La città tonante s’è acquattata,
tra vene di luce, dorme avvolta nel suo pelo,
percorre di brividi e di sogni le periferie,
Apre appena gli occhi per accogliere il primo albore della notte,
si muove, s’acquieta e si ritrae in spirali di tepore,
pensa e sogna,
indifferente.
Piccoli fremiti la disturbano:
caduta di nani, altisonanti d’effimero e suoni gracidanti,
allora ascolta distratta, fantasie e l’ uso degli umani.
immagina che nei formicai spezzati
restino memorie d’artificiali cunicoli.
Sorride al pensiero che fornicare è luce in un buio che vuol sentire,
e si chiede perche l’uomo,
al pari degli insetti senza il dono del volo,
costruisca cunicoli e li chiami palazzi.
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dormire sottocoperta
Caro Cavaliere,
il tempo passa, o almeno passa quello cronologico che, come ci ricordavano i greci, divora cio che crea. Non passa il tempo delle occasioni, il kairos, ma quella è un’altra storia.
In fondo pur misurando le nostre vite su anni passati e attese future, di ciò che facciamo vorremmo restasse memoria. È il passato, il già fatto. Hai mai pensato che il passato è a suo modo un succedaneo dell’ immortalita, a noi concesso assieme ai figli, e alla memoria per pensare che siamo e nulla finisce mai davvero, ma tutto inizia sempre. Però le vite che divaricano costantemente da noi, dai nostri desideri, ci raccontano altro, fatichiamo a tenere una loro oscura coerenza, e questa fatica è il presente e il futuro.
Possiamo conservare un’alta considerazione degli altri (cosa assai difficile) ma con noi stessi non bariamo. Parecchi anni or sono, questi giorni li usavo per riflettere sul tempo, quello passato e quello futuro, facevo il punto sulle cose fatte, quelle da fare, i propositi di mutamento, lo star bene da perseguire. Questo contraddiceva i fatti: a fine anno si lavorava di piu, c’era una specie di eroismo sciocco nel lavorare quando gli altri erano in festa. Ci misi tempo ad accorgermi che non avevo nulla da dimostrare e che non serviva essere riconosciuti come sempre disponibili, che era un esercizio perverso di conformismo a un ruolo.
Te ne parlo perche allora cominciai a rovesciare parametri, avrei dovuto rovesciare tavoli e invece pensai che eravamo noi da cambiare prima di quello che stava attorno. Il tempo sembrava passato e comunque fuggente, sapevo che non sarebbe mai finita questa impresa, e neppure riconosciuta da altri che noi stessi, ma ne valeva la pena. Non c’è nulla di elegiaco in tutto ciò, nelle vite ci stanno molti successi noti solo a noi e molti fallimenti che vengono percepiti in modo diverso. Dipende, in fondo è un nostro segreto. Magari si capisce che essendo altri forse si sarebbe stati migliori, ma di sicuro si sarebbe stati diversi. Ed essere diversi era un violentare le possibilita, cambiare era una faccenda nostra. Se ci conformavamo a noi stessi, ci sarebbero state molte difficoltà, e qualche felicita immotivata, inattesa e possibile, ma conformarsi agli altri era una violenza e comportava comunque l’infelicita e l’estraniamento da sé.
Nei molti mestieri che ho fatto ho trovato soluzioni economiche al vivere, in cio che non era mestiere ho trovato la soddisfazione d’essere vivo. Credo che questo sentire sia molto diffuso, che praticare la propria diversita trovando una misura di se stessi, sia un lusso che ci si deve permettere. È una fatica, ma ne vale la pena, anche se comunicarlo nella sua preziosita è difficile, sembra un esercizio vano se non viene colto nella dimensione vera che ci riguarda. Credo che questa incomunicabilita e la ricerca d’elezione di chi puo capire sia un tratto dell’età. Una solitudine accettata.
