pietre che non sono pietre

Ogni giorno ci passo vicino, evito di calpestarle quelle pietre che non sono pietre e hanno dei nomi incisi: sono inciampi per il pensiero. Ci sono tre quadrati affiancati, color ottone, davanti alla loro casa. Due sono donne, il nome, la data di nascita e il luogo di morte. In giro nelle strade vicine, ce ne sono altre, i luoghi di morte si ripetono. Anche per i bambini. I bambini non tornarono dai campi se non per pochissime eccezioni. Fa ancora più male pensare che furono non solo uccisi, ma usati per sperimentare la follia di chi doveva essere uomo di scienza. Mengele. Non riesco a pensare ai bambini, però gli adulti mi lasciano uno spazio per lasciar filtrare le loro vite. In particolare di quelle tre persone, sulle pietre, c’è persino una storia che ne narra la vita precedente, anzi il percorso della famiglia. L’oriente, la Crimea, Sebastopoli, poi Trieste in cerca di fortuna e infine la mia città. Un commercio che cresceva con la fatica e l’abilità. Un negozio, poi la casa soprastante, vite borghesi. Discretamente agiate, ma senza grandi pretese se non quella di una normalità. Furono denunciate dalla dipendente del negozio. 500 lire più forse, una percentuale sui beni che venivano confiscati per legge. Presi gli ebrei che fine potevano fare? Fossoli, Buchenwald, un po’ di lavoro pesantissimo per chi era abituato a vendere guanti e cravatte, poi il forno e il camino. L’uomo era già anziano per l’epoca, oggi sarebbe diverso, morì prima, forse addirittura nel trasferimento. Si può pensare che sia stato fortunato? È terribile pensare che tutto avesse una normalità, come fosse una vita parallela.

In questi giorni, sono passati 70 anni, i fascicoli degli ebrei veneziani e veneti sono a disposizione. Ci sono i nomi dei deportati, i beni confiscati, a volte divenuti possesso dei denuncianti, i nomi dei delatori. I delatori saranno ormai morti, ma hanno avuto figli, nipoti, si sono approfittati dell’inumanità delle leggi razziali. Cosa penseranno? E le dattilografe degli uffici pubblici che stendevano gli elenchi prima delle retate, cosa avranno pensato? C’è stata qualcuna che ha avvisato? Non ci furono castighi a fine guerra, neppure giustizia. Nulla, solo la colpa ribaltata sulle vittime.

Ci sono molti modi di non ricordare. Ad esempio basta non mettere su una via un nome che lo meritava solo per la sorte che gli era toccata, oppure basta non togliere il nome di uno che sarà stato pure un combattente ma era dalla parte sbagliata e qualche crimine l’ha commesso. Le vie e le piazze hanno nomi sbagliati a volte e non aiutano la domanda: ma chi era? Quando passo non riesco a distogliere il pensiero che quelle vite avrebbero proseguito, sarebbero state generatrici di tenerezza, di amore, di altre vite. Avrebbero fatto di sicuro qualche errore, come tutti, si sarebbero dispiaciute, avrebbero riso e pianto. Non sarebbero state più buone di molti, ma certamente non avrebbero  denunciato, non avrebbero venduto il vicino per 500 lire.

Ciò che non si può tollerare è che tutto questo sia rimosso, che diventi tutto uguale e che tra vittime e carnefici non ci sia differenza. A questo serve la storia e la pietà. Con la pietà si può togliere una maledizione, ma non il ricordo, non la storia. Tutto questo è accaduto e le vite che non sono più state continuano a interpellare da quelle pietre. Volevano vivere, gli è stato tolto il diritto di avere un futuro. Questo penso e penso anche che continua ad accadere. In modi diversi, magari senza delazione, ma con l’indifferenza. Più avanti c’è la chiesa dei Servi, un voto e un dono alla città quando la collera degli eventi coinvolgeva uomini e divinità, con il Cristo del Donatello e il dolore di Maria. Che avrà detto il parroco di quello che accadeva allora, attorno?

Da piccolo per san Valentino, mia nonna mi portava in quella chiesa, a prendere la chiave che mi avrebbe difeso dal mal caduco, dall’epilessia. Forse anche le donne, saranno state portate a ricevere quel segno di benedizione, oppure avranno osservato passando sotto il portico desiderando di essere comunque salvate dalla malattia. E l’uomo, Moisè, ne avrà parlato in casa, la domenica, a fine pasto con i dolci che si acquistavano nella premiata offelleria Zaccaria, in fondo a quel portico. Avranno parlato della festa, del quartiere, delle signore e dei gentiluomini che passavano nella bella bottega, e di loro stessi avranno parlato, attendendo felici che il futuro facesse il suo buon corso.

