io e Napoleone

Questa notte Napoleone passeggiava nel vicolo. Non sono impazzito e non parlo di un gatto. L’antefatto, parecchio datato, che me l’ha riportato alla mente, è che per diversi anni ho avuto una scrivania, non mia, legata al ruolo, su cui aveva firmato un decreto il generale napoleonico Massena. Un decreto importante dove per la prima volta si imponeva una tassa sull’estimo, ovvero sul patrimonio, ai possidenti veneti. Talmente importante questa tassa, che successivamente persero l’abitudine di farne.

Era una scrivania molto bella e scomoda. Allora i generali erano più bassi, o meno alti, ed io che non ero generale, né avevo un bastone da maresciallo nello zaino, ma ero un metro e novanta, urtavo con le ginocchia. Così riflettevo che un po’ di umiltà a schiena diritta faceva bene ed era giusto adeguarsi: abbassavo la sedia e mi tenevo la scrivania. Perché mi piaceva il pensiero che un generale, di quelli che facevano comunella con Napoleone, si fosse seduto e avesse firmato, con una penna con pennino, intingendo da un calamaro, il decreto che diceva: uè garçon da demain chi più ha, più paga. E gli altri attorno, ad alta voce : oui, mon general, c’est just et bon, (bon gli veniva bene perché anche in veneto si dice così), ma pensavano : ta morti cani, te sì apena rivà e zà te robi da chi che ghe n’ha. 

Questo mi riconciliava un po’ con Napoleone, che non riuscivo a rendermi simpatico, perché non mi pareva amasse molto la libertà come dono ai popoli, ma preferisse un’ interpretazione della libertà sotto tutela, da regalare a parenti e amici fidati. E poi con Venezia si era comportato non male, peggio, un rottamatore che aveva rottamato il popolo prima della Repubblica. Qui mi fermavo e mi chiedevo se ero diventato di destra perché il motto della rivoluzione mi pareva la sola cosa importante degli ultimi 200 anni: eguaglianza, libertà, solidarietà era sceso in questa pianura imparruccata. Napoleone parlava di queste tre parole, faceva i comizi, solo che poi razzolava male. Mah, avevo le idee confuse.

Come stanotte che pensavo a quanto accaduto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump e sentivo i passi di un cambiamento che risuonavano nel vicolo. Cos’è un vicolo, se non una metafora rappresentata fisicamente, un angolo delle nostre piccole sicurezze che però nel difendersi chiudono le vie d’uscita riducendole ad una. Ed è il posto dove pensiamo di conoscere tutto o quasi, ma basta che un passo non conosciuto risuoni e riemerge la precarietà di un mondo, che sembra solido, ma è solo in equilibrio.

Da ragazzino, andavo a ripetizione di francese da un amico più grande, che abitava in una casa strana, fatta soprattutto di scale e stanzette. Una quasi torre, dependance del palazzo Polcastro, dove Napoleone aveva dormito, ospite del conte. Era diventato proprietà delle suore, ma era quasi vuoto d’uso e vocazioni e con questo amico, in silenzio, si potevano percorrere scale e corridoi, fino alla sala decorata ad api d’oro. Una vera preziosità, realizzata in tutta fretta per onorare l’ospite, potente e augusto. Napoleone era passato, avrà notato che c’era stata attenzione, forse, sarcasticamente avrà sorriso: si era passati dai gigli di Francia alle sue api pur sempre francesi, e aveva creato un bel po’ di nuovi adepti. Ma a lui, che passava come un fulmine, cosa poteva interessare delle piccole beghe di popoli che neppure vedeva? Lo disse anche il Manzoni, che amava la velocità: il nuovo che sbaragliava il vecchio perché lo disorientava, non adoperava le stesse tattiche e codici, vinceva e anche se non convinceva, non gli importava più di tanto. Tutto vero, ma poi ricomponeva il tutto nel potere assoluto di chi doveva dare libertà, e c’erano state incoronazioni anziché repubbliche e il ripetere i riti di ciò che sembrava abbattuto. La storia va avanti per suo conto. Il potere come servizio ai problemi dei molti, non gli interessava, ma questo non contava allora come non conta adesso, ed io lo sentivo sprezzante e sciupone: fare la storia a modo suo era certamente da grandi, ma lasciava dietro un sacco di macerie.  

Voi direte che c’entra il vicolo come angolo in cui cerchiamo tranquillità e l’insicurezza attuale? Poco se la storia non insegna nulla, se pensiamo che le sicurezze siano per sempre, se non abbiamo valori comuni da difendere e non lo facciamo. Non è chiudendosi nel vicolo e ascoltando i passi che siamo più liberi, meno minacciati. Quello che accadrà, e che sta già accadendo, è un mutare di cose che si consideravano intangibili, il lavoro, il welfare, la stessa nozione di libertà e di democrazia. Però basta pensare agli errori e alle sottovalutazioni commessi tra le due guerre, alla crescita dei fascismi e del nazismo, alla loro necessità di indicare nemici vicini, tangibili e soprattutto eguali alle classi interne bistrattate dalla crescita delle ricchezze e dell’ineguaglianza, per trovare analogie. Guerre di poveri tra poveri.

E se un grande come Napoleone che aveva lasciato così tante tracce, che aveva fatto e molto disfatto, che aveva reclutato persone, anche qui, da portare a Mosca e invece morte alla Beresina, alla fine aveva ripercorso non gli ideali che lo avevano generato, ma il potere personale, non è forse il popolo, ovvero noi ad essere l’unico guardiano vigile perché il peggio non accada, perché l’umanità sia salvaguardata attraverso l’esercizio delle proprie piccole libertà?

