Nei confini, che a nessuno davvero appartengono,
c’è un luogo dove tutto accade e resta immobile in attesa del farsi,
lì vivono gli amori del limite,
E sembra ci sia una sfida
a cercare ciò che è oltre il sapere di noi,
ma non è questa l’insaziabile irrequietezza,
e neppure il rifiuto d’ogni ragione,
è quel farsi che affascina,
come accade vedendo un fiore che sboccia
che appena prima era erba,
un verde senza pensiero,
e ora prefigura una stella in cui s’annodano energie convergenti,
dove c’era vuoto apparente di tempo.
Nell’area dove tutto è possibile,
la determinazione assume la giusta modestia
ed è grande la pazienza,
così vede la crepa del cemento che si popola di steli e di foglie,
il verde che si nutre di grigio per essere rosso,
sente il sospiro dell’attesa per la stagione che rifulge.
E ha il sapore dell’adesso e del profumo che sarà
e ogni muscolo è pronto alla corsa
mentre ora muove placido nel fare consueto,
così anche il coccio di vetro rifulge in cima ai muri
mentre il sole lo rende diamante.
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esercizi d’onnipotenza
Mentre stavo a fare l’universo, steso sulla sabbia,
pensavo a ciò che non si somma,
alle pere e alle mele,
ai 2 euro e 80 al chilo che mica andavano al contadino,
ma tenevano allegramente le une e le altre,
assieme, nella sacca, pronte ad essere mangiate,
e non mi pareva troppo.
Pensavo al mare che non si stanca delle stagioni e ne racconta una per colore,
ma anche il colore attirava l’attenzione,
si mischiava, cambiava il senso purché ci fosse la fantasia del raziocinio
e una dieta senza costrizione,
insomma cazzeggiavo sui congiuntivi,
scivolavo sulle ipotetiche,
facevo camminare il cane che ognuno porta in sé, con la licenza di defeco.
E mi pareva d’essere onnipotente solo perché c’era il sole,
un pensiero non ancora fatto,
un desiderio pronto ad essere succhiato,
a questo, mi dicevo, serve la svacanza
che è il mandare in vacca il se e il ma
e tenersi l’adesso perché il dopo è troppo.
non in mio nome
noi siamo quello che scegliamo di ricordare
primo levi
E siamo anche quello che scegliamo di vedere e di sentire, perché nessuno potrà dire di non aver saputo ciò che accade in Italia e nel mondo.
Se dico non in mio nome disconosco chi persegue ciò che aborro, non ho più la stessa cultura, lo stesso sentire. Mi allontano da lui come vicino, rompo il vincolo di solidarietà che accumuna chi nasce in un luogo e ne sente l’identità .
Questo il danno tra noi resterà nel tempo, ma è poca cosa di fronte a chi muore affogato. Chi poteva salvare non l’ha fatto, si è girato dall’altra parte, o di più, ha dato consenso all’inumano dicendo di dolersi per queste morti mentre non fa nulla per evitarle. In queste torri di egoismo soffochiamo ogni principio che riguarda la vita.
Non in mio nome state facendo quello che fate. E se non ci sarà una Norimberga che vi giudicherà, il baratro che state scavando è tra le persone; non sarete mai perdonati.
chi resta e chi parte
C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così c’è un bisogno di normalità che investa presente e futuro. Ci sono i riti della politica che si ripetono, l’eterno congresso del PD, l’ostentazione del tutto va bene dei due gemelli di governo, la realtà che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro, mentre altri, i fortunati, giocano a fare i giovani a 70 anni.
C’è una progressiva perdita di speranza che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia sposata anche da chi doveva difendere chi poteva dare di meno e non ha attaccato il familismo, vecchia malattia italiana di chi ha potere e denaro. Pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porta anche la colpa e quando si sente la colpa di qualcosa la tentazione è di scaricarla a qualcun altro. Come in quei giochi da bambini dove ci si ricorreva per attaccarsi una parola. Come fosse una peste che poi si sarebbe passata ad altri. Ma era un gioco. Ora si è fatto serio e che il nemico sia quello che ha ancora meno e che accetta di tutto per non morire di fame non era scontato. Ci hanno messo poco a creare un feticcio, un capro espiatorio che nascondesse le responsabilità vere e la colpa di tutti di non essersi interessati per davvero che le cose mutassero.
