casella conosciuta. Funziona, aiuta a trovare le cose comuni, però non è mai davvero lo stesso. Guardi l’espressione, il volto, forse vorresti leggere qualcosa di una storia, ma questa è letteratura, c’è la pietà invece. La pietà aiuta a distinguere gli uomini, chi non ha pietà è una bestia.

Uno fa il portantino. Volontario. Un giorno alla settimana. Ti pare di fare qualcosa per gli altri. Lo fai e speri sempre che non sia grave. Poi ti mettono dentro l’ambulanza, arrivi, ti rendi conto e anche se il medico ci prova, spesso hai già capito. Ci speri, i miracoli succedono. A volte. Continui a sperarci e poi ti arrendi. Fai il tuo lavoro dopo i poliziotti, le fotografie. Intanto pensi che poteva non andare così, che la vita è importante, che ormai sono troppi, che non dipende da te ma qualcosa si dovrebbe fare. Sei sconsolato, correre non è servito a nulla. Adesso toccherà ad altri. E’ bello quando qualcuno nasce o si salva, poi no, non è bello, ma qualcuno lo deve fare.  

Uno sente la notizia da un amico. Sa che conosci l’azienda, i titolari. Ti dice che si è suicidato in fabbrica, pensi che l’hai sentito da poco, che ci si è fatti gli auguri e guardi subito il giornale sul web: è il fratello. Lo conoscevi poco, ma il resto lo conosci bene. L’azienda, l’innovazione costante, le macchine inventate sul posto, i prodotti di punta, la crescita e poi il cambio euro dollaro, la concorrenza cinese, il mercato che non perdona, gli stabilimenti che si chiudono, le banche che non finanziano, la crisi che cresce anche se i prodotti sono nella fascia più alta del mercato. Conosci il luogo, il lavoro e le persone, quanto è successo ti prende e non sai come partecipare. Scrivi un messaggio. Pensi che per molti è quasi concepibile, logico in un mondo che non perdona: o successo o niente. Ma hai fatto anche il sindacalista, hai difeso gli operai, hai cercato giustizia ed eguaglianza, però i padroni non li hai mai odiati. Venivano in trattativa, s’incazzavano, ma lavoravano anche loro, erano avversari. Cercavi anche allora di capire dove chiudere, fin dove si potesse arrivare senza rompere. L’economia non è il regno dei desideri. Forse per questo pensavi che senza toccare il mercato, la finanza e i meccanismi dell’economia, non sarebbero cambiate le cose. E hai sempre pensato che quelli che s’ammazzano sono quelli che non hanno portato via i soldi e le aziende, che le hanno tentate tutte, che si sono mangiati il lavoro di una vita. Ne hai visti altri, troppi che conoscevi, che a un certo punto non ce l’hanno più fatta. Ti prende la sensazione che stia traboccando qualcosa che si porta via gli uomini, che ci sono troppe falsità sul valore della vita, che la giustizia e la solidarietà perdono terreno. Per questo hai una grande tristezza e volevi scriverla nel messaggio al fratello, ma non ci sei riuscito e ti pare che attorno si sia fatto più buio. 

2 agosto

Le mattine iniziano in un inquietante cielo azzurro privo di nubi, il sonno si è consumato in artificiali raffrescamenti ed ora inizia il cammino tra aria calda, condizionamenti, aria rovente. Ma è mattino, i fantasiosi nomi delle ondate anticicloniche punteggiano i brevi riposi di chiacchere all’ombra dei portici. Non si sta ancora troppo male, i muri hanno addosso il fresco della notte, sono ancora amici: se l’aria non è gonfia d’aliti rotondi di calore, si può camminare senza sudare troppo.

Andare, lavorare, pensare. Lo facciamo tutti, non ci pensiamo più di tanto. E’ questione di essere in posto anziché in un altro e se siamo lì, il caso irrompe violento e muta chi prima del fatto, era immerso nella sua vita, nelle abitudini, nei pensieri usuali e di colpo lo espropria della sua realtà. Mi chiedo perché nasca una discontinuità così violenta, per noi che consideriamo la continuità come la freccia del tempo.  Del nostro tempo normale. Siamo noi sbagliati nelle sicurezze, precari che ricacciano il pensiero della precarietà?

Quel 2 agosto di 32 anni fa, seppi dall’ autoradio della strage alla stazione di Bologna, era caldo, intorno avevo la campagna bella del delta del Po. Correvo piano per godere di ciò che vedevo e tutto di colpo divenne marrone sporco di polvere e afa e angoscia. Mi fermai, nel bisogno di capire, di fare. A quei tempi sembrava sempre necessario reagire. Gli attacchi si percepivano come rivolti a tutti: bisognava esserci, essere uniti. Ci sentivamo un corpo, che pareva unico nei momenti gravi, con mille divisioni ed indifferenze, come adesso, solo più unito. Bisognava fare qualcosa, la piazza, il grido, il silenzio, la rabbia. Bisognava. Attorno c’erano campi di granoturco, pannocchie e segni di trebbiatura, stoppie. Vedevo il marrone, l’oro e il verde onnipresente, come se la natura fosse altro da noi, immersa nell’estate sua diversa dalla nostra: summertime.

Stamattina ho sentito una testimonianza che diceva: per dimenticare, per seppellire, abbiamo bisogno di verità. C’è qualcosa di ancestrale in questo perdono che si esercita a partire dal colpevole, non può esserci oblio senza giustizia, non può esserci giustizia senza verità. 

Non so perché l’estate eccitasse così tanto i golpisti e gli attentatori, era d’estate, per loro, che la coscienza sembrava ottundersi? Non capivano che così facendo, venivano rigate le coscienze, e segni indelebili restavano, tanto da reagire, reagire sempre? Comunque fosse, qualcuno che credeva nella morte, non nella vita, la progettava per insegnare ai vivi, la paura. Ed il coraggio, allora, era vivere con la paura, non soggiacerle, reagire.

Oggi si reagisce meno, forse non ce n’è bisogno, oppure ci siamo abituati a più sottili e molto meno cruente manipolazioni di libertà e verità. Ma di quegli anni, di quelle estati mi è rimasta l’inquietudine, la sensazione di essere oggi meno forte di allora, assieme al pensiero che la verità dev’essere chiesta da molti, incessantemente, per emergere, per fissare una memoria e solo poi seppellire un’epoca, un’ingiustizia atroce.

Oggi non è solo caldo, è il 2 agosto .