Penso a Loro quando passo vicino a quelle pietre, che non sono pietre, e le guardo senza calpestarle, sperando che quel tempo non si ripeta mai più, ma so che dipende da noi. Loro, a cui è stato tolto il futuro, possono solo aiutarci a ricordarlo, a conservare un’emozione che distingue ciò che è giusto da ciò che non lo è, ciò che è umano da ciò che nemmeno le bestie fanno. 

chiedimi se sono felice

C’è insoddisfazione attorno, non è solo mia, è un diffuso senso di ricerca di qualcosa che a volte non s’afferra, magari s’identifica con qualcuno che non corrisponde abbastanza oppure, semplicemente, è qualcosa che non accade. 

Sembra d’essere in una nube che è la somma di tanti desideri collettivi insoddisfatti, ed è anche qualcosa di più profondo che allontana gli uni dagli altri e non fa vedere  la possibilità di essere più forti assieme.

Eppure mai come in questi anni opportunità e risorse sono disponibili, solo che sono divise in modo pessimo, tanto che sembra di essere poveri in modo più assoluto e cresce l’insicurezza  cosicché il nemico diviene l’altro povero.  Il futuro si restringe per i poveri, i ricchi, i potenti, viaggiano con altre regole, non gli importa o forse neppure s’accorgono dell’ingiustizia e dell’insoddisfazione. Per loro il presente e il futuro non è un problema.

Il problema di questa bolla di malcontento  è verso il basso, effetto forse della competizione esasperata che non punta solo a massimizzare la produzione e l’utile ma invade la sfera dei sentimenti,chiede di più, di essere adeguati prima quasi di essere assieme.

Persone mi raccontano i desideri sollevati dal quotidiano, dai sentimenti frustrati, persone che tentano infinite volte fino a sfiancarsi, per trovare un equilibrio che le faccia star bene e al tempo stesso che assicuri che ci sarà una risposta definitiva a ciò che gli pare sia necessario. Non analizzano ciò che li rende precari, il bisogno e il dolore dell’assenza sono spesso troppo grande per non fare parte di meccanismi competitivi.   Così confondono la coazione a ripetere con la speranza che facendo le stesse cose muti il risultato. Non accade mai.

Questa è la follia che passa da una condizione di insofferenza ad una ulteriore e altra insoddisfazione attraverso un percorso che sembrava di liberazione, ma era lo stesso provato altre volte e fallito. Solo che senza analisi profonda della propria condizione non si intuiscono altre vie e si ripete sempre con modalità apparentemente diverse lo stesso percorso.

Non credo sarà mai possibile liberarsi di ogni insoddisfazione  ma di proposito non userò il verbo accontentarsi, perché nell’accontentarsi ci si arrende e non si mutano le esistenze, le cose restano apparentemente in moto mentre si attende che il caso o gli altri lo facciano per noi.

È necessario riconoscere la propria infelicità per creare i presupposti di una felicità possibile. Non  lo vedete il ripiegarsi, il cercare alternative e succedanei, non sentite che il mondo dei rapporti anziché liberarsi semplicemente diventa anonimo e s’incattivisce?

Riconoscere di non essere compiuti, forti, performanti e di aver bisogno degli altri per vedersi. Come sono visto? Cosa c’è di me che metto in secondo piano eppure sono io ?

Le iinsoddisfazioni fanno parte della vita ma non ne sono la costante,  se ciò che viene da altri ci è insufficiente è di per sé fonte di insoddisfazione, chiediamoci se anche noi non creiamo le condizioni per non darci quello di cui abbiamo bisogno. È del rapporto con chi sentiamo vicino che abbiamo bisogno e se esso si nega, semplicemente non ci è vicino.

Sembra tutto molto difficile, abbiamo molti condizionamenti attorno per poter essere liberi del tutto, ma è quello il terreno su cui lavorare ovvero non mettersi nell’insoddisfazione per reticenza, compiacenza, riduzione di sé.
Le intenzioni possono  essere buone ma non è essendo diversi da ciò che siamo che la felicità ci acchiappa. 

