Tra valzer vaporosi e champagne in calici scintillanti si chiuse un’epoca e si apri una nostalgia. E come tutte le nostalgie era il prolungamento piacevolmente masochista di un’assenza che non si sarebbe sanata col ritorno.
Negli stessi anni il sangue tumultava dentro i corpi. Per milioni fu fuori di essi, e correva tra idee infuocate e un noi che a volte sembrava solidale come mai. Era un sangue anonimo, disperso assieme all’intelligenza di ciascuno, disperso nel terreno assieme alle ossa, nei cuori che sopravvivevano e avevano visto, nelle domande tardive, nella storia che non è storie. Noi eredi consapevoli, così credo, a poco a poco, siamo diventati apolidi, di un’idea, di una patria, di un motivo per cui vivere con entusiasmo e gioiosa rabbia. Nelle nostalgie c’è penombra e sole che tramonta, bisogni senza luogo d’esistenza, amori consumati da sé stessi. Nelle nostalgie ci sono le strade non percorse, le ipocrisie giustificate, le idee calpestate. C’è un vivere che non s’accontenta perché è la bulimia a fare da padrona nella realtà: non è mai abbastanza e quindi divoriamo anche la falsità. Così allora, come ora. Come fosse una condanna che da soli ci infliggiamo, anche se a ben vedere non è così e si può ben dire che ad una scelta non fatta non corrisponde una vita altrimenti felice, ma quella vita che c’è adesso. La felicità è un sentire che ha l’odore di ferro come il sangue e la dolcezza del pomeriggio che scivola nell’orizzonte. Non ha una misura è una sensazione che da un valzer passò a una carica di trincea, da un calice di champagne al cognac prima di un assalto, ma chi non aveva mai ballato oppure riso per il pizzicorio al naso, non aveva nostalgie e neppure scelta, solo una vita da tenere stretta. Neppure sua, e questo lo capiva, e gli sembrava l’insulto più grande ricevuto.
Lascio andare gli auguri tardivi. Si perdono gli indirizzi, poi traballano i nomi. C’è quel crudele ed egoista dire che chi non ci cerca neppure ci merita. Come ci fosse qualcosa da meritare per ciò che facciamo, diamo e sottraiamo. Solo chi ha un infinita comprensione di sé dona senza attendere, per gli altri, non importa di cosa, ma c’è sempre un’attesa. Forse un’ interlocuzione che metta in contatto, che misuri lo star bene assieme. In realtà quel pensiero è il predellino di un treno: se mi chiama resterò, altrimenti con dispiacere relativo ci sarà un silente salutarsi. Sbiadiscono gli indirizzi, non i ricordi, e del molto che abbiamo avuto resta traccia, soddisfazione, non poco rimpianto per ciò che si è perduto e tra questo perdere ci sono quei fili caduti. Anche quelli non annodati. Ma erano già a terra e non bisognerebbe accampare scusa d’offesa per ciò che anche in noi era già maturato. Ciò che urge, che è amore, che compone il nostro vivere non si perde, il resto è importante ma mai così tanto da non attendere un gesto che non viene.
