Si potrebbe pensare che succede, è il caso che mette assieme l’improbabile e il consueto, ma lo stesso è una carognata. Dal bar si vede il corso, le ragazze che chattano al cellulare, i 50 enni che dimenticano consapevolezze e che parlottano in cerca di amori a breve. E’ un posto bello, di quelli che dovrebbero essere finanziati dal comune, perché hanno un ruolo nel mantenere identità che non poggiano sul denaro. E’ un porto, questo bar, si attracca la barca, si prende il campari, lo spritz e poi si riparte. La vita è dentro e fuori. Non si alza la voce, la mattina si spacciano cappuccini per ragazzi e anziani in cerca di caldo, la sera forniscono da bere, una parola, un luogo: è una funzione sociale. Qualcuno capita per caso, altri lo sanno, alcuni sono amici di chi recita una parte, altri si conoscono da sempre. Ecco, però, se qualcuno che non hai mai visto attacca dicendo: ho visto le menti migliori della mia generazione, allora sei perduto. Eri andato per uno spritz e ti trovi con Ginsberg, Ferlinghetti, Kerouac e tutti i nostrani giunti in ritardo al beat e dimenticati.
Se ci pensi appena ti assale l’incompiuto, quello che hai lasciato indietro, con i sogni, i capelli lunghi, tutto quello che avresti voluto essere e non sei stato. I tentativi di distruzione, le paure, le codardie, i giorni gloriosi, tutto in un giro di chitarra, un assolo di sax con l’ accordo che colpisce al cuore. Quello che è venuto poi è stato un succedaneo, un treno pieno di signori, quando volevi piedi nudi e notti sterminate. Con la vita, ti sei raccontato che è arrivata la consapevolezza.
Piano, in testa, emerge l’ateo che tagliava dogmi e gole, era lui che dominava allora? o era un compagno con cui confrontarsi e basta. Come ci siamo ridotti, che miseria per chi non ha più un sogno decente da sognare. Dio, dio, dio, per noi che non crediamo, dov’è l’uomo adesso? Sangue non ce n’è più e non si vive di parabole interrotte, di possibilità mancate. Pensieri da vecchi. I vecchi non dovrebbero pensare, dovrebbero coltivare vizi, miserie e pensione, non dovrebbero guardare il mondo che non capiscono.
Due ragazze scambiano messaggi, parlottano, al primo accenno di pausa, (era un silenzio tra versi di una poesia di Corso) si alzano, e vanno verso altri rumori, altra vita.
Si conclude, tra applausi e yuuu, qualcosa in un tavolino poco distante. Cosa si conclude? Allora c’ero, c’eravamo e dovevamo guardate l’altro lato della realtà. Cosa abbiamo fatto? Dove ci siamo perduti?
Ciò che ci sta attorno è quello che abbiamo espulso,
senza digerire,
ci siamo girati per non sentir l’odore,
e lo stupore dell’incomprensione è in questi cumuli che non riconosciamo,
sono nostri, noi, che giocavamo ai dati pensavamo di essere senza dio,
La pioggia ha concesso una tregua, avremo tre giorni di sole e poi di nuovo pioggia. Questa lunga stagione di calore e siccità ha accumulato un’enorme energia, distribuendo nel mare e sulla terra. Non tutto riceve con la stessa gratitudine, il mare è troppo caldo e i granchi non diventano moeche, la terra si raffredda prima, l’aria lo racconta bene ma tutto interagisce col mondo vegetale e animale, che restano indecisi sul da farsi. L’autunno e l’inverno erano stagioni di quiete, ora i delicati sensori della memoria delle specie cercano di interpretare i segni, novelli auspici, per essere meno confusi sul futuro.
La pioggia forte ha sconvolto i piani, dopo tanta siccità il desiderio d’acqua rende fragile il terreno, gli argini, noi stessi. La fragilità in cui tutti viviamo dovrebbe costantemente preoccupare e far chiedere atteggiamenti conseguenti, lo capiscono anche alberi e insetti, e questo dovrebbe essere chiaro alla politica e a chi amministra, ma non è così.