Per cui la domanda che dovresti farmi è: sei felice ?

lampioni e imbecilli

Le luci dei lampioni non sono sempre le stesse. A volte più gialle o bianche, sfrangiate al terreno, oppure spezzettate e riflesse dalla pioggia, qualche volta soffuse dalla nebbia; di rado davvero nette. Per questo bisogna attendere che la notte sia davvero fonda e si spengano gli altri laterali chiarori, per cui nel loro momento migliore sono solitarie e riservate a ben pochi occhi. Questo dovrà pur significare qualcosa. 

Comunque non pochi disattenti e scenografici Comuni, usano anche, oggi, mandare luce diretta verso l’altro e si beano di questo riflesso da pulviscolo e da nubi verso il basso che crea atmosfere ovattate e rende impossibile trovare le chiavi se cadono per terra. Possiamo maltrattare chi preferisce il romanticismo degli amanti?  Di certo no, e comunque esse siano, le luci dei lampioni, s’accendono dappertutto, più o meno alla stessa ora e si spengono, quasi sempre, con gli stessi orari. A volte restano accese anche di giorno, e allora sembrano assurde vestigia della notte e un poco offensive, nel loro spreco. Inutili insomma. Esattamente come gli imbecilli. Non voglio dire nulla all’Amministrazione municipale, ma potrebbe gestire meglio gli interruttori crepuscolari e così spargere il rispetto delle cose comuni facendo sapere che sono davvero di tutti. Ma le cose hanno un significato se noi lo attribuiamo loro oppure non ne hanno: esistono e basta.

Appunto, come gli imbecilli, che hanno sempre posizioni nette, magari per poco tempo ma quanto basta per far perdere il senso delle cose, che non servono dove sono collocati e si accendono indipendentemente dalla volontà di chi passa. Sparano sentenze verso l’alto pensando che possano illuminare il mondo, descrivono con nettezza ciò che non serve a nessuno. Magari possono avere qualità aggiunte, aggettivi per renderli precisi, essere vanagloriosi, arroganti, incapaci, atoni, ecc. ecc. Ma di sicuro non ho mai incontrato un imbecille profondo, come non ho mai visto un lampione che oltre a svolgere il suo lavoro non si perdesse nella sua inutilità per gran parte del tempo in cui resta acceso. Era l’esempio della luce e della sicurezza anche quando non c’era davvero nessuno che potesse trarne conforto. Volendo ci sarebbero interruttori volumetrici che renderebbero intelligente il lampione, variatori di luminosità che lo renderebbero efficace, ma si ritengono non necessari, troppo sofisticati, inutili all’uso banale che ad esso è deputato. E’ così anche per gli imbecilli, sono utili all’uso deputato, non devono eccedere o migliorare, devono semplicemente contrassegnare le ore meno luminose delle nostre vite e poi essere arredi del territorio. Nulla di più di ciò che viene loro chiesto d’essere. Esattamente come i lampioni che ci permettono di vedere e di capire, ma non hanno la capacità né di leggere né di imparare. Ma la differenza è che i lampioni quasi sempre  si accendono o si spengono secondo regole precise, mentre gli imbecilli sono sempre accesi e non si guastano mai.

 

 

s’allarga mentre fluisce e finisce

Un fluire che porta via la vita, è sangue, esce per una violenza. Non è una macchia, neppure una pozza, è un piccolo lago di vita in cui essa annega. Imbeve lenzuola, ricopre asfalto, colora l’acqua ma non è mai cosa. Prima portava vita, generava pensieri, sentimenti, era futuro e presente assieme, scorreva e toccava ogni minimo equilibrio di quel sistema incredibile che è un corpo vivo, pensante, amante.

Mancano i vocaboli giusti per le morti violente delle donne, hanno motivazioni che non sono motivi. Pretesti, insufficienze, errori di valutazione d’amore ma non dell’assassinio. Uomini che uccidono le donne. sono più frequenti di quanto si pensi e si racconti perché molti omicidi avvengono in testa, nelle quotidianità, nella gelosia, nell’impotenza che diventa violenza. Omicidi raccontati, mostrati nelle serie televisive, nei film. Le donne sono un tema forte perché suscita sentimenti, ma la riflessione si ferma nell’atto. Chi racconta il dolore che accompagna l’estinguersi della vita, l’incredulità, la consapevolezza che sta finendo? Nessuno e non è giusto. Non c’è mai un racconto della fine, di quando c’è ancora la coscienza mentre la vita se ne va. Si racconta il dopo, si usano parole come raccapriccio, vittima, efferato, oppure si punta sulle avvisaglie che nessuno ha voluto vedere, si indaga sulla personalità dell’assassino, mai emerge il motivo vero, ma una ragione complessiva: la gelosia, il rapporto “malato” di un amore possessivo, dove le parole sono sporcate nel diventare scusa. E la scusa non c’è mai.