C’è un tempo in cui le promesse, le fanfaluche, le stesse parole vengono a noia, nel senso che non fanno più nessun effetto. Pensate se fosse festa tutto l’anno, dopo una settimana non si saprebbe più che fare, così c’è un bisogno di normalità che investa presente e futuro. Mentre si ripropongono i riti della politica: l’eterno congresso del PD, le crisi del M5S, le intemerate di Salvini su provvedimenti che ha approvato e che ora attribuisce ad altri, La Meloni che diventa un gigante della destra, vista la pochezza e l’assenza di un vero partito liberale conservatore, la fine patetica del berlusconismo, ecc ecc. Tutto annegato tra panettoni offerti a metà del prezzo del pane e povertà estreme che muoiono per strada. Ci si abitua a tutto e non è bene, perché il peggio dilaga e non finisce. Ma questo è un lamento che non produce nulla, non cambia la realtà che dipende troppo spesso da una lettera di assunzione o di licenziamento, non muta la perenne perdita di speranza sull’Italia che riguarda i giovani e quelli che a 50 anni devono inventarsi un lavoro. C’è una progressiva perdita di speranza che accompagna la povertà crescente, è un regalo della meritocrazia e del familismo che ha potere e denaro e quando non lo ha prende a calci chi sta peggio. Ma chi si merita davvero di essere povero, di avere fame, di non avere cura né solidarietà? Invece pian piano si fa strada l’idea che chi non arriva ad avere successo ne porti anche la colpa e che il nemico sia quello che ha ancora meno e accetta di tutto per non morire di fame. Avete notato che di dignità si parla sempre meno, che il lavoro come mezzo per avere realizzazione e vita dignitosa non esiste quasi più ma si frammenta in piccole schegge di appartenenza sociale e poi di rifiuto reiterato? Nella meritocrazia c’è la competizione non la dignità che rende uguali in partenza e durante la corsa. Ci si accontenta duellando col vuoto, di senso, di futuro, di presente, di patria. Casa or è dove si vive e fare lo sguattero a Londra o raccogliere mele in Australia, se ne avrà ancora, dà una dimensione terribile dell’abbandono, della perdita. Nessuno provvede davvero e non resta che competere, mentre i poveri, i deboli, gli esclusi saranno oggetto di carità, se va bene, la dignità si perde pian piano, nella consapevolezza che non siamo comunità ma individui. Terribile vero? Eppure è così e le distanze tra la speranza e la realtà si allungano, questo dovrebbe colmare la politica,, la sinistra in primis, ma anche chiunque pensi davvero che gli uomini valgano qualcosa. E non basta lo dica il Papa, dobbiamo dirlo noi che lo pensiamo. Anche nelle piazze che si riempiono di senza partito e che esprimono questo bisogno di pulizia interiore, di solidarietà che è festa tutto l’anno quando c’è un noi che difende l’io, quando ci si riconosce e si è contenti di farlo.
Prima ho assaggiato e poi bevuto, un Lison bianco. 2013, ben conservato e fresco. Continuava a mutare man mano si accompagnava al cibo, conservando la sua identità morbida. Era tenero ma non arrendevole e non si lasciava racchiudere in definizioni, preferiva essere assaporato e bevuto. Poi è seguito uno Chardonnay del 2015, leggermente frizzante. Si mascherava di poche bollicine per giocare col gusto. Anche lui esigente e dotato di più anime, sembrava chiedere una preferenza tra esse per poi negarla. Un vino deve essere complesso, forse in questo assomiglia all’uomo che ha sfumature differenti e profumi nelle situazioni che lo rendono centrale in un rapporto. La complessità esige pazienza, la nudità raggiunta nello sciogliere gli enigmi e i nodi non ne esaurisce l’essenza ma ne palesa la difficoltà. Due essenze si incontrano quando l’una non ascolta il suo profumo ma si integra, assapora, è consapevolmente pervasa dall’altro.
Gli alberi, a volte, sono fuoco incombusto,
possibilità rosse del tramonto
e tempo snocciolato al giorno
appena tolto dalla notte.
Negli anni in cui il quattro esce dalla vaghezza,
e riporta il suo senso di coppia di numeri primi,
giovane o vecchia d’anni,
mette l’une davanti all’altre le ore intime d’ incontri
voluti, cercati, perseguiti nel tempo che s’e’aggiunto.
Quel quattro che si contiene e dilata, è l’origine del giorno,
la somma dei minuti perduti e raccolti con pazienza
e messi in una strana giornata che non esiste,
perché esiste solo il tempo seminato,
mietuto, reso dolce e consumato.
Invece siamo circondati da venditori di calendari,
di numeri che da interi e lunghi d’infinito
frangono in particelle d’attimi senza tempo per i sogni
e così il reale s’ approssima, diviene numero e cosa.
Come questi alberi che stendono le braccia a gennaio,
altro nome bruciante di tempo incombusto:
e sono possibilità e destino,
traccia lieve del possibile
che prima radica e si nutre
e poi s’arrende,
al tramonto, al giorno
ma non alla notte.
Alla notte non cede i suoi sogni.
