Sotto le curiosità leggere e fugaci e verso l’alto ciò che con difficoltà si raggiunge, s’intuisce frammezzo lo spazio sconosciuto. Nulla è superfluo e tutto lo è. La ricerca che non si chiude, l’interrogare per pezzi, in piedi. Il peso di ciò che sfugge mentre s’incastra e rammenta che il semplice non è la somma delle complicazioni, ma la loro riduzione a fatto. Di qua la complicazione e il suo servire, sia essa un treno, un libro, un aereo, un’equazione, di là il guardare, lasciar entrare, cogliere il limite come filo che conduce. Quanti libri si leggono in una vita? Hanno calcolato che 3000 è un numero ragionevole, ma quanti restano? Tutti, e tutti in quel libro che siamo noi. Io sono le mie scelte, ciò che non ho letto di me, ciò che sono stato, i miei luoghi comuni da smontare, quelle sensazioni che non ho ancora provato ma già si sono annunciate, sovrapposte ad altre più urgenti. E io sono semplice, non sono la somma delle complicazioni, dei funzionamenti, ma lo sguardo che curioso vuol vedere. Ecco la definizione del raccoglitore di qualsiasi cosa: lo sguardo che vuol vedere e non si sazia.
Non ho mai smesso di occuparmi di politica, e tu lo sai, ho semplicemente taciuto su quello che facevo, come occupavo il mio tempo libero. Ho sorvolato anche sui contrasti che sentivo come ferite a un pensare maturato negli anni, fin da giovane. Sapessi quanto radicato è in me questo pensare e come faccia parte del mio modo di vedere il mondo. Si tratta del non estraniarsi, dell’essere parte di qualcosa che non sono solo io, ma si divide e nasce con altri. Però tacevo mentre partecipavo, come faccio ora, perché mi è impossibile non farlo, anche senz’altro ruolo che quello di avere una speranza da irrobustire con le azioni. Credo che questa necessità nasca molto presto in me, perché m’infastidisce il lamento continuo, l’invettiva gratuita e priva di azione, mi respinge il noi e il loro. Questo popolo, che siamo noi, è fatto di tutto quello che c’è, compresa l’anima nera, compresi quelli che denunciavano gli ebrei per avere la taglia e i loro beni. Qui i santi e gli eroi, che pure esistono, non fanno la massa, sono silenti e non aspettano che le cose cambino ma provano a cambiarle. Berlinguer ha detto con una bellissima frase, che era rimasto fedele agli ideali della sua gionezza, in questo luogo in cui le giovinezze vengono indefinitamente protratte, gli ideali si sono lasciati perdere.
Hai notato che sempre più spesso trasmettono serie televisive in prima serata che parlano di persone comuni, di sessanta/settantenni che parlano di loro. Quelli che le producono hanno semplicemente capito che chi guarda la tv a quell’ora non sono né i giovani né i quarantenni, ma quelli che andavano a letto con carosello e che adesso sono diventati tanti e potenzialmente spendibili in questo paese. Guarda le pubblicità e vedrai che cambiano per mettersi in comunicazione con loro. E sono questi che dovrebbero aver conservato e trasmesso, gli ideali della giovinezza, sono gli immersi e i salvati dal ’68, quelli a cui è stata graziata un’ esistenza grigia, fatta prevalentemente di divieti. Invece sono tra i brontolanti, i teorici del loro e del noi che si sentono giustamente vessati ma non fanno nulla perché le cose cambino. Così, dopo aver pensato che toccava ad altri, che avevo già fatto troppo in vita mia, anche in errori, tentativi, abbagli, ho capito che non ce la facevo a ritirarmi solo con i miei libri. Non potevo guardare la realtà così come la interpretavo senza esprimere un’opinione e sommessamente ho ripreso a fare politica, come posso e mi sento, ma lo faccio, perché non è giusto lamentarsi se non si è almeno feriti da una lotta.