Non è strano, ma un po’ singolare che tu abbia fatto studi che in una certa misura ho fatto anch’io, che tu abbia praticato, e pratichi, un mestiere che ho fatto anch’io. E pure mi piaceva. Poi le congiuzioni astrali che noi adeguatamente manipoliamo hanno deciso diversamente. Non mi spiace, anzi, devo confessare che sono responsabile di ogni cosa che mi riguardi. Cosi ho imparato che c’è molta soddisfazione nel tentare qualcosa di nuovo piuttosto che praticare la sicurezza del conosciuto. Era un modo come un altro per dedicarsi all’ inutile e vedere se esso era proprio tale. Questa potrebbe essere una delle definizioni della speranza, non credi? Come trarre una rispondenza a se da cio che non è importante come economico ma come pensiero, idea da seguire. Credo sia per questo che non faccio piu bilanci, stabilisco obbiettivi, perché la speranza non li tollera, li considera delle gabbie, non guarda al passato perché numerare ciò che non è andato sovrasta sempre quello che si è realizzato. E questo paralizza, impoverisce. So che non è il tuo caso, che utilizzi cio che sai per aggiungere conoscenza, ma credimi, apprendere non ha un buon oroscopo da tempo, si preferisce cio che è finalizzato, ci si specializza restringendo il campo perche questo è cio che serve. Apprendere l’apparentemente inutile per il piacere di farlo è cosa da sognatori, da romantici perditempo.
Strano, le grandi intuizioni vengono spesso da una conoscenza diffusa, da un saper vedere il lato oscuro della luna, ossia dal superare il sogno non dall’eliminarlo. Il nuovo, si direbbe, viene anche da sognatori perditempo. Attorno vedo vite che scartano come un cavallo negli scacchi nel tentativo di sorprendere, ma la scacchiera è quella e si gioca in molti, solo che alcuni rispettano le regole e altri rispettano se stessi. Ecco che torna il riportarsi a sé. Vorrei condividere questa sensazione per capire meglio la mia nozione di tempo: allora non dicevo che pensavo al futuro, proprio perché ero fradicio di passato. Di quello che ricordavo e di quello che rimuovevo. E ciò che rimuovevo era, ed è, un amico beffardo che agisce nell’ombra. Quando confrontavo risultati e attese era già tardi oppure sempre troppo presto. Mentre percepivo che la vita non era esitare sulla soglia.
Visto che abbiamo età confrontabili devo dire che siamo stati per alcuni versi fortunati di vivere nel tempo di passaggio tra un prima consolidato e un poi più liquido, non perché sia scomparsa la fortuna ma perché è più difficile ora lasciare le poche sicurezze e immergersi in noi. Non penso a come eravamo, ma a come potremmo essere se si volesse. Questo ha avuto effetti nella mia tolleranza verso le compagnie prive di senso, m’annoio sempre più nell’eterno, sicuro, riandare dei racconti. Nella infinita sequela delle gesta dei figli, in ciò che è mancato tra coppie o nell’infanzia, nei rimbrotti di antiche ferite mai chiuse e nell’ilarità dei fatti depurati dai contesti. Ciò che manca in questo raccontare è stato male interpretato? Esattamente come ciò che c’è e che serve a reggere, tener su le storie come un intimo che fa apparire ciò che non è più o non è mai stato. E così emergono gli amori stabili, ma anche le insicurezze, da mille particolari di paure e di carenze ben celate, di scelte malferme. È andata così, tanto vale farne un racconto celebrativo che addolcisca il presente. Viene espunto l’avventato che aveva prodotto disastri, le tristezze profonde e irreparabili, i motivi veri che avevano condotto alle scelte ritirate precipitosamente, e mi sembra, e sembrava, una vita blanda, densa di miele che, come i dolcetti turchi aggredisce il gusto, e poi si inghiotte in fretta cercando il pistacchio o la mandorla avvolta in tanta copertura di dolcezza. Il “segreto” è piu vero e interessante, è quello che fa capolino, che scappa nel detto, richiamando l’attenzione annoiata. Cerco quello perché per il resto sembra che le vite spesso si siano già svolte nella parte importante mentre il futuro è lì davanti a noi, apparentemente intonso, ma già gravido dei se, dei ma, delle convenzioni del passato. Mi sembrava, e sembra, un dormire sottocoperta, cullati dal muover di marea e un voler scordare d’essere attaccati alla banchina, mentre il nostro destino è il viaggio.