Il vicolo è corto ma non troppo, ha qualche anfratto, un cortile e abitanti discreti, quindi è il posto ideale per guardare il corso, che poi è metafora del mondo. Ma stanotte  i passetti che sentivo ho pensato fossero i suoi, di Napoleone, sempre più nervosi, perché anche i grandi vogliono essere riconosciuti, cercati, amati, ma anche arginati e il popolo ha grandi possibilità di farlo quando non si affida a un capo. 

quasi 4 novembre

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L’ auto s’inerpica nella sera, le curve si susseguono, i fari illuminano case spente o alberi fitti come palizzate. Gli alberi sono alti e giovani, due guerre hanno eliminato la storia dei boschi antichi e l’immensa distesa che riforniva la Serenissima di pennoni e fasciame per le galee. Per curve ripide, si sale, e il bosco circonda il sasso e l’asfalto, fino alla spianata dei cimiteri, dopo la strada prosegue senza più case. Fino in cima. Qui combatterono a lungo fanti che venivano da regioni lontane rispetto all’altopiano di Asiago. La brigata Liguria perse 2000 uomini in tre giorni, una carneficina, ma tenne l’urto della Strafexpedition. Qui erano loro a resistere e a Castelgomberto, la brigata Sassari. C’è una piccola cappella, che adesso i fari illuminano, poco oltre il cimitero inglese e quello italiano, con i caduti di entrambe le parti.

La strada adesso è più accidentata e ripida, c’è un silenzio che sospende la luce nell’aria, fino alla cima. Dove c’è oggi una malga e un allevamento di maiali, c’era il comando della brigata. La vista sull’altopiano è magnifica. È immerso nelle nubi, con i monti del Trentino a far da sfondo, e il chiarore del tramonto che scema rapidamente. Penso a ciò che vedevano quegli uomini nei pochi momenti di calma: attorno gli alberi spianati dalle artiglierie pesanti, ridotti a moncherini fumanti, le petraie e i prati che scendono a precipizio verso Cesuna.

Non c’è nessuno stasera, anche il finto rifugio illuminato, è vuoto. Torno fuori e guardo la distesa di nubi che scurisce, le prime piccole luci, i segni di vita delle strade. Il silenzio continua. Cosa sentivano i fanti, oltre gli scoppi, gli ordini concitati, i fischi dei projettili in arrivo ? E chi assaliva, gli Alpenkrieg tirolesi, cosa sentivano? L’epoca dei fatti è il maggio 1916, l’Italia non è ancora entrata in guerra con la Germania, il generale Cadorna, pur ripetutamente avvisato di una spedizione in preparazione da parte degli Austriaci, non dà peso alle informazioni dei disertori. Persino agli ufficiali nemici non crede. Poi dal 15 maggio si scatena l’inferno, al solito mancano gli ordini e una chiara visione della battaglia. Viene spesso ordinato di morire per carenza di seconde linee. Così nascono le leggende sul monte Cengio, il salto del granatiere, i suicidi dei volontari trentini o giuliani. Chi viene catturato farà la fine di Battisti e di Filzi. Se la spedizione austriaca riuscisse, sarebbe il disastro, presa Vicenza, poi Padova, Verona, Venezia. Gli austriaci avrebbero la pianura e la guerra vinta. In quei giorni l’altopiano viene evacuato, con la triste sorte degli esuli, portati distante, confinati e guardati con sospetto. Cimbri, todeschi, solo gente di confine, ma visti come possibili nemici: erano donne, adolescenti e bambini, più di 20.000. Agli altri, evacuati dagli austriaci, andò peggio, morirono in tantissimi, per fame, malattie, freddo. Si può morire di freddo dentro una baracca? Sì, soprattutto i bambini.

Nell’aria c’è il profumo dell’autunno: un po’ di fumo lontano, le foglie dei faggi che iniziano a marcire, la terra che esala vapori. È tutto così calmo. Gli animali tornano dal pascolo, lenti, i campanacci agitati nelle ultime brucate d’erba grassa, ma sono pochi, la transumanza c’è già stata, queste mucche e vitelli sverneranno qui.  A fine giugno del ‘916, il 27, finì l’offensiva, le parti si trincerarono e cominciarono gli attacchi alla baionetta per pochi metri. Ci sono molti nomi che troviamo nelle nostre strade e che fino allora erano luoghi da pascolo e bosco, Ortigara, monte Cengio, Melette, ad esempio, luoghi di macelli insensati per pochi metri, guadagnati e persi per puntiglio. C’era chi non capiva, ed era la maggioranza, il perché di tanto uccidersi. Lussu ne ha parlato con una prosa sommessa e forte, senza epicità, e in molta letteratura di guerra vissuta questo non capire, emerge, poi ci sarà il mito della guerra santa propagandato da chi non l’aveva fatta.

Con una terra di nessuno breve, le trincee a tiro di voce e tanti morti, c’erano diserzioni dall’una e dall’altra parte. A questo penso e guardo la luce, che ora è un biancore rosato e segna alberi e cime con la precisione del nero, come volesse ritagliarli e poi ricostruirli su un tavolo: un gioco da bimbi prima di cena. Ma è solo bellezza e qui nessuno giocava.

