ci sarà un giudice a Berlino

Partiamo dalle elezioni e dalle novità della politica (?): le minoranze e il pensiero difforme non conta. Ma si può irridere, trascurare, espungere dalle decisioni una minoranza e chiederne la fedeltà nel momento del bisogno? Sì, se si tratta di sudditi ed è accaduto in ogni monarchia, in ogni dittatura, ma se gli uomini sono liberi, allora questi pensano, fanno bilanci, traggono conclusioni. E decidono. Questo un capo dovrebbe pensarlo, chi vuole esercitare il potere dovrebbe saperlo. Ovunque.

Parlando apparentemente d’altro, in Grecia chi paga la crisi sono i più deboli. Come sempre. E la classe che era media non lo è più. Certo i debiti vanno pagati, ma se si uccide il debitore, i debiti si estinguono oppure lo debbono pagare i figli, i nipoti, e così avanti per i secoli a venire? Non è una domanda da poco perché se uno ruba un po’ paga anche il fratello, se uno sperpera paga anche il figlio, ma se non si è sperperato e rubato perché si dovrebbe pagare al posto di chi l’ha fatto e magari continua ad accumulare e a far denaro? Di queste, e molte altre anomalie, non si discute nella politica dei paesi democratici, che così diventa una politica omissiva, spesso interessata, a volte collusa. Per questo un potere terzo e a suo modo terribile, serve. Serve un giudice a Berlino che giudichi e dica se ciò che viene fatto è conforme alla legge, sapendo che la legge non dimentica l’uomo in ciò che avviene, ristabilisce un ordine che viene violato dall’eccesso e giudica anche il potere. Come nella novella di Von Kleist, dove al mercante di cavalli a cui è stato fatto un torto e che chiede ragione, viene risposto sbeffeggiandolo, bastonandolo in un esercizio di potere che irride. Allora il mercante s’ improvvisa capopopolo, parla ad altri e i torti si riconoscono, e quando questo accade sono guai, perché diventano valanga. Travolgono il giusto e l’ingiusto. Così il mercante, solleva una guerra spietata contro chi l’ha offeso, semina morte e distruzione. Poi tutto viene rimesso in ordine, ma nel giudizio a Berlino, per quanto avvenuto dopo l’ingiustizia, oltre alla condanna, gli viene riconosciuto il torto subito, per cui al mercante di cavalli, pur impiccato, una soddisfazione alla fine verrà data.

Non è necessario arrivare a tanto, ma i motivi per pensare e per decidere con chi stare ci sono tutti: un torto genera conseguenze e non sempre queste sono così marginali da essere inesistenti. E questo accade ovunque, anche in politica dove si tende a perdonare molto e di più. Una magistratura che difenda il diritto oltre la politica, oltre il contingente, serve a tutti perché è la legalità che manca prima della legge. Tutto ciò a dire che i giudici della Corte Costituzionale devono decidere sulla conformità alla costituzione e non sulla convenienza del governo in carica. Qualunque esso sia. Perché sulla legge, e sul suo rispetto, si fonda il diritto del singolo, dei gruppi e la legalità. Le politiche e la convenienza del più forte sono altra cosa.

Finisco con un accenno alla campagna elettorale. Lunedì ci saranno molti vincitori, ma anche molti sconfitti. Credo che chi vuole il cambiamento rischi di stare più tra i secondi che tra i primi. Cos’è il cambiamento? A questa domanda, si dovrebbe rispondere dando fiducia a qualcuno e, nel farlo, sposare una possibilità nuova per i cittadini. Invece se va bene che le cose stiano come sono, il problema non sussiste. E la cosa sembra meno facile dell’evidenza perché se ad esempio nella mia regione, il Veneto, dopo 20 anni di governo di Lega e Forza Italia, il cambiamento è posto in una candidata donna, chi vuole il cambiamento magari obbietta, distingue molto, discetta. Stranamente emergono categorie come la simpatia o l’antipatia, più che una critica su quanto viene proposto di fare. Si potrebbe quindi pensare che quando si dice che le cose non vanno, non è proprio così profondamente vero da motivare una scelta differente. Queste persone, qualunque cosa facciano, saranno sempre insoddisfatte e sconfitte da se stesse, non operando secondo ciò che pensano non troveranno mai chi le soddisfa. Ma questa considerazione sul cambiamento e su chi lo vuole, non vale solo per il Veneto, perché cambiare non ha solo un colore politico, ovvero non lo ha più da molto. Anche altrove, indipendentemente da chi governa se non si è soddisfatti, cambiare significa scardinare apparati consolidati, mutare priorità, sciogliere clientele.