Se mi perdevo a leggere questo nei racconti già sentiti come non potevo farlo con il me stesso che conosceva, col mio passato che sapeva come le cose erano andate, cosa mostravo e cosa celavo. Devo ringraziare tutti quelli che mi hanno spinto verso me , e a mollare gli ormeggi in quell’ oceano senza tempo che abbiamo dentro. Mi piacerebbe ci incontrassimo per caso per parlare dei futuri, sarebbe per me bello. Chissà se accadrà.
Il caso sappiamo che ha bisogno d’aiuto, caro Bruno, per lasciare che il racconto si dipani e l’ascolto lo segua, e anche solo per aprire al futuro possibile ovvero a quello che ciascuno di noi porta con sé e non vuol prendere in mano.
È l’augurio che faccio a te e a quelli che con pazienza hanno seguito il disordinato svolgersi dei pensieri: cerchiamo di assomigliarci perché nessuno è come noi.
Con i miei auguri
Willy
dopo
Le cose s’avvolgono d’ un silenzio immoto e greve,
di luce umida di nebbia,
del pigro scorrere di ore dei giorni di festa.
Sazi del cibo e di parole,
s’ascoltano echi:
ti voglio bene, ci sei,
è bello ritrovarsi nell’anno che verrà,
di certo sarà buono,
forse.
Resta l’ indecisione che si fa casa,
un sonno da tepore e d’aria respirata,
mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale.
È passato, non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve. Neppure la neve.
Si rammarica il cuore (?), l’anima (?), il semplice sentire (?), d’aver perso un treno,
ma da tempo non si sa dove sia finita la stazione.
Forse per questo fuggono via dalle feste, dal pensare,
da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire.
Forse per questo, o per altro,
ma nel cuore del mondo nessuno fugge più,
e stupito ascolta parole che capisce a stento,
immagina, intuisce, guarda,
mentre attorno scavano fossati.
auguri
C’è chi forte, magari per paura, lo è da sempre, e chi per scelta, non lo è diventato mai.
C’è chi si è nascosto così bene che quando s’è cercato non c’era più da tempo e chi da sempre è stato in bella vista, ma l’hanno visto sempre poco.
C’è chi ha avuto momenti d’amore, così intensi che gli sono bastati per tutti gli anni a venire e chi, invece, non gli basteranno mai.
C’è chi dice che non ne val la pena e sta a guardare quel che accade e invece c’è chi sbaglia ogni volta un poco, ma si getta nella mischia per cambiare.
C’è chi ha avuto grandi passioni ma poi gli son passate, e chi proprio per le stesse passioni continua a pensare che sono la stessa vita.
C’è chi è felice a natale e nelle feste che stanno per venire, c’è chi cerca di essere felice ogni giorno dell’anno.
C’è chi si entusiasma e poi gli passa, c’è chi per ogni entusiasmo cerca la ragione perché duri.
C’è chi è solo e si riempie di amicizie che durano una notte, c’è chi sa di essere solo e cerca di farsi compagnia.
C’è chi ti dice sempre cosa fare e chi invece non ha mai davvero una risposta, però non smette di starti accanto.
C’è chi fa centinaia di auguri perché a natale così si usa e chi gli auguri li fa ogni giorno a chi vuol bene.
C’è il natale, capodanno e l’epifania, che le feste porta via, e chi ogni volta che c’incontra ci fa festa.