Mi torna a mente un episodio di quei giorni. Qualcuno di una compagnia dell’89° fanteria, durante l’ennesimo, inutile assalto, pensa di consegnarsi durante un attacco. Di arrendersi, insomma. Il comandante del corpo d’armata, viene informato e fa bombardare la compagnia, che ancora combatte, uccidendo innocenti e disertori. Poi non sazio dell’esempio, da tutta la brigata Salerno fa estrarre due uomini per compagnia e li fa fucilare. Anche dai reparti che avevano combattuto con eroismo, anche da quelli che erano a riposo. Il comandante della brigata, che protesta, viene minacciato di essere fucilato entro 10 minuti se non procede con le esecuzioni. Alle 18, quest’ora, 48 innocenti vengono fucilati. Orrore nell’orrore.

Cosa avranno pensato, e capito, i fucilati e i loro compagni? Ci sarà stato trambusto, protesta, paura, pianti, un divincolarsi inutile, poi la catatonia di chi non capisce e il silenzio che precede le esecuzioni. Non ci si chiede mai cosa passi per la testa di chi è oggetto di un’ ingiustizia assoluta. Se esso pensi che tutta la sua vita sia stata inutile di fronte a ciò che subisce, se ciò che ha costruito, l’amore provato sia sbagliato per un mondo che non lo vuole. Avranno pensato che la nazione, lo Stato per cui tante volte hanno rischiato, per il quale hanno patito fame e paura, adesso disponeva di loro per capriccio, per dimostrare una forza cieca uguale a quella del nemico che uccideva in battaglia. Ma almeno il nemico non li chiamava per nome, gli lasciava una possibilità di difendersi, poteva anche solo ferirli, lo Stato, no, li uccideva e basta. Per dare esempio di una forza così bruta e ingiusta da non avere possibilità d’essere capita. Impossibile racchiuderla in una logica di vita, era solo morte. 

Valeva allora e vale anche adesso questo pensiero che si oppone alla sofferenza delle vite che si sentono sconcluse, uccise due volte. Anche quelle che la sorte ha risparmiato, vengono uccise nel vedere la morte gratuita, l’ingiustizia perpetrata. Penso che se ci fosse una giustizia, questa dovrebbe emergere dall’analisi del suo contrario, dall’esame dell’arbitrio. Il disertore, il ribelle dovrebbe dire qualcosa e invece li si circonda di ignominia per non parlarne. Questi uomini furono esclusi dai monumenti ai caduti. Eroismo, paura, coraggio, scelta, in una ragione alta ci sta tutto perché l’uomo contiene tutto e qualcosa sempre tradisce.

Mio nonno morì l’anno dopo, in una dolina vicino al San Michele. Era agosto, erano i giorni del suo compleanno, era giovane e aveva moglie e due figli. Chissà cosa pensava dei tedeschi che di lì a poco avrebbero sfondato a Caporetto. Erano quelli che gli avevano dato agiatezza e lavoro, quando era emigrato. Parlava la loro lingua, ma era italiano. Era bastato questo per farlo rimpatriare e poi arruolare.

In questa sera, che ormai è notte, chi ha ragione è il silenzio. È un vuoto che non si può riempire. Non ragiona, afferma.

Credo che il sacrario siano queste nubi, questa luce, queste montagne, questi boschi che non appartengono a nessuno, eppure sono stati vissuti, riempiti di speranze, di desideri, di grida e dolore. Loro e il silenzio ci chiedono qualcosa: perché?

Queste righe volevo titolarle: decimazione. Poi ho pensato che la decimazione viene praticata non solo sui campi di battaglia, ma che è il non distinguere, è la cecità dell’esempio che non esemplifica. È solo forza con una ragione presunta e debole che non motiva chi resta, fa solo paura. Ho anche pensato che i generali non li decimano mai qualunque errore facciano e per quanti morti inutili ci siano. La decimazione sta intorno a noi, basta riconoscerla.

la prima tempesta d’autunno

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Con la pioggia di stravento, il freddo ha aggredito sotto i portici,

e lì sostano pedoni indecisi su dove ripararsi,

e andare,

chissà perché diviene urgente l’andare,

che poi è un tornare,

forse desiderio di caldo, di cura?

E che fa la voglia di fuggire che sembriamo contenere,

mentre spruzzi di pioggia lavano persone e vetrine?

Hanno acceso le luci e il primo pomeriggio

si scioglie nella luce autunnale, che copre d’un giallo malato le cose,

ma in pasticceria ci sono le favette dei morti,

e si spande un profumo lieve di mandorle nell’aria.

Camminando lenti e vicini ai muri, si notano le porte delle case,

c’è una città vecchia che ha stipiti lucidi di vernice antica,

e larghe crepe che mostrano legni stanchi,

tra inserti di vetro goffrato e inferriate polverose

di ferro battuto,

ha aggredito, il freddo, sulla soglia di una consapevolezza,

che in realtà non c’è posto a cui tornare,

c’è solo la paura che sconfigge la voglia di andare.

Attorno, le voci si sgranano come la luce che frange gli oggetti,

e ne succhia l’anima per invogliare all’acquisto.

Il freddo, il primo, è la sera 

d’un giorno che stermina secondi di noia.

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I numeri hanno una loro importanza, richiamano analogie, contengono e significano oltre.