Si descrive il fatto per similitudine, si usano schemi interpretativi che riconducano alla dinamica dell’evento, si usano parole che potrebbero essere usate in contesti differenti e non tragici, mancano le parole assolute dell’orrore e così scompare la vittima, la morte stessa diventa un fatto processuale, non un evento assoluto. Scompaiono le botte, il ricatto psicologico patito, la costrizione, ciò che c’era prima e questo assieme a ciò che avviene durante l’omicidio, il fluire del sangue e l’abbandono della vita viene rimosso, espunto perché il racconto della violenza o è rigettato o è fonte di una giustificazione. Sembra necessario a chi osserva, a chi è vivo, che il male sia inserito nella normalità: può accadere e quindi fa parte dell’universo in cui viviamo.

Non è così perché non vi è necessità del male. C’è stata una deviazione nel possedere, quando è accaduto? Diventa un’altra parola deviata, che non tiene conto della volontà: perché non voleva più? Perché un amore era finito, e ci sono state ragioni ma una in particolare riguarda i sentimenti che finiscono o si rinnovano sennò sono crisalidi vuote, convenienze.  Ma nella gamma del sentirsi amati e di amare, il rifiuto non viene insegnato e così non viene ammesso. Sembra che tutto sia naturale nell’amore, nello stare assieme, non è così perché la condizione del progetto iniziale muta, perché c’è un mondo che si muove fuori casa, perché si fanno errori e si fanno cose giuste. Insegnare l’evolvere dei sentimenti non ci pensa nessuno. Ma questa non è una scusa, quante cose non ci vengono insegnate e le portiamo dentro perché sono giuste. Resta quel sangue che fluisce, s’allarga e spegne, toglie una possibilità infinita di amore e di umanità, diventa cronaca ma non è così, una vita che cessa per violenza è sempre oltre la cronaca è una privazione che riguarda chi aveva diritto di sognare, respirare, sorridere, piangere, vivere. 

 

ci sarebbe bisogno di silenzio

C’è il vociare, lo scambio dei motti di spirito, le risate che si mescolano al pane intinto nelle pietanze. Le dita usate al posto delle forchette e dei cucchiai, poi leccate per non perdere il gusto sapido dell’arrosto. Tutti in un tavolo unico, forse, o in più tavoli, comunque è una cena tra chi vuole festeggiare assieme e quindi si conosce. I gesti usuali dettati dal cibo e dalla compagnia, le parole con i ricordi recenti, magari qualcuno più antico. La meraviglia di ciò che è accaduto da poco o più in là nel tempo. Ogni volta che si è assieme emerge il presente e il ricordo e fa parte della consuetudine anche il chiedersi quale sarà il prossimo prodigio. Ci si abitua persino alla meraviglia e alle parole, sempre dense di ulteriore significato.  Bisogna pensare e ciascuno capisce a suo modo. Qualcuno chiede spiegazioni, altri mutano la prima opinione, infine resta l’idea di qualcosa di importante che si capirà appieno un po’ per volta e intanto deve scendere e restare nel profondo.

Immaginiamo la sala con le tende che si gonfiano nella brezza della sera. Si accendono le lucerne alle pareti, anche sul tavolo ci sono dei lumi. Il sole tramonta verso il mare che pur distante fa sentire fin qui, tra le pietre, la sua aria un po’ aspra e colma di colori puri la stanza, così le fiammelle sono punti di luce che illuminano i volti, li scavano, lampeggiano sui sorrisi, riempiono di ombre mobili il soffitto. È la luce che gonfia l’aria o è l’inverso? Lo sguardo del Rabbi guarda distante o dentro di sé? Non si capisce, ma nessuno si pone la domanda. Sappiamo tutti che abbiamo così poche notizie del pensiero oltre la parola e il silenzio.

Ad certo momento la luce s’è invertita, sono le lampade a rischiarare e le ombre a muoversi. I discorsi si sono fatti più fitti, le voci più forti per farsi sentire meglio.

