il tempo della morbidezza

Le mani hanno preso prima le spalle, poi i fianchi e infine le gambe. Hanno lavato con delicatezza, poi dopo il primo sorso d’aria e il primo pianto mi hanno posato dentro un panno morbido e mostrato a mia madre. Già quelli attorno mi avevano visto. Ci saranno stati commenti, espressi e silenti. Chissà quanto dei pensieri sarà stato detto e quanto taciuto. Poi le mani sono state usate ancora con delicatezza, ed erano quelle di mia madre, per rimettere in ordine una ciocca, sorreggere la testa.

Credo fossero morbide quelle mani. Erano mani di donna sostituite poi da altre mani di donna. Hanno parlato in silenzio dicendo cose che nulla avevano a che fare con i rumori attorno. Hanno protetto, rassicurato e dato forma alle carezze incavando leggermente il palmo a sfiorare la pelle. Morbidezza come parola ancora non esisteva ma c’era già il suo linguaggio del contenere dolce, del mettere a contatto la pelle. E subito si sono parlati i gangli nervosi con qualche algoritmo che non aveva bisogno d’essere scritto, eppure già conteneva risposte a sentimenti grandi: paura, caldo, protezione, dolcezza, cura.

Le mani comunicano molto sia quando toccano e accarezzano o quando interrogano, sollecitano, dicono per loro conto rispetto alle parole. Si nasce e le mani ci parlano, poi verrà il resto. Questo pensavo. 

L’altra sera c’era quasi luna piena. Gli amici erano seduti in tavole staccate, si erano aggregati come gli veniva e i discorsi navigavano liberi nella notte. Il cielo era clemente e profumava di cereali pronti a essere mietuti. Al limite dell’aia, c’erano le piante aromatiche di un piccolo orto botanico che aggiungevano profumi ai refoli d’aria fresca. Su tutte primeggiava la lavanda.

Aguzzando gli occhi si leggeva, sull’architrave di quello che un tempo era stato l’edificio principale, che un Varoto, da Volta del barocio aveva fatto quella casa, nel 1708.  E poi l’aveva abitata, ci aveva fatti nascere e cresciuto figli e nipoti, aveva depositato vite a far da legante per quelle pietre. Aveva, il Varoto, coltivato i campi attorno, superato guerre di cui non conosceva la ragione e stabilito una discendenza, compiendo un opera, la vita, che gli pareva naturale. Ma questo non l’aveva scritto, però volendo lasciar traccia del suo fare aveva stabilito un tempo e un luogo da cui era partito verso qualcosa di nuovo. 

Eravamo là assieme e c’era anche chi non c’era. I discorsi che si sperdevano nella notte, le risate che si accendevano, come forse molte volte era stato fatto in quell’aia, in uno stare quieto tra amici che festeggiavano qualcosa.

Abbiamo necessità, pensavo, di tirare linee e riassumere progetti. Abbiamo necessità, fin da quando nasciamo, di essere in compagnia con qualcuno. Nasciamo immaturi e questa necessità d’essere insieme, con una rete di relazioni e di cura, ce la portiamo dietro per sempre. Dopo molti percorsi circolari, dopo essere spesso tornato, mi chiedevo cosa nasceva da quella pace e da quello star bene assieme che c’era attorno.

Erano pensieri slegati, quietati della vista e dal sentire d’essere tra amici, quindi solo per il vizio che ho di dar nome ai percorsi che vorrò fare, ne è uscita una parola che non era stata pronunciata molti anni addietro, ma era la prima. Morbidezza. Ecco, con quegli amici, e con chissà chi altro, si potrà parlare del noi che possediamo, si potrà dar senso a qualcosa che era iniziato molto prima: il tempo della morbidezza. 

 

steso a guardare le nuvole

Quello che sto per scrivere è lungo, chi avrà voglia di arrivare sino in fondo avrà avuto costanza caparbia e una sua opinione. Mi piacerebbe conoscerla perché mi riguarda, anzi riguarda tutti. 

Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere.
Fare il deserto per emergere e distinguersi.
Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.
Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro… ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.
Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte.”

Antonio Gramsci in “Passato e Presente”, 4° dei “Quaderni dal Carcere”.

