il vaso dell’orrore non si colma

Da qualche giorno i telegiornali li guardo di sfuggita, ho la sensazione di un’informazione che scivola nell’eccesso e poi nel pornografico. Era già accaduto con il covid, che esiste ancora ma ormai si fa finta di niente, prima ancora c’era stato il mostrare altri profughi e un altro cimitero fatto di barconi affondati e acqua. Esiste ancora, ma non fa notizia. Ancora prima le scene dell’aeroporto di Kabul, le notizie di eccidi, ancora immagini terribili e pornografia dell’orrore che rende la morte qualcosa di distante, privo di significato umano. Tutto è ancora in corso ma non fa più notizia come accade allo Yemen e alla peggiore catastrofe umanitaria per uomini, donne e bambini del nuovo millennio. In Yemen c’è una tregua di un mese, la notizia è stata data con pochissime parole e alla fine di un telegiornale. Questa incapacità di reggere i telegiornali nasce dal fatto che per giorni ho sperato che la guerra finisse, che l’orrore non fosse tale, che non fosse uno schierarsi di esperti e tifoserie. Speravo che si ritornasse al tema, ovvero che le morti derivano dalla cecità di chi non pensa che una guerra ha come effetto collaterale, la morte del nemico e dell’amico, dell’innocente e del reo. Poi ho capito che non era la guerra la notizia, ma che era riemersa potente la ferocia, l’istinto a uccidere e distruggere, ciò che sembra non avere valore: la declassificazione dell’umano a cosa.

Questo mi rende consapevole, se ce ne fosse bisogno, dell’assoluta malvagità della guerra, dove l’eroico non esiste in quanto esso stesso portatore di morte, mentre predominano gli atti di ferocia che essa porta con sé. E ancor più mi rendo conto che dietro ogni vita spezzata c’è una responsabilità: poteva non accadere e non è frutto del caso. Questo non mette tutti nello stesso piano, chi intenzionalmente uccide è certamente malvagio, chi si difende è trascinato in qualcosa in cui la sua capacità di bontà è fortemente ridotta. Quello a cui non riesco a togliere il pensiero, è la vita spenta di chi non c’entra, ucciso accanto a un cartoccio di cibo e una bicicletta, col suo pensiero interrotto per sempre, gli affetti recisi, e tutto questo nell’indifferenza con cui ciò è avvenuto.

La somma di ciò che sentiamo, affetti, desideri, progetti, amori, vita è uguale ovunque e quando essa viene spenta si crea un vuoto che nessuno può riempire. Neppure il pentimento o la responsabilità. Per questo la mano che spunta tra la polvere, i corpi buttati come fagotti e lasciati per giorni nelle strade, gli stessi soldati uccisi da un cecchino o bruciati in un carro armato, devono riportare la guerra sui sui effetti sull’uomo.

Di queste persone, chi pensava per davvero che la vita potesse finire in quel modo e quelle persone su cui indugia l’obbiettivo, due mesi fa avevano altri progetti, attese, pensieri, speranze. Neppure dieci minuti prima di morire, lo pensavano anche se ormai erano preda della paura, cercavano di farsi coraggio e di avere speranza. Innocente è colui che non solo non ha colpa ma che si fida dell’umanità altrui. Per questo ci sono morti che pesano di più, perché contengono la fiducia nel vivere. Adesso è tutto un dibattere sulla tecnicità, sull’efferatezza dei crimini, come se una scheggia o una sventagliata di mitra fossero tollerabili. Ciò che non si vuol capire è che scompare la vita e quello che essa contiene, una vuoto che non potrà essere colmato. Chi è per la pace, non è equidistante e soprattutto non è insensibile alla vita. C’è un aggressore, una responsabilità, un aggredito che si difende, ma ciò che non dobbiamo scordare è che sono le vite a contare, che non si cancella un futuro senza che vi siano dolori immani e conseguenze che mutano il corso delle famiglie e delle loro storie. Questo è il tema vero: gli uomini non sono mai numeri e tantomeno oggetti. Ogni vita che è stata troncata conteneva un futuro, come ogni umano desidera sia per sé. Un futuro che le immagini non evocano, perché si pongono il fine di suscitare l’orrore non di far pensare e di provare dolore. L’orrore non ha un avvenire, spesso diventa voyerismo e non cambia gli uomini, solamente li incattivisce e li rende insensibili. Pensate alle tante immagini iconiche che si sono succedute in questi anni: quanto ci hanno cambiato? Bisogna tornare all’uomo e al valore della vita, perché sono necessari per convivere e si sono persi entrambi . Anche dentro di noi abbiamo lasciato che la distanza rendesse meno tragico ciò che accadeva, che i morti e le torture altrove, gli effetti collaterali fossero tollerabili.

Uscire dalla guerra ora è una necessità per non moltiplicare l’orrore, ma uscire dalle giustificazioni della guerra è un processo che è personale e collettivo, una consapevolezza comune che la considera come un male assoluto perché è assoluto ciò che provoca. Per questo non basta schierarsi, ma capire che eradicare la guerra riguarda tutti, chi è in guerra e chi la guarda.

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