Pare che non ci siano più partiti, che le differenze non contino più tanto, ma io che non ci credo e posso permettermelo, sto col partito degli inermi, dei deboli, dei consapevoli. Sto con quelli che non hanno gli auguri facili e che ogni volta ci pensano per farli. Sto con quelli che davanti a una pagina bianca hanno la penna che si raccoglie nei pensieri perché vuole scriverci il cuore. Sto con quelli che stanno spesso zitti, ma che parlano guardandoti negli occhi, che non hanno nulla da dimostrare, che non si vergognano di aver bisogno d’essere amati, che tengono come cara e imprescindibile la dignità propria e di chi gli sta davanti. Quelli che non hanno verità da imporre, tweet entusiasti da scrivere più volte al giorno, che sanno quanto faticoso e paziente sia l’esercizio della speranza, che si mettono a disposizione per ogni causa che ritengono buona, che non si contano per decidere se ciò che pensano è giusto. che portano avanti la vita con chi gli sta accanto e cercano che sia migliore per tutti.
Sto con quelli che si preoccupano della salute del pianeta, dei loro figli e nipoti e degli uomini che non conoscono ma sentono che sono uomini come loro. Sto con quelli che non hanno bisogno di auguri perché ogni giorno con fatica li creano. Tutti questi li abbraccerei volentieri e a loro va il mio augurio perché le vite ci tengano assieme e che ci ricordiamo, loro e noi, d’essere davvero tanti.
essere straniero
Cosa si prova a sentirsi straniero lo conosciamo tutti, fa parte dei ricordi dell’infanzie e dell’adolescenza, è una sensazione che si è rinnovata ogni volta che in un gruppo non si è sentita l’attenzione e l’accettazione. Quindi è esperienza comune il sentirsi intrusi, isolati quel tanto per capire che dopo ogni atto, ogni discorso e incontro, quando la porta si è chiusa, dietro, i discorsi continuano. Si sa che inizia un chiacchiericcio, un manovrare e togliere consistenza a ciò che con fatica è stato elaborato e proposto. Le barriere invisibili, non sono poi tali, si vedono e si sentono. Allora la sensazione è quella di provare passioni inutili, d’essere un ghiribizzo di congiunzioni astrali che hanno portato in quel posto per uno strano scherzo del caso, e c’è la certezza che tutto si ricomporrà appena ce ne andremo.
Tutto tornerà come dovrebbe essere: tra noantri. In quell’immoto equilibrio in cui si aprono voragini domestiche, destini e stelle cadenti, ma tutto in un microcosmo dove le cose devono avvenire. Eppure lo straniero porta sempre un’altra visione delle cose, non ha le stesse abitudini, ha libertà non ancora adeguate alle consuetudini. Dovrebbe essere tenuto in buon conto, spinto a dire, fare, capire, non isolato ma reso parte. In fondo lo straniero è una ricchezza possibile, e i forti, quelli che davvero governano le cose, lo sanno e s’appropriano del nuovo che ne viene. Persino i pupari utilizzano il nuovo che porta lo straniero, perché sanno che egli è debole, non ha reti, né sodali in grado di difenderlo, si muove con ingenuità intelligente perché ignora le regole non scritte e vuole apprendere.
Questa sensazione dell’estraneità mentre rafforza la volontà di fare, però stanca. Ci si chiede ragione della fatica (questa è la domanda di chi non ha ambizioni personali), si punta sul lavoro, sul suo successo, sperando che tutto vada per il giusto verso. È un navigare in un mare infido e quel giusto verso è sempre controcorrente, fa i conti con una vischiosità reale di cose non dette, di doppiezze nel dire, pensare e fare. Insomma navigare stanca.
Lo straniero non è migliore, è semplicemente una diversa visione delle cose e se questa viene composta in un diagramma delle forze, la realtà futura sarà diversa, altrimenti ripeterà se stessa. E il diverso, checché se ne dica, è sempre migliore della monotonia atona di ciò che non muta.
un buon metodo
Un buon metodo per decidere da che parte stare nella confusione di questi giorni, è chiedersi: ma se fossi stato al suo posto, che avrei fatto?