Siamo in tanti, diversi eppure uguali, mai troppi se ci siamo anche noi nel conto. Ci portiamo dentro, ciascuno, un’ enorme sequela di fatti accaduti, di pensieri pensati, di scelte non fatte, di errori felici e di ragioni infelici e di vite vissute. In un modo o nell’altro portate avanti. Se posso dirlo, non è mancata la fatica, ma neppure la gioia e spesso la noia. Abbiamo vissuto eppure c’è sempre bisogno di leggerezza e di impossibile, però spesso scegliamo altro e siamo poco felici. O almeno non quanto vorremmo. Leggerezza e andare oltre il limite, sono cose entrambe difficili e tu lo sai, ma fanno parte di noi, delle nostre scontentezze, della serenità che è pur sempre un camminare su un filo teso. Se ciò fa parte della nostra natura, un po’ ci spetterebbero sia la serenità che la spinta oltre il limite, ma quello che non ci è stato scritto in quel nostro DNA così complicato, è il metodo. Quel metodo che dovrebbe liberare il passato dai pesi inutili e consentirci di essere nuovi se facciamo in nuovo modo le cose, se viviamo in attesa di qualcosa che è al limite, magari un po’ oltre, ma può accadere. Ci sforziamo e abbiamo bisogno d’aiuto per essere nuovi nel capire e vecchi nel ricordare le poche cose che contano davvero. Forse per questo ti chiediamo che ogni amore abbia il suo posto, che nulla prevarichi la fatica dell’altro, che essere capiti sia un’allegria che ci scambiamo con dolcezza. Ti chiediamo il profondo di noi stessi e il coraggio per viverlo, ma insieme vorremmo la gioia del galleggiare sorretti da un mare che è esso stesso vita, scelta, opportunità, tempo e felicità di esserci in questo anno che inizia e in tutti quelli che verranno. Non badare a noi, a quello che crediamo, a come esercitiamo le nostre poche qualità, cerca di cogliere quello che con fatica emerge. Dagli forza e umanità, aiutaci a non sentirci soli quando lo siamo davvero e fa che la nostra compagnia ci sia gradita. Facciamo quello che si può e a volte siamo stanchi, di questa stanchezza tieni conto, come di tutte le scelte sbagliate che ci capita di fare. Dacci una seconda occasione e poi una terza, tutte quelle che servono per sentirci utili a noi stessi e agli altri. E di quella leggerezza riempi il nostro zaino perché ci faccia ridere felici o piangere quando serve, e ci dia la forza di fare e star bene perché facciamo. Grazie.
Vorrei che tu capissi che m’interessa molto la tua vita, eppure non ti scrivo, anche se spesso lo faccio con la mente. Dirai che dicono tutti così, che ciò che conta sono solo i fatti, ma ne siamo ben sicuri? E a che servirebbe allora sentire e pensare a chi non c’è? Oggi ti parlerò di me non per suscitare la tua risposta ma per farti capire dove mi aggiro mentre non so cosa fai, come vivi, cosa pensi.
Non conosco i tuoi desideri, le attese che hai perduto e quelle nuove che sono nate. Basta questo non conoscere, per non sapere nulla? No, perché ci sono altre strade e momenti che hanno lasciato tracce e queste continuano a percorrere la loro vie, tracciare destini, pronunciare parole. Nei tabù che le nostre vite portano con sé ci sono i tanti modi della fuga, le parole che la descrivono, il dialogo che essa sottende e non interrompe.
È fuga il lasciarsi senza aver detto o mostrato l’ineluttabilità dell’accadere. È fuga il salvarsi quando la minaccia diventa prigione o ancora più provoca la perdita dell’identità. È fuga non pronunciare le parole che si sentono dentro per timore delle loro conseguenze. È fuga il scegliersi dopo aver a lungo cercato. È fuga approdare naufraghi sull’isola del proprio esistere, nudi e con la propria solitudine, di malintesa incomunicabile unicità. È una fuga creare schermi di parole, raccontarsi storie, rifiutarsi e rifiutare. È fuga lasciarsi scivolare nelle abitudini, nelle sicurezze che inquietano. È fuga accettare il gorgo dell’oblio, il rifiuto della memoria, la cecità per non vedersi cambiare e mutarsi.