Ci sarebbe bisogno di silenzio. Rabbi parla poco, per Lui ci sarebbe bisogno di silenzio.  Forse Gli altri fanno festa. Sono contenti, i volti ora più arrossati, parlano, dicono di cose che accadono nella città. Forse qualcuno pensa a casa e allora ci sarebbe bisogno di altro silenzio perché la sera è il luogo della nostalgia di qualcosa che manca o che ancora non c’è, ma passa presto. 

Ci sarebbe bisogno di silenzio per capire quello che si acquatta sotto al rumore, per vedere meglio l’ombra che lasciano le parole, per ascoltare quello che sembra e invece non è ma si muove bene attento a non farsi notare. Il silenzio aiuterebbe a definire meglio i contorni delle ombre che s’intrecciano sul soffitto e le pareti. Ci sarebbe bisogno di silenzio per non dire la paura di essere soli, per non pensare pensieri già adoperati, per vedere ciò che sta accadendo e rendersene conto. Ma stasera non c’è più silenzio, le persone sono allegre, hanno ben mangiato e si preparano a una festa.

Il mare lontano non si vede ma si scurisce, si sente nel vento piu fresco e lo sappiamo che diventa nero. Quando siamo in riva, la notte porta lo sguardo al cielo, mentre gli occhi cercano qualcosa tra le stelle. Chissà cosa cercano. Intanto il  cuore cerca di non pensare e da fuori arriva il suono di altre cene, di altri che fanno festa. Così scende la notte, senza un silenzio che l’accompagni, senza un segno che voglia essere letto. La solitudine è la condizione della parola che non si rapprende in gesto, la solitudine è il giusto, l’evidente che non trova il suo posto e allora tace.

Ci sarebbe bisogno di silenzio che ci aiuti a capire, a sentire, vedere che non siamo soli se capiamo, sentiamo, vediamo. Ma non è ancora ora. Forse non è mai ora.

 

 

mamie

Nelle città medie ci si conosce in molti, specie tra coetanei. Si sanno quali sono le opinioni prevalenti, si valutano le influenze sul potere che conta, le ricchezze vere e quelle fasulle. Basta esserci per capire e per farsi un’opinione, ma non è difficile capire chi è importante anche se resta sotto traccia. Mi pare che si chiami understatement, ma qui è abitudine a non apparire.

Siamo una città civile, con una storia antica, tranquilla, non particolarmente generosa nel donare alla civis da qualche secolo, molto attenta ai patrimoni e chi si rovina non viene apprezzato. Molti cittadini amano gli animali, un po’ di meno amano gli uomini, non pochi si sono scoperti odiatori di chi non la pensa come loro, ma credo siamo nella media delle città medie. Finora non ho detto nulla, sono cose che troviamo ovunque e allora per dare un senso semplice a ciò che voglio dire cerco di raccontare semplicemente un fatto.

Qui, come ovunque, il lavoro stabile spesso manca a chi non è inserito bene nella comunità. Parlo dei nuovi arrivi, non occorre siano extracomunitari, basta non siano di queste parti. Il lavoro precario viene proposto, si dicono le cose da fare e c’è una trattativa breve: prendere o lasciare. Mettiamo il racconto in prima persona.

Quella mattina ero speranzosa, mi ero vestita con il mio miglior abito, sono arrivata qualche minuto prima. Bisogna essere puntuali ma non disturbare. La casa era davvero bella, in centro. Salotti, ampi spazi, mobili bellissimi. Io di mobili me ne intendo. Ho fatto l’arredatrice, e li ho pure costruiti i mobili che progettavo, perché mi piaceva l’odore del legno stagionato, gli incastri che trovano il loro posto, il profumo della colla, l’insieme che prende forma e diventa quello che avevi in testa. Così guardavo quei mobili e ne vedevo l’accuratezza, le coperture perfette, la pulizia. Mi piaceva, perché penso che i mobili siano parte di noi. Poi è apparso un gatto, mi avevano fatto sedere su una sedia ad attendere la persona con dovevo parlare dell’offerta di lavoro. Il gatto si è avvicinato, si è strofinato sulle mie gambe unite e poi mi ha guardato. Mi piacciono i gatti, anzi mi piacciono quasi tutti gli animali. Vengo da un paese dove gli animali sono ovunque e le persone li considerano parte della loro vita. Parte, non la loro vita. Forse la differenza è questa. Vengo dal Brasile, il mio passaporto è italiano, sono figlia di immigrati che non hanno avuto troppa fortuna. Per questo sono tornata. Finché pensavo al gatto e lo accarezzavo, è arrivata la Signora. L’ho seguita in uno studio carico di libri, bello, luminoso e silenzioso. Ho lasciato da parte l’osservazione dei mobili per ascoltare con attenzione. Il mio italiano è discreto, ma non capisco tutto, in fondo la mia lingua da bambina è stata il portoghese. Comunque capisco quello che serve e anche di più.