Quella tela immensa pensata assieme al Palladio, per la sala del refettorio, sarebbe stata la madre di tutte le cene e i pranzi su tela successivi e doveva occupare una parete così grande da essere essa stessa stanza e mondo. E non c’era sistema metrico per misurarla, allora si usavano misure differenti, il piede ad esempio, che valeva a Venezia ma già oltrepassando un confine avrebbe mutato lunghezza e nome. Insomma c’erano abitudini che tendevano più al raffronto che all’assoluto. Da dove siano venuti quei 666 cm, non si saprà mai, ma è il numero della bestia dell’Apocalisse di Giovanni. E l’apocalisse arrivò con quel cavaliere di sventura che chiuse una repubblica millenaria, che fece tagliare a pezzi la tela e la inviò a Parigi, come restituzione parziale di danni di guerra. Sì era napoleone e gli oltre cento carri di opere d’arte inviati in Francia erano furto e preda, non risarcimento. Così è finita al Louvre la tela di Veronese, quelle nozze di Cana famosissime in cui si riconoscevano imperatori e popolani, in cui lo stesso mondo si fondeva tra il silenzio del miracolo e il tintinnare dei bicchieri, serpeggiava nel gorgoglio dei vini, nell’oro delle vesti, nel giocare di cani, nel vociare e nelle risate, nei giochi e nel fascino del corteggiare. Era lo splendore di un’epoca che celebrava se stessa in matrimonio col mondo, ma era anche una festa di nozze, e se guardiamo con attenzione le figure, non riconosciamo gli sposi, al centro c’è il Cristo affiancato da Maria, ma i soggetti della festa non si sa dove siano. O forse i soggetti sono tutti i presenti che mostrano i loro abiti migliori, conversano, sorridono, guardano verso punti di richiamo, e lo sono anche i servi che s’impegnano nel portare vivande, confezionare cibi, mostrando un’allegria e un fasto che li dimostra coscienti di essere ad un evento che li riguarda tutti. Quella parete immensa di san Giorgio Maggiore non poteva accogliere che una meraviglia, così come l’isola aveva accolto imperatori e sovrani, doveva rappresentare ad essi e al mondo la munificenza dell’ordine Benedettino che guardava il bacino di san Marco, ne vedeva il brulicare delle genti, delle merci, dei linguaggi, assisteva alle terribili cerimonie tra le due colonne di San Marco e San Tòdaro dove la giustizia veneziana eseguiva le condanne capitali, guardava il balcone dogale che si spalancava ad annunciare notizie, vedeva gli orifiamma delle navi in entrata che issavano il gonfalone con il leone, ne osservava il libro e sentiva quel: viva San Marco, urlato prima dal coffiere in vista e ripetuto in bacino prima della fonda. Quel grido sarebbe continuato dopo il passaggio del cavaliere dell’Apocalisse e si sarebbe ripetuto chissà quante volte fino a Lissa, quando dalla tolda dell’ammiraglia di Wilhelm von Tegetthoff, si levò nuovamente assieme agli ordini dati in veneto, solo che chi vinceva era la marina dell’impero austro ungarico e la sconfitta era la marina della nascente Italia.

San Giorgio maggiore, con il suo bianco incandescente di marmo, con i suoi chiostri silenti, vedeva tutto e accoglieva principi e papi, mostrando le meraviglie dotte dei codici miniati, l’immensa biblioteca, le tele dei grandi pittori veneziani che magnificavano la gloria di un ordine che era forte per studio e disciplina, oltre che per ricchezza, ed era esso stesso azienda e comunità. Napoleone per conquistare Venezia usò il disprezzo e una cannoniera che era poco più che un barcone. Fu ordinato di forzare il blocco di San Nicolò del Lido, che faceva entrare nell’aere sacro della laguna. qualche cannonata, la nave francese perse il capitano e Venezia una indipendenza di oltre mille anni. La Repubblica che già aveva permesso di essere violata nei territori dagli eserciti dell’uno e dell’altro, si inginocchiò e il gran Consiglio, pur privo del numero legale, decretò la sua fine. Quello che non era riuscito al turco nelle sue eterne guerre, al Papa e alla lega di Cambrai, agli imperatori Austriaci e Tedeschi, ai re Magiari, ai Francesi, al Moro, insomma quello che non era riuscito a nessuno, riuscì a quel senzadio che portò il conto della storia consunta dell’Europa al suo capezzale. Venezia era vecchia, sofferente e restava splendida per volontà di popolo, ma ormai se doveva inginocchiarsi tanto valeva farlo davanti a chi avrebbe piegato regni e imperi, umiliato il Papa. Chiusa nell’angolo da ogni forza bellica del tempo, non accennò a nessuna resistenza e sperò nella clemenza del generale indifferente. Era esausta di tempo, prigioniera di riti, orgogliosa della sua memoria ma ormai incapace di avere un comando all’altezza di ciò che accadeva in quegli anni di rivoluzioni. Cedette alla forza chiedendo un rispetto che non ottenne. Venne lo sghignazzo e la rapina, la spogliazione e l’affermazione di diritti inesistenti. La rovina. Venezia restò nuda, privata di governo, sovranità e gloria, ceduta senza quasi colpo ferire, umiliata da un trattato concordato nella casa di quell’ultimo Doge Manin a Passariano. Una casa di famiglia dove l’uomo e lo stato fu due volte piegato e umiliato.