Queste parole mi hanno colpito spesso per la loro capacità di inquadrare la situazione attuale. Non solo politica, ma quella sociale, economica, relazionale. Il presente è il prodotto di una serie di azioni consapevoli e di eccezioni, ma non è un insieme dato, senza alternative. Si può modificare. Il subirlo o l’utilizzarlo unicamente per quanto di utile può dare implica che non vi sia una visione del futuro proprio e collettivo. Manca il progetto. E questo è tipico dell’eccezionalità quando una guerra, una carestia, un evento disastroso implica nuove scale di valori in cui il quotidiano sopravvivere diventa l’obiettivo, ma non è la normalità. Però si è fatto strada un modo di pensare che confonde il cogliere l’attimo con una cultura del presente come unica immutabile realtà. Il presentismo è nella tecnologia, lo si insegna nell’azione sociale e politica, è coltivato nella scuola e nella cultura della meritocrazia, che non significa il più bravo o il più capace, ma colui che raggiunge in minor tempo gli obiettivi fissati da altri senza chiedersi se questi siano positivi o meno per sé e per tutti. 

Vivere nel presente dovrebbe implicare l’avere una storia e un progetto che da essa nasce, non consumare ciò che c’è senza chiedersi cosa accadrà tra un giorno, tra un mese, tra 5 anni. Si dirà che qualunque progetto viene modificato dalla realtà e non si realizza mai appieno, ma il progetto modifica la realtà, si relaziona con essa, la determina, e attraverso questo processo determina noi. Se soffriamo d’indeterminatezza, di anomia è perché si vive solo nel presente. L’identità viene determinata da altri che lucrano sull’assenza di scelte, sul conformarsi a ciò che viene fatto credere come immodificabile.

Avere la schiena dritta significa avere principi interiori che fanno star bene se sono rispettati. Quello che sento sempre di più attorno, invece, è un piegarsi, un fuggire dalla responsabilità di avere un proprio futuro. Questa del presentismo è una ideologia che sembra avere una radice edonistica ma in realtà segmenta, compartimentizza la società, i gruppi, le stesse famiglie nel momento in cui la responsabilità cade solo su una parte, e non di rado su un solo componente se la famiglia si scinde. La società divisa in classi aveva una stratificazione orizzontale, il presente divide la società in compartimenti verticali mettendo da un lato chi può avere il presente e dall’altro chi non può. Come se fossero i desideri ad essere il collante sociale e non i bisogni.

La politica da tempo ha scelto di lisciare il pelo al gatto e di non dire la verità. Non la dice sul futuro e neppure sulla condizione che vivono le persone nel presente, non la dice sull’ambiente, sui fini che essa persegue, sul vivere e sulla felicità possibile. Non dice la verità sul debito pubblico, sull’illegalità, sui privilegi diffusi. Parla di eguaglianza e di meritocrazia ma non parla di persone, parla di conformi e di capaci. Degli esclusi non si parla perché sarebbero disturbanti in un’idea del presente che non ha futuro. E invece è proprio questo che sta accadendo: crescono gli esclusi dal presente. Un popolo si accalca per vedere le vetrine ma resta fuori, le porte di accesso sono diventate strette e, paradossalmente, il discrimine non è tra legale e illegale, ma tra avere e non avere. Appartengo a una generazione che ha avuto la possibilità di avere un ascensore sociale che ora non esiste più oppure è talmente lento e piccolo da non essere una prospettiva, ma quell’ascensore si fondava su un presente anticamera del futuro, criticava un passato che conosceva e ne teneva la parte che serviva. Insomma il tempo era ricomposto nel suo farsi e con esso le vite. Oggi questo viene scientemente negato e con esso si elide l’idea di progresso.

Spesso si confonde la tecnologia e le sue acquisizioni con il progresso, ma mentre la prima è connaturata al presente e viene di fatto subita (come ogni fattore legato ad un utile economico), il progresso è una macchina lenta, fatta di diritti che si acquisiscono, di vite che costruiscono nuove piattaforme stabili da cui avanzare. Il progresso riguarda tutti, riguarda il futuro e il benessere, quindi i bisogni, la tecnologia riguarda il presente, i desideri ed è destinata eternamente al nuovismo, ad essere vissuta in un crepuscolo di possibilità brevi in cui tutto si esaurisce e tutto può tornare indietro.