Vale sempre e dà la misura della nostra etica personale, pubblica e privata. Ci dice che non siamo sopra le parti, che il relativo riguarda le coscienze prima deĺla ragion di stato, le convenienze e chissa quante altre inconfessabili ragioni. Ma la domanda a cui rispondere è sempre quella su come noi ci saremmo comportati. La risposta sincera toglie molta fuffa dai ragionamenti, molta spocchia nel giudicare, ci dimensiona e determina se siamo diversi o meno.
calendari e lunari
I calendari hanno una loro esattezza indifferente. Ricorrono oscuramente, si riferiscono a cabbale sconosciute, dove la precisione degli astri si sposa alla difficoltà e l’ambiguità dei numeri. Sarebbero meglio i santi che raccontano ciascuno una storia, da condividere o meno, ma pur sempre storia, oppure gli avvenimenti che riguardano le famiglie, il contado, le persone. Però non è così e allora, partendo da certezze speranzose, c’è il tentativo d’interpretare i numeri, dar loro un significato che riguardi le nostre vite. E si sceglie un numero, un mese, si ragiona se ciò sia possibile, se sia bene accada in quel giorno. Penso che farò questo oppure quell’altro, lavoro perché accada questa cosa, mi serve sapere se saremo in quel posto, ecc. ecc. in quel momento.
Purtroppo i numeri che non si ascoltano sono quelli che misurano le insufficienze, i disequilibri (che è poi l’eufemismo per dire iniquità), le diseguaglianze. Interiori ed esteriori. Ma quelli sono numeri che condannano senza appello. Si preferiscono altri numeri che divengono aruspici di futuro. E i calendari c’entrano ancora, ma in altro modo, si leggono in segni zodiacali che vengono da epoche in cui il cielo si guardava davvero. Ora il cielo non si guarda più, ma la necessità di una positività nelle vite è immutata.
L’astrologo indicava una possibilità e quando diventava certezza c’era di che preoccuparsi davvero: attento alle idi di marzo, dissero a Cesare, ma quella era una soffiata. Con 12 sequenze di numeri, neppure tutte uguali che poteva fare un osservatore del cielo interiore: cercare assonanze, sommare numeri, dimenticare il passato e puntare sul futuro prossimo. Si eradica ciò che è stato, il ricorrente. Dov’eri il 16 dicembre del 1999, cosa accadde, che pensavi? E soprattutto quello che eri allora è davvero radicalmente diverso da ciò che sei adesso?
Per questo mi piacciono i lunari, l’oscura potenza di un vicino che solleva le maree, muove il sangue, propizia le nascite, fa crescere le piante, quieta e coccola il vino, agisce con una sola faccia e nasconde il mistero dietro la certezza del vedere. Mi piacciono i lunari che mutano il segno di quella piccola falce che indica il crescere e il calare, che spingono a guardare verso l’alto per verificare una presenza, che si sintonizzano con ciò che brulica e intanto viaggiano indifferenti tra numeri che improvvisamente impallidiscono d’ inesattezza. Nei lunari, il numero riprende il suo posto: è al servizio di qualcosa che con certezza accadrà. È come se il numero si denudasse dei paramenti inutili, si mostrasse nella sua potenza cabbalistica privato dell’anno, del mese, diviene una congiunzione di venerdì e di 13 0 17, un’ora che si sincronizza, solleva un’ attenzione che sfocia poi in un sollievo: nulla è accaduto. Siamo felice dell’inesattezza del premonire. Ma sarà poi vero? Eccoli i numeri dell’insufficienza, delle paure: cosa ci accade attorno, perché siamo insicuri? Torniamo alle radici limacciose del nostro oscuro, mentre il cielo si sincronizza di luminose attese: nessuna precisa, nessuna impossibile. Per questo preferisco i lunari che estraggono positivamente l’oscurità, la illuminano di note che si specchiano.
I futuristi e Marinetti, c’hanno tolto il chiaro di luna. Per abbattere il romanticismo ovvero il predominio della passione personale, hanno evocato la velocità, l’accadere rombante e determinato. E i lunari si sono ritratti, confinati su porte tarlate di cantine, spostati in campagna dalla città che cresceva di metallo, rumore, fumi e case. Son diventati cose da donne e vignaioli, il lato femminile e materno dei giorni e delle notti. È cambiato il tempo e la sua nozione, dapprima si conosceva, il mese, l’anno e la stagione, le feste religiose e quelle pagane, il carnevale ad esempio, non serviva di più. Sufficienti alla vita che si regolava su alba, tramonto e luna. Nei pensieri si collegano ancora lunari e significati. Fissarono il natale perché non ballasse come la pasqua, serviva un punto fermo per il freddo, la luce e la speranza.