Avete notato che di dignità si parla sempre meno, nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto, di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia dà la dimensione terribile dell’abbandono, della perdita. Nessuno provvede davvero, casomai vi verrà detto chi odiare e sarà la persona sbagliata ma non importa. Quindi non resta che competere, i poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, la dignità si perde così, pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, questo dovrebbe colmare la politica, la sinistra in primis, il fantasma di quello che fu il più grande partito di sinistra dell’occidente, ma se questo non accadrà, resteranno i cani sciolti dal dogma, chiunque pensi davvero che gli uomini valgono qualcosa.
Chi resta e chi parte. Chi si rifugia nell’attesa, di aver torto, di non sentire gli scricchiolii della rovina, chi si affanna e intanto fa quello che può. Ma quello che si può serve o non serve se non è incanalato in un fiume in cui ci siano tante vite personali, tante normalità, l’eccezione di ciascuno, una marea di privato e il politico a contenere il tutto. Avremmo bisogno di una tessera di consapevolezza: so cosa accade, non mi piace, voglio altro, discuto su quest’altro da persona libera che lascia liberi i bisogni, li fa esprimere, dà loro una risposta non un contentino.
Invece bisogna tener calme le masse: è l’imperativo del potere, cari anarchici regimentati, messi nell’illusione di realtà che vi raccontano che saranno vere mentre intanto dovete accontentarvi del racconto. Non di ciò che vedete e sentite ma del simulacro della realtà. Non si parla di futuro ma di presente, la realtà è adesso e ora, per questo c’è chi parte e chi resta, ma è già partito, è andato. Non gioca più.
Patria sì bella e perduta, smarrita, dispersa in una cosa che non esiste e che viene chiamata popolo, ma sono istinti, ignavia, infingardaggine, baciamo le mani, genuflessioni e furia. Senza nome, né luogo, che appartiene a chi indica una strada e mostra un trofeo. Guardatelo bene, è il feticcio, la vittima sacrificale che non muta la vostra condizione, è lui la soluzione dei vostri guai? È lui che vi cambierà la vita, lacero, indifeso, reso inutile per calcolo, è lui che vi darà ciò che non avete difeso, la dignità. È togliendola a qualcuno la dignità che si passa la peste che ci si porta addosso?
C’è chi resta e chi parte, ma sono i cervelli che non mettono assieme, che non aggregano le forze, così ogni sforzo diventa inutile e il popolo da sovrano diventa cosa, servo del primo duce che lo saprà incantare raccontandogli la favola che tutto è semplice e basta prenderlo, che i migliori vincono sempre, che l’onestà è dietro l’angolo. E invece sono i furbi che sopravvivono e prosperano, gli altri cercano chi odiare per soffocare la propria inanità e tendono la mano.
ci sono
Ci sono momenti in cui si inizia con non so che dire, ma perché troppo s’affolla e vorrebbe dire.
Ci sono assensi che contengono un diniego e un chiudere di porte interiori e si lasciano sfuggire perché non è ora, e quell’ora stenterà a venire.
Ci sono battaglie, molte, che non combatteremo. Per stanchezza, per il risultato già palese, per convenienza, perché un soldato vivo è meglio di uno morto. Se l’idea non muore.
Ci sono pomeriggi che si arrampicano sulla sera e dentro contengono il bollire del nulla che prende e liquefa il voler essere davvero.
Ci sono i possibili che non hanno avuto altra occasione, e bussano e non smettono finché qualcosa di più grande non prende il loro posto.
Ci sono momenti da cucchiaino e altri da forchetta perché le passioni sono carne e polpetta.
Ci sono ore che non scorrono e altre che s’ammucchiano, cose non dette che affondano e parole inutili che galleggiano.
Ci sono specchi mendaci che dicono altro, pacche sulle spalle, piccoli interessi adulanti che ci provano.
C’è la consapevolezza che il passato si paga e non paga, che solo il futuro ha qualcosa da dire, basta scegliere a chi dirlo. E questa forse è la difficoltà maggiore.
non sono come tu mi vuoi
Le parole seguivano i pensieri. Erano lisce, precise. Se si fermavano era per raccogliere una spinta dal silenzio, senza alcuna furbizia.
