albaro fa omo

Visto dall’alto di quell’albero storto, sotto c’era un groviglio, una pazza matassa di maglie colorate, di calzoncini corti, di braccia, di gambe, di corpi sotto teste sudate, ricciute, lisce, rapate. Era un gomitolo di membra che si aggregava e disfaceva e che emetteva solo tre parole: passa, damea, tira. Tutte urlate assieme, confuse nella polvere sollevata da pedate che prendevano terra e stinchi, indecise sull’amico e il nemico, vogliose di quella palla da colpire e gettare avanti. E quella palla, improvvisamente, sbucava dalla selva di gambette, di spinte, di braccia e allora, sempre visto dall’alto, il groviglio diventava un serpente vociante, con scaglie cangianti di maglioni e camicie, un serpente con una testa appena un po’ più grossa, che si spintonava e si sentiva inseguita da quel corpo incalzante di voci e di piedi.

L’albero fa omo. Era quello da cui avremmo dovuto guardare in basso, un pino marittimo grandissimo e piegato di lato, sopravvissuto, lui, al bombardamento del ’44 che aveva polverizzato almeno dieci pagine di storia dell’arte. E anche quella volta era stato giocatore, mentre attorno gli cadevano pietre dipinte, volavano scaglie del colore inenarrabile di Mantegna, pezzi d’angeli del Guariento, il bronzo delle campane, i marmi delle statue. Aveva fatto omo, sponda, finché la polvere s’era posata e la rovina era apparsa, totale.  

Ma l’albero stava adesso giocando, col serpente. E questo dava pedate all’albero, alla palla, alla polvere, al marmo che affiorava, mentre si svolgeva dal groppo di spire, ricomponendosi in linea, in un eroico andare verso una porta dipinta su un muro. Un segno bianco che percorreva la porta antica murata della cappella e lì, tra quelle linee, in attesa, c’era un campione immobile e silente, il portiere, la mangusta che sola avrebbe potuto sconfiggere il serpente, ora diventato biscia sottile con un maglione rosso zuppo di sudore e due gambe marroni di polvere. Tra queste c’era la palla conquistata e dietro la corsa vana dei difensori . Una questione a due, e quelle gambette irte di ferite recenti caricarono rabbia e ingegno da trasmettere alla palla. Partì la pedata, forte, tesa, e insieme alla palla, anche la scarpa di tela Superga sdrucita. La palla veloce puntava verso un angolo della porta e la scarpa sull’altro. Il portiere mangusta si tuffò nella polvere e parò.

La scarpa.

Allora il serpente, che s’era fermato, ammutolì guardando incredulo la sua testa saltellante e il portiere a terra con la scarpa tra le mani, e poi scoppiò in un boato di urla e risate, che di certo arrestò le preghiere delle beghine impegnate nel vespro.

Io non lo sapevo ma avevo imparato cos’era una risata omerica. 

