sognando la realtà

Quelli della mia età che ancora guardano il mondo sanno bene cosa significa omettere, deviare, passare attraverso principi attenuati dal tempo che muta la società. Conoscono il buono del liberalismo che li ha riguardati e le lotte contro di esso che erano passioni. Non erano condizioni di vita, erano passioni. Tornano le parole di Di Vittorio quando parlando del faticoso patto sul lavoro raggiunto tra sindacati, padronato e governo, fece una digressione sulla sua vita dicendo che lui, le condizioni dell’indigenza le aveva conosciute personalmente. Erano parte della società in cui viveva e stigma di classe. Ora chi potrebbe dire altrettanto che voglia cambiare l’ingiustizia e ne abbia il potere?

E noi dove abbiamo sbagliato quando, socchiusa la porta, si sono lasciate entrare le ragioni del liberismo ammantate di libertà civili che sarebbero finite nel fango della condizione quotidiana del vivere. Abbiamo vissuto un sogno e l’abbiamo confuso con la realtà perché quel sogno aveva conseguenze, cambiava il mondo e le vite, a partire dalle nostre, ma per farlo doveva diventare realtà.

piccoli barbari

Sono scesi in silenzio dalle vecchie travi con i tarli lucidati nei restauri. Sono emersi dagli interstizi della malta antica. Si sono svegliati dai piccoli ricettacoli che offrono le arelle e i soffitti che hanno una storia. Sono calati di notte e si sono cibati di sudore e sangue, lasciando tracce invisibili. All’inizio. Non lo sapevano che ero allergico, quindi li posso scusare per la loro feroce scortesia. Avevano fame e non hanno chiesto il permesso. All’inizio neppure mi sembrava volassero, ho pensato alle pulci, ma non erano pulci. Certo erano minuscoli come un testo senza pretese, ma in grado di dire e di andare in profondità, sino a diventare l’argomento principale dei pensieri. Quindi dotati di una loro logica e persistenza nel manifestare la presenza e di far convergere nel loro esistere soluzioni e pensieri ricorrenti. Qualcuno ha perso lo scontro fisico, ma intuivano la mia debolezza e non si curavano delle perdite e neppure delle armi chimiche messe in campo. Finché me ne sono andato e forse questo volevano, ovvero che lasciassi il campo: quella stanza era loro. Ora, sono passati giorni, tra antistaminici e pomate le tracce dei pasti pian piano recedono, ma con la lentezza di ciò che vuol farsi ricordare. I segni del vecchio miles non sono gloriosi, ma segno di una sconfitta che ha lasciato il campo. Un prurito basta per ricordare che ci sono altre specie, piccole e ben attrezzate che non sono disponibili a condividere l’impero dell’uomo.

sintonie

Certe mie piccole consuetudini ti danno un fastidio sorridente,
le osservi e correggi,
mi mostri la logica sminuzzata dall’abitudine che contengono.
Ma questa è la mia cultura povera delle cose,
un’identità precaria fatta di segni,
come lo scrivere diritto che non taglia le t
e sovrappone le curve delle a e delle e.
Ciò che fa capolino è l’innocua insofferenza,
nata nel relativo che tace
e sovrappone le vite.

Come nelle vecchie radio la sintonia è pazienza
e nulla coincide mai davvero,
se non per brevi attimi d’infinito,
così disturba poco l’essere circoscritti,
o invasi negli spazi dove il giudizio non è sentimento,
resta l’amore quieto dell’abitudine,
quello solido che risuona e rende forte il tempo assieme.

piccolo mantra per le giornate di sole e pioggia





Avere un limite nella testa, o nelle mani, o nel corpo e superarlo.
Oppure frequentare con umiltà (parola desueta) la sensazione di ciò che si è, sapendo l’ignoranza del conoscersi.
Sentire senza colpa, né rivalsa, il coacervo di differenze tra desideri e realtà, tenere in buon conto i fallimenti e il molto vivere che hanno portato. Essere grati per le delusioni che ci hanno mutati nella presunzione, lasciare che le vite vivano, presagire il nuovo che è in noi e attende.
Fare del limite il confine dell’incontro, amare l’accoglienza che ogni giorno ci accompagna oltre, ed essere grati, non della fretta o del bruciare il tempo, ma del sedimentare della consapevolezza e dell’attesa.

T. W. F. o chiunque altro

Da una parte la tecnologia e la complessità, ciò che sfugge alla nostra comprensione oltre l’uso, e dall’altra la dimensione di noi, ammassi fragili, d’ossa, pensieri e sentire. Così è T. oppure W. o F. o chiunque altro, decisamente inerme e malcollocato per carenza di scorza e superficialità. Eppure prova con l’energia, che ogni giorno si riforma, a indovinare, interrogare, presumere il nuovo dentro di sé. L’uomo si sta rimpicciolendo, dice, non emergono i pensieri che abbracciano il mondo e l’universo, lo spirito è al servizio di un precario equilibrio dove ciascuno trova ragioni e scuse. Cita Kerouac e l’inizio di Urlo, ma non ci sono migliori menti a disposizione dell’economia politica, della linguistica o del semplice vivere. Per sfuggire dalla rivoluzione che li lacerava interiormente e dai colonnelli che ne martoriavano i corpi, i monasteri di monte Athos si riempivano di monaci giovani, piegati su se stessi. Una repubblica con diritto d’asilo che seppelliva i contrasti e metteva assieme mistica e mondo in ebollizione.