La Signora era molto precisa, mi ha parlato della sua grande casa fuori città, del molto verde attorno alla casa. Mi ha detto che amano molto gli animali, che non mangiano agnelli a Pasqua, che hanno orari precisi per la colazione, il pranzo e la cena. Il mio compito sarebbe stato quello di provvedere al servizio dei pasti, tenere in ordine la casa e curare il giardino, seguire le necessità degli animali, che erano praticamente persone di casa e parecchi.  Si cominciava con la colazione alle 7.30 da servire in casa o in giardino, a seconda del tempo, si finiva con la cena in casa verso le 21 o magari più tardi se c’erano amici a cena. I miei compiti erano bene elencati in una lista che riempiva ordinatamente una pagina, praticamente dal mattino fino a notte ogni ora aveva una sua funzione. L’offerta retributivar era di mille euro al mese e di questi, visto che fruivo di vitto e alloggio mi sarebbero stati trattenuti la metà. Quindi lo stipendio era di 500 euro. 17 euro giorno per circa 14 ore.

Ascoltavo con attenzione, mi pareva poco per l’impegno e la fatica, anche se la stanza che mi sarebbe stata data per dormire era ordinata e con un servizio. Il pensiero era che pagavo un affitto non da poco e che il cibo mi piaceva anche sceglierlo e mangiarlo come preferisco, pagandolo con i miei soldi. Quindi non capivo i vantaggi, anzi mi pareva una costrizione.

Non ho parlato molto, ho solo detto la verità, cioè che mi pareva poco retribuito come lavoro e che era impegnativo, ma non era la fatica a farmi paura piuttosto il fatto di sentire che non lavoravo per il giusto. Ci avrei pensato anche se la mia risposta d’istinto era negativa.

Sono in Italia da sei mesi e ho cercato ripetutamente di trovare una sistemazione, ma per il lavoro che ho fatto in Brasile qui non c’è spazio e per gli altri lavori, spesso mi sento ripetere che il momento è difficile e bisogna accontentarsi.  Il fatto che me lo dica chi ha molto e spesso mostra il lusso, mi causa una certa insofferenza.

Ho salutato la Signora e sono uscita in questo sole d’aprile che mi ricorda non poco il Brasile, ma non ero contenta, anche un rifiuto perché le cose non sembrano giuste non fa stare bene. Così ho camminato per la città e poi sono tornata da chi mi ospita, con una discreta voglia di piangere.

La Signora mi ha richiamato, sembrava disponibile a rivedere le condizioni di lavoro, l’ho rivista. Mi ha raccontato nuove cose sulla casa e sugli animali. Mi ha ripetuto che a Pasqua non si devono uccidere gli agnelli e mangiarli, ma quando le ho chiesto se aveva riconsiderato la retribuzione per l’impegno richiesto, mi ha detto che quella era la sua offerta e che le sembrava una buona offerta visto che di spese vive non ne avrei avute molte. Per la seconda volta l’ho ringraziata, ho ribadito che mi sembrava poco per un impegno di oltre 12 ore al giorno, ho salutato e sono uscita. Ho capito che in testa loro volevano una Mamie, ma non siamo più al tempo della guerra di secessione americana e Via col vento è un film, non un rapporto di lavoro.

Credo che lo schiavismo non sia mai davvero finito, che anche dove non c’è guadagno diretto chi dà il lavoro abbia sempre la tentazione di guadagnarci anche nell’essere servito. Questo mi fa riflettere e disperare, perché in questo Paese, che è anche il mio paese, la speranza di chi non ha, diventa un esercizio difficile e la vita si basa sui buoni che ti danno una mano finché possono, ma non è così che dovrebbe funzionare. Non è così.