Facciamo un esempio, se mi insegnano a fare le quattro operazioni, a estrarre la radice quadrata, se mi danno un lessico sufficiente a mettere in relazione ciò che vedo e penso con le parole posso comunicare e ho un progresso, se imparo a usare uno smartphone, se faccio i conti con la calcolatrice, quando questi si spengono resto privo di possibilità di azione, quindi sono nelle mani di chi ha l’energia e me la fornisce. Questa dipendenza mi può gettare in una privazione assoluta, mentre la mia capacità di relazione acquisita, di progresso personale è per sempre. Badate bene che non sto demonizzando la tecnologia, ma l’asservimento ad essa. Non sto rifiutando il presente, ma il suo culto esclusivo. L’uomo superata la fase della sopravvivenza, ha sempre interagito con l’ambiente e col tempo, ha programmato se stesso in relazione ad un desiderio di eternità. Su questo le religioni possono dire molto. Ma oltre al presente ha considerato che i destini personali e il futuro collettivo avessero una relazione. Finché questo è avvenuto con distorsioni immani e crimini orribili, comunque una connessione nel tempo c’era, ora questa connessione sembra più incerta, ci si affida al caso e alla necessità senza pensare che l’uno e l’altra sono suscettibili di giudizio e di manomissione. Basti pensare a quanto avviene nel distacco tra problemi e soluzioni proposte dalla politica, solo che invece di modificare la politica la si considera un insieme dato e quindi ci si allontana da essa, non pensando che proprio questo facilita il potere e gli interessi di parte che lo sorreggono perché quanti meno cittadini andranno a votare, tanto minore diventerà la possibilità di cambiamento. Poche persone possono essere privilegiate, tante invece fanno emergere l’eguaglianza e il diritto. Quindi anche le vicende di questi giorni esigerebbero il rifiuto di considerare che nulla si può fare perché tanto è così, una manifestazione larga di dissenso agisce sul presente e lo modifica. Se il presente fosse una entità pensante si direbbe che la si costringe a tener conto.

Io credo che quando si dice che il futuro è nelle nostre mani non si parli solo di noi, ma di un insieme di persone che convergono su un futuro comune in cui anche il nostro star bene abbia posto. E questo riguarda il presente che prepara questo futuro, per cui ho il presente nelle mie mani, ho un passato da cui partire e ho un progetto che mi riguarda e che voglio condividere. In questo credo si riassuma la possibilità di cambiare ciò che non ci va, e non è poco, in questo mondo e di dare un senso alle vite.

Riassunto: C’è un culto del presente che toglie il futuro e denigra il passato senza ragioni di progresso. Ci verrà chiesto: ma dove eravate quando accadeva tutto questo?

nuvole

Nuvole grandi e gonfie ieri, si sono rincorse, sovrapposte, fino allo scoppio del temporale.

Violento, ha schiaffeggiato alberi, uomini, cose. Si sentiva sul tetto, si vedeva dalle finestre e porte. Poi la luce ha sfrangiato le nubi esauste, ha colpito la facciata d’ una chiesa, la strada, le case attorno e la vita ha ripreso i suoi sorridenti traffici.

Così la memoria, è uno scroscio che rinfresca e fa vivere. E si nutre di presente, gli parla, a volte lo convince. E getta sguardi sul futuro, contornandolo di sogni e di previsioni sempre sballate.

Volendo vite precise ci si negherebbero i ricordi di ciò che è stato  perché non rientrava nei canoni del previsto, e così tutto si perderebbe, Anche i temporali furiosi, o le giornate di sole vivo, il sedersi all’ombra in quel tavolino godendo la compagnia e le parole, l’ incontro atteso e l’altro inatteso, tutto finirebbe in un grigio prevedere che semplicemente accade.

Solo ai pusillanimi fa paura mettere assieme il passato con il presente e immaginare il nuovo che rompe le abitudini.

ripensando a lettera a una professoressa

Qualche giorno fa era il 50°anniversario della pubblicazione del libro dei ragazzi di Barbiana: Lettera a una professoressa. C’era molta forza nelle parole di quello scritto e fece cambiare modo di vedere di una intera generazione perché interpretava con pensieri semplici quello che era sotto gli occhi di tutti.