allure

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Queste strade medievali sono gole di montagna, tengono luce, odori, uomini, tutto stretto e frammisto alle pietre, ai balconi, alle porte, a quel taglio di cielo che sembra sopra, lontanissimo, ma oltre ogni nube, azzurro. E alla fine ci si riconosce, prima che per i volti, per una allure comune che non c’è altrove. Questo è un senso di vicinanza lieve. Cittadina e da borgo, assieme. Sotto il portico d’una casa importante, del ‘500, c’è una delle poche pescherie della città. Già di primissima mattina i banchi di marmo inclinato, si riempiono di pesci che vengono da Chioggia, Porto Levante, Codigoro, Caorle, poi verso le 11, cominciano ad arrostire e friggere, perché il pesce c’è chi lo vuole vivo, o quasi e chi lo vuole cotto. E stamattina l’odore delle sarde, dei calamari, dei totani, delle schie, degli scampi, delle rade e preziose moeche, invadeva la strada. Veniva spinto ad ondate, ben oltre la pescheria, dal movimento delle poche auto, dalle bici, e soprattutto, dai passanti che pareva volessero uscire dal profumo di fritto e però rallentavano annusando. Chissà cosa pensavano le teste che già erano nella zona dell’appetito, della crisi ipoglicemica di tarda mattina. Fame non era, qui non c’è fame, mai, però appetito, quello sì. E salivazione accelerata che ferma i discorsi e rallenta il passo, perché si associa, si pensa al pranzo, a ciò che lo accompagna. E non era finita la festa perché bastava fare pochi passi e il forno, pochi metri più in là, cambiava la mappa del senso, con ondate di profumo di sfilatini croccanti appena sfornati, di paciose pagnotte, di morbide mantovane, teneri ferraresi, e di dolci : crostate quasi casalinghe, con marmellate dense dai colori scuri, spumiglie colorate, fugazze da vino, e ancora, prosciutto appena affettato pronto a finire nella morbida croccantezza di un panino già tagliato. Insomma un insieme che annullava il fritto precedente e confondeva definitivamente l’aria. Ti prendeva per mano e ti accompagnava nella gloria del bar all’angolo dove il caffè cedeva il posto, vista l’ora, all’aperitivo, agli sguardi lunghi delle coppie sedute, alle chiacchiere al banco, ai salatini distratti, al guardare l’orologio per accorgersi che era quasi ora di pranzo.

Questa è l’allure, il fascino che diventa profumo per quei mitocondri che s’annodano da qualche parte del cervello e che rendono un posto, luogo, casa e ricordo. L’inconcepibile essenza che altrove non sarà uguale e che allora, con moderazione, diventerà nostalgia. Leggerissima nostalgia per un ritorno ipotizzato, a volte impossibile, se si è lontani, e che consentirà di non essere mai definitivamente sopraffatti dal presente perché c’è un’allure che è nostalgia di un luogo, di un profumo, di un suono, in cui abbiamo sentito diversamente. Proustianamente felici d’una piccolissima assenza e infelicità.

p.s. in questa strada ci sono nato e quindi la conosco bene. E distinguo il ricordo dall’adesso. L’adesso è ancora questa atmosfera particolare che si realizza con ingredienti nuovi. E questo mi fa un po’ felice di una vitalità che resterà in altri ricordi e appartenenze.

portolani: il tavolo

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Non so come altri vedano il mio tavolo da lavoro.  Entrano davvero poche persone in questa casa. E non lo saprò mai perché non chiederei. Avrei il pregiudizio dei iei occhi che nel vedere si mescolano con i significati. Con le piccole tracce d’amore che permettono di identificare le cose, collocarle, dar loro un pezzettino della nostra anima attraverso il legame con l’uso del tempo. Del nostro tempo. La cosa più preziosa che abbiamo. Non ascolterei a sufficienza con la mente libera da pregiudizi. E a me non piacciono i pregiudizi. E neppure i giudizi.

Il mio tavolo da lavoro è una mappa dei miei interessi, delle speranze, delle possibilità, ma anche della confusione, del sovrapporsi, del ridurre la chiarezza a un cammino tra asperità e morbidezze. C’è molta carta, scritta e bianca. Ci sono molte penne, due lampade, lenti d’ingrandimento. Mi piace molto la magia delle lenti, come pure il cristallo tagliato, le sfaccettature, i colori che generano. Quindi ci sono tra le cose apparentemente dormienti.

Poi molte matite. Colorate o meno. Inchiostri, forbici, attrezzi per la scrittura, tagliacarte, regoli, bianchetti, righelli, astucci. Disegno poco, la scrittura a mano mi sembra un buon modo per disegnare significati, però mi piacciono i colori, il loro entrare nella pagina. Le stilografiche e i pennini attendono il loro turno. Ci sono preferenze e rotazioni. 