Parole e succhi di significato che girano attorno a bisogni. Gli stessi con altri nomi, scoperte conosciute: il corpo non mente ma può essere tacitato, plasmato, ignorato, ricondotto al suo posto presunto. Non è questo il pericolo paventato da tanto pensiero umano incapace di ricucire sensazioni e pulsioni con il concreto accadere delle vite?
È domenica, e molto tempo lo passerò facendo le cose solite che a volte mi lasciano insoddisfatto per il divario tra il molto che mi propongo e il poco che poi faccio.
E tu che farai oggi? È il solstizio d’inverno, la festa della luce che comincia a rischiarare la notte, il buio del cuore. Ho ripreso alcune vecchie poesie, perché vorrei farne un piccolo libro che mescoli alcune di esse con il presente, col bisogno di parole nette, inequivoche. M’accorgo ancora una volta dei miei grandi limiti e di come essi generino cose che non finiscono mai, ma un aspetto positivo c’è: sono anche porte divelte, impossibilità di fughe. Questo vorrei tu ben capissi di me, non scappo proprio per la mia incompiutezza, per il limite ben presente che anche quando supero ne genera di nuovo.,
Non ti spedisco nulla, ma scrivo e continuo a farlo su carte che m’accompagnano, più per il mio bisogno che per i lettori. Penso molto e spesso non solo a me ma alle poche persone che mi hanno colpito in questi anni. Penso a come vivono, cosa sperano e si chiedono. Vorrei sapere di più ma comunicare a distanza esige un’ attenzione e un legame particolare, che è quasi una telepatia, un’ affinità che continua e si alimenta reciprocamente. È quel sentire profondo di cui proprio tu mi spiegavi quando raccontavi di un tuo amore appena concluso ma intenso e forte ancora. E io ti dicevo che capivo per analogia, ma non era la stessa cosa ed ora lo comprendo meglio perché le vite sono fatte di ascolto profondo e molto meno di confronto. Ho pensato che nella mia ricerca di un equilibrio interiore sarò ancora più silenzioso. Ho bisogno di capire meglio le cose e come io mi trovo in esse, mettendoci molto più ascolto, ironia e il distacco necessario. Mi accorgo anche che il molto ascoltato, le domande fatte e che mi riguardano non bastano. E anche questo è un modo di non fuggire, perché queste domande dicono che è difficile essere ascoltati nel modo giusto e che questo dipende dalle attese che si hanno. Anche le attese sono delle fughe? E i desideri sono una risposta al fuggire, un fermarsi a un sé che muta rapidamente, che si consuma e al tempo stesso consente di riprendere fiato?
La fuga è un sentire profondo che non ha pudori e che nasce da un percorso. Bisognerebbe spiegare anche questo, ma chi ascolta non può fare questa fatica o almeno non la si può chiedere: o viene come una disponibilità oppure non c’è e questo motiva il silenzio di cui mi circondò, lo scrivere che resta segreto e quello più esterno che diventa allusione. Penso anche che la fuga motivi molti impegni e il parlare d’altro senza passione vera, perché anche a quella serve un noi che dia dimensione alle cose che si fanno, un futuro e uno scambio limpido. Condizioni davvero difficili da realizzare. Così le mie giornate si annodano di cose, di impegni lievi o forti ma è il muto dialogo interiore che alla fine determina l’umore e quell’apertura al desiderare che, a mio avviso, è propria dell’uomo e lo spinge a comunicare profondamente. Pensieri solipsistici se non trovano uno sbocco, ma le cose non sono mai così assolute ed è la speranza e la ricerca distratta, si chiama caso, che lancia segnali e spesso si sbaglia, ma non cessa di pensare che da qualche parte il comunicare profondo esista. Che sia una buona domenica. Con un abbraccio
Ognuno ha le sue attese. Spesso silenti. Molto spesso con radici lontane. Qualcosa è accaduto e ciò che doveva essere non è stato. E si continua ad attendere che una magia rimetta a posto le cose, riscriva tutte le pagine sbagliate della vita, aggiusti le crepe dell’anima,tolga le sciocchezze assieme a ciò che non si vorrebbe mai aver fatto. Eppure lo si è fatto forse perché sembrava giusto, oppure già non lo era ma diventava inevitabile. Anche essere peggiori è una condizione dell’esistere. Non siamo santi di nessuna religione, a volte siamo più in sintonia con quello che pare giusto. E l’attesa è un bel motore, permette di posticipare il desiderio, lo colloca nella vita, persino include la delusione, sia pure sottotraccia, perché non accadrà quello che si sarebbe voluto. Ma cosa si vuole davvero? Io credo sia il fatto di essere sorpresi ed amati assieme, di sentire che non ci conosciamo mai abbastanza e che quello che può emergere ci fa bene. L’attesa è qualcosa di caldo, di raccolto, di profondo, di intimo e di condivisibile. Nell’attesa c’è il bimbo che portiamo in noi e l’adulto che è sazio di ciò che può fare per sé, che ha sperimentato e si erge sulla vetta del cumolo dei suoi errori. Come Gengis Khan a Samarcanda, che guardandosi attorno, mirando i lapislazzuli delle cupole, gli osservatori degli astronomi, le case belle o misere, sentiva di essere l’Asia e insieme nulla, perché non basta il denaro, la potenza, se l’attesa non ci riguarda davvero. Se non viene soddisfatta e fa abbassare le difese, se non ci fa sentire tutt’uno con il desiderio e il suo compiersi.