verità che presto scadono

Come vedi, c’è sempre una ragione al dispiacere,
e sembra s’accanisca a sbiadire il piacere, complotti a renderlo fugace;
forse ci si dovrebbe accontentare delle tregue,
oppure imparare grammatiche dove l’errore abbia più pazienza.
E invece è tutto così veloce che l’assoluto non ha tempo né di sé ha coscienza piena
e diventa relativo.
Questa relatività c’allontana, impedisce l’abbraccio
e il lasciare la guancia sulla spalla dell’altro,
per riposare in un sicuro luogo amato,
basterebbe un momento, che sembra unavita
e così sarebbe eterno.
Come potrei volerti male se tu mi vuoi bene?
è lo scambio semplice che s’impara da bimbi
e s’applica in ogni contrasto, almeno per un po’ di tempo,
ma poi ci si tradisce troppo spesso
per puntigliosità o stanchezza generata altrove, non per malavoglia,
è così che il deserto si mangia il cuore
e gli occhi non sanno più cos’ afferrare.

disinamorà

Steso. Supino. Il corpo composto. Così le parole cercate, messe in lunghe file. Staccate, pescate, frustrate dal tentativo di essere ciascuna di per se sufficiente e ri immerse in quell’accento che rivela il luogo della provenienza sino allo sbottare nella parola intraducibile nella sua essenza: disinamorà. Gli occhi sono chiusi, c’è un buio chiaro nella testa, un lasciarsi andare nel fluttuare senza tempo. Dualità che emergono, simboli in forma di lettere, emozioni osservate. Paura. Caldo. Scivolare. Ritto. Nudità. Accettazione. Dovere. Subire. Libertà. Conoscersi. Riconoscersi. Perfezione. Imperfezione. Purezza. Errore. Timore. Castigo. Caldo. Dolcezza. Buio.

C’è un buio così totale nel profondo che l’unico modo per esistere è toccarsi. Sentire il proprio corpo. Riconoscerlo come zattera salvifica. Immenso e imperscrutabile nella sua interezza, docile e amoroso nel darsi per piccole parti. Per momenti di tempo. La nudità nel buio non ha senso se non per la scoperta che essa suscita, per il ri conoscere, per il ri conoscersi. Il respiro si allunga, diventa soffio lieve: è così che si scivola nel sogno? Distaccando la realtà delle cose attorno dapprima e poi entrando in sé. In punta di piedi, per guardare, curiosi di ciò che si scopre oltre gli occhi, l’udito, il tatto, finché anche l’odorato si rende conto del proprio profumo. Un misto di pensieri leggeri che penetrano, si compenetrano. Così il sospendere la percezione è sospendere il tempo: un attimo è infinito, immerso in idee, non più in sensazioni. Immagini annodate che portano distante. Incommensurabilmente distanti, ma non da sé. E poi il riemergere, il rendersi conto. Qual è stata l’ultima parola pensata? Disinamorà. Non significa disinnamorarsi , ma non vedere più nella passione o in ciò che viene fatto o nella relazione affettiva, un interesse profondo, un afflato che desidera. È la distanza che si pone nel riconoscere una fine e diventa solco, cesura definitiva: nulla sarà neppure lontanamente come prima perché si è visto l’oggetto dell’attrazione nella sua realtà che respinge e tradisce.

Anche tradire in questo contesto merita una spiegazione. Lo si può fare, tanto siamo stesi con gli occhi chiusi e sentire cosa sia il tradimento non fa male, è una sensazione distante, dolciastra, oggettiva e insieme specifica. Questo tradimento è riflessivo, è l’essere stati spinti con l’inganno a tradire se stessi. Come Pollicino siamo stati perduti nella foresta, ci è stata indicata una via che ci ha portato a combattere noi stessi, ciò che eravamo e siamo. Cadono tutte le speranze, restiamo solo noi con il nostro buio e il nostro sentirci vivi. Ogni parola esigerebbe una spiegazione se pronunciata, ma ora non serve, magari verrà quando un tempo di chiarezza genererà un racconto, una lunga fila di parole operaie che trasportano il loro carico di senso. Senza fretta perché ora è chiaro cosa è accaduto in un tempo in cui tutte le nudità innocenti esigevano una cura che non hanno ricevuto e noi siamo intrinsecamente nudi, fragili, inermi. Dopo c’è stato un infinito rincorrere, un mettere assieme cose che non c’entravano nulla, un costruire secondo modelli conformi all’uso. Se serviva una consapevolezza per capire, ora è tutta in quella parola disinamorà, termine che apre perché chiude.

Termine perché il riconoscersi conclude la vista altrui su di sé e ne inaugura una nuova, propria.