In fondo le cose che ci riguardano sono semplici. Le copriamo di strati di complessità che poi divengono armature, croste di un passato che non ha attribuzione. Chi è stato il mandante? Chi l’esecutore? E come il controllo è continuato? Vedi. Se scopri che il controllo è stato affidato a te, a ciascuno di noi, ti chiedi ragione del perché qualcuno voglia controllarti e magari risali all’esecutore. E se questo coincide con te, con il controllore, allora hai trovato il meccanismo della colpa.
C’è molta presunzione nel costruire la propria maschera: quella che vogliamo mostrare agli altri. Cerchiamo di intuire ciò che sarebbe gradito e quello che non ci espone troppo, formiamo un ritratto in cui restare noi stessi e farci disvelare poco a poco. Se ci sarà attenzione e curiosità, la manifestazione dell’interesse ricevuto, sarà una piccola carezza all’autostima e all’ego.
Altrimenti avremmo dovuto assomigliare a qualcos’altro, ripetere il precedente consolidato, fare poche domande e sufficientemente vaghe da consentire risposte generiche.
Ti faccio anch’io una domanda: qual è la relazione tra il non essere mai per davvero veri sino in fondo e la colpa? E le cose che accadono in conseguenza, intendo quelle materiali, di cui ci circondiamo, e quelle che produciamo con le scelte, ma ancor più quelle che si materializzano nelle relazioni, quanto risentono di questa presunzione di essere o invece sono esse davvero vere? Io credo ci sia molta verità nelle cose e nei particolari se si sanno leggere con la giusta pazienza. Che in essi ci sia una parte del ritratto di noi stessi che non viene rivelata. In un rapporto, in una comunicazione profonda si connettono le cose con le motivazioni, Si capisce perché qualcosa accade e qualcos’altro attende, ed entrambi sono importanti anche se all’apparenza banali. È l’uso distratto che rende banali le cose, le piccole scoperte su ciò che ci sembrava di conoscere dell’altro.
Non sono come tu come mi vuoi, ma come mi vorresti: come una cosa che ti accade e che assomiglia oppure come qualcosa che ha una sua vita e produce differenze. Cosa ti affascina? La differenza, e ciò che permette di scambiarla o la prevedibilità?
Comunque se si percorre strada assieme, togliamo la colpa dai nostri passi; togliamola piano come si pulisce un cristallo prezioso che sotto ad esso ci siamo noi.
cominciamenti
L’inizio è sempre un po’ farlocco, una convenzione anche quando le congiunzioni astrali raccontano di altezza delle stelle, precisione di ore (quali?), di colpi di fulmine. Quando davvero è iniziato quell’amore così rapido e assoluto? Dov’era l’indecisione del mi vedrà davvero interessante ai suoi occhi? E quando inizia un lavoro e ancora più una nuova vita, tutto ciò che l’ha preparata, la fatica della consapevolezza, era già un inizio?
Penso al cominciamento come a una decisione, titubante e preparata e insieme fertile di incerta meraviglia. La penso come una volontà che crede di avere le forze per giungere poi subito termine malignità che il termine non esiste, che la strada muterà molte volte, che ciò che non era previsto dirà tutta la sua dirompente novità e ci porterà alla dimensione che meglio ci descrive agli occhi altrui. Ma l’inizio è una condizione così dolce e personale, così piena di cose buone, di desideri da soddisfare, di meraviglioso non esplorato che ha in sé una verità. Una verità vera, che dura e non ha timore del tempo, noi siamo infiniti inizi, siamo ciò che si apre che allarga tutto ciò che abbiamo posseduto sino a quel momento e siamo anche la gelosia felice del possedere ciò che si capisce per davvero. La gelosia felice è il dono di ciò che ci appartiene a chi ci è caro, senza alcun timore di sminuirlo perché è la nostra identità. Siamo noi, come ci siamo costruiti attraverso infiniti cominciamenti e fini che non erano nel conto. Siamo noi che iniziamo, a volte con entusiasmo e a volte con stanchezza (l’entusiasmo arriva dopo). Siamo noi che nessuno obbliga a cominciare eppure lo facciamo perché non basta mai. Siamo noi che scopriamo un non mai sentito prima in ciò che ci pareva di conoscere. Il sapore di un bacio, un pensiero libero come mai prima, un colore che riempie l’occhio e colora la vita di sfumature sconosciute, il tocco delle dita, la timidezza mascherata di sfrontata allegria, la trepida attesa di un dopo. Ecco cos’è il cominciamento eterno che ci assiste e accompagna: la trepida attesa di un dopo che sarà diversamente felice come mai lo è stato prima.
nostalgia
…
Avevo nostalgie improvvise, violente. Mi assaliva il possibile che non era stato per mia scelta.