Si invoca la resilienza, parola prestata dalle proprietà dei materiali, trasferita all’uomo, messa persino negli affari e nelle questioni sentimentali, declinata nel solo significato positivo, ovvero la capacità di ritrovare se stessi dopo un evento traumatico. Ma esiste una parte che non viene esaminata, ovvero se ciò che ha determinato l’evento fosse o meno evitabile. Sembra strano che ciò influenzi la resilienza? No, se pensiamo che non siamo metalli o pezzi di plastica, se non pensiamo che le popolazioni che traversano mari e deserti poi alla fine arrivino uguali a chiedere asilo e vita, se per noi stessi non crediamo che tutto ciò che ci accade non ci cambi dentro, non muti, gli amori, le gioie, la specie.
Per questo nelle dichiarazioni di chi è investito dalle bufere di questi giorni o dalla possibile perdita del lavoro, fa emergere accanto alla resilienza, la rabbia o lo sconforto, o la rassegnazione. Tutte emozioni che non solo modificano la resilienza, la sua positività nel ricominciare, ma cambiano l’animo delle persone, la percezione di essere comunità e subentra una rassegnazione al degrado.
Così c’è anche una resilienza negativa che appartiene a chi ha il potere o detiene privilegi fondati sull’appropriazione di beni comuni, una resilienza che tiene strette le sedie occupate e rende impermeabili alle priorità della realtà, indifferenti al clima e alla guerra altrui, supponente sul mondo e sulla verità. Una resilienza che si nutre di parole e non fa nulla di concreto oltre far finta di esserci prima di tornare al sicuro, professionisti di ogni prima emergenza prevedibile. Sono i resilienti confacenti alla vischiosa gestione di un presente fatto di promesse. Fa cosi specie sentire l’annuncio del possibile rischio dei prossimi giorni da parte di chi governa che ci si chiede chi doveva introdurlo nell’agenda delle priorità. Quando si capirà che gli eventi accidentali non sono in gran parte tali, allora la resilienza positiva consentirà di cambiare il modo di vedere il mondo di chi lo governa, di chi specula sulle disgrazie, di chi non fa bene il compito a cui è chiamato. E chi fa informazione questo dovrebbe capirlo, prevedere ciò che accadrà e dire chi ne è responsabile. Ogni giorno perché gli eventi hanno radici nel non fare e di questo bisogna parlare chiedendo non le scuse ma la decenza del silenzio di chi ha governato lasciando che la fragilità crescesse, cambiasse i ritmi vitali, diventasse tragedia per molti. E si dovrebbe pure dire che il denaro potrebbe cambiare le cose, che produrre, mangiare, muoversi, rispettare diversamente il mondo cambierebbe la storia e i conti in banca di chi continua a devastare e consumare ciò che è di tutti. Allora la resilienza potrebbe fare il suo lavoro ed essere amica del giusto vivere, non del sopravvivere.
Il caffè, un biscotto caramellato, il cielo si scurisce e poi, inopinatamente, lascia sfuggire un raggio di sole, come una contentezza, una ilarità improvvisa tra pensieri cupi. Inopinatamente è la parola della giornata, bisogna lasciare che faccia la bambina allegra che si nasconde, che trova da ridire quando non te l’aspetti, che sembra sonnecchiare in momenti importanti.
Di topico non c’è niente da queste parti, il topicida ha sterminato le parole ratto, tutto sembra scorre come il tram che s’incrocia sempre allo stesso punto con il suo omologo in senso avverso. Anche l’avverso del tram mi piace, include un incontro, due parallele che possono al più salutarsi, scontrarsi verbalmente ma fisicamente mai. E nella fermata di scambio dall’una e l’altra parte scendono passeggeri, mamme con carrozzina, extracomunitari, anziani con bastone, studenti che hanno ”bruciato” e ora non sanno che fare del tempo, donne con le borse della spesa, sfaccendati che si guardano attorno perplessi, badanti moldave che parlano al telefono.