Insomma cambiare, se lo si considera un valore, ha un significato preciso, è discontinuità di azione e di governo, nuovo progetto e nuovo programma. E ciò che si deve decidere è se ci va bene la sostanza di ciò che viene proposto, se esso è conforme ai nostri principi, alle nostre aspettative. Questo è dirimente e toglie ogni alibi a chi vota e a chi non va a votare: ci sono quelli favorevoli alla continuità e quelli che invece vogliono qualcosa di diverso. Il paradosso è che anche nel cambiare si possono scegliere gli alleati e quindi avere altre continuità, altri compromessi, altre politiche che si fermeranno alla soglia del mutamento vero. Non basta dire di voler cambiare, sono i fatti che alla fine parlano ben più delle parole.

una pace intersecata di lampi

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Sta arrivando il temporale. Dal bianco lontano il cielo si sovrappone in dense nubi che infittiscono nel grigio.

Per radio leggono Oblomov. C’è un’ indecisione malinconica nelle parole intrise di mute possibilità perdute. Emerge l’ansia di Stolz per la felicità di Olga: sente che sarà felice se la felicità è di entrambi. Oblomov è distante, le vite si sono svolte e accontentate. Così in quella preoccupazione di Andrej per quel passeggiare muto, per le verità inespresse e temute, una frase di lei, si fa carico di entrambi e rimette ordine nei cuori ansiosi: Infelice? Sì, io sono infelice perché sono troppo felice.

Convincersi del bene possibile come esso fosse assoluto. E farsene una ragione come accade quando la ragione e il cuore non trovano accordo con un’altra ragione e un’altro cuore.

Nel cielo grigio ora ci sono canti d’uccelli e quiete. Brontolii di tuoni e un piccolo vento fluisce morbido come carezza tra i capelli e muove il folto oleandro della casa a fronte. La campana chiama alla sera, ma suona poco, prima di diventare anch’essa vibrazione di silenzio.

Tutto fa un passo indietro,

Quanta pace attorno intersecata di lampi.

il volo

 

 

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d’ali verdi il volo,

in testa un grumo di colore,

e un pensiero che s’inerpica nel cielo.

Lo riempie d’ansia,

di libera quiete,

di frenesia di profumi,

d’ardore che tutto scuote e vibra:

pelle e viscere in accordo,

animale finalmente.

Precipita la vita e sgorga

nel volo che non finisce.

 

ragazzi di fatica

Le case delle maestre avevano facciate rigorose e solide, erano come il sapere, fatte per durare. Assomigliavano alle loro scuole, con soffitti alti, infissi scuri e tende pesanti e se non erano belle nei particolari, si riscattavano nelle proporzioni e nelle misure ampie dei portoni, nelle scale larghe, rigorosamente senza ascensori. Per aspera ad astra. Faceva bene far le scale, era parte di quella ginnastica povera e concreta delle scuole e arrivare col fiatone, incontrare, giusto il necessario, i vicini, scambiare convenevoli, gli esercizi di cortesia, e poi ciascuno nella sua casa, era parte dell’educazione al riserbo.