Vedi, si pensa che ci siano compiti precisi nella società, che chi si è assunto il compito di fare le leggi, di amministrare, ha responsabilità più grandi di quelle di chi viene amministrato. In buona parte è vero, però se non eleggo qualcuno che sia meglio di me, se non ho un’idea di futuro, se gli ideali sono definitivamente perduti, chi mi governa dovrebbe essere un illuminato dal ruolo che risolve i problemi con la bacchetta magica facendo contenti tutti e vedendo contemporaneamente il presente e il futuro. E tutto questo avendo i miei stessi limiti e magari qualche principio in meno. Insomma una sorta di mago Otelma, ma senza trucco. Ti pare possibile?No, e infatti non lo è, perché fare politica è esprimere una preferenza e un’analisi del presente e dire quale futuro si vorrebbe, ma non nel paese dei balocchi e neppure a costo zero, perché qualcuno alla fine deve pagare quello che viene dato e prima non c’era.
Sono stanco di chiacchiere, di rarrazione, cioè che mi dicano cosa dovrei vedere quando vedo altro e come molti, per questo, oltre a votare controllo quello che viene fatto in corso d’opera, se mi era stata promessa una cosa e se ne fa un’altra, chiedo ragione. Questo è il mio modo di fare politica che non si esaurisce nei dieci minuti in cui metto una croce. Ho applicato il concetto giuridico che mi vuole attivo e controllo chi riceve il voto, quello che la legge dice passivo ma invece ne fa di cose e ne promette di più. Visto poi che mi fanno scegliere sempre meno chi vorrei votare mi accanisco di più a sorvegliare chi mi è stato imposto e protesto perché voglio scegliere. Non mi convincono più i giochetti, e non perché sia diventato particolarmente furbo, ma perché se qualcuno tradisce la mia fiducia mi va sotto i tacchi.
Non scelgo dappertutto, non potrei mai ritrovarmi a destra e neppure al centro, ma quando tre anni fa ho cominciato ad allontanarmi da quello che era il mio partito, era perché esso non era più quello che meritava la mia fatica. C’ho fatto persino un blog allora, per chiarirmi le idee e l’ho chiamato essilio, perché da qualcosa mi sentivo allontanato. Pensavo di scrivere un diario delle mie difficoltà, poi mi sono accorto che diventava inutile perché era la passione che veniva messa in discussione, perché improvvisamente, io, con le mie idee, i miei ideali ero diventato vecchio.
Questo è un luogo in cui il lamento è facile ma a me piace capire perché le cose non mi andavano bene e se se n’era andata la speranza. Esigente lo sono sempre stato, però qualche ragione, un futuro comune, una lotta forte e con risultati, mi convincevano, ma il partito in cui ero allora, e pure con ruoli dirigenti, era diventato un posto in cui era difficile discutere, fare la minoranza. Tante, troppe parole e troppi cambiamenti senza analisi di ciò che accadeva, insomma due anni fa ho scritto la mia lettera di dimissioni, e senza nessun clamore me ne sono andato. Perché essere di parte è una scelta , e quella ormai non era più la mia parte, ma restava il partecipare, che è un dovere. Mi sono fatto tante domande e molte me ne faccio ancora, però capivo che stava mutando il modo di fare politica in maniera così radicale da impedire che gli errori si sanassero e anzi si accumulavano uno dietro l’altro, scavando una voragine tra gli elettori e gli eletti. C’era supponenza e arroganza, le peggiori facce del potere, e la vicenda della Costituzione me l’ha confermato. Non mi piace una politica in cui uno comanda e gli altri ubbidiscono, per questo è necessario partecipare.
Sai, non capisco gli indifferenti, quelli che tutto è uguale e tutto gli va bene. C’è quella bellissima pagina di Gramsci in cui dice che odia gli indifferenti e mai l’ho capita come in questi anni, prova a pensare: con il diffondersi delle notizie, con la possibilità di vedere il mondo e non solo ciò che accade ma che probabilmente accadrà, oggi le persone dispongono di una possibilità di mutare la loro condizione e il loro futuro come mai è accaduto prima nella storia dell’umanità. Eppure si depongono le armi della critica, si vede l’insorgere di nuovi separatismi, di minacce per la pace, l’eguaglianza sparisce , i giovani emigrano, il lavoro si precarizza e le persone si ritirano nel lamento. Pensano di non contare nulla nell’epoca in cui l’opinione pubblica non è mai stata tanto potenzialmente forte. Per questo odio gli indifferenti perché sanno ciò che accade e pensano solo al loro tornaconto, perché non vedono che il presente, perché s’imbastardiscono di soddisfazioni momentanee e attorno creano le premesse del deserto. Se tutti fossimo indifferenti saremmo meno di pecore, potrebbero toglierci e darci secondo convenienze di chi ha il potere e già lo fanno. E invece il potere odia quelli che si interessano, che lo controllano, perché questi forniscono ad esso un’alternativa, creano le premesse per scalzarlo.