Il computer è circondato da dischi fissi, memorie sovrapposte, un baule di tracce, di scoperte che si aggiungono quando il tempo li ricomprende. Sulla parete si vedono quadri e fotografie. Nell’angolo una bacheca di sughero, zeppa di ritagli, foto, scritti, pezzi di carte geografiche. C’è molta musica attorno e ci sono molti libri. Sono una compagnia discreta, un sussurro piacevole, contorno e pietanza per una curiosità, un interesse piacevole. Il tavolo serve per scrivere e contenere. Contenere cosa? È un portolano che ricorda e intanto mette assieme e percorre il nuovo, un sovrapporsi di segni che desidera essere interpretato e intanto  interroga. Gli orologi ad esempio, questa casa ne ha molti, meccanici per lo più, ma non solo. Sono una tangibilità di un tempo che solo in parte condivido. Il mio tempo coincide col portolano che si dispiega davanti a me, con la difficoltà attuale delle passioni, con i punti fermi, le bricole a cui attaccare la barca che mi ospita. Interessi e disattenzioni, uso dissennato e inutile del mio tempo. Mi piacciono queste due condizioni: l’inutile e il dissennato nel personale dialogo col tempo, sono libertà importanti. Di esse sono cosciente e non di rado contento. Serve leggerezza per non prendersi troppo sul serio, furie brevi, occhi che si riempiono nel vedere particolari e insiemi. Sposto le cose, le raduno e le dispongo. Sono attente e disponibili, proiettano un futuro di piccole tracce di me. Questo è un contenitore prima che un tavolo. Posso coglierne un senso perché non c’è confusione, ma volontà. La leggerezza salva dalla prigionia dell’ordine.

Confutatis, la maledizione che perde l’uomo, lo smarrisce, viene assolta dalla leggerezza. Dal significato e dall’autoironia congiunte. Libera me dalla dipendenza, dall’omologazione, dalla geografia che non corrisponde all’anima. Libera me dalla solitudine dell’ordine, dall’innocenza travisata. Le cose non sono innocenti e non sono colpe. Sono noi. Questo tavolo è un pezzetto, un’approssimazione. Sono asintotico a me stesso, come potrebbe essere compreso il mio ordine/disordine apparente? È una nudità che implica intimità, pudore verso chi non ama, un essere che nel mostrarsi include. Non esiste amplessare ma questo sarebbe il significato del compenetrare il senso delle cose. La Crusca provveda se può, ma anche non potesse per ciascuno c’è un angolo che lo racchiude. Lo spero, lo vorrei.

Confutatis. Confondi, perdi l’utile e il suo simulacro, porta a noi ciò ci approssima, la nostra confusione apparente, l’ordine che non è tale, lascia il senso. lascialo in noi, in tutte le sue accezioni, il senso, perché di sentire abbiamo bisogno.

il profumo della vigilia

Le finestre al secondo piano sono aperte. Si sente rumore di martelli battuti con ritmata forza e musica orientaleggiante. In quella camera sono nato. Da lì ho sentito la strada, i richiami dei mestieri ambulanti, ho cominciato a conoscere il danzare dell’impalpabile nella lama di luce. Abbiamo abitato a lungo quella casa. Ho visto come l’hanno trasformata, resa attraente e nuova. La scala non ha più i consumati gradini di pietra di Nanto, c’è un ascensore scintillante di cristalli e trasparenza. La soffitta, che per me era il luogo del mistero e del fascino, ora è un sottotetto con due camere e un bagno pieno di luce dall’alto. La camera dove sono nato, è un soggiorno che sfoggia i travi a vista. Sono spariti i giochi di mattoni incastrati del cornicione, il pavimento è una distesa di legno africano. Un tempo c’era tavolato d’abete che odorava di resina e lacca, quando mia madre lo riverniciava. È mutata la destinazione, il contorno e le persone che hanno popolato quella via così centrale e popolare. Oggi questo è un quartiere di negozi, abitazioni di lusso e pochi bambini. Qui mi verrebbe il confronto, ma sono romanticherie dell’età ed è meglio pensare a com’era quella casa nella festa imminente.