San Giorgio dopo aver visto la festa e la gloria, vide e subì la miseria e il numero della bestia di quel dipinto si materializzò nella sua divisione, nel furto, nella riduzione a caserma del convento. Tagliate a pezzi le nozze di Cana vennero ricomposte al Louvre, come se una finestra sul mondo incredibile che aveva generato l’opera, il lustro, i miracoli si potessero aprire in una parete diversa da quella in cui quell’opera era nata. E il refettorio rimase spoglio, la parete cieca e muta, priva di speranza senza quelle nozze generatrici di discendenza, gloria e potenza, senza miracolo dell’acqua che mutava in vino. Perché Venezia questo fece: mutò l’acqua che solcava in vino che dissetava, inebriava ed era fonte di ricchezze e di stile di vita e lo distribuì facendone parte importante dei suoi commerci e ricchezze all’Europa nei secoli che se non erano bui, erano assetati di nuovo e di meraviglia. Anche per quello in quelle nozze di Cana, immagino, una domanda gentile chiedeva un miracolo perché la festa continuasse, perché gli sposi, che chissà dov’erano, non fossero dileggiati, perché il mondo potesse gioire senza che il disdoro della penuria piombasse sull’evento. Napoleone chiuse la festa, e quella tela, che era la più grande, non spettava a un vinto, ma non poté impedire che restasse la memoria di un epoca immensa per sfarzo, che il genio del Veronese, con la sua eresia e la voglia di vivere, avesse giudiziosamente disseminato in cene e pranzi giganteschi posti in altri luoghi, la stessa misteriosa gloria.

Davanti a san Giorgio Maggiore ora passano altri gaudenti, sguaiati, disattenti, guardano dall’alto di navi alte quanto e più dei 75 metri del campanile. Sorridono con sguardo rapace, scattano innumerevoli foto che non guarderanno e sventolano fazzoletti a chi non li attende. Passare per il canale della Giudecca è molto richiesto dalle compagnie turistiche, per i nuovi dominatori che affollano navi che muovono l’acqua verso San Giorgio, verso Punta Dogana, verso la riva degli Schiavoni. Passano e salutano un moribondo a cui non portano rispetto. Non generano nulla, non c’è gioia, stile, epoca, non c’è il miracolo: sono la continuazione di quel depredare che iniziò nel 1797. Forse è la nemesi di una gloria essa stessa costruita sulla rapina. Forse è la chiusura di un mondo in cui più nessuno grida: viva san Marco. Il forse è la misura dell’incomprensione, di ciò che ci sfugge perché ci pare assurdo e la ragione si rifiuta di capirlo. Ma in quel piccolo, miserevole, profitto come può esserci ragione e se non è tornata la tela ma solo una sua riproduzione, come può San Giorgio maggiore guardare il bacino di San marco e venirne una rinata gloria? No, vede il passare di navi che l’oscurano e battono bandiere di stati compiacenti col fisco, vede innumeri piedi che non attendono a nessuna gloria, vede pietre che si sconnettono e consumano e acqua che cresce.

San Giorgio Maggiore era stato svuotato dai monaci, requisito da Napoleone, occupati i chiostri con le truppe, spenti i marmi, tolto il toglibile, ma chi venne dopo fece altrettanto. Anche quel regno d’Italia che aveva perso a Lissa. Come poteva San Giorgio far miracoli, benedire (cioè dir bene), accogliere nuovamente i re e i nuovi dogi nell’isola che era stata dei Memmo? Nel concederlo alla fondazione Cini lo Stato Italiano nel 1951, ha fatto una cosa buona. Ora è luogo di cultura, di meraviglia per i restauri, di pensiero, ma sembra azzoppato ancora, avvolto in una misura che non è la sua: cioè quella di essere il luogo in cui il potere si riconosce non nella forza ma nella gloria del fare. Forse togliendo le navi, contingentando i turisti, insegnando loro la meraviglia di quel passato che non si è auto generato ma è stato comunque un miracolo. Forse parlando del futuro e di come esso sia a misura d’uomo allora l’acqua potrebbe nuovamente trasformarsi in vino. Ma servirebbe un doge e un popolo, un viva San Marco che sconfiggesse la bestia e tutti gli altri cavalieri dell’apocalisse, un miracolo, insomma.

 

dialogo tra un venditore di furtive biciclette e un ciclista

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Per ambientare il dialogo, si deve pensare ad una grande oblunga piazza, invasa dal sole di fine mattina. Sullo sfondo c’è un’antica porta della città, bianca di marmo e corredata di busti di sconosciuti che nel tempo hanno perso fama e tratti somatici per l’economico secentesco uso della pietra di Nanto. Ai lati della piazza, in lunghe corsie di portici e casette multicolori, si aprono negozi dedicati al commercio fatto di bisogni immediati: focaccerie, bar, librerie di seconda e ulteriore mano, modeste cartolerie specializzate in fotocopie di libri e di tesi universitarie, sale studio, piccoli club molto scuri e pieni di fumo. Il tutto è riempito e percorso da frotte di ragazzi che vanno lenti in bicicletta, oppure camminano conversando, godendosi il sole, sbaciucchiandosi e ridendo assai. Le ultime cose non riguardano tutti e vengono compiute comunque in maniera disgiunta.  A circa metà del lungo rettangolo che costituisce la piazza, circolano le auto e si fermano i parcheggi, meglio sia così perché altrimenti ci sarebbe una notevole confusione. Proprio sul lato del parcheggio, una vecchia renault 5 di quel rosso che solo le renault riescono a raggiungere quando perdono ogni lucentezza, sosta con due biciclette sul portabagagli. Un uomo di corporatura robusta è a lato dello sportello aperto, da cui si vedono accatastati in ordine termodinamico, cestini, pedali, catene, selle, fanalini e altro che essendo coperto dall’evidenza non si può che intuire. L’uomo che si intrattiene con il ciclista potrebbe avere la mia età, o anche no, quindi lasciamo che abbia un’età indefinita, le mani invece sono molto differenti. Le mie hanno dita lunghe e unghie curate e pulite, le sue sono corte e larghe di quella robustezza che già fa presagire un discreto dolore se usate per i ceffoni. Non di meno hanno un allegro color ruggine che dà loro un discreto fascino, come fossero mani truccate per un’opera di teatro d’avanguardia. Le unghie sono cortissime e circondate da una sottolineatura nera, come se col pennarello, la sera immagino, facesse una finitura del trucco per impersonarsi al meglio. Il viso è sorridente, le parole serrate e suadenti, e il tutto si vede che fa breccia nel cuore del ciclista che ascolta e tenta di obbiettare con frasi brevi e disperate di risultato. Il ciclista cavalca una bicicletta da donna, un po’ piccola per la sua statura, ha infatti gambe lunghe da camminatore e un fisico asciutto. Indossa un giubbotto e calzoni chiari puliti, le mani abbarbicate al manubrio non permettono di vederne la dimensione e la cura, ma il colore ambrato del dorso, fa intuire una provenienza mediterranea. La bicicletta è rossa dove la ruggine non ha sostituito il colore e si capisce che è un recente acquisto fatto dal venditore con la renault 5.