Nei giorni precedenti la festa, si accumulavano cose buone, pacchetti misteriosi, si aprivano cassetti che attendevano da tempo di mostrare il loro contenuto. In un lato della grande cucina (o ero io che ero piccolo e mi sembrava tale) veniva messo l’albero. Era vicino alla finestra, tra un canapè rosso fuoco che aveva seguito le peregrinazioni di mia nonna e una credenza di noce, anch’essa pellegrina e rifugio di piccoli miei segreti. L’albero si radicava in una pentola grande, piena di sassi e pezzi di piombo. Alto il giusto, non aveva timidezze nel suo reggersi, si vede che la sua mamma si era applicata molto nel richiamarlo a star dritto, proprio come faceva la mia quando mi buttavo da una parte o l’altra in un debosciamento che doveva preoccuparla molto. L’albero veniva ornato per almeno una settimana, ciascuno aggiungeva qualcosa, fino all’apoteosi della punta che veniva posta il giorno della vigilia, assieme alle candeline che sarebbero state accese per poco dopo la messa di mezzanotte. L’attesa era il clima, il contorno di persone, i molti che passavano a salutare, la mattina che faticava ad arrivare assieme alla cioccolata densa servita a letto con i biscotti. Unico giorno dell’anno. L’attesa era un convergere verso qualcosa che stringeva, che andava oltre l’abbraccio. L’attesa era la neve che poteva arrivare, l’interruzione della scuola, la lettera sotto il piatto del Papà. L’attesa era quel dono che sarebbe arrivato portato da un misterioso e magico signore a cui avevo lasciato arance e mandarini e che dovevano essergli piaciuti perché non c’erano più sulla tavola. L’attesa e il giorno che erano entrambi speciali, poco religiosi e molto umani, ma forse l’umano è di per sé religioso quando è amore che trabocca, attenzione e calore che avvolgono.
Gli anni sono passati e l’attesa non si è mai esaurita. La vita si è costruita, la pazienza esercitata, ma non basta mai il calore che manca e che viene atteso. Quello che so è che esso è vicino e insieme distante, che siamo sempre innamorati di qualcuno più che di qualcosa, che i pensieri indovinati ci meravigliano, che attendere che qualcosa si compia è una porta che si apre. L’attesa è il diverso e il buono che vorremmo ci accadesse, l’inutile che non ha un fine oltre a quello di dire sono per te il simbolo di ciò che sei davvero.
Abbiamo giorni strani davanti, possiamo consegnarli alla malinconia oppure al dono di noi stessi. Anzitutto al bambino che ospitiamo, a chi ci ama, a quell’impalpabile bellezza che è attendere l’amore oltre l’amore, la sorpresa oltre l’abitudine.