Dal mattino della vigilia, le tovaglie buone prendevano il sole, e si mostravano ai vicini per il lustro della casa. Tra le stanze c’era un parlare a voce piana, del giorno dopo, del pranzo da preparare. Si faceva circolare aria per scacciare l’inverno e far entrare il profumo nuovo. Nel cortiletto, ora lastricato di piccole mattonelle di sasso del Piave, tra le pietre di trachite c’era già l’erba e l’albero di pesco era fiorito sfacciatamente, ribadendo la sua indipendenza dall’inverno e da ogni nostra offesa. C’erano i rumori simmetrici dei vicini, le voci che chiamavano in dialetto. Mia madre stirava le camicie bianche per il giorno dopo e nell’aria si spandeva un profumo di amido, vapore e stoffa scaldata. Era la vigilia. I bambini giocavano con meno ardore, stavano più attenti a non rigare di sangue le ginocchia, correvano più piano. Per giorni, nella stanza che ora risuona di martello, avevo dormito con il profumo delle torte margherite cucinate e messe nel fresco vicino alla finestre. Era lo zucchero e la vaniglia, il profumo di farina cotta e spumosa, il rosso d’uovo impastato con lo zucchero che avevo pulito scrupolosamente e laccato dal dito. Era il profumo di quella torta che faceva Pasqua, più delle parole misteriose del prete, ed era qualcosa di tangibile, che riempiva la bocca di sapore denso e dolce, qualcosa di rustico e antico. Era il profumo della primavera imminente, dell’attesa del buono che diveniva presente. Era la casa e insieme il fuori di essa, come se dalle finestre da cui entrava un’aria fresca e pulita uscisse contemporaneamente il profumo di noi, di ciò che era essere assieme. E tutto si incontrasse in un abbraccio.

p.s. della Torta Margherita ho scritto in passato, qui trovate la ricetta:

https://willyco.wordpress.com/2007/11/23/torta-margherita/

ma il profumo sarà il Vostro.

Con i miei auguri e un sorriso.

domattina

Domattina mi alzerò parecchio prima del solito, accade più volte nella settimana, ma c’è chi lo fa sempre e io sono fortunato. Compirò i gesti che vanno bene per il mattino. Per ogni mattino indipendentemente dall’ora. Gesti che rassicurano. In questo ripetere c’è ciò che un tempo abbiamo ricevuto come cura al risveglio, poi lo rendiamo nostro ed è affetto verso noi. Ci saranno molti chilometri in auto, radiotre e il silenzio, alternati. Di questo tragitto conosco bene i luoghi del vedere, gli alberi e la campagna, i cartelli e gli abitati a lato dell’autostrada, il campanile delle chiese, le case ammassate prima della grande curva che divide le autostrade, la montagna sullo sfondo, poi ancora pioppi da cellulosa vicini ai fiumi, le petraie che scruto per vedere se piove in montagna, i campi limitati da alberi fatti solo di rami, fabbriche e ponti. Attraverso parecchi fiumi con nomi sconosciuti o altisonanti. Fino all’ultimo, prima di uscire, immerso nel verde, poi il traffico di città e un altro caffè per cancellare la stanchezza prima di iniziare.

La mattina, le cose da fare, gli appuntamenti, i problemi. Tanti e sempre gli stessi. Domani sarà diverso, tornerò in un luogo che conosco, bello come un lavoro scelto, perduto come un’area industriale fatta nei tempi in cui tutto cresceva.  È un bar tra le fabbriche, in una piazza che non è mai stata tale. Mi piace sedere all’aperto e guardare. Ne scrissi anni fa. Sentivo il fascino di questi luoghi in cui ci può essere una poesia indistinta che dialoga tra natura e fabbriche, e le fa sentire meno solide, piccole di gloria e destino, ma vere. L’uomo c’è e c’è il contorno. Guasto e redimibile, che diventerà diverso, ma resterà a ricordare un’epoca, più che persone o fatti. 