Termine ed è come tirare una riga nel mare in cui si è immersi e sentire che il mare ti abbraccia perché non è lui che neghi ma ciò che non eri tu, ciò che negava la meravigliosa realtà che ti portavi appresso. Che ognuno di noi si porta appresso.

È sempre un cerchio perfetto la vita, il passato, la somma delle imperfezioni, ciò che abbiamo desiderato e che si è trasformato in nuovi desideri, ciò che abbiamo pensato di lasciare e ciò viene aggiunto per costruirci con fatica o con gioia, o con leggerezza, o con profonda consapevolezza, tutto questo e molto altro, chiude costantemente un cerchio che si apre secondo la nostra volontà, ma resta perfetto.

Un cerchio. Ricordalo. Quando corri o stai fermo, quando il pensiero si spinge avanti sconfinato, quando ami, provi piacere, quando soffri perché ciò che vedi e senti non è umano, percorri il tuo cerchio. Incessantemente, in avanti, vivo. 

 

a proposito di egoismi

A proposito di egoismi,

oggi la pelle era particolarmente scoperta,

faceva male ed emozionava troppo.

Non va bene, mi diceva, copriti,

aspetta cresca un po’ di scorza,

cambia tempi e modi d’essere,

rallenta e guarda attorno,

non vedi quante maschere e sorrisi allegri?

Anche, le rispondevo, ma non soprattutto

e poi non solo.

In fondo m’interessa poco,

oscilliamo tutti tra chiuso o aperto,

persone binarie d’infinite sfumature nel frammezzo, ma

si può star male per una ferita di troppo

non solo a carnevale.

Chi m’ ha conosciuto non è rimasto indifferente,

le dicevo.

O forse sì,

e se ci penso, è questo che fa male.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

circa, non hai colto, bravo, adesso va

Ci giravamo attorno chiedendo spiegazioni e venivano risposte: circa, non hai colto, bravo, adesso va.

Erano i primi anni settanta. Dell’altro secolo. Quello breve per l’intensità di ciò che accadeva e per come portava via il tempo. Anche molte vite ha portato via, insieme alle passioni e immani nefandezze. Le passioni le ha sostituite con le parole che non fanno molto, ma buttano in avanti la palla.

Era l’ottomarzo, si scriveva tutto attaccato. Veniva regalata mimosa alle ragazze, si ascoltava da loro quell’ondata di idee che cresceva, tumultuava, che sembrava travolgere i pensieri, le modalità usuali del vivere, la politica, ma soprattutto il sociale. Era difficile non essere attratti da una libertà così nuova da mettere in discussione tutto quello che era stato prima, un consolidato modo di pensare, oggetto di battute al più, regola per la spartizione ineguale della cura e del provvedere economico. Certo ascoltavamo anche perché le cose dette dalle giovani donne avevano un fascino che s’imbeveva di loro, perché ci portava in un terreno sconnesso dove bisognava stare attenti a come ci si muoveva. C’erano sensibilità nuove di zecca, mai sperimentate prima, nuove icone, ma soprattutto era il sentire e i sentimenti che venivano rivoltati nelle modalità polverose in cui si erano sino ad allora svolti. Che significava il sesso nella liberazione femminile, l’amore cos’era e cosa stava diventando?

Il femminismo si riallacciava con il ’68, lo superava, lo portava altrove e molto più dentro i rapporti interpersonali. Il noi era una relazione nuova. Nuovissima e l’ottomarzo era di sinistra, movimento, fantasia, nuove attese e sperimentazioni. Il PCI, il resto si accodava, ma pur affiancando il pensiero di sinistra, adesso il pensiero femminile, era qualcosa che precedeva il giorno, che incombeva in una società così ferocemente maschilista dove ogni vita era già segnata alla nascita e con un’immensa carica negativa, rendeva la scelta – istinto, il piacere-funzione a senso unico verso il maschio, la subordinazione- rispetto incondizionato. Si erano, per millenni, rovesciate le cose ed ora il mondo si riapriva, mostrava il lato che era stato represso.

Noi eravamo sconcertati e affascinati, impotenti e ammirati e quella data, l’ottomarzo, assumeva un significato di continuità, di persistenza. Non era il giorno dell’omaggio, del riconoscimento, ma la condizione del cambiamento. Era tutto l’anno e chi doveva cambiare di più eravamo noi, i maschi, ma anche le ragazze cambiavano. Si cambiava assieme. Noi rincorrevamo sorridenti e cercavamo di capire mentre loro erano già un passo, un giorno, una vita avanti.

 

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