non sono come tu mi vuoi

Le parole seguivano i pensieri. Erano lisce, precise. Se si fermavano era per raccogliere una spinta dal silenzio, senza alcuna furbizia.

In fondo le cose che ci riguardano sono semplici. Le copriamo di strati di complessità che poi divengono armature, croste di un passato che non ha attribuzione. Chi è stato il mandante? Chi l’esecutore? E come il controllo è continuato? Vedi. Se scopri che il controllo è stato affidato a te, a ciascuno di noi, ti chiedi ragione del perché qualcuno voglia controllarti e magari risali all’esecutore. E se questo coincide con te, con il controllore, allora hai trovato il meccanismo della colpa.

C’è molta presunzione nel costruire la propria maschera: quella che vogliamo mostrare agli altri. Cerchiamo di intuire ciò che sarebbe gradito e quello che non ci espone troppo, formiamo un ritratto in cui restare noi stessi e farci disvelare poco a poco. Se ci sarà attenzione e curiosità, la manifestazione dell’interesse ricevuto, sarà una piccola carezza all’autostima e all’ego. 

Altrimenti avremmo dovuto assomigliare a qualcos’altro, ripetere il precedente consolidato, fare poche domande e sufficientemente vaghe da consentire risposte generiche.

Ti faccio anch’io una domanda: qual è la relazione tra il non essere mai per davvero veri sino in fondo e la colpa?  E le cose che accadono in conseguenza, intendo quelle materiali, di cui ci circondiamo, e quelle che produciamo con le scelte, ma ancor più quelle che si materializzano nelle relazioni, quanto risentono di questa presunzione di essere o invece sono esse davvero vere? Io credo ci sia molta verità nelle cose e nei particolari se si sanno leggere con la giusta pazienza. Che in essi ci sia una parte del ritratto di noi stessi che non viene rivelata. In un rapporto, in una comunicazione profonda si connettono le cose con le motivazioni, Si capisce perché qualcosa accade e qualcos’altro attende, ed entrambi sono importanti anche se all’apparenza banali. È l’uso distratto che rende banali le cose, le piccole scoperte su ciò che ci sembrava di conoscere dell’altro. 

Non sono come tu come mi vuoi, ma come mi vorresti: come una cosa che ti accade e che assomiglia oppure come qualcosa che ha una sua vita e produce differenze. Cosa ti affascina? La differenza, e ciò che permette di scambiarla o la prevedibilità?

Comunque se si percorre strada assieme, togliamo la colpa dai nostri passi; togliamola piano come si pulisce un cristallo prezioso che sotto ad esso ci siamo noi.

5 pensieri su “non sono come tu mi vuoi

  1. Spesso siamo intrappolati in una recita, un modo di apparire.
    Recitiamo talmente tanto e bene che alla fine quella recita siamo noi.
    Ho letto un libro di un maestro buddhista che lavorava in un hospice.
    La cosa interessante che racconta è come, in punto di morte, vicini alla fine e con poche forze ormai rimaste, ci riappropriamo di noi stessi, abbandoniamo le nostre recite.
    È curioso vedere come l’insicurezza dei miei venti ha lasciato il posto ad una maggiore affermazione della mia reale me nei miei trenta e penso che continuerà a succedere con il passare degli anni. Come se l’armatura costruita con tanta dedizione, poco alla volta, si sciogliesse.

  2. Il maestro buddista ti direbbe che assomigliarsi ovvero cercare di essere conformi a ciò che siamo veramente è il compito di una vita e che quando si comincia, chi ti apprezza e desidera la tua vicinanza avverte la domanda in sé: è questo ciò che amo? Essere se stessi è permettere agli altri di riconoscersi. Non è davvero poco. E se togli l’armatura emerge la bellezza. Grazie E.

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