Così senza dirtelo ho ripreso a fare politica, ma tu lo sapevi, l’hai sempre saputo. Sai cosa mi manca? Non i miei anni giovani, ma la forza del sentirsi assieme, di capire che una causa grande è parte dello sforzo di tutti. Sto bene da solo, però per fare politica servono molti consapevoli, serve che ci si senta di andare avanti, non solo di difendersi, ma di affrontare i problemi e di risolverli. Non tutti ma uno alla volta e posso assicurarti che è una grande soddisfazione perché hai la coscienza di aver fatto insieme un piccolo passo avanti e da lì si può fare altra strada. Questo è far politica, ma tu questo lo sai.
La sera era chiara. Sullo sfondo grigio del cielo si stagliava la grande chiesa e i fari, che l’avrebbero accompagnata sino all’alba, già erano accesi.
Sovente penso che sono cose che conosci. Le hai viste di giorno, e così non hai percepito il momento, il loro cambiare con la luce, che le rende differenti. Forse per questo ti racconto, perché il mutare e la sua percezione, in realtà sono io che muto, che mi accorgo e che vorrei condividere. Poi mi arrendo alla realtà, al goffo dire che vorrebbe evocare, far nascere nell’ascolto l’ologramma con gli odori, le sfumature e il sentire. Ho usato la parola sovente che contiene il ripetersi, come se per davvero ogni volta che sento, racconto o ricordo, fosse la stessa cosa. Lo sappiamo entrambi che non è così: sovente penso a te e sei al tempo stesso uguale e differente. Uguale sommariamente nelle abitudini che entrambi conosciamo, nel profondo che ci fa intuire l’altro, ma sempre differente nel percepire quante e quali sconosciute cose tu abbia in te. Ed è a queste che vorrei parlare. Farle conversare con me. Uscire dall’usuale per sconfinare nello straordinario.
Ci sono momenti di bellezza, alcuni, di sentire, altri, che vorrei condividere, ma magari non ci sei e quando ho un foglio bianco davanti mi accorgo della mia inadeguatezza. Qualche anno fa, guardando un maestro di calligrafia che tracciava ideogrammi, mi sono perso nei particolari. Lui era vestito nel costume tradizionale, ma contava poco, perché vedevo non l’uomo ma il tratto deciso, la forza dell’espressione che si mutava in larghezza d’inchiostro, i piccoli tratti ottenuti con una maestria che sembrava stupita di sé nel rappresentare piccole precisazioni del significato. La carta assorbiva e leggermente espandeva l’intenzione, ma pensavo che questo fosse contenuto nella mente del calligrafo. La lettera diventava viva e cercava la perfezione del concetto che rappresentava, un mondo che diceva di sé: sono. E in questo apriva il significato. Mi pareva che quella ricerca della perfezione fosse così rivoluzionaria, controcorrente e assoluta da uniformare ad essa la vita di chi era in grado di tracciare quel carattere e il suo significare. Una mano tesa verso di chi guardava che mostrava nel palmo una sfera di cristallo, ossia la solidità e la trasparenza della perfezione. Nello scrivere o in qualsiasi altra attività, si tocca il limite del pressappoco. Ho visto persone di buon talento ripiegarsi sul facile che offre la tecnologia, ridurre il loro sentire a piccoli sprazzi che affascinano e al tempo stesso scompaiono soverchiati dal vocio incessante della rete. Sempre in loro rimane la spinta a fare qualcosa di compiuto o di grande, ma ci si sente chiamati alla soddisfazione momentanea e il piccolo piacere maschera la fatica che viene sempre rimandata. Il mio calligrafo aveva fatto altre scelte, aveva alle spalle migliaia di caratteri tracciati, ognuno diverso e ognuno approssimante ciò che egli sentiva perfetto. Neppure quello che io vedevo era la fine del suo cercare l’assoluto nella semplicità, ma solo un avanzamento della coincidenza