Vengono dall’una e dall’altra parte della città, e ciascuno ha un motivo per scendere o salire. Qui ed ora. Hic et nunc, come un amore che urge, un desiderio da soddisfare subito. Come l’amica che andò in chiesa e disse chiaramente: caro santo, voglio un innamorato, qui, subito, adesso. E il bello è che questo arrivò sul serio, poco dopo che era uscita. Qualche problema l’aveva: sposato, quasi separato, diceva lui. Il vantaggio era che abitava lontano, tutto di corsa. Era o non era un ferroviere. Il resto l’ avrebbe sistemato presto, ma con calma. Forse fu per questo che la cosa non accadde. Però era innamorato e furono mesi di passione assoluta, prima di stemperarsi nell’abitudine. Il santo aveva fatto il possibile, con quello che offriva il mercato attorno alla chiesa, eppoi lei mica era stata così chiara.
L’ inopinato era accaduto, un miracoletto di serie b. Ecco la definizione di inopinatamente: uno stupore per qualcosa di possibile che non ci si aspettava, e invece era tra le cose che potevano accadere. Un miracolo tascabile che magari non dura, ma che serviva per dirci che la vita è anche sorpresa, non solo abitudine e routine.
Le persone scendono e salgono alle due fermate contrapposte, guardano attorno, come fosse un appuntamento, uno dei tanti, con la piccola storia personale, la storiella giornaliera. E infatti sembra non accadere nulla, le teste sono immerse in pensieri propri, però il raggio di sole alza gli sguardi al cielo, qualcuno nota i buffi campanili della chiesa, altri le nubi squarciate, qualcuno vede la ragazza alla finestra che parla al telefono e si liscia i capelli. E’ un momento, poi tutti sciamano, seguendo pensieri differenti: supermercato, farmacia, bar, tabaccaio, pasticceria, portici, chiese. Solo il vecchio ucraino si ferma vicino al supermercato e s’appoggia al bidone cilindrico delle piccole spazzature da passeggio. E’ curioso quel bidone, sembra l’ogiva di missile, con la punta a cono per evitare che qualcuno si sieda sopra, lui appoggia il gomito, sorride e neppure stende la mano, attende, qualcuno qualcosa gli darà.
Avevo diverse cose da dire, pensieri che si rincorrevano seguendosi e poi tornando daccapo. Nel mio scrivere circolare in fondo torno sempre sui miei passi, come faccio in città cercando vicoli e percorrendoli fino in fondo.
Abiti in un vicolo, direte, allora sarà per questo, e invece no, è la tangibilità del limite che m’interessa, la costrizione a guardarsi attorno, in alto perché avanti non si può andare. I vicoli nascono per qualche abuso perpetrato chissà quando: qualcuno ha deciso di mettere una casa dopo un giardino, di chiudere una strada. E qualcun altro gliel’ha lasciato fare. La città ne ha molti, alcuni dopo portoni altosonanti, altri anonimi e solitari.
Quella del vicolo è una bella metafora di ciò che sta accadendo attorno a noi: si chiudono strade che prima portavano pensieri, diversità, saperi e chi potè (o può), vi installò la sua casa facendo proprio un percorso aperto. È l’arteriosclerosi della società che mentre rende facile il viaggiare rende difficili i cammini individuali e interiori. Guardavo il vicolo dove abitava mia zia, neppure quello era un vicolo perché prima era una strada: strada vecchia. La vecchia toponomastica ancora affissa lo dice: vicolo vecchio, già strada vecchia. Adesso c’è un cancello di ferro e neppure il vicolo non si può più percorrere, anche la vista verso l’alto è stata preclusa. In fondo a quel vicolo c’è una villa e un altro cancello impermeabile alla vista. Lo so per averci passato giocato vicino nei pomeriggi d’estate. Poi ci fu un fatto terribile, che accadde quando ero ragazzino, il proprietario della casa durante una gita in montagna, uccise i figli e la moglie e poi si suicidò. Dissesti finanziari, dissero in casa, ma c’era molto pudore nel parlarne. Non credo che quanti abitano nel vicolo, ora divenuto un cortile, sappiano di queste cose. Arrivano, aprono un cancello col telecomando, poi una saracinesca di garage con un altro telecomando e salgono nelle case con il loro esterno fatto di pensieri, sensazioni che si adegua al vicolo chiuso, alla casa: ora sono prigionieri e protetti. Un tempo in quella strada giocavamo in parecchi, in tutti questi anni in cui guardo sotto il portico di accesso, non ho mai visto un bambino che gioca oltre l’inferriata. Tutti adulti prigionieri.