La lunga facciata guardava una strada larga, nata dopo l’unità d’Italia, nel 1875. Una strada che prima aveva occupato il canale dei Gesuiti, interrandolo e poi aveva lasciato spazio alla modernità della Ferrovia provinciale con la stazione di santa Sofia. Quindi le case erano sorte in un posto nuovo e ben servito, e pur dentro le mura del ‘300, erano aperte alla nuova linfa portata dal positivismo: accanto a piccole case d’artigiani, che conservavano tracce della città vecchia, l’edificio lungo e nuovo degli insegnanti era diventato una nave che si spingeva verso l’altro sapere, quello universitario, un baluardo della città nuova, del nuovo apprendere, della modernità. La facciata era il nuovo confine della città che cresceva e si rinnovava, quindi un fondale per la semplice ripetitività di motivi geometrici. Facevano eccezione per aggiunta d’importanza ai nuovi possessori, ch’erano alfieri d’un mondo di principi e d’eguaglianza fondata su censo e merito, di pochissimi terrazzini, che sancivano un privilegio da condividere. E pertanto, questi, erano condivisi, a cavallo di due appartamenti, ma erano tagliati a metà da elaborate divisioni di ferro battuto che finivano in punte acuminate, come ci fosse qualcosa da difendere da scale d’assedio visto che erano a sei metri d’altezza. In realtà erano solo le difese dai vicini, anche loro insegnanti e pari, ma dotati di bimbi molesti, chiassosi, scherzanti, male educati e incuranti della proprietà privata, un bene che il regno aveva ribadito ed esteso a loro attraverso cooperative e stipendi certi come la casa che abitavano. Non tutti erano insegnanti allo stesso modo e c’era una differenza tra chi figliava e chi si dedicava solo alla scuola, di fatto sposandola e investendo in essa tutta la forza educativa che veniva dalla missione del far apprendere e crescere i cittadini di una nuova Italia. Oltre l’impero austroungarico, oltre la Serenissima, il Regno era il nuovo e l’educazione elementare il suo apparato culturale di massa. Eppure se i maestri si fossero visti nelle case, com’erano davvero, avrebbero notato che quei ferri battuti, quelle punte acuminate, difendevano basilici e rosmarini, rose un po’ stentate, un sostegno per la bandiera, e qualche piccola cianfrusaglia in spazi davvero minuscoli, quindi nulla. Ma nel nuovo regno il privato era rimasto eguale all’impero, era nata una borghesia che era sì modernista in pubblico ma difendeva le sue abitudini e convinzioni, e con esse, piccoli tinelli e tappeti e mobili scuri e note di pianoforti verticali sempre al limite d’intonazione. E il pianoforte e l’enciclopedia erano uno status, che quasi tutti avevano e mostravano. E a volte suonavano (il pianoforte, naturalmente), facendo salotto prima che discussione. E come pesavano quei pianoforti, e posso dirlo per esperienza come pesa e come fa male portare su e giù pianoforti per scalini pepe e sale. Qui il Sommo soccorreva noi venuti tanto dopo, che ci facevamo risate allegre su quelle scale di graniglia, assoldati dal prete o da qualche padre d’amico che avevano ricevuto in eredità casa e oggetti. Così ebbi modo di conoscere i figli vecchi degli insegnanti dell’età umbertina. Di vedere salotti rigorosamente in velluto Bordeaux, i poggiatesta impreziositi di merletti di Burano, lampadari di ferro con i beccucci del gas adattati alle lampadine (sempre fioche, da 20 candele, foriere di generazioni di talpe per risparmio), e le grosse stufe di ghisa, le parisine, messe nell’angolo, per sicurezza, anche se c’erano immensi termosifoni del Silurificio di Napoli, perché non si sapeva mai con questi impianti moderni, vuoi mettere la sicurezza della legna e del carbon coke? 

Le vecchie maestre ci chiamavano tosi o ragazzi (di fatica era sotto inteso), facchini non era appropriato, perche potevamo essere stati loro scolari. Ci offrivano cioccolatini dallo spiccato sapor di muffa, noi eravamo parchi e ben educati, sperando  nell’intestino forte e che fossero solo delle regalie dell’anno prima. Però erano Streglio e La Torinese e superato il primissimo moto di rifiuto, una qualche attrazione l’avevano mantenuta, non sputavamo di nascosto, insomma.. Avevamo sempre fame e questo ci rendeva invincibili. Poi per chiederci qualche piccolo spostamento di mobile, le maestre ci facevano indossare pattine con feltro lucidante e allegramente pattinando su pavimenti in terrazzo veneziano, parquet di noce, mattonelle bianche e nere, sollevavamo ridendo, mobili pesantissimi, rischiando sempre la spaccata sugli strati di cera Fila, deposti con cura maniacale. Eravamo danzatori involontari e irriverenti, ma infine utili. Guardavo i libri rilegati, le edizioni Ricciardi di letteratura, una sontuosa copia dell’enciclopedia Pomba, le librerie invetriate, i cassettoni, i mobili scuri, le specchiere maculate, i tendaggi pesanti che filtravano aria e rumore di strada in una perenne sonnolenta, penombra. Guardavo, finivamo e passavamo al lavoro vero, negli appartamenti di quelli che erano stati i vicini. E portavamo giù per le scale cose identiche a quelle viste, sempre pesantissime, libri e mobili, attaccapanni e pianoforti.

