a chi resta qualcosa per davvero

a chi resta qualcosa per davvero

Lo stralcio di quanto dovevo descrivere era più o meno questo:

… Discutevo sulle idee, citavo saggi, facevo paralleli azzardati camminando sul filo di ragionamenti esili di logica forse per questo più complicati da smontare. Assomigliavano a quegli oggetti inutili che si caricano, e loro mettono in moto ruote dentate, fanno girare piccole ventole, scorrere simulacri di ballerine o di navi e alla fine si ripetono sempre nei movimenti ma non è questo che in fondo affascina perché è proprio il ruotare, l’attivare cardani, trasformare un moto circolare in lineare che è la meraviglia e l’ ingegno. Di certo Galileo non avrebbe condiviso quel parlare a lungo di cose complicate e senza soluzione, preferendo il piccolo e il semplice che alla fine si risolve. Ma Galileo non c’era e i suoi seguaci si sarebbero annoiati a morte se avessero colto la parole sentire, o ancor peggio sentimento , oggetti che non hanno misura e che stabiliscono rapporti mutevoli tra il dentro e il fuori. Ma non è forse questo che contengono in larga misura libri di successo scritti da presunti indagatori d’anime, guru e maestri di qualcosa, che isolano universali generici, come fa una maga girando i tarocchi, salvo poi non dire mai cosa serva davvero per uscire allo scoperto a quell’ io debole e fragile, bisognoso di eccessi d’ amore e di costanze che devono essere enunciate con chiarezza, capite, condivise.

Nell’ immaginare saggi verbali guardavo negli occhi il mio interlocutore per rassicurarlo che era farina del mio sacco, che non ero un imbonitore ma un ricercatore di analogie, un classificatore di corrispondenze e un raccoglitore di eccezioni. Perché è dalle eccezioni che si impara la ripetizione e se la regola non esiste però esiste il simile e nel veleno come nel piacere una piccola dose del simile esalta e guarisce. Non per sempre, visto che nessuno davvero lo vorrebbe un per sempre, ma per il poco che esalta il momento e stabilisce la differenza. Tutto sta nell’ individuare la quantità, nel tracciarne una conformità a noi e allora il dentro e il fuori, l’io e l’ altro possono capirsi profondamente, parlarsi e per un poco fondersi. Nell’esercizio di facoltà inutili come il cantare, il fischiare, il disegnare, lo scrivere, l’inventare qualsiasi cosa, vengono messe in moto le stesse facoltà che cercavo inconsciamente di esercitare sul mio, o i miei, interlocutori, in un gioco del prendere dalla testa di ciascuno un pezzo del gioco del pensare, metterlo insieme e proseguirlo perché si facesse strada, andasse in luoghi nuovi e mai veduti e che non erano altro che ipotesi logiche, sintatticamente corrette, ma che avevano una qualità incomparabile: facevano cadere le difese e consentivano uno scambio vero e armonico, una condizione che toglieva dalla solitudine ed era paragonabile all’ avvicinarsi delle labbra, caso raro in cui sarebbe successo deterministicamente qualcosa ma non era ancora cosi vero da essere piacere. …

Questo era lo stralcio e la matita nervosa si agitava, voleva sottolineare, cerchiare, trovare relazioni e cassarne altre. Mettere assieme un senso a quel guazzabuglio di descrizioni affermazioni. Per questo finché segnava dissi: lei era lontana e qui si svolge tutto come prima, però diverso, cerchi di capire. E se proprio le non riesce, per aiutarla le rivelerò un segreto: i suoi segni rossi e blu, sono affascinanti perché sono il disegno della sua testa, il grafo di ciò che ha capito e di ciò che pensa. Ed è questo quello che m’ interessa. Spariranno le parole, resteranno i segni. Accade sempre così. Io avrò un po’ di lei e lei un giudizio. Pensi a chi resta qualcosa per davvero. Ci guadagno io.

 

 

 

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