Per rifarmi la vista, allora, ho percorso un altro vicolo vicino. Misterioso come il suo nome, tabacco, però stretto e corto come quelli del monopoli. In fondo ha il solito cancello di banale lamiera, senza la creanza d’un fabbro e gli alberi, che spuntano oltre i muri con i cocci di bottiglia, sembrano guardare oltre. La strada scivola tra muri e usci che danno sull’acciottolato antico, fatto di sassi della Piave, come si diceva un tempo, è tutto così stretto che le case s’inerpicano a cercar aria. Questo è un vicolo che rende inutili i cartelli di divieto di sosta, però il guardar alto rivela un ponte tra case, pietra traforata e una stanza di passaggio: hanno tentato di chiudere il cielo e non ci sono riusciti e così ne è venuta una continuazione del portico sul corso. Una finta, insomma, e pure riuscita a mezzo. Ovunque giardini pensili in queste minime strade, e subito la sensazione di essere arrivati al fondo dell’orizzontale.
Camminando con intenzione curiosa, mi accorgo che la città che ho in testa non è la città reale. La mia è una città di fatti, di relazioni, di presenze che si conoscono, che scambiano e confrontano; quella che vedo è una città che fugge da sé. Non la città dei futuristi, che sale verso un nuovo, sferragliante avvenire e neppure la città storica, pur così presente in queste strade, ma è una città che si chiude, che gira il capo e non ascolta.
Ora serve l’eccezionale per smuovere le spalle, per far girare i passi, mentre è il quotidiano, così pregno di realtà, che dovrebbe portarci in un vicolo dell’anima, costruito con pazienza e aperto dentro di noi, per riflettere su dove si sta andando, guardare in alto e attorno, riconoscendo con meraviglia che non sappiamo dove siamo. E in fondo, nel giardino segreto, si potrebbero coltivare le piante che fanno bene, un orto dei semplici da aprire a chi bussa, un condividere per aprire una strada oltre noi che abbiamo capito il concetto del limite. E allora anche un vicolo avrebbe un senso e uno scorrere che accoglie ed è parte del fluire verso la città comune. Le parole non hanno mai un senso a caso.
Il sommaco non lo sa che c’è un confine tra un prato e una dolina. È un residuo della vecchia cortina di ferro, sia pure di seconda categoria, dove si passava a piedi. Ora nessuno ti controlla perché la casa dei doganieri è vuota e neppure la sbarra c’è più. Il sommaco non lo sapeva neanche prima e macchiava di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente libero. I fiori, l’erba, si distribuiscono e radicano con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. Un tempo la commistione era facile, parlava più lingue, condivideva il letto, la tavola, la culla e il camposanto, adesso è più difficile. Questa è una rotta di terra per chi emigra e l’ospitalità che metteva assieme le umanità, tace. Così questo cammino ci pensano gli stati a renderlo difficile. Per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio, tutte cose che un emigrante è disponibile a fare, ma non chi ha convinto i poveri ad essere nemici di chi è più povero, non chi si abbarbica al molto che ha e che non vuole accogliere. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, come fa questa terra difficile e generosa per chi la coltiva. Si sono generate da oltre un secolo, distinzioni, identità e sospetti: paure immotivate e cieche. Mentre l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Lo faceva la Repubblica Veneta, l’impero Austro-Ungarico, il Turco, poi è cambiato tutto e fascisti e nazisti hanno scavato solchi ben più profondi delle foibe.
Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada, la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono disposti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, ci sono grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci di ferro, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. È come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto, la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli, mentre i grovigli di fili vengano nascosti in case senza finestre che hanno in cortile trasformatori possenti che friggono l’aria. Ci sono cabine e case per l’elettricità perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, sembra non ci sia nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. Così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado, fuorché la pietra e la selva che esplode dove si è fermata la fatica del coltivare e li anche gli uomini sono rari. E allora per chi è tutta questa bellezza?
Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi scendo a Trieste. La città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Solo nella piazza vicina alla stazione, si raduna chi non sa dove andare, chi giunge lacero come Lazzaro, ferito, da innumerevoli tentativi di passare frontiere e Lorena Fornasir con il marito, con i volontari della sua e di altre fondazioni, cura ferite, fascia piedi, sfama e dà abiti integri, senza chiedere nomi né religioni a uomini trattati come tali. Sono persone che andranno via subito, diretti in centro Europa, con storie terribili da portare con sé, con anni di cammino, di angherie, truffe, tormenti, morti di compagni e incrollabili speranze. Quella piazza Libertà, dove tutto questo accade, è un molo d’approdo e di partenza, ma anche un luogo di retate per chi non ha documenti validi per restare. Per questo oltre al dolore e alla necessità c’è la paura di essere ricacciati indietro nel gioco dell’oca dell’inumanità. È un limes, piazza Libertà, dovrebbe essere una terra di nessuno in cui vale il discorso della Montagna, un luogo da dedicare all’umanità che si fa concreta. Non lo è perché l’opulenza non tollera la povertà di chi va in cerca della propria vita altrove.
Trieste era una capitale senza regno, un coacervo di genti, sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge la bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un passeggio stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.
Sarà lo stesso vento che nella notte spingerà i profughi di decine di paesi verso la frontiera per tentare di passare oltre, per andare verso parenti e amici che attendono nel cuore d’Europa, quell’Europa matrigna che con il loro lavoro resterà pulita, costruirà case e coltiverà cibo per tutti, ma che non vuole essere come il sommaco che si stende libero tra boschi e altri fiori, fiero di vivere in armonia con essi.
Imparare il silenzio quando si posseggono le parole “Prima di parlare, l’uomo deve anzitutto lasciarsi reclamare dall’essere, col pericolo che, sottoposto a questo reclamo, abbia poco o raramente qualcosa da dire” ” Heidegger”
Quando non si vuole rispondere a una domanda si parla di cose inerenti, interessanti, ma d’altro. Forse quella domanda non ha risposte in noi, eppure ce la siamo posta, magari da sempre la evitiamo perché affonda nel buio e il buio fa paura. La domanda resta, la si può coprire d’altro, anche per sempre, ma condizionerà a suo modo la nostra vita. Se è una domanda sui sentimenti, farà fare qualche omissione, dirà mezze bugie fino al suo esplodere o soccombere nell’implosione dell’impotenza affettiva, e allora devierà risposte e attese, fino ad essere consumata dalla vita.
Per questo il silenzio dovrebbe preparare la verità che deriva dall’ascolto e dalla comprensione che muta, non essere il modo per fuggire da sé e dagli altri. Per questo silenzio serve apprendere e l’umiltà di ascoltare.
Mio Nonno il 4 novembre 1918 non lo vide mai. Già dall’anno precedente, era morto e sepolto. Alla fine di quella quarta settimana di agosto 1917, avrebbe dovuto essere avvicendato al fronte, ma non era tornato insieme a metà dei suoi compagni; dopo mesi di inutile carneficina, aveva perduto vita, affetti, speranze in una di quelle doline che in 12 battaglie sull’Isonzo si portarono via più di 100.000 uomini.
Ogni tanto passo a salutarlo a Redipuglia, un colle come quelli da cui era venuto e da cui la famiglia sarebbe nuovamente emigrata. La famiglia così glorificata, riempita di pompose e inutili parole, questa volta era rimasta senza maschi adulti ed erano le donne e bambini ad andare verso l’ignoto. Quella guerra, che faceva piangere ogni famiglia e disfaceva quello che si era conquistato con fatica, costringeva a riprendere da capo le vite. Più deboli, più fragili, più soli: dov’era la vittoria? La nostra famiglia impiegò due generazioni a ritrovare serenità.
A questo dovrebbero pensare quelli che hanno il potere di dichiarare guerra, di trasformare l’omicidio e la morte in atti eroici o in danni inevitabili: che disfare è semplice ma rimettere assieme è complicato, lungo, doloroso, mai uguale.
La guerra la dovrebbero fare i ricchi, perché sono loro che si dividono il surplus di benessere del mondo. Sono loro a cui non basta mai la terra perché non la lavorano, le case perché non le costruiscono, gli agi e le ricchezze perché non nascono dal sudore e dalla fatica di vivere. I poveri o quelli che vivono del loro lavoro, dopo la guerra, se va bene resteranno come prima ma quasi sempre ne usciranno ancora più poveri, maltrattati, retrocessi a miseri.