Se qualcuno mi chiedesse cosa ricordo, direi che la mattina di natale, e solo quella, mia madre mi portava la cioccolata a letto con i biscotti. Era densa e di un profumo che apriva alle bellezze di quel giorno. Lo cerimoniava di bellezza e sapore sin dall’inizio. E così il natale già aveva una sua unicità che sarebbe continuata nella scoperta del regalo sotto l’albero, nella faticosa e imposta letterina sotto il piatto, nella finta e piacevole meraviglia del trovarla.
Quindi una certezza ricorrente l’avevo, assieme ad altre, domestiche e odorose di rito, ma il resto era nebbioso e ripetitivo. Dovevo inventarmi qualcosa che migliorasse l’indefinita attesa, un numero, un giorno. Una vita di agende e calendari, poi ho capito che i lunari contavano di più e che per questo nessuno li adoperava.
un albero
Ti sei lasciato scavare, piano, con gli anni, da uccelli che inseguivano insetti,
insetti che volevano cibo e poi talpe, topi,
animali che correvano e lenti innamorati.
Questi ultimi toglievano un po’ di pelle, scrivevano date, promesse, tracciavano cuori.
Era corteccia, ma era pelle, respirava,
ricca d’amore, sensibile al vento e alla pioggia, si godeva il sole e l’ombra che arrivava nel giorno,
fino al fresco della notte.
Rabbrividiva, nel sentire una schiena che si posava,
e una parola incisa la faceva trasalire.
E in questo imparare, il corpo s’è curvato ad accogliere,
a tenere, aria, vita, acqua, amore.
Di questo essere, vorrei dar testimonianza,
del tuo accogliere,
ed essere storia d’abbracci, senz’altro dire.
Perché l’abbraccio è da solo una lingua,
una pazienza,
una forma dell’ amore.
ripensamenti

Avevo scritto un testo di getto. Parole che erano uscite a fiotti, dove era solo la meccanicità dello scrivere a far da argine, poi mi sono fermato e ho messo da parte. L’ho riletto stanotte, e l’ho trovato troppo proteso verso qualcosa. L’immagine era quella di uno sporgersi da un balcone cercando di toccare una mano. Nessuna pretesa di afferrare, di usare il verbo avere, ma la voglia di far sentire calore, come si usa nel silenzio e nel linguaggio delle mani che si cercano.
Però mi è sembrato eccessivo, troppo scoperto e nudo e allora ho tolto aggettivi, retrocesso pronomi, impastato i verbi di realtà, sfumati gli assoluti. ( Che poi così assoluti non erano, sembravano, al più, bricole di laguna a cui attaccare una barca, e mentre si riposa mangiando in compagnia, si guarda l’acqua che traccia linee nette, si ascolta il rumore che sciacqua e parla e muove per suo conto conchiglie e piccoli sassi e noi )
A furia di limare ne è venuta una forma tondeggiante. Poteva essere un sasso di fiume che si era rotolato così a lungo da bearsi della sua condizione, ma era pur sempre sasso. E se arriva in testa fa male, e se ci si cammina sopra fa un po’ barcollare, ma almeno non lacera la pelle pur facendo ben sentire la sua presenza. Non mi piaceva la compattezza del sasso e se guardavo il tutto da altra angolazione, il risultato poteva essere una bolla di sapone. Una grossa bolla come quelle che fanno gli artisti di strada, facendola uscire da un telaio e mandandola nell’aria. Piena di fascino e translucida di arcobaleni, precaria di futuro, però felice di un fallibile presente. Mi piaceva questa analogia e avrei voluto che le parole fossero così eteree da sollevarsi dal peso del dire, avere la libertà di scoppiare di significato, lasciando un ricordo fugace, qualche goccia controluce e una sensazione di inafferrabile bellezza.