Nella teologia c’è la semplicità dell’assoluto di chi crede, la linearità del ragionamento che confluisce nella fede,
Per gli altri vale la ragione che porta in sé le sue aporie e la sua negazione. Poi W. o T. o F. pensa che c’è l’ironia che salva e il galleggiare sul cloud. Non dentro ad esso perché le memorie organiche e quelle digitali non si confrontano se non per trarre una realtà spuria che comunque è mente fallace e in divenire. Il déjà vu che possiede la coda dell’occhio, il sogno, la matrice del ricordo soppresso, sono elementi di ciò che ci cammina a fianco e dialoga con noi, il cloud non lo può fare. La memoria digitale nasce cristallizzata, morta all’evoluzione: dev’essere riscritta per falsificare, non tiene conto di come evolve e muta il mondo e il suo riflettere si spegne. Si sgrana in rivoli di incertezza precisa, di complessità ripetuta, ma è solo sequenza non arruffato mescolarsi di ipotesi, di tentativi di scomporre dentro la novità di sé il mondo.

Solo l’arte, dice W, con il suo slancio verso il cielo, sia esso interiore o esteriore, domina la complessità morta della tecnologia. In essa c’è l’ordine, continuamente infranto che dovrebbe contrastare l’entropia dell’anima, ci sono gli incontri fortunati e ci sono i sentimenti. E la materia. E nell’arte di vivere va ancora di moda l’amore: nessuno riesce a tappare la falla nel razionale che esso genera. Nessuno può farne a meno e nel descriverlo T. già sente il suo sminuire rispetto ad un oggetto che non ha punti di presa, di controllo, di misura. Nei particolari ci si esercita per governare quel poco di conoscenza che la vita e I libri offrono, nei particolari si rivestono d’amore le parti aguzze, si rende armonico ciò che sfugge ad un primo pensiero ideativo. Il pollice opponibile non s’oppone all’amore, modella e scava, dall’informe estrae un senso. Da dentro sé attraverso le dita esce un senso. Non tutto deve avere un senso anzi a volte è meglio che questo non sia evidente, uscirà poi e risistemerà la comprensione. E forse le cose.

Siamo un impasto di passato, futuro e presente e li chiamiamo memoria, speranza, realtà, ma sono parole e il senso siamo noi, o prima o poi evidente.

un’energia solitaria non diventa una stella

In modo palese oppure tra le righe, ciascuno s’attende un’attenzione. Spera che essere oggetto di pensieri e gesti, da parte di chi è per lui importante, sia commisurato al vivere che dedica agli altri. E questo dare, oltre l’egoismo e il narcisismo che ciascuno di noi possiede, è una spinta comune, portata innanzi con fatica. È un impegno, una cura, un amore per noi insieme ad altri.

Il danno compiuto in questi 40 anni non è l’emergere del piacere, con tutta la sua carica di crescita e realizzazione, ma il fatto di considerarlo una questione personale e in ciò togliendogli la portata eversiva ed egualitaria. Questo ci riduce ad atomi in attesa di incontro. Energia trasformata che non coagula in stelle.

Può sembrare eccessivo mettere insieme le solitudini con il riconoscersi e il sentirsi oggetto di attenzione profonda, ma se non esiste un movimento reale, non virtuale, che rimetta assieme le persone e le renda relazioni sociali, tutto resta labile; l’insoddisfazione diventa abitudine, il piacere effimero, la felicità una parola.

Le emozioni semplici sono le più forti, perché native e sorgenti di vita. In esse si trova l’io e il noi, si trova l’attenzione, la forza, l’amore e il giusto. Pensiamoci a cos’è giusto e a come procedono i nostri conti con esso. Pensiamoci perché in esso si annida ciò che ci serve. È un considerare il noi come parte di quell’io che vuole vivere, perché siamo noi se amiamo e siamo ricambiati e ogni attacco all’amore, in qualsiasi forma esso si esplichi, è un attacco alla libertà, al piacere, all’essere assieme, al giusto.

i tuoi occhi

il colore dei miei occhi era nei tuoi,

così si imbiondivano di giugno,

rosseggiavano nei tramonti,

avevano persino il rosa delle albe dopo il canto dell’allodola.

Il nero lo riservavano alla notte

e piccole luci s’accendevano ai lati delle pupille mai stanche di te.

Attendevano che ci fosse il rosso dei papaveri

e mostrare il tuo verde che fioriva.