tra idea e rappresentazione. Ti ho parlato di questo perché stasera il grande edificio grigio che si stagliava contro il cielo era colto in un momento di sospensione e di grazia. Chi l’aveva edificato non aveva pensato al cielo che l’avrebbe avvolto. Aveva fatto crescere i volumi, curato le fondamenta, studiato i terreni e la loro portanza. aveva azzardato e usando un filo a piombo, verificato le pendenze, seguito uomini, cantiere, opera. Si narra che ci sia stato perfino un miracolo che ha accompagnato le fondazioni perché lì c’era troppa acqua e per fare muri possenti atti a sostenere cupole rivestite di piombo, serviva solidità. Era bastato un cordone di un frate di passaggio per riempire una voragine che pietre e terra e sabbia non riempivano e di questo, l’autore, aveva lasciato traccia sullo zoccolo di una colonna raffigurando il cordone miracoloso.
Storie, ma le case, gli edifici degli uomini quando sono compiuti sono abbracci, ci hai mai pensato? Si devono tenere assieme, una parete non può disgiungersi senza mettere in pericolo il tetto e come per l’abbraccio, le pareti fanno un patto di mutua assistenza, di penetrazione reciproca, di contiguità di pelle e spirito. Gli abbracci che non hanno questi contenuti non servono a nulla, sono formalità, come le lettere stampate sui libri che non verranno mai letti. Il costruttore, ti dicevo, non aveva pensato al cielo, ma alla bellezza in sé, come il calligrafo voleva esprimere un concetto, lasciare una traccia di perfezione, eppure senza quel cielo o quella carta, quell’approssimarsi della bellezza sarebbe stato incompleto, non avrebbe suscitato emozioni sempre differenti in chi aveva modo di vedere e di sentire. Oggi siamo distratti dal troppo che ci impedisce di soffermarci, il sovente diventa desueto, il nuovo si sovrappone al nuovo ma non genera la lucentezza della lacca, anzi opacizza il sentire e rende vano il dire. A chi si può raccontare che le cose hanno un mondo differente proprio quando esse passano per l’emozione e diventano significato? Non bellezza, ma segno, contenuto, parte di quel corrispondente che si eccita in noi e che ci fa pensare di essere parte di ciò che vediamo e sentiamo perché esso risuona dentro.
Vorrei dirtelo con una frase che tenga dentro parte di quella meraviglia che ho provato e so che sarà imperfetta, insoddisfacente, ma non dirlo mi sembrerebbe di tacerti qualcosa di importante in cui c’eri:
Il grigio del cielo aveva una tonalità appena differente che esaltava tutti i grigi di cui era stata rivestita la pietra. La basilica era contenuta nel cielo e diventava una forma leggera, ansiosa di volo, priva di un riferimento religioso che non fosse quello del tentare l’infinito. E chi la vedeva pensava agli amori, a ciò che era essenziale al vivere, ed era parte di quell’abbraccio che portava tutto assieme con sé. Per un attimo perfetto e definitivo.
Poi è arrivata la sera e le luci hanno tracciato i contorni. Sotto la città si muoveva nelle luci rosse e gialle e si agitava come coda di sauro che di rado guarda il cielo.
Bisogna stare attenti a non esagerare. Percepire il limite. Vale ovunque e con chiunque. Anche con noi stessi. C’è sempre in agguato una ferita mai rimarginata per davvero, e non conta se siamo stati noi a farla. Quei piccoli segnali si dovrebbero cogliere, evitare le piccole nefandezze della disattenzione, oppure lasciare che tutto accada come deve. E se non si coglie la necessità della cura, allora va bene consumare. Non è forse il consumo che ci viene insegnato? Il consumo come motore della crescita, del movimento. Dicono. E nessuno guarda molto i fiori delle scarpate, neppure li coglie. Strano, sono pieni di poesia e vengono riempiti di rifiuti.