La guerra devia le vite dal loro corso naturale e i morti perdono sempre. Gli affetti si trasformano in dolore, ciò che era possibile diviene difficile, spesso impossibile e ogni vita stroncata trascina con sé altri destini, ne segna il futuro. Poi tutto trova un faticoso equilibrio ma prima di ogni guerra, dovrebbe levarsi la maledizione corale per chi la provoca, la inizia, la prosegue: nessuna delle sofferenze sarà senza un responsabile e che esso sia esecrato non glorificato.
Apparentemente è qualcosa di non fatto, un non essere come tu mi vuoi, oppure semplicemente l’ assentire forzato che considero obbligato. Mi adatto a fatica, non sono molto adattabile. Non è una qualità, l’uomo dovrebbe adattarsi all’ambiente in cui vive o adattare l’ambiente a sé. Io al più convivo con esso.
Eppoi sono geloso del mio tempo, mi creo un ordine in testa che mette alcune cose prima e altre poi. Direte: lo fanno tutti, ma il mio è solo mio. Credo che anche questo accada a tutti, però così gli ordini non sono sovrapponibili. E non è solo importanza è un equilibrio faticosamente raggiunto.
A volte emerge, nel bene, un sottile ricatto: la paura d’essere lasciati soli si trasforma in una priorità di attenzioni. Non credo funzioni così, l’attenzione se c’è, si esprime secondo le modalità conosciute. È qui, forse, nasce quel mi spiace che si nutre di sensazioni, quella tra tutte di non corrispondere come verrebbe richiesto.
Assomiglio più a un rivolo, a una vena d’acqua che a un onda, il molteplice sono io, non ciò che m’investe. E per capire mi chiudo in un silenzio profondo, per rimettere il mio ordine dentro. Con un silenzio che è una pausa alle risposte. A tutte le risposte che si devono dare per non ricevere altre domande.
Siccome non do ragione dei miei malumori, poi mi spiace. Allora cerco d’aggiustare l’incrinatura, di spiegare l’inspiegabile, il parziale, l’imperfetto, ma dovrei spiegare me. Fatica aggiuntiva e improba, giustificata nel momento e poco utile, perché la sensazione tornerà.
Non sono migliore di altri e forse basterebbe aggiungere: non sei tu la fonte del dispiacere.
Caro dottore, prima è stata la stagione del Covid 19, poi la povera politica italiana ed europea, ora è il governo di destra ad occupare le cronache embedded dei nostri media, ma fino a fine settembre era la guerra in Ucraina che sembrava essere il centro di ogni manifestazione comunicativa. Mi chiedevo allora, e anche adesso, dove c’era la cronaca e i fatti con le loro genesi e dove la tendenza a spettacolarizzare ogni cosa che alla fine sterilizza un processo che permetta, non la pietas, ma piuttosto il giudizio e il capire come se ne può uscire.
Abbiamo thanatos dentro l’Europa, questo è il fatto profondo e nuovo, che come tale dovrebbe essere percepito. Ed io, che credo di averlo inteso, avrei bisogno di rimettere in ordine le idee senza cadere nel pregiudizio del tanto peggio tanto meglio. Quando si personalizzano le cose, ovvero le si attribuiscono a una sola parte o ancor più a una sola persona, non solo si semplifica una complessità di poteri ma non si comprende quali saranno le prossime azioni, come esse ci minacceranno e chi davvero conta. Poiché la cosa mi preoccupa e colpisce molto, causa morti e rovine senza limite, prima finisce meglio è, invece la china che ha preso sembra una dissipatio il cui esito è un continuo azzardo verso il basso. La necessità primaria è che cessino le ostilità e inizino le trattative, poi il resto si risolverà, è una verità ragionevole, forse opinabile, magari non semplice, ma necessaria perché non ci sia una carneficina. A quale divinità viene dedicata l’ennesima ecatombe di uomini, donne, bambini? Perché tante possibilità di futuro sono stroncate e tolte persino del loro nome ma messe nel conto come necessità vitali, la morte che diventa collaterale al suo assoluto e neppure conta. Perché ci siamo ridotti così nel pensiero dopo le stragi della seconda guerra mondiale e quello che ne è seguito. Lo sa dottore da quanti anni i bambini non vanno a scuola in Syria, 11 anni. E nello Yemen da 8 anni si muore di bombe, di fame, di malattie, di sete, ma nessuno, neppure cita questo lento scomparire di vite.