Sentivano la vibrazione del desiderio nel blu che oscurava la luna

e, specchio dell’anima che vorrebbe ma non dice,

sceglievano il nocciola come colore che cela dietro ogni apparente durezza,

il dolce e l’agro dell’amore. 

(158) Hélène Grimaud: Bach – Chaconne from Partita No. 2 in D minor, BWV 1004 (arr. Ferruccio Busoni) – YouTube

con fatica mi riconcilio col mondo

Dei giorni sono stanco,
ma non tutto il giorno.
Dei giorni sono triste,
ma non tutto il giorno.
Altri giorni m’infurio
o sono vertiginosamente felice,
ma mai tutto il tempo:
e credo sia perché, con fatica, mi riconcilio col mondo.
Lo stesso che non posso mutare
e neppure subisco,
quello che fa piangere di rabbia impotente
o d’invincibile speranza
È la realtà che tira la giacca,
inumidisce gli occhi
e sembra indifferente mentre traccia
un solco profondo di trucioli, sangue e attesa,
dicendo: qui sono gli uomini e qui no.

del chiedere e del dire

Non è facile chiedere se non c’è un dialogo serrato e non è facile dire se la parola non segue un bisogno del darsi all’altro.
Credo che il segno della difficoltà della conversazione profonda, che è quanto di più intimo conosca, sia in questi due poli difficili da congiungere.
Scatta per suo conto, per bisogno anzitutto, e per fiducia perché si mette una parte importante di sé nell’altro. Ci si racconta nella verità che comprende paure e piccolezza, bisogni, desideri, voglie che ci si accorge con meraviglia di provare.
È qualcosa che non è solo spirituale e neppure solo discorso, racconto, ma ha una sensualità, cioè un uso dei sensi, che la rende corporeo. Si sente l’altro e sé stessi, vicini.
A volte, se si ha il tempo e la giusta predisposizione, si parla profondamente di sé dopo aver fatto l’amore, in quel tempo magico e appagato dove nulla ci minaccia. Altre volte accade al bar davanti a un caffè dopo un lungo bisogno di confidarsi. Altre volte ancora, succede per telefono perché c’è una magia da condividere. Questo bisogno di profondità, di oltrepassare barriere, non accade spesso e presuppone comunque la voglia/necessità di farlo. Perché ciò succeda così raramente credo dipenda dall’unitarietà del bisogno, cioè se non si sente la disponibilità, chi vorrebbe dire, esplorare assieme, sente una difficoltà che lo rende insicuro.
Raccontarsi non è facile, spesso lo si fa tra le righe e ben di rado direttamente, ma ciò non significa che non se ne senta il bisogno.
Se ci sono stati momenti di confidenza profonda se ne avverte la magia e l’inizio di un racconto reciproco che per essere continuo ha bisogno di mantenere quell’abitudine a leggere e lasciarsi leggere. Quando si interrompe per qualche impressione negativa trasmessa, diventa più difficile ricominciare. Ma, non è che il dialogo si sia interrotto, si è chiuso dentro ciascuno. Da solo è dialogo interiore, profondo, che a volte avrebbe voglia e tempo di dirsi senza scopo se non quello del condividere.
Se non accade, ci si adegua, è una cosa naturale, e più passa il tempo più lo strato diventa difficile da penetrare. È una condizione che bisogna volere in due, forse fa parte dell’amore.

il giulivismo climatico

Anche sul cambiamento climatico bisogna evitare il giulivismo, ovvero quell’atteggiamento che instaura positività inesistenti, fabbrica nuovi idoli a cui rivolgersi e trova nel primo dato utile una conferma del cambiamento. I dati ci dicono che non è cambiato nulla in questi anni, che solo con il convergere di azioni dei singoli che cambiano abitudini, assieme a quelle collettive che chiedono politiche forti di tutela per l’ambiente e mutando economia e priorità, si può tentare di arginare il disastro. E c’è l’arma del voto per farlo, per condizionare i governi. Finita la pandemia ci saranno ancora grandi manifestazioni di giovani, e non solo, è fondamentale che tutto questo sia un crescere delle coscienze sul disastro in atto e non solo numeri e foto sui giornali. La stessa informazione ha grandi responsabilità, col suo racconto può creare quella consapevolezza collettiva che muta gli atteggiamenti e le politiche. L’ecologia e la salvezza della specie non deve diventare l’affare del secolo, perché le logiche del denaro hanno compromessi che non sono compatibili con la situazione che si è creata, cercano cioè di lucrare vendendo il male minore. Non riparano. Basti pensare a cosa stiamo pagando con i contributi sull’energia: costi di smaltimento che sarebbero a carico di chi produce inquinamento. Insomma non ci deve essere soddisfazione finché le cose non cambiano davvero, e irreversibilmente, verso una salvezza collettiva, perché, bisogna ricordarlo, anche nelle catastrofi chi ha denaro ed è privilegiato, ha molte più possibilità di salvarsi rispetto agli altri.