Dialogo

venditore: Ti assicuro che hai fatto un ottimo affare, è una bicicletta di marca e funziona benissimo. Se per caso il pedale non gira bene, me la riporti che ci metto un poco d’olio, le gomme non sono nuove ma possono fare tutta la città che vuoi. È meglio che la chiudi sempre perché qui le biciclette le rubano. (sorride con conoscenza di causa)

L’analisi del messaggio è già esaustiva nell’esposizione, non ci sono sottintesi : la bicicletta non va proprio benissimo, l’olio sul pedale avrebbe potuto metterlo subito il venditore, è vero che le biciclette le rubano, anzi questa è stata rubata e adesso sta attendendo una seconda vita.

ciclista: anche l’altra volta mi hai detto così, poi non mi hai rimesso a posto il cambio, avevi sempre altro da fare. Anzi sei proprio sparito e non rispondevi al telefono e comunque quella bicicletta me l’hanno portata via i vigili perché era punzonata. Ma quelle bici che hai sul portabagagli me le fai vedere?

Si capisce che il rapporto tra i due non è casuale, che esiste una continuità di affari e che la provenienza delle biciclette non è un problema per entrambi. Casomai è stato un problema di qualcun altro, magari risolto dallo stesso venditore della renault 5. Quindi sono persone all’interno dello stesso sistema etico sociale, sistema da cui, probabilmente, è stato escluso il malcapitato che ha subito il furto, però anche questo sistema ha delle modalità di contrattazione e di garanzia, infatti c’è il tentativo del ciclista di sostituire l’incauto acquisto con qualcosa che sia migliore: la soddisfazione dell’acquirente non è proprio al massimo.

venditore: l’altra volta ho avuto problemi urgenti e sono stato via per sistemare alcune faccende mie (il viso è sorridente, le braccia tracciano in accordo con le mani piccoli giri che significano affarucci), poi il cambio ti avevo detto che bastava tirare il filo o regolare la vite. Peccato che te l’abbiano portata via, era proprio una bella bicicletta quella, non se ne trovano tante così. 

ciclista: e quelle che hai sul portabagagli?

Il venditore si volta, si vede che non ha voglia di tirarle giù, per lui l’affare è concluso. Con una mano tasta una gomma e mostra che è sgonfia, ad un’altra manca la sella.

venditore: sono molto peggio di quella che hai comprato per 40 euro e comunque non vanno, vedi che sono bucate le gomme. Oggi non si trova più chi tiene bene le bici.

Di certo chi tiene bene le bici ha la tendenza a piangerne di più la sparizione, per cui lo stato medio delle biciclette si è deteriorato. Entrambi, venditore e ciclista, sono rammaricati e leggermente disgustati di questa mancanza di sensibilità da parte dei futuri derubati.

ciclista: comunque questa bici è piccola e non mi va bene, non ha neanche un cestino…

La sensazione di aver fatto un cattivo affare sta prendendo il ciclista che ora si avvicina all’auto per vedere meglio le altre biciclette. Il venditore cerca di tenerlo distante, non ha voglia di rimettere in discussione la transazione. Nel frattempo si sono avvicinati tre ragazzi che sembrano in cerca di un acquisto. Il venditore comincia a parlare con uno di loro. È uno studente del primo anno, ha uno zainetto da superiori in spalla, e chiaramente non ha ancora testato il sistema parallelo con le sue tecniche di contrattazione e acquisto, quindi la richiesta è timida, la prende larga.

venditore: se ti serve una bici forse ho qualcosa per te, bella, quasi nuova, ma viene 80 euro. Però non l’ho qui, o vieni in magazzino oppure ci vediamo nel pomeriggio.

Il ragazzo vorrebbe chiudere subito, comincia a trattare perché 80 euro gli sembrano troppi.

venditore: ma se non l’hai neanche vista. Ti assicuro che li vale tutti eppoi è perfetta, ci puoi fare le corse. 

Il ciclista intanto si protende sul portabagagli, mentre il venditore allarga le braccia e cerca di tenerlo distante. Il ragazzo invece parlotta con gli altri due che sono venuti con lui, ne nasce una conversazione plurima dove c’è una contrattazione che oscilla sullo sconto al buio di 10 euro, il ciclista che cerca di strappare una luce per la sua bicicletta da una delle due del portabagagli, il venditore che lo tiene a distanza come può, ma sta per cedere sul fanalino.

venditore: facciamo 75 euro, e ti do le luci avanti e dietro, di quelle a batteria che sono meglio perché non te le fregano. Se hai i soldi andiamo a prenderla. 