Era l’estate, la stagione dei traslochi d’eredità ai parenti disattenti che volevano far cassa, dei lasciti alla parrocchia. Così finiva un’epoca, si svuotavano gli appartamenti pagati con mutui infiniti, le porte finestre venivano aperte e quei terrazzini ormai abitati solo da piante rinsecchite, rivelavano la prigione in cui erano state costruite le vite.

l’innocenza del leggere e dello scrivere

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C’è puro piacere nel lasciar uscire le parole sulla carta. Sbocciare sarebbe il verbo esatto, come fanno i tuberi che hanno una vita sotterranea ma vogliono saggiare la luce, come le erbe, come gli animali attratti dal cielo, come gli alberi che hanno bisogno d’essere sé. In fondo scrivere è tradurre quello che vedono gli occhi e che viene elaborato in qualche circuito di sinapsi e mitocondri. Insomma un mostrare ciò che si è percepito e mescolato con quello che si è. Questo è scrivere.

Non c’è un motivo particolare, non ne servono per scrivere, è una piacevole necessità, un bisogno d’ordine interiore che assomiglia vagamente all’innocenza. E quando si scrive senza un fine, si è innocenti.

Ma più che nello scrivere, che comunque dipende, e siamo, noi, sarebbe necessaria la giusta leggerezza del leggere. Leggere tutto quello che attrae e ovunque. La trama di tappeto, ciò che sta tra le righe di uno scritto, il libro che ci prende così tanto e che vorremmo divorare e non finire mai, la levità del tratto, l’aggettivo, il verbo che spinge una intera pagina, l’immagine che da quel momento farà tutt’uno con il significato di una parola, il bisturi che disvela, l’immagine, una fotografia, uno stato d’animo, ecc.ecc.  Tutto questo, e molto d’altro, letto e poi fatto uscire con la nostra penna, tra le nostre cose, disperso come sale, saporoso, indeciso, acuto, insoddisfacente, è il nostro scrivere. Leggere serve a scrivere. Leggere senza un fine è anch’esso innocente.

E poi nel tempo lento del leggere e dell’assaporare e quello veloce e furioso dello scrivere, c’è una sintesi di ciò che siamo noi. Una mappa che per quanto gli esperti nel carpire segreti si sforzino di comprendere non sarà mai del tutto chiarita, perché tale è l’innocenza dello scrivere e del leggere per sé.

verde

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Di un fazzoletto di prato ben tenuto, colgo la felice anarchia delle margherite. Non molto distante, sul clivo dell’argine, radi papaveri si mescolano alle erbe e diluiscono la dolcezza del verde. Sono passati greggi di pecore e hanno lasciato il superfluo, eppure è bastevole e ricco. Giù dell’argine, nella corrente rapida, che un tempo muoveva macine, alimentava fortune di paese, sfamava alcuni mentre altrove si moriva di fame, ci sono lunghe erbe verdi sommerse che muovono sinuose. Anch’esse verdi, accarezzano pesci ormai destinati alla battaglia con le esche dei moldavi e dei rumeni  che popolano allegramente gli argini nei giorni di festa. Il verde è qui, appena fuori d’ una porta, d’una strada di città. Necessario quanto mai alla vista e difficile come le parole che lo circoscrivono. Troppe, inutili, inefficaci oltre quell’etimo: verde, che già lo racchiude e tiene dentro di sé. Ed è profumo d’erba tagliata che già muta colore come se il verde pervadesse l’aria e la lasciasse più povera. E’ menta selvatica, rosmarino, basilico, timo che accarezzati cedono il verde all’olfatto. E’ lo scostare di foglie, l’umido alito del sottobosco, la luce che investe. O ancora è il mare che copre senza apparente soluzione di continuità un latifondo. Oppure un miracolo che risponde a leggi rigorose, una percentuale da piano regolatore, il bilancio di un degradare economico dell’uomo verso ciò che, apparentemente,  è inesauribile e può essere tolto con facilità. Il verde delle carte è la misura del corrompimento dell’idea di progresso, il suo abortire in un numero che non è misura di benessere, ma di guadagno. E quel numero stabilisce se esista o meno la corruzione delle menti prima che quella del denaro, se ci sia o meno sopraffazione. Oggetto del desiderio di chi lo distrugge, se esso è di tutti, viene dal suo carnefice ricreato nella propria casa. Il successo d’una carriera si misura più sul verde che attornia la casa che nelle stanze che essa mostra.