Il bar si riempie ad ore canoniche di operai e poi è vuoto, ha baristi che leggono il giornale o puliscono la macchina del caffè. Si può mangiare fuori orario e non sempre bene, c’è quello che avanza, ma anche una sensazione di libertà da orari. Seduto su sedie di alluminio, pronte a qualsiasi stagione, guarderò, oltre i capannoni, le dolomiti neglette e aspre, quelle senza turisti lontani, conosciute solo da queste parti eppure bellissime. Quest’anno solo qualche cima è spruzzata di neve, i fianchi sono grigi di roccia e marroni di faggi, il cielo è spesso azzurro intenso. Ma tutto questo non riguarda i capannoni che ronzano di macchine, e sono senza voci d’uomo. Al loro posto il ritmato sospiro delle calandre e il traffico quieto dei camion pomeridiani. In fabbrica si parla poco, quelli che lavorano e usciranno a notte, hanno il pensiero rapido di tornare a casa.

Guardare e ascoltare darà un senso di pace, svuoterà di ragioni la fretta, e le scaramucce che sembrano battaglie torneranno ad essere quello che sono, ovvero piccole sciocchezze di posizione e d’orgoglio. Nell’aria fresca, penserò che potrei essere altrove, che potrei farne a meno, eppure faccio. Penserò che ci sarà una ragione a tutto ciò. Poi riprenderò l’auto per tornare in sede, fino a notte. Il ritorno lungo, la stanchezza stemperata con la radio e le telefonate. E la strada sembrerà diversa, punteggiata di cartelli e di lavori che procedono lenti, ma non lo sarà. I riferimenti saranno l’arco dei ponti, le torri piezometriche degli acquedotti col faro rosso in cima, qualche svincolo mal segnalato da non sbagliare, le stazioni di servizio, i caselli. Ho scoperto di nutrire affetto per le luci gialle, rosse e bianche delle stazioni di servizio. Ma solo per le luci. Di rado mi fermo, lo faccio solo nei tragitti davvero lunghi. Le autostrade sono luoghi di solitudine, con i loro riti, e le stazioni di servizio sono anch’esse parte di quella solitudine. Ma ognuno ha i suoi riti e la sua solitudine.

Poi ci sarà la casa, e ancora una volta ci saranno altre abitudini o diversità, la notte profonda, il sonno. Dopo.