Il ragazzo mostra i soldi e dà un anticipo al venditore, il ciclista, intanto è riuscito a conquistare la lucetta da una delle bici del portabagagli e la prova: non funziona. Si lamenta.

venditore: basta cambiare la batteria 

ciclista: ma costa un euro…

venditore: vieni in magazzino che ne troviamo una su un’altra bici

Si apre un’ ulteriore contrattazione, con parole di vari dialetti e lingue, e diversi interessi. Il terzetto è un po’ preoccupato per l’incauto anticipo, ha fretta di andare a prendere la bici. Attorno, nella vita normale la giornata ottobrina rifulge. Dalla porta cinquecentesca adesso esce un auto della polizia municipale. Il venditore sale nella renault 5 in fretta, dà un appuntamento e se ne va. Restano il ciclista con la lucetta che non funziona e il terzetto che chiede notizie su dove sia il magazzino. Attorno studenti mangiano pizze al trancio, la coda alla focacceria si è allungata, il sole scalda i ragazzi, che seduti vicino alla porta parlottano, ridono e si sbaciucchiano. Fuori scena un pensiero: gli anni non mutano mai se non di numero, ma il contenuto è lo stesso.

Cala il sipario.

oggi si vola

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Oltre la tenda gonfia di luce, c’è un tramestio d’ali, il tubare insistito della concitazione. L’ho aperta di colpo e quattro colombi adulti si sono sparsi sul tetto della casa a fianco. E con essi, travolto dal coraggio e dalla paura dei bambini che si buttano per mostrare d’essere cresciuti, uno dei due colombini è anch’esso volato sul tetto a fianco.

L’ altro, passeggia nervosetto, è solo nel vaso, guarda fuori col tondo occhio dei colombi. Ti fissa e sembra chiedere tempo. Il becco punta avanti e un occhio mi guarda, uno solo, come se l’altro inseguisse il pensiero dell’andare. Ho pensato che il concitare di prima fosse la spinta a volar via, il convincere che è ora. Tra animali ci si spinge ed incita allo stesso tempo. Mi aspetto tornino a prendere il colombino e chi con la voce grossa, chi suadente, gli dicano, tutti assieme: è ora, bello mio, oggi si vola. 

Gaber usa la similitudine tra l’uccello e la realtà e parla di politica. E fa pensare, come al solito, che la verità non si possiede. al più si vede, la si segue, si cerca di comprenderla ed è già più avanti. Facitori di verità fasulle e fruitori umili di piccole verità, basta scegliere.

dicerie del vicolo

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Non so come si sia diffusa la voce, ma di certo è accaduto. Magari si sono detti: ma lo sai che lì nessuno disturba, che si sta bene, c’è pure una copertura per il troppo caldo. E magari c’è scappato pure un sorrisino. (Chissà come ridono i colombi…) Poi qualcuno ha proseguito in dialetto: squasi squasi me fasso là ‘a covàda parché lu, el paron, non ghe xe mai e se sta proprio ben. E hanno capito anche quelli che parlano solo italiano che lì era un buon posto per covare, e sorridenti hanno rispettato la priorità, perché tra uccelli così si fa.

È così ci sono, per il secondo anno, prima due uova e ora due colombini. Rispetto allo scorso anno, il nido l’han fatto dentro una vasca che tiene qualche tulipano, due arbusti di lantana, e delle fresie. Solo la lantana è in fiore e copre i colombini. Ogni tanto devo innaffiare e c’è un movimento buffo che cerca di schivare gli spruzzi poi un accomodarsi in una piccola pozzanghera calda di terra e acqua, appena un inizio di tubare e poi un perdersi nel pensiero della crescita.

Guardando la colomba, ho pensato che forse è la stessa che lo scorso anno è nata qui, che abbia conservato nei suoi pensieri un’idea di casa. Cioè è casa sua questo balcone, anche se l’ho irto di punte, anche se il tubare mi sveglia il mattino, ma lei pensa, giustamente, che il luogo in cui si nasce un po’ ci appartiene. Gli uccelli hanno spiriti diversi, ci sono gli avventurosi e gli stanziali, tutti tornano a qualche casa; a me piacciono di più quelli che osano, ma rispetto quelli che oziano nel vicolo. Quelli che parlottano tra le terrazze e i tetti, quelli che camminano più che volare. E imparano a sporgere il petto, a fare passetti brevi intervallati dal volare per balzi. Una sorta di ostinazione, di caparbietà nel dire: abito qui, come te, è anche casa mia. 

Tra non molto i colombini se ne andranno. Con le piogge d’autunno si scioglierà il guano e l’odore, forse la lantana ne approfitterà, magari anche le fresie. E quella presenza ostinata diventerà colore, profumo, equilibrio. Un diverso modo di volare. Quello concesso a noi umani che abbiamo la capacità di vedere che scorrere è indifferente che avvenga in aria o in acqua o terra. Volare è scorrere la terra con gli occhi. Volare è scorrere il cielo con lo sguardo. Vedere.

controluce

Sono quasi le nove di sera, la vetrina è buia. È una bottega piccola, con poche cose, alcune curiose, altre belle, tutte di gusto e a prezzi convenienti. Nel fondo della stanzetta, c’è una macchina da cucire e una lampada accesa: una donna con i capelli raccolti ha un’aureola di luce, mentre cuce un vestito rosso. Il controluce tiene il viso in ombra e manda riflessi sui vetri soffiati, sui piccoli tappeti appesi, sugli orecchini e le collane di oro rosso.