Ne sentivo la colpa irredimibile e non emergeva il contesto, le condizioni di allora, la costrizione o ciò che aveva giustificato quel prendere una strada anziché l’altra, era il dolore per quella vita non vissuta che assaliva.
La nostalgia era il valore del tempo consumato altrove, non della distanza da qualcosa. E quel tempo sembrava meno utile e determinante per realizzare ciò che realmente ero. Questa era la nostalgia, ovvero la distanza da me stesso. Non dall’apparenza, ma dall’essenza. E ciò aveva comportato infinite conseguenze, nel sentire, nei rapporti, nell’amare, nello sviluppare le attitudini. Sapevo, come so, che ci si può solo approssimare, disvelare un poco per volta in un lavoro e in un colloquio dinamico di verità e fatto di conformità a sé. Sapevo, come so, che spesso ci si sbagliava e quello che appariva plausibile era una comoda scorciatoia per non assumere la strada più impervia, che c’era una fedeltà senza paura da mettere a fondamento della vita, perché solo questa eliminava incrostazioni e sovrastrutture.
Ciò che restava dopo aver ragionato su questa nostalgia, era la necessità di essere di più me stesso, di cercare a fondo l’essenza, e nel tempo attuale e prossimo, coltivare le passioni con le loro apparenti contraddizioni. Senza sconti, perché lo sconto lo facevo a cio che avrei potuto essere, togliendomi qualcosa. Le scelte potevano essere sbagliate, poco o tanto, e a questo serviva la misericordia operosa, ma dovevano assomigliarmi. Insomma essere benevoli serviva a posteriori, non prima di aver scelto di essere me stesso.
…
tirai fuori la bellezza
Un immenso torpore della ragione
investe e s’accumula,
genera indifferenza che sfocia’ in rabbie,
cieche furie senza oggetto,
ansie d’un nuovo chicchessia.
A che giova sembra dire il tempo:
rimetterò ordine e rovina,
fatti vostri e basta,
non coinvolgete la memoria, ve l’avevo detto.
E allora di me che dire ora?
Quando tirar fuori la bellezza dopo la notte,
e accogliere la luce,
dentro una rivoluzione fatta di cocci amorosi.
Star seduto intanto, nell’attesa d’un vento che risvegli
anche l’ultima cellula dispersa a noi,
che usiamo abitudini,
orecchie cieche e sguardi attoniti e improvvisi?
Di spirali di tempo, di questo ho speranza,
che il nuovo abbia la scintilla breve e fioca dell’umano.
E tra le ginocchia, intanto, raccogliere la testa,
il pensiero che si scuote e dissente
mentre piu d’altro desidera l’abbraccio
e dell’attimo il conseguente oblio.
nelle case calde e pensierose
Un sogno nero come la notte del cuore,
porte che si susseguono,
muri che assorbono gelosi il sentire e la luce,
e trattengono i sogni, le mute grida di nascite.
Ci sono stati litigi, poi pacificazioni inseminate di risate,
ma anche silenzi pesanti più della pietra,e respiri che tenevano tra i denti parole ansiose d’essere dette.
Quante volte sarai ancora felice,
è stato sussurrato alla pelle,
ricorderai il luogo, l’ora, il calore che piano stempera nel sonno?
Cosa ne rimane di ciò che dici perché sia duro nocciolo l’oblio,
e fulgida la sensazione d’aver vissuto?
Nelle case calde e pensierose, a volte, un naso si schiaccia sul vetro,
gli occhi seguono il rincorrere di gocce che si confondono e ingrossano,
che sfociano in rivoli senza nome.
Un pensiero e un dito segue d’acqua una strada
e poi torna a giocare felice.