il tappeto sbagliato

È un tappeto d’oriente e sbagliato. Amato per questa sua irregolarità. Indagato anche sul rovescio, per capire il perché di questa fine anticipata di tessitura. In fretta si chiuse con la ripetizione del bordo, trovando soluzioni irregolari e tranciando forme geometriche. Mancano 7-8 cm di tappeto che non sono surrogati dalla fantasia dell’introdurre piccoli decori non simmetrici, è come fosse mutata la mano per un qualche motivo irrevocabile. Portata via la mano originale? L’irregolarità e il rovescio, portano a una tessitura artigiana, casalinga, poco intrisa di tecnica e programmata. Penso a dita veloci e sottili, rovinate dai fili di lana, percorse di tagli e inusuali callosità. Una geografia che forse veniva guardata in momenti di tenerezza, amore lento, scambiato, attento. Per guardare le mani serve tempo, attenzione amorosa e confidenza, e allora si seguono i fili tracciati sulla carne, se ne sentono i presagi e la ricchezza. La contrattazione sul tappeto sbagliato certamente ne alterò il prezzo e venne comprato per una cifra irrisoria rispetto al lavoro. Buttato poi sul mercato, senza garbo, affidato più all’ignoranza che alla perizia del compratore. Una seconda scelta. Il mistero che porta con sé, me lo rende prezioso, è un generatore di immagini. Evoca sabbia e luce accecante filtrata dall’incannucciato alle finestre, polvere, matasse policrome di lana, colori caldi, richiami, silenzi e parole smozzicate, quasi colpi di tosse. Riso bianco e spezie con carne rossa e dura, dita che lo prendono e lo portano alla bocca, rimproveri, notte che scende nera e rapida, luci fioche, freddo, sonno e sveglia all’alba. Così sempre, sembra, e poi qualcosa sposta, spinge via, interrompe, riprende, dimentica e ricorda. Altrove. Tornare e già sono mille, duemila anni di cerchi, di ellissi. Mille anni di polvere di tarlo, di telaio, di odore di lana, di grasso sulle mani. Si chiama lanolina. Non importa. Quello è l’odore delle greggi che passano tra le case la notte e aspettano in periferia, che strappano erba, che lasciano ciuffi di lana sui fili di ferro, sui reticolati. Mille anni di contrattazioni sbagliate, di subordinazione, di mercanti col passo leggero, le vesti strane e distanti, che ripartono carichi di tappeti. Mille anni di acqua limpida e freschissima, offerta con un sorriso, aromatizzata, infusa nelle foglie d’ibisco e nei pezzetti di cannella e di mela, nel tè. Mille anni di richiami tra una stanza e l’altra, di pianti di bimbo, di filastrocche sussurrate, di vestiti rigidi, rossi, ricamati d’oro e monete. Portavano zecchini per ornare le donne e volevano tappeti e tessuti di Damasco. Non il deserto, non la luce abbagliante, non il caldo, ma il lavoro, le mani, l’ingegno. Mille anni e un tappeto interrotto, sbagliato. Dita veloci, fruscio di telaio, la soluzione abbozzata. Bisognava venderlo, darlo, che andasse distante. Un tappeto che ricorda così platealmente l’imperfezione dell’uomo è un’eresia, un’accusa per chi l’ha fatto. Cosa volevi dimostrare, gli avrebbero chiesto sbattendo la porta, sedendosi senza grazia e senza permesso, la tua imperizia, oppure dire qualcosa con le figure interrotte? Meglio evitare, via, via… In ogni tappeto c’è un errore che restituisce all’Innominato la perfezione, bisogna però cercarlo, perché mentre l’Innominato è evidente, l’uomo si deve trovare nella sua opera. Ma qui l’errore è squillante, dice troppo dell’uomo. L’eresia di un buon tessitore dice troppo: è una deviazione dalla canonicità del disegnare, del far incontrare serenamente le strade dei fili. Come fossero cammino degli uomini. Cosa volevi dimostrare?  Quell’errore dice troppo, rompe una consuetudine, è uno scatto d’ orgoglio, oppure d’ avidità. Non si poteva tenere in casa, quel tappeto, bisognava mandarlo distante attraverso i mercanti che vengono e vanno,  che confondono, che lasciano sul posto, che non spingono via. Mille o duemila anni che sono qui, l’errore voluto per gettare un ponte, per farsi riconoscere, per restare, perché si ama la polvere della lana, la luce accecante, la notte nera di luce, l’alba, il fruscio del telaio. 

 

mi rendo conto della lunghezza, non biasimo chi non condivide, chi non legge sino alla fine, ma se qualcuno ha pazienza bisognerebbe leggerlo a voce sommessa, percettibile. Come mille anni fa, perché scrivendo ci si parla sempre.

ancora mare d’inverno

 

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Forse è questa la soluzione: spegnere la televisione a pranzo, confinare i pensieri fuori da ciò che si fa per non perderne senso e piacere.

La realtà comunque preme su porte e finestre, e il mare ci sopravviverà implacabile.

Penso a ciò che avviene attorno a noi, vedo il bandolo di molte matasse, e non sono capi del filo che porta fuori dal labirinto, ma l’invito ad inoltrarvisi.
Così godo del mare d’inverno, cammino sulla spiaggia piena di relitti che incessantemente s’arenano e sono noi, le nostre cose, il nostro naufragio, il rifiuto ch’esso sia avvenuto e, forse, un nuovo modo per scorgere terra.