Si accorge che la osservo, mi invita ad entrare. Le dico il motivo dell’insistenza dello sguardo e sorride: anche mia madre era sarta, mi dice. E così mi commuovo perché è la memoria di un altro viso in controluce a mischiare il tempo. Perché nel cucire c’era una cura che vorrei raccontarle e invece la voce accenna, si rompe. Invecchiando i ricordi, a volte, diventano prepotenti e dolci e allora troppo resta dentro travolto dall’emozione. Credo sia perché c’è uno scontro d’ amore: quello di allora e quello di adesso e sembra che il nostro cuore sia troppo piccolo per contenere entrambi.

La saluto e le dico che tornerò, mi sorride. E così basta.

abitiamo in linde città

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Abitiamo in linde città
che diventano gialle al tramonto
e la luce tranquilla racchiude parole,
giochi amorosi
nell’ombra bisbigli,
Abitiamo in piazze ampie
e spesso pulite,
con persone che camminano piano,
e ragazzi che rincorrono
di sorrisi si colma l’aria
assieme ai tristi pensieri:
piccoli moscerini di tempo.
Abitiamo in ordinate città
e il tempo scorre in ogni dove, perplesso,
gli occhi guardano
ogni tanto si soffermano:
ragazze di fine estate,
pelle d’ambra che mette a posto la gonna
solleva il seno e
aggiusta i capelli.
Forse per questo la fortuna l’assisterà
e con lei noi
che abitiamo in linde città.

banali ferragosti

Facevo cose banali. Cinque litri di normale nella ‘500 e andavo al mare. Spiaggia libera, asciugamano, sacchetto con i panini e la coca. Ero povero, non indigente. Dipendevo dalla precarietà del poco che raggranellavo. C’era un pamphlet situazionista sulla miseria della classe studentesca. Un sacco di parole per dire che dipendevamo in maniera indecente dai genitori, dal sapere accademico, dalla precarietà dei lavori offerti a chi studiava. Leggevo con attenzione e mi ritrovavo, in verità sarebbe bastata un po’ di autocoscienza, ma c’era conforto in quei ragionamenti: sembrava non sarebbe durata. C’era la mobilità sociale e col tempo, si pensava, si sarebbe stati meglio. Adesso è come allora, solo che è sparita la mobilità sociale.

Al mare ci andavamo in gruppo. Facevamo le solite cose: bagni lunghissimi, gli scherzi scemi, gli sfottò, la ricerca di qualche contatto femminile. Si parlava di tutto, non restava niente. Era meglio un paio d’anni prima, nell’adolescenza che finiva nelle scoperte, nelle camminate infinite, nei discorsi filosofeggianti. C’era stata questa nuova sensazione che la vita non era un insieme dato, ma qualcosa di ancora informe, che solidificava nelle scelte, che si costruiva precariamente eppure con arditezza. C’erano passioni che avevano bisogno di avere un senso, una relazione con la giornata; e spesso erano così totali da traboccare in essa. E poi c’era la scoperta del sesso, della sua impervia e semplice attrazione, della bellezza che si toccava col piacere. Si discuteva su tutto quello che si poteva dire. Si era spesso sinceri. Non mi vantavo. Avevo bisogno solo di rafforzare l’autostima e quindi un po’ assomigliavo e un po’ ero io. Nell’assomigliare si poteva dire tutto, nell’io molto meno, districandosi tra timori, sorpresa di scoperte, desideri.

Quante nozioni scolastiche mutavano nel farsi e diventavano dell’altro così originale che pareva nuovo e mai pensato prima. Lo usavo per stupire l’amico, e di più stupiva me, apriva mondi che nulla avevano a che fare con il nozionismo preteso a scuola. Mi perdevo in quel panorama di possibilità che si aprivano. Gli amici erano pochi, finiti gli sciami della fanciullezza, ci si sceglieva, a volte si forzavano le situazioni. Allora ho fatto scelte sciagurate per rifiutare il banale.  Poi tutto si era trasformato in una cricca, in un parlarsi a memoria. E mi mancavano le notti insonni, conquistate e perseguite senza un vero motivo che non fosse la libertà.

Questo accadeva solo due o tre anni prima di quelle estati che inghiottivano pensieri, che riconsegnavano al banale. E agosto piombava in quei gesti scontati: il mare, la piscina, qualche lettura forsennata, assieme alla scoperta della solitudine come salvaguardia di una diversità e innocenza solo mia. Non mi disturbava che gli amici delle altre stagioni, andassero verso vacanze a me impossibili (erano tutti più ricchi di me), mi sembrava che rimasto solo ci fosse una tregua da un ruolo. Chi restava per quelle puntate al mare, lo conoscevo meno ed era un fare senza impegno. Il banale consentiva di non pensare troppo alla propria condizione affettiva, agli amori incerti, alle timidezze infinite di scenari costruiti nella testa, al bisogno di sesso che era insieme bisogno d’amore. Il banale riempiva i giorni comuni con altri, se mi si chiedeva di andare, andavo: meglio che niente. Meglio che si riempisse il giorno che alla notte pensavo io. Con le ubbie, le passioni che tracciavano confini, con le parole che si colmavano di significato e tracimavano, investivano altre parole e creavano pozze di pensiero liquido dove mettere le mani. Con paura, ma anche con desiderio, perché sapevo che lì sotto i significati si accoppiavano, c’erano nascite improvvise, folgoranti intuizioni e rifiuti che volevano dire il contrario.

Intanto al mare, di giorno, giocavo facendo parate spettacolose alla palla che scivolava sull’acqua, nuotavo senza paura e mi perdevo in quell’infinito che stava sotto e in cui ci si sarebbe potuti lasciar andare. Eventualmente. Sino al primo grido di richiamo, sino al pensiero che io mi aspettavo altrove.