Come portiamo questo peso semplicemente schierando una parte della mente tra l’uno o l’altro, sulla base di quale ragione, noi, non i lanciatori di bombe, lo facciamo? Perché abbiamo tolto la paura della morte e della guerra, che sembrano annullate e ridotte a un sentire marginale e personale. Viviamo e la nozione di pericolo resta distante dalle vite quotidiane. Certo non possiamo chiederci di essere interessati alla geopolitica, di avere nozioni di storia che si spingano indietro di un paio di secoli, ma c’è indifferenza e si fa strada con veline e giustificazioni la scelta delle armi come sistema per risolvere le questioni che attengono al riconoscimento del potere. Non delle patrie, ma del potere che essere in uno schieramento o nell’altro viene considerato consustanziale alle vite prospere. Tutto questo sta mettendo radici profonde qui da noi, tra persone che conosciamo e via via, in quelle parti del mondo che non sperimentano la guerra da oltre 70 anni, ma ne plaudono l’uso altrove.
Vorrei riassumere a me stesso ciò che sinora ho capito della crisi Ucraina e di come sta evolvendo il mondo. Certamente le radici di parte di questa perturbazione continua risalgono alla caduta del muro e alla successiva scomposizione dell’U.R.S.S. Eppure fu un vento di libertà, cadeva una ideologia, si sarebbe sostituita con il raziocinio di nuovi equilibri. Le idee sull’io prevalente e sul noi che condivide, come diceva Croce, continueranno a confrontarsi nel mondo, ma sembrava che quel confronto dovesse avvenire su basi nuove che comprendessero non la supremazia ma la competizione nei campi dove più è necessaria l’intelligenza ovvero la crisi demografica, la fame, la dignità dell’essere uomini, il rispetto delle risorse comuni per un avvenire che togliesse dal futuro le maledizioni del caso. Questa speranza, ricorda Rostropovich che suonava Bach presso la porta di Brandeburgo, era senza nazione, era fatta di una spinta alla cooperazione e al discutere delle proprie idee, all’abbattere muri. Una sorta di scuola di Atene, non un preludio al belligere. Le parlo di quello che accadde nel 1989 e continuò sino al 1993, e che coinvolse molti giovani che ora sono quasi vecchi come me e lei e che magari occupano posti di decisione e comando, oppure semplicemente sono vissuti, come è accaduto a tanti, dentro questo sogno. In Russia, con la creazione di una nuova federazione di Stati a cui aderirono solo una parte delle repubbliche che prima facevano parte dell’U.R.S.S. sembrava ci fosse aria nuova. E ci furono trattative, patti e assicurazioni reciproche tra l’occidente impersonato dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla N.A.T.O. e quello che stava diventando la Russia. Non fu così, dietro alle parole di pace e di cooperazione c’erano pensieri di dominio, ne nacque un groviglio geopolitico irrisolto nei due canoni fondamentali che governano il mondo ovvero essere potenza e in quale grado.
Lei, mi dirà cosa c’entri tutto questo con le mie paure e con i motivi per cui vengo a stendermi sul lettino. Il fatto è, dottore, che per la prima volta ho paura della morte più stupida che ci sia, ovvero quella determinata da persone che detengono un potere inarrivabile, che non hanno principi etici ma solo calcoli di dominio e nessuna remora per considerare le vite perdute, danni collaterali. Che mascherano gli errori che compiono trasformandoli in necessità e che detengono il potere di uccidere senza limite e che nessuna persona di buon senso può affidare ad altri secondo un sistema di governo, qualunque esso sia.
Capisco che l’alternativa di salvare – e salvarci – le vite nostre e di chi ci è caro, è solo la pace, cioè l’inizio di un cambiamento radicale del mondo. Ma mi sento vecchio e impotente nell’agire, mi manca l’afflato di appartenere alla terza specie di potenza del mondo, perché attorno la sento debole e senza il nerbo necessario a infiammare cuori e menti sulla possibilità di avere un mondo giusto, equo, in pace e seppur diverso nelle idee, cooperante. Quella potenza costituita dai deboli, dai giovani, da chi ama la vita propria e altrui, dal sentire l’ingiustizia nel mondo come parte propria dell’agire quotidiano. Il potere del dire di no, del rispetto dell’umanità e della sofferenza, questo mi manca e mette la mia paura nella solitudine. Non c’è giorno nella notte dell’anima se non quando in altri si ritrova la stessa paura, la stessa notte. Questo tempo angoscia, dottore, e non so cosa pensare che rimetta in ordine la serenità dell’essere.