Allora ho capito che non era rimasto nulla e mi sono sentito più leggero.
l’europa è delle donne e dei giovani
Solo le donne e i giovani potranno far fare un balzo in avanti alle libertà e ai diritti. Solo loro potranno, magari con l’aiuto di molti uomini di buona volontà, bloccare la deriva di destra e di conservazione che ha fermato l’unica speranza che possa essere giocata nella globalizzazione: un’ Europa unita, politicamente ed economicamente, dove ci siano diritti spendibili, crescita compatibile, mobilità sociale, tutela dei beni comuni ed equità.
Sono loro, le donne e i giovani che più hanno da perdere in un mondo in cui la libertà di muoversi viene limitata, dove viene impedito l’esercizio libero dei sentimenti, dove alla religione laica della libertà si sostituiscono le religioni che discriminano, convertono obbligatoriamente, impongono una morale e un dogma.
In 50 anni nell’800, dal 1820 al 1870, un movimento di idee, trasversale alla società di allora, controcorrente, fece emergere gli Stati nazione, unificò ciò che pareva impossibile mettere assieme, prese la libertà e l’applicò alla costruzione di una economia e di una crescita scientifica senza precedenti. Come fu acquistata, la libertà in Europa venne perduta, solo dopo il 1945 ricominciò una crescita basata su nuovi principi. Ma l’economia e la finanza in particolare, hanno affievolito, assieme al benessere, la percezione che la crescita non è automaticamente il progresso sociale e civile di uno stato, di un continente. Dopo l’ultima fiammata del ’68, che ha costretto la politica ad occuparsi delle aspirazioni di una generazione, del genere femminile e della libertà, come elemento che cambia i rapporti, non c’è stato più nulla che spingesse governi, opinione pubblica, cultura a misurarsi con il tema delle libertà reali, dal bisogno, dall’ineguaglianza, dalla subordinazione, dai pregiudizi di genere, dalla sessualità consultata, dalle culture che negano la libertà.
Ciò che oggi viene descritta come una deriva populista di destra è certamente il timore di perdere privilegi e condizioni che appartengono a pochi e sono negate a molti, ma questo non vale solo nei confronti di chi viene da paesi extra europei, bensì vale per i cittadini della stessa Europa. La speranza di avere un posto di lavoro che corrisponda a ciò per cui ha studiato per un giovane, è talmente bassa che viene considerato un valore la flessibilità intesa come modalità di fare qualsiasi cosa. La speranza che queste generazioni hanno di avere una tutela, almeno equiparabile a quella goduta dai propri padri, è inesistente. Le donne, hanno una difficoltà crescente a veder riconosciuti diritti che appartengono alla persona e che sono tutelati in modo differente nei vari stati e i processi di equiparazione delle normative che riguardano i generi sono solo sulla carta e spesso neppure su questa. I movimenti anti europeisti non hanno nei loro programmi l’estensione dei diritti, non hanno la formazione di una Europa unita e libera dai confini, non hanno sistemi economici coordinati ed interscambiabili. Anzi hanno al loro interno, chiusure, protezionismi, limitazioni, sessismo di genere, enfatizzazione della cultura nazionale o religiosa basate su presupposti che non sono verificabili se non proprio attraverso quella libertà di capire e contaminarsi che è sempre stata propria della cultura europea.
Quindi quello che si prospetta è un mondo chiuso, dove ci si difende con i muri, dove la libertà è limitata da leggi eccezionali che diventano normali, dove la libera circolazione delle idee, delle persone, delle merci viene regolata, contingentata, impedita.
Chi ha da perdere in questo processo sono le parti sociali più deboli, i giovani, le donne, a cui viene – e verrà preclusa – la possibilità che i diritti siano estesi, che ci sia una normalizzazione delle libertà di essere con l’unico limite posto dalla violenza sull’altro. Per questo mi aspetto che ci sia una coscienza della realtà e un risveglio, dei giovani e delle donne, che essi dicano la loro sul mondo che vorrebbero, che lo sostengano, che impongano la discussione delle loro esigenze, che non aspettino da altri quello che da questi non potrà mai venire.