Tra serenità cercate, presunte, passate e serenità incrementanti, verrebbe da dire la vita sta. E tutto ha al centro quel nòcciolo duro costituito dall’io che vorrebbe aprirsi, ma ha una sacrosanta paura delle sberle. Ne ha avute a iosa in passato e ne sente traccia calda a fior di pelle. Si dice che le sberle insegnino, è vero, ma non abbastanza e non tutto è positivo nell’evitarle. Comunque creano scorza, ossificano le reazioni e le intenzioni sino a farle diventare un involucro coriaceo, il nòcciolo dell’io per l’appunto. Come si possa poi confinare tutta l’energia in quello spazio così piccolo non è questione di sola fisica atomica, anzi nella gestione delle forze interiori/esteriori gli uomini sono molto meno deterministici della fisica e molto più bravi a confinare l’energia. Assomigliano più ai terremoti che distruggono e al tempo stesso generano materia, la solidificano, e in tempi lunghi, l’assestano in una quiete nuova e transitoria piuttosto che riordinarsi in un flusso di energie che si dirigono o rimbalzano allegramente, felici di scoprire nuovi spazi. A questo assestare dopo le scosse (o le sberle) pare servano le serenità; che sono poi lo sguardo del presbite: da vicino vede un’interessante composizione di colori, mentre distanti coglie le cose, finalmente ridotte ad una dimensione accessibile; né troppo grandi né troppo piccole. Ma soprattutto raggiungibili se si ha pazienza, e maneggiabili. È questo di cui si vorrebbe avere governo nel trattare quel nòcciolo di io, quell’ identità che ha necessità varie oltre al proteggersi? E come conciliarlo con le passioni, ovvero con quel fascio di energie inaspettate che l’io non riesce a contenere e da cui è sballottato in territori che non conosce? Anche le passioni hanno loro serenità e soddisfazioni, ma non sono quelle della quiete. Si usa l’ossimoro delle passioni quiete per descrivere i paradossi della politica ma queste esistono solo da quelle parti, e si dovrebbero definire compromessi, soluzioni compatibili. Tutte cose che le passioni non conoscono.
Ricomporre nuclei duri e flussi morbidi, ma irruenti, è un bel processo dinamico in cui si balla parecchio. E verrebbe da dire che si balla serempidicamente, perché ciò che non si stava cercando si trova e la felicità che ne nasce è così inaspettata e gratuita da sciogliere ciò che sembrava inscalfibile.
Lo stralcio di quanto dovevo descrivere era più o meno questo:
… Discutevo sulle idee, citavo saggi, facevo paralleli azzardati camminando sul filo di ragionamenti esili di logica forse per questo più complicati da smontare. Assomigliavano a quegli oggetti inutili che si caricano, e loro mettono in moto ruote dentate, fanno girare piccole ventole, scorrere simulacri di ballerine o di navi e alla fine si ripetono sempre nei movimenti ma non è questo che in fondo affascina perché è proprio il ruotare, l’attivare cardani, trasformare un moto circolare in lineare che è la meraviglia e l’ ingegno. Di certo Galileo non avrebbe condiviso quel parlare a lungo di cose complicate e senza soluzione, preferendo il piccolo e il semplice che alla fine si risolve. Ma Galileo non c’era e i suoi seguaci si sarebbero annoiati a morte se avessero colto la parole sentire, o ancor peggio sentimento , oggetti che non hanno misura e che stabiliscono rapporti mutevoli tra il dentro e il fuori. Ma non è forse questo che contengono in larga misura libri di successo scritti da presunti indagatori d’anime, guru e maestri di qualcosa, che isolano universali generici, come fa una maga girando i tarocchi, salvo poi non dire mai cosa serva davvero per uscire allo scoperto a quell’ io debole e fragile, bisognoso di eccessi d’ amore e di costanze che devono essere enunciate con chiarezza, capite, condivise.
