calendari e lunari

calendari e lunari

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I calendari hanno una loro esattezza indifferente. Ricorrono oscuramente, si riferiscono a cabbale sconosciute, dove la precisione degli astri si sposa alla difficoltà e l’ambiguità dei numeri. Sarebbero meglio i santi che raccontano ciascuno una storia, da condividere o meno, ma pur sempre storia, oppure gli avvenimenti che riguardano le famiglie, il contado, le persone. Però non è così e allora, partendo da certezze speranzose, c’è il tentativo d’interpretare i numeri, dar loro un significato che riguardi le nostre vite. E si sceglie un numero, un mese, si ragiona se ciò sia possibile, se sia bene accada in quel giorno. Penso che farò questo oppure quell’altro, lavoro perché accada questa cosa, mi serve sapere se saremo in quel posto, ecc. ecc. in quel momento.

Purtroppo i numeri che non si ascoltano sono quelli che misurano le insufficienze, i disequilibri (che è poi l’eufemismo per dire iniquità), le diseguaglianze. Interiori ed esteriori. Ma quelli sono numeri che condannano senza appello. Si preferiscono altri numeri che divengono aruspici di futuro. E i calendari c’entrano ancora, ma in altro modo, si leggono in segni zodiacali che vengono da epoche in cui il cielo si guardava davvero. Ora il cielo non si guarda più, ma la necessità di una positività nelle vite è immutata.

L’astrologo indicava una possibilità e quando diventava certezza c’era di che preoccuparsi davvero: attento alle idi di marzo, dissero a Cesare, ma quella era una soffiata. Con 12 sequenze di numeri, neppure tutte uguali che poteva fare un osservatore del cielo interiore: cercare assonanze, sommare numeri, dimenticare il passato e puntare sul futuro prossimo. Si eradica ciò che è stato, il ricorrente. Dov’eri il 16 dicembre del 1999, cosa accadde, che pensavi? E soprattutto quello che eri allora è davvero radicalmente diverso da ciò che sei adesso?

Per questo mi piacciono i lunari, l’oscura potenza di un vicino che solleva le maree, muove il sangue, propizia le nascite, fa crescere le piante, quieta e coccola il vino, agisce con una sola faccia e nasconde il mistero dietro la certezza del vedere. Mi piacciono i lunari che mutano il segno di quella piccola falce che indica il crescere e il calare, che spingono a guardare verso l’alto per verificare una presenza, che si sintonizzano con ciò che brulica e intanto viaggiano indifferenti tra numeri che improvvisamente impallidiscono d’ inesattezza. Nei lunari, il numero riprende il suo posto: è al servizio di qualcosa che con certezza accadrà. È come se il numero si denudasse dei paramenti inutili, si mostrasse nella sua potenza cabbalistica privato dell’anno, del mese, diviene una congiunzione di venerdì e di 13 0 17, un’ora che si sincronizza, solleva un’ attenzione che sfocia poi in un sollievo: nulla è accaduto. Siamo felice dell’inesattezza del premonire. Ma sarà poi vero? Eccoli i numeri dell’insufficienza, delle paure: cosa ci accade attorno, perché siamo insicuri? Torniamo alle radici limacciose del nostro oscuro, mentre il cielo si sincronizza di luminose attese: nessuna precisa, nessuna impossibile. Per questo preferisco i lunari che estraggono positivamente l’oscurità, la illuminano di note che si specchiano.

I futuristi e Marinetti, c’hanno tolto il chiaro di luna. Per abbattere il romanticismo ovvero il predominio della passione personale, hanno evocato la velocità, l’accadere rombante e determinato. E i lunari si sono ritratti, confinati su porte tarlate di cantine, spostati in campagna dalla città che cresceva di metallo, rumore, fumi e case. Son diventati cose da donne e vignaioli, il lato femminile e materno dei giorni e delle notti. È cambiato il tempo e la sua nozione, dapprima si conosceva, il mese, l’anno e la stagione, le feste religiose e quelle pagane, il carnevale ad esempio, non serviva di più. Sufficienti alla vita che si regolava su alba, tramonto e luna. Nei pensieri si collegano ancora lunari e significati. Fissarono il natale perché non ballasse come la pasqua, serviva un punto fermo per il freddo, la luce e la speranza.

Se qualcuno mi chiedesse cosa ricordo, direi che la mattina di natale, e solo quella, mia madre mi portava la cioccolata a letto con i biscotti. Era densa e di un profumo che apriva alle bellezze di quel giorno. Lo cerimoniava di bellezza e sapore sin dall’inizio. E così il natale già aveva una sua unicità che sarebbe continuata nella scoperta del regalo sotto l’albero, nella faticosa e imposta letterina sotto il piatto, nella finta e piacevole meraviglia del trovarla.

Quindi una certezza ricorrente l’avevo,  assieme ad altre, domestiche e odorose di rito, ma il resto era nebbioso e ripetitivo. Dovevo inventarmi qualcosa che migliorasse l’indefinita attesa, un numero, un giorno. Una vita di agende e calendari, poi ho capito che i lunari contavano di più e che per questo nessuno li adoperava.

3 pensieri su “calendari e lunari

  1. Leggerti è fare un viaggio Willy, nel profondo. Domenica sera alle 18,30 una amica presenterà al museo diocesano (accanto la porta Uzeda, proprio a fianco della pescheria) il suo libro. Tratta di pallanuoto e di vittorie olimpiche, mondiali, champions League, e scudetti a ripetizione. Non posso mancare e farò qualche foto. Se dovessi trovarti a Catania avrei davvero tanto piacere di incontrarti e bere una birra (Urbock) insieme.

  2. Ciao Giallo. Non sarò in queste feste a Catania, ma stai sicuro che quando vengo ti avviso.
    La pescheria, porta Uzeda che nostalgia.
    Quando so che un amico pubblica un libro sono felice, non chiedermi perché, ma è così. Complimenti di cuore. 🙂

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