komorebi

komorebi

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Prima cominciavano i pioppi, e le “barbe” invadevano gli angoli, si associavano in nuvole, volavano e si infilavano ovunque. Poi arrivavano i tigli, con semi giallo oro che formavano tappeti e profumavano le sere ancora fresche e le prime ore della notte. A scuola raccontavo di inesistenti allergie, sfregavo molto gli occhi: il giorno dopo sparivo e andavo a pescare. Oltre la periferia, c’erano i campi e le anse larghe del fiume. Conoscevo un posto dove la riva era franata e gli alberi arrivavano al limite della sponda. Un paio di metri sotto il livello dei terreni coltivati s’era formata una sorta di spiaggetta. Più una balconata di terra e ghiaia che un posto da bagnanti, ma nessuno ti vedeva. Si poteva nascondere la bici e mettersi a prendere il sole nudi. Qualche volta lo facevo, ma in questa stagione andavo per pescare. Montavo le due canne, gettavo la lenza in mezzo al fiume, senza galleggiante, e lasciavo il filo in tiro. Le canne erano nei sostegni ed io mi mettevo con le spalle appoggiate alla riva ad attendere. C’era silenzio, qualche richiamo lontano, gli uccelli che volavano a pelo d’acqua. A volte grossi pesci, barbi, temoli, cavedani, saltavano per prendere al volo i batuffoli di aria e di spuma che cadevano dai pioppi. Ma era un saltare rado, fatto di un frullo e poi di un tonfo, poi il silenzio e cerchi d’onda che s’allargavano.

Non mi interessava molto pescare credo, perché non ero mai deluso dal risultato, mi piaceva il posto, la solitudine, il volteggiare dei semi in aria, la vita che si muoveva sopra e sotto l’acqua. Eppoi quella pace immersa nella luce, portava il pensiero in un grande senso di quiete. Le preoccupazioni tardive per i cattivi esiti scolastici si allontanavano assieme ai doveri e ai rimproveri, tutto sfumava in un indefinito futuro. E mi pareva di avere infiniti futuri a disposizione, e quelli negativi magari non sarebbero accaduti, ma sopratutto non riguardavano il presente. Appoggiato a quella parete di terra tiepida pensavo alle cose lette, all’inesauribile mondo da vedere, alle cose che avrei voluto fare e che certamente avrei fatto, alle scelte da compiere E tutto sembrava ancora lucente e nuovo. Erano pensieri senza tempo e urgenza. Loro scorrevano le ore come rosari, ma la realtà era essere lì, con quell’acqua che scorreva lenta, i pioppi e i tigli che la riempivano di isole di semi galleggianti, e i pesci che saltavano controluce. Quella luce che filtrava tra foglie nuove e già fitte, si chiama Komorebi in giapponese, e anche allora non aveva un equivalente lessicale italiano, ma teneva tutto dentro quella simbiosi generata dallo sguardo, dal pensiero lento, dal luogo. Guardavo, sentivo e non sapevo dare un nome al benessere, mi bastava stare bene. 

pronunciation | “kO-mO-’re-bEsubmitted by | julieyumi submit words | here
p.s. nel primo ideogramma ho visto il pesce che salta, nel secondo il mio andarmene dalla complicazione della città e delle mie faccende, nel terzo, me appoggiato alla riva, nel quarto le mie due canne che puntavano come una scala verso il cielo. Ma questo l’ho pensato davvero molto, e molto dopo.

11 pensieri su “komorebi

  1. bellissimo racconto. Da me, in questo momento è il turno dei pioppi che seminano lanugine in giro e di allergie (vere). Ho seguito per molto tempo il marito a pesca e di posti come quelli che descrivi tu ne ho visti… Me ne ricordo uno in particolare in montagna dove era proprio netta la sensazione che descrivi. Era un boschetto normale.. ma noi lo chiamavamo il bosco delle fate

  2. Io scendevo a un ansa del Volturno, poco lontano dal paese dov’è nato mio padre, dove gli alberi erano così fitti da creare una galleria verde. La luce era così irreale che ti veniva il dubbio di essere sotto la superficie del fiume. Grazie per aver ridestato questo ricordo, sopito da molti anni.

  3. Caro Giovanni ricordi hanno qualcosa che ci portiamo dietro, un filo che li cuce al presente. Non sono solo cose felici andate, siamo noi.

  4. @rosenuovomondo. Camminare fuori dai soliti sentieri ci riporta alla magia di quando avevamo meno razionalità e più poesia. Non che l’una osti l’altra, ma dare spazio a ciò che evoca il mistero fa rinascere. Buona giornata 🙂

  5. Mi piace quando è come racconti della tua infanzia, così diversa dalla mia, per tempi luoghi, genere (che al tempo faceva grandissima differenza, ah, se faceva differenza!);
    quando racconti
    delle piccole disobbedienze e monellerie bambine; 😊
    come si percepisce quella piccola grande felicità che provavi;
    come descrivi la luce chè sembra vederla 😊
    e che a me, se solo fosse possibile, stimola la voglia di fermarla in un’immagine fotografica 😊

    Tutto bello, davvero.
    Bravo!
    Buon fine settimana, con un sorriso
    Ondina

    Ps. Ma dimmi:
    se ti capitava di pescare qualche pesce, lo portavi a casa o lo liberavi ?
    E se lo portavi a casa, come lo giustificavi?
    😃😎😋😜

  6. Beh non ero tanto bambino, ero adolescente. Se pescavo pesci interessanti li portavo a casa e li facevo cucinare e li mangiavo con mia nonna. Lei capiva molto e faceva poche domande 😊
    Buona domenica a te Ondina

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