Nell’ immaginare saggi verbali guardavo negli occhi il mio interlocutore per rassicurarlo che era farina del mio sacco, che non ero un imbonitore ma un ricercatore di analogie, un classificatore di corrispondenze e un raccoglitore di eccezioni. Perché è dalle eccezioni che si impara la ripetizione e se la regola non esiste però esiste il simile e nel veleno come nel piacere una piccola dose del simile esalta e guarisce. Non per sempre, visto che nessuno davvero lo vorrebbe un per sempre, ma per il poco che esalta il momento e stabilisce la differenza. Tutto sta nell’ individuare la quantità, nel tracciarne una conformità a noi e allora il dentro e il fuori, l’io e l’ altro possono capirsi profondamente, parlarsi e per un poco fondersi. Nell’esercizio di facoltà inutili come il cantare, il fischiare, il disegnare, lo scrivere, l’inventare qualsiasi cosa, vengono messe in moto le stesse facoltà che cercavo inconsciamente di esercitare sul mio, o i miei, interlocutori, in un gioco del prendere dalla testa di ciascuno un pezzo del gioco del pensare, metterlo insieme e proseguirlo perché si facesse strada, andasse in luoghi nuovi e mai veduti e che non erano altro che ipotesi logiche, sintatticamente corrette, ma che avevano una qualità incomparabile: facevano cadere le difese e consentivano uno scambio vero e armonico, una condizione che toglieva dalla solitudine ed era paragonabile all’ avvicinarsi delle labbra, caso raro in cui sarebbe successo deterministicamente qualcosa ma non era ancora cosi vero da essere piacere. …
Questo era lo stralcio e la matita nervosa si agitava, voleva sottolineare, cerchiare, trovare relazioni e cassarne altre. Mettere assieme un senso a quel guazzabuglio di descrizioni affermazioni. Per questo finché segnava dissi: lei era lontana e qui si svolge tutto come prima, però diverso, cerchi di capire. E se proprio le non riesce, per aiutarla le rivelerò un segreto: i suoi segni rossi e blu, sono affascinanti perché sono il disegno della sua testa, il grafo di ciò che ha capito e di ciò che pensa. Ed è questo quello che m’ interessa. Spariranno le parole, resteranno i segni. Accade sempre così. Io avrò un po’ di lei e lei un giudizio. Pensi a chi resta qualcosa per davvero. Ci guadagno io.
Tu non sei come, non assomigli. Tieni stretto il bacio, la carezza, il grido, ciascuno dici, con silenti parole, mai prima consumate, così distingue e poi confonde, la grana d’un piacere, la briciola di te donata, e ciò che nel farsi disgrega e svela. E svelare aggiunge domanda alla promessa del mai toccato e domo. Di te sgorga la liscia pelle, la piega, il desiderio prima dell’includere accogliendo, così il tempo che raggruma e scatta perde senso nell’incontro s’annulla e già attende da te insaziato, il dare.
Nella terra della biscia e del rapace la neve ghiaccia e piange acqua bruna verso i prati. Nel silenzio attorno non un canto dice, lontane rade voci e auto corrono verso l’ indifferenza, nel fosso l’ erba che l’ acqua seguiva s’ avvolge ora in un capigliar di brina. Le gemme nel bosco attendono, attorno c’è un seguire d’ orme e fame, ed io in tanta bellezza misteriosa non so più che dire, mi perdo in questo fluire d’acqua e sale, di ferite aperte e d’aghi che ricuciono, di sentimenti usati e rigettati, mentre di bandiere e voci ferme sentirei il bisogno ma afone le gole ripetono giusta la misura di ciò che è santo all’ uomo e alla natura e l’amore mio si perde in un inverno esausto di ferite.
Epifania significa manifestazione del soprannaturale, chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’ umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta con sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa. Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.
Oggi ho riflettuto molto sul significato terreno e laico che è connesso al dono in questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli.
Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’ emozione che si prova, come con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi.
Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o di entrambe le cose, prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.
Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’ amore, con l’ attesa, invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.
Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, un non permettere che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbero esserci doni e raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi. E allora l’ epifania durerebbe tutto l’ anno.