Siamo in molti a provare le stesse cose e non è una malattia, è il rifiuto dell’indifferenza. Come si guarisce dalle malattie dell’anima, insieme? Come si parla agli altri per capire chi ha la stessa sofferenza? Questo dovrebbe dirmi, ma temo che anche lei abbia paura e che semplicemente la tenga a bada. Siamo come nel quadro di Brueghel della parabola dei ciechi dove la caduta dell’ultimo di essi nel fossato, sta trascinando tutti gli altri che si tengono l’un l’altro. Vedere la realtà e mutare è un processo individuale, caro dottore, ma se esso non coinvolge chi ha la stessa necessità, allora è sterile e rivela la sua impotenza. La stessa che sento e che capisco che da soli non ci si salva.
Per questo ho paura e temo che sia la solitudine a renderla più profonda e neppure lei serve a molto, per diradarla se non puntando verso uno stoicismo che aveva maggiore possibilità di consolazione in altro tempo. Il suo Maestro era uno stoico? Quando lasciò Vienna, salvò se stesso e non le due sorelle che furono internate e uccise. Mai come ora per salvare noi stessi dobbiamo salvarci assieme, in questo serve più la sua psicoanalisi oppure la mia sociologia così precaria e vituperata? Abbiamo bisogno di processi collettivi e di paure vitali che ci portino a responsabilità, grandi e sopportabili. Me lo lasci almeno come sogno, dottore, ci saranno persone che lo condividono. Ne sono sicuro e sui sogni si costruisce la vita, ma questo lei lo sa.
Perché la facilità di avere degli oggetti dovrebbe rendere più felici o più liberi? Il possesso si confonde con la stima degli altri, spesso travalica nella stima di sé e nell’identità. Cos’è il merito se togliamo il parametro della capacità di creare valore economico? È forse misura della persona e di quanto essa faccia progredire gli altri a iniziare da chi gli sta vicino? Quanto vale il saper compiere azioni che non hanno apparente valore ma contribuiscono alla felicità di sé e di qualcun altro? Le cose sono la paga del merito, il senso della dimensione sociale in una società dove non la persona ma la sua possibilità di acquistare beni, anche beni comuni, anche di segregare bellezza viene valutata come correlato del merito. Sviluppare questa cognizione porta a ridimensionare l’assoluto che sembra contenere. La possibilità di acquistare cose ne provoca l’accumulo e ne impedisce l’uso, la stessa tecnologia apparentemente mette a disposizione strumenti che permettono di fare più cose, cose che non avremmo fatto mai oppure da compiere con fatica e relativa soddisfazione e che ora nella bulimia del possibile scompaiono senza lasciare traccia. Non c’è differenza, non c’è ricordo solo confusa necessità d’aggiungere.
Il necessario come diritto sociale della persona dovrebbe essere ben più di un enunciato delle costituzioni, che infatti non prevedono la povertà ma i diritti individuali temperati dai diritti collettivi.
Necessario, questa parola evoca nell’epoca in cui tutto trabocca, la penuria, l’appena sufficiente, mentre è la libertà da tutto ciò che opprime con un desiderio indotto. Libertà di essere con dovizia se stessi, senza risparmio di tempo e bellezza, che sono disponibili per chi sa usare i sensi e goderne e quindi, non di rado, coincidono.
Hai passeggiato con i piedi tra le foglie? E il vento è scivolato sul viso carezzando? Qui l’aria è mite. Dai tavolini all’aperto, parole brevi, sussurrate, protese, tra sorsi piccoli di cioccolata, sfiorare di dita e sorrisi, mentre attorno il giallo invade l’aria. Le foglie si sovrappongono in mucchi gioiosi: c’è un desiderio di gesti semplici, necessari e pieni di dolcezza.