Eppure il verde è fratello di quell’aria, di quell’acqua, che parimenti mutate, eradicate dal sensibile, tolte dalla percezione usuale, diventano oggetto di meraviglia quando si manifestano senza aggettivi. L’aria è l’aria, l’acqua è l’acqua, poi interviene ciò che la muta e la fa giudicare per differenza. Così il verde che da colore diviene punto d’equilibrio interiore a tal punto che la sua assenza  inaridisce il sentire, depriva, spinge alla ricerca di succedanei. Nella forza apparentemente anarchica  delle margherite, trovo la vitalità di aceri, pioppi salici, bagolari, cresciuti per loro conto sui clivi, nelle incolte isole di eredità contese, nelle custodie giudiziali dei fallimenti, negli espropri eccessivi, nell’incuria di opere pubbliche senza manutenzione. In questo anarchico fiorire di boschetti, di abbarbicature a ciò che per l’uomo è residuale, si compiono trasformazioni che risanano, riportano equilibri a un pregresso che deve pur stare nella memoria di Gea vista la pervicacia con cui lo rincorre. E nei mucchi di tronchi abbattuti dall’intenzione di dare una regola al mondo, vedo sia il prodigio dell’energia gratuita che essi offrono, ma anche l’insensatezza di voler governare a colpi di mannaia ciò che un cervello poco malato, ben distinguerebbe, ossia che c’è ciò che ci fa bene e ciò che ci è nocivo. E che di quello che ci fa bene ciò effettivamente usiamo non può essere un’astrazione, ma una concretezza data alla parola che lo identifica. Così verde, albero, erba, papavero, margherita, ecc. ecc. designano un contenuto per noi, per il nostro spirito, per una composizione di esso con l’ansia di prevedere il futuro, di determinarlo. E di tale contenuto, a volte, teniamo conto e inspiegabilmente proviamo una piccola felicità a cui non sappiamo dare un nome. 

komorebi

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Prima cominciavano i pioppi, e le “barbe” invadevano gli angoli, si associavano in nuvole, volavano e si infilavano ovunque. Poi arrivavano i tigli, con semi giallo oro che formavano tappeti e profumavano le sere ancora fresche e le prime ore della notte. A scuola raccontavo di inesistenti allergie, sfregavo molto gli occhi: il giorno dopo sparivo e andavo a pescare. Oltre la periferia, c’erano i campi e le anse larghe del fiume. Conoscevo un posto dove la riva era franata e gli alberi arrivavano al limite della sponda. Un paio di metri sotto il livello dei terreni coltivati s’era formata una sorta di spiaggetta. Più una balconata di terra e ghiaia che un posto da bagnanti, ma nessuno ti vedeva. Si poteva nascondere la bici e mettersi a prendere il sole nudi. Qualche volta lo facevo, ma in questa stagione andavo per pescare. Montavo le due canne, gettavo la lenza in mezzo al fiume, senza galleggiante, e lasciavo il filo in tiro. Le canne erano nei sostegni ed io mi mettevo con le spalle appoggiate alla riva ad attendere. C’era silenzio, qualche richiamo lontano, gli uccelli che volavano a pelo d’acqua. A volte grossi pesci, barbi, temoli, cavedani, saltavano per prendere al volo i batuffoli di aria e di spuma che cadevano dai pioppi. Ma era un saltare rado, fatto di un frullo e poi di un tonfo, poi il silenzio e cerchi d’onda che s’allargavano.

Non mi interessava molto pescare credo, perché non ero mai deluso dal risultato, mi piaceva il posto, la solitudine, il volteggiare dei semi in aria, la vita che si muoveva sopra e sotto l’acqua. Eppoi quella pace immersa nella luce, portava il pensiero in un grande senso di quiete. Le preoccupazioni tardive per i cattivi esiti scolastici si allontanavano assieme ai doveri e ai rimproveri, tutto sfumava in un indefinito futuro. E mi pareva di avere infiniti futuri a disposizione, e quelli negativi magari non sarebbero accaduti, ma sopratutto non riguardavano il presente. Appoggiato a quella parete di terra tiepida pensavo alle cose lette, all’inesauribile mondo da vedere, alle cose che avrei voluto fare e che certamente avrei fatto, alle scelte da compiere E tutto sembrava ancora lucente e nuovo. Erano pensieri senza tempo e urgenza. Loro scorrevano le ore come rosari, ma la realtà era essere lì, con quell’acqua che scorreva lenta, i pioppi e i tigli che la riempivano di isole di semi galleggianti, e i pesci che saltavano controluce. Quella luce che filtrava tra foglie nuove e già fitte, si chiama Komorebi in giapponese, e anche allora non aveva un equivalente lessicale italiano, ma teneva tutto dentro quella simbiosi generata dallo sguardo, dal pensiero lento, dal luogo. Guardavo, sentivo e non sapevo dare un nome al benessere, mi bastava stare bene. 