In fondo, anche dalla riva, l’uomo è un coffiere che vuole lanciare per primo il grido d’un approdo. E solitudine è presumere che solo noi pensiamo sia così.

formicai

La città tonante s’è acquattata,
tra vene di luce, dorme avvolta nel suo pelo,
percorre di brividi e di sogni le periferie,
Apre appena gli occhi per accogliere il primo albore della notte,
si muove, s’acquieta e si ritrae in spirali di tepore,
pensa e sogna,
indifferente.
Piccoli fremiti la disturbano:
caduta di nani, altisonanti d’effimero e suoni gracidanti,
allora ascolta distratta, fantasie e l’ uso degli umani.
immagina che nei formicai spezzati
restino memorie d’artificiali cunicoli.
Sorride al pensiero che fornicare è luce in un buio che vuol sentire,
e si chiede perche l’uomo,
al pari degli insetti senza il dono del volo,
costruisca cunicoli e li chiami palazzi.

fuor di retorica

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La retorica è una cosa buona e seria, ha un suo luogo e una sua dignità. Ma non gioca con i sentimenti. E quella farlocca stanca. Per cui sono stanco di magie del natale, di marsigliesi, di rivalutazione della cultura che c’era pure prima dei morti di Parigi, di crociate che sconfiggeranno l’isis, ma non mi dicono cosa ci sarà dopo in medio oriente. Sono stanco e proprio per rispetto non parlo dei morti, dedico loro il mio silenzio, la mia riflessione e ciò che posso fare. Cerco di capire il mondo che mi sta attorno, di vederne le connessioni e non ho le conclusioni, ho opinioni. Questo non basta a me, agli altri non so, ma sento l’insufficienza dell’analisi e l’incapacità di superare i limiti del momento. Un progetto del mondo include la necessità di enunciare ciò che accadrà dopo, a obbiettivi raggiunti. Ma siccome i fini non dicibili, giustamente non si dicono, le questioni che attengono alle opzioni individuali sulla libertà propria e altrui vengono sottaciute, poiché si esclude un ruolo attivo dell’economia nel ridurre la diseguaglianza e far crescere la spendibilità dei diritti, allora anche le parole sono sempre parziali e diventano incomplete e non vere. Ciò che si dice ai funerali riguarda i morti e i vivi e se si vuole dare una speranza ai secondi si dovrebbe uscire di retorica, testimoniare la propria insufficienza, scegliere delle opzioni che definiscano l’identità e la cultura di chi vive. Questo sarebbe un passo avanti, una dimostrazione di forza interiore, ben più complicata di quella esteriore, che infine potrebbe includere e far sentire che non c’è uno scarto immane tra chi decide e chi è deciso, che la civiltà include e accoglie, vive e si perpetua, e soprattutto indica i suoi obbiettivi con chiarezza, affrontando le contraddizioni, e che quando esercita la forza ne specifica bene le ragioni e il fine.

In Syria, qualche anno fa, all’inizio della guerra civile, ero in un villaggio di poche case vicino a una delle oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Guardando quelle persone, che vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo, pensai che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’una o dell’altra parte, subendo e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. E in quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città: amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare, era perché sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Ma le cose buone duravano e loro attendevano quelle per lasciare la paura. Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obbiettivi, uniscono rispettando i vivi e morti. Ma forse anche questa è brutta retorica. 

sono grato

Del grande e glorioso cuneo di terra tra veloci strade ,

del campo dissodato a grosse zolle brune,

della vista che finalmente corre

fino alla lontana fila di casette,

e oltre,

sono grato.

Anche delle distanti linee nette,

degli sbilenchi ricoveri d’attrezzi,

del necessario costruir di bimbi corrucciati di fatica,

sono grato.

Del riposo da una civiltà violenta,

dal profitto esagerato, 

nel bruno di quelle zolle sento la rivolta ,

e nel loro spaccarsi nell’imminente freddo

il ribollir d’attesa di paziente vita,

di questo sono loro grato.

A chi non ho modo di sapere, 

al resistente che difese la terra violata dall’asfalto,

ad un fienile, ad una stalla, ad un silos da riempire di grano,

sono grato.

Di questa vista che finalmente corre più dell’auto,

in un mattino limpido e chiaro,

in un silenzio che respinge il rumore dei motori, 

della gioia immotivata,

della diversità che essa muove e spera, 

sono grato.