...” Qui raramente le persone si abbracciano quando s’incontrano per strada, raramente si stringono affettuosamente l’un l’altro. Perché mai dovrebbero, visto che s’incontrano di continuo. Col passare dei mesi, degli anni, non accade mai nulla di nuovo. Qualcuno di qua o di lá muore, qualcuno nasce, qualcuno si trasferisce, se ne vanno quelli che possono o che devono. Non so se vuol dire che qui nessuno manca a nessuno o che qui la gente è priva di aspirazioni, non ne ho idea, forse ci sono quelli che aspirano a qualcuno o a qualcosa, probabilmente ci sono, perché sarebbe totalmente irragionevole e inconcepibile che qui non ci fossero assolutamente quel tipo di persone. Ma forse gli uomini dei nostri giorni sono così, nutrono le proprie emozioni interiormente, raccolti in sé, in solitudine, spaventati che le proprie emozioni possano scivolare via da loro, pensando che in quel caso scoppierebbe un putiferio, un violento smacco per la propria (fittizia) apparenza. …”
Daša Drndic´ Leica format ed. La nave di Teseo
Attorno si restringe, diventa un cerchio e chi vi appartiene sono sempre gli stessi. Quando si è scambiata l’ultima emozione appena fuori del primo sé, quando si è gioito assieme, riso di gusto, mangiato con il gusto del cibo, trasgredito ridendo e senza tracce di colpa? Quando è stata l’ultima volta che si è pensato che il presente fosse un’anticipazione del futuro? È per questo che si va via, anche restando dove si è. Si va via quando non si litiga più per poi abbracciarsi, quando tutto diventa relativo, quando i volti si assomigliano ma non sono gli stessi anche se tutti non vanno oltre i convenevoli. Si va via scappando dalle feste, dai ricordi di ciò che non è stato, si scappa dall’infingardaggine del non detto o del ripetuto. Si va via da ogni stanco sì, dai no sussurrati, dalle abitudini che non fanno più sorridere. Si va via dal silenzio che parla, dalle cose prevedibili e si corre verso un altrove che sembra non avere lo stesso tempo, gli stessi riti, lo stesso scadere scritto sulla scatola. Si scappa dalle piccole città e si corre nelle grandi, oppure ci si perde tra i campi e le montagne, si va al mare per starci, pensando sia una vacanza e ci si porta dietro il malessere sperando scompaia. Che si diluisca nel nuovo, nei colori che non si conoscono (ancora), nei volti sconosciuti, nelle lingue o nelle cadenze da imparare. Si scappa e si è apolidi. Oppure si resta, e si è apolidi lo stesso perché ciò che era non è più e bisognerebbe cambiare, rifiutarsi di ripetere, alterare gli orari, far l’amore con gusto, lasciare che la tenerezza ci nevichi addosso, sopprimere la furia di non essere. Non dimostrare nulla, non cercare di aver ragione, perdere tempo per ritrovarlo. E come questo scrivere, aver la coscienza di essere inutili e per questo moderatamente e sempre in modo nuovo, felici.
Le facce contengono pensieri. Asincroni rispetto al sorriso, a ciò che viene detto, mai ai silenzi. Dentro covano uova di serpente, cuccioli voraci che devono essere educati, l’istinto ha un limite, l’intelligenza che si scioglie in esso non lo ha. Tutto ruota su una rescissione, il cordone ombelicale, il bisogno di ricevere cura. Di darne, ricambiati. Erigere è una parola che si declina dal banale costruire palazzi o muri, al prevalere su colonne di finti anacoreti che guardano dall’alto e pisciano in basso. Erigere un cerchio di conoscenza, trovare un limite, avere l’amore o la rabbia necessari per superarlo. Guardare le facce in orizzontale, scoprire ciò che sfugge. Che farne? È più solo colui che vede e capisce rispetto all’inconsapevole giulivo, al seguace del pensiero altrui? Se discutiamo di felicità, non di desideri appagati, le facce dicono molto, seguono testi e contesti, si adeguano, si muovono, vanno e tornano da un luogo che non è il posto delle facce, ma dell’inermità che cerca un oggetto per le mani. Le mani erigono, parole, disegni, acquerelli, note, cibo, pulizia, carezze. Poi curiosano, cercano, toccano, vìolano allegre e si lasciano andare. Inermi. La faccia segue le mani, le mani disegnano i pensieri e la faccia che ora diventa viso. L’espressione scrive, attende, sollecita, si posa se accolta, si chiude se rifiutata. Basta poco. Pochissimo. E ridiventa faccia.