pronunciation | “kO-mO-’re-bEsubmitted by | julieyumi submit words | here
p.s. nel primo ideogramma ho visto il pesce che salta, nel secondo il mio andarmene dalla complicazione della città e delle mie faccende, nel terzo, me appoggiato alla riva, nel quarto le mie due canne che puntavano come una scala verso il cielo. Ma questo l’ho pensato davvero molto, e molto dopo.

la cura dell’orso

Ti dicono: ma che hai? cosa ti fa male? Vuoi dirmi?

Ecchè sono tutti dottori, tutti psicologi, tutti analisti?

Se ti fa male l’anima hai bisogno di capire, di rintanarti un poco, di farlo uscire quel dolore che non ha un nome sufficiente. Con una ragione che non basta. Allo stato puro. Cristallino.

Poi verranno i motivi veri e sembreranno sproporzionati. Così quieti per molto tempo. Inani. Piccoli, come certe bestioline estive che quando ti pungono gonfiano subito la gamba, il braccio, il collo, e più ti gratti più ti gratteresti, e al male aggiungono il male. Insaziabili. Almeno morissero dopo e invece scopri che non è così. Che potranno pungere nuovamente e iniettare veleno. Sono tutto veleno, ma avranno pure una vita, no? Mica pungeranno sempre, faranno altro.

Dicevo che quella cosa piccola, dormiente e scatenante (mica me l’ero scordato che l’avevo lasciata là, appesa a un inizio di frase), si è rivelata come un grande episodio d’incomprensione, di autocomprensione, di autoanalisi, fallita, incompleta, sottovalutata. Tutto auto, dipendeva tutto da noi, il resto ha fatto da cornice, da catalizzatore, da innesco. Così si è scatenato il malessere e poi quel dolore dell’anima. In fondo ogni dolore è la reazione sana a un fallimento, il limite ad un eccesso di auto stima (ancora auto, che ci dice che facciamo tutto da soli, fallimenti dell’io compresi), e quel dolore, dopo la purezza del distillato attende d’essere intorbidato dalla comprensione, di servire a qualcosa, essere metabolizzato. Che brutta parola metabolizzare, non esce niente nel dolore, se si capisce qualcosa cambia, qualche cellula, e si fa un passo avanti. Due caselle e una a lato, come il cavallo. E non si chiude qui. Non si chiude nulla, si è attivata l’intelligenza di Ulisse. Il cavallo è questo. E poi si va avanti, ma mica si ripete.

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cambiar verso dove ?

Modesta riflessione per il Presidente del consiglio:

A Napoli ci sono due gestori per due linee di metropolitana: uno sono le ferrovie dello stato con svariati tipi di biglietti, prezzi e scadenze. L’altro è una municipalizzata, l’ANM che gestisce due linee. I biglietti dell’uno non valgono per l’altro.

Oltre a questi gestori esiste la Circumvesuviana, la Napoli- Giugliano-Aversa i cui gestori confluiscono nell’ente autonomo Volturno e la tariffazione è gestita dal Consorzio unico Campania. Comunque Wikipedia può chiarirLe la situazione e non mi permetto di insistere sui particolari.

Le faccio questo esempio che è uno dei tanti esistenti, a nord come a sud, (e penso che anche Ella potrebbe raccontarne di ‘belle’ per Firenze e la Toscana) per chiederLe una fugace riflessione su cosa significhi per il cittadino cambiare verso. A mio avviso significa avere una vita che rispecchi nella cosa pubblica, la semplicità, che gli dia la percezione che non si buttano i soldi inutilmente, che gli faccia tener a mente la distinzione tra utile e inutile, tra equità e privilegio, tra passato e presente. Le dico questo perché ho l’impressione che si stia applicando il principio che il cambiamento inizia da dove c’è meno resistenza, che le cose vere da mutare siano inalterate, che, ad esempio, non sia mutato nulla nelle grandi articolazioni della macchina pubblica. Quella con cui il cittadino si confronta giornalmente, imposta la propria vita in un insieme di certezze che alla prova dei fatti non sono tali. Sono esperienze che fanno perdere la nozione di collettività, che tolgono la sensazione di essere dalla stessa parte, come Ella spesso ci ripete, ma invece radicano l’impressione di essere sudditi. Se il pesce puzza dalla testa, da noi, purtroppo l’odore si è diffuso. Gli elementi che hanno contribuito sono in sostanza due: il potere esercitato sempre e ovunque, e il suo antidoto, il privilegio che permette di temperare il potere, opporre una diversa legalità. Tutto ciò, come Lei ben sa, è inefficiente e costosissimo. Allora le chiederei di cominciare questo mutamento del Paese proprio dalla parte difficile, cioè l’inefficienza e il privilegio. Di far sorridere il cittadino assieme alle sue Ministre, che vedo trionfanti perché passa la legge elettorale o la riforma del Senato e della Costituzione. Attendo assieme a molti altri, ben più di quel 40% di cui parla l’Italicum, che questo cambiamento di verso inizi davvero, perché vede Signor Presidente del Consiglio, io voto ogni 5 anni, ma vivo ogni giorno e vorrei vivere meglio.

p.s. Io sono sereno e attendo il cambiamento e Lei ?

ci sta la festa di San Gennaro

Ad un certo punto è finito tutto, la batteria della reflex, lo spazio sul telefonino, la voglia di fotografare. E la processione intanto si snodava tra le strade, suonavano le bande, i gonfaloni oscillavano e c’erano mille visi da guardare, da sentire. E io avrei voluto fermarli tutti nella memoria.

Se voglio vedere la dimensione della folla, la devo cogliere come tante singole persone. Vederla come insieme sembra acefala, indistinta, priva di spessore e d’intelligenza, al più fa paura, ma se la vedo nei singoli, allora sento gli odori, la ressa, la fatica, il sudore. Se ho una macchina fotografica la dirigo sugli sguardi che non vedono, sulle facce immerse in se, sulle parole che concitano, sulla distrazione e l’attrazione che s’inseguono, ma mi accorgo che l’obbiettivo non riesce a seguire la testa, che ciò che fisso è sempre parziale. Non è un racconto in se, non abbastanza almeno, come su un notes, i particolari rimandano alla storia, all’emozione provata.

Intanto la folla attende sul sagrato, è affluita dai vicoli e dalle strade adiacenti, si è ingrossata e ora aspetta. Sono usciti tutti i santi coprotettori, ne hanno letto brevemente meriti e vita, sono stati applauditi. Nella folla prima ciascuno ha applaudito i suoi e poi anche gli altri. E adesso tutti attendono, anche i Santi in fila dopo i gonfaloni delle confraternite, attendono. E tutti sono rivolti alla porta della cattedrale. Finché  esce il cardinale con la teca e annuncia che si può gioire perché il sangue di San Gennaro si sta sciogliendo. La folla ondeggia, si sente che è contenta e applaude tutta, anche gli stranieri. che sembravano non capire, applaudono, e la cosa è evidente che riguarda tutti e ciascuno ed è condivisa. Questo sentire comune emoziona, mi sento commosso per l’afflato, che esprime gioia e speranza e che sta attorno. Il Santo sente la sua città ed è ricambiato. Non importa che si creda o meno, è tutta questa emozione comune che circonda e che prende.

Lentamente il Santo raggiunge il suo posto e la processione inizia il  percorso verso Santa Chiara, la folla si divide tra chi ingrossa il corteo e chi  si assiepa ai lati.  A un incrocio un bambino sta sulle spalle del padre in quarta fila e quando il padre gli chiede: che santo sta passando? Il bambino risponde: è San Filippo Neri. E adesso? È Santa Patrizia. E ora?  È Santa Lucia. E a ogni nome di santo batte le mani, finché commenta: non so chi sia, ci sono le rose. È Santa Rita, dice il padre.

E io fotografo solo con gli occhi, perché Napoli è questo oggi: persone e spontaneità, bellezza insomma.