Si disse che diceva quello che molti pensavano eppure non dicevano. Dovrebbe essere naturale ma non è così e non si sa per quale vergogna si occulti l’evidenza. Non sto parlando di verità profonde, ma di ciò che si vede e del perché lo si dia per scontato contribuendo così in modo determinante a non cambiare le cose che non vanno.  Siamo attorniati di banalità, di modi di dire e non c’è alcun pudore nel ripeterli, ma se qualcuno mette in relazione l’ingiustizia con qualche pratica sociale, con l’agire di chi ha potere, spesso subentra l’imbarazzo. Sono i momenti in cui la parola, così abusata, distorta, inoculata nelle teste fino a condizionarne il vedere diventa fastidiosa. Controcorrente rispetto ad una immagine in cui il positivo deve prevalere anche se viene solo raccontato e non praticato.

Lettera a una professoressa parlava della parola, della scuola, della società e metteva tutto in modo così consequenziale e logico che chi leggeva capiva la ragione della sua posizione sociale. Inutile dire che quel libro divenne il testo su cui si fondò una rivoluzione della scuola che da  verticale voleva essere orizzontale.  Pier Paolo Pasolini lo definì il libro più bello dei miei tempi e forse è inutile chiosare questa affermazione se non dicendo che in esso c’era molta verità.

Don Milani collegava la parola, il suo significato, alla diseguaglianza, all’ingiustizia, alla sopraffazione sociale. Pensava che la scuola avrebbe dovuto essere lo strumento per la comprensione e per l’inclusione.

La scuola non come riproduttrice ma come generatrice di una nuova società che cambiava partendo dalla comprensione della sua condizione. Non esistevano i bocciati nella scuola di Barbiana, esisteva un sapere che interconnetteva le acquisizioni dotte con quelle popolari. Il teorema di Pitagora non cessava di esistere, ma diventava un modo per misurare la realtà. Lavorare sulla parola significava darle peso, significato e nobiltà. Si poneva il problema più arduo per chi capisce ovvero la semplicità in modo che ciò che si era acquisito fosse disponibile a tutti. Così i maestri erano intercambiabili e chi capiva spiegava. Questo è stato il procedere della storia sociale dell’umanità dove il sapere si è trasmesso per verifica del reale e ha generato lavoro, cambiamento dell’ambiente, cibo, rispetto. Il sapere esoterico, iniziatico ha alimentato la credenza ossia la risposta con parole incomprensibili all’incomprensibile. Il contrario della scienza, la base per il potere.

Barbiana e i suoi ragazzi erano una congiunzione favorevole degli astri, del caso che aveva portato un prete scomodo in un posto impossibile. Ma era un buon maestro per chi stava attorno a quella pieve, e con i suoi scritti, parlava al mondo. Raccontava l’evidenza e lo diceva con la cognizione delle parole che hanno significato e così mostravano una verità e una realtà.

Si potrà dire che non era l’unica verità, ma la realtà coincideva con il vissuto.

Pilato chiede a Gesù: Cos’è la verità? È una domanda fatta da un procuratore, da una persona che conosce la legge e giudica, ma diviene un pensiero a voce alta e si allontana senza attendere la risposta. Eppure avrebbe a disposizione un Rabbi, un conoscitore delle scritture, un maestro. Pilato si allontana perché sa che la verità è personale e che poi, quando diviene patrimonio di molti diventa eversiva, cambia l’ordine delle cose, dice ciò che è giusto e ciò che non lo è, e costringe l’uomo a scegliere. Meglio il relativismo che lascia tutto come sta. Don Milani chiedeva di capire, riflettere e scegliere. Non gli andava il relativismo ed era un Maestro.

Mi chiedo perché non esistano oggi i buoni maestri, perché si sia affievolita la volontà di spiegare l’evidenza. Forse perché nessuno li ascolta? Se così fosse questa generazione sarebbe perduta e la speranza dovrebbe passare al futuro.

Lettera a una professoressa insegnava che la pazienza che subisce non è una virtù, ed è un insegnamento che non ha perso neppure un atomo del suo valore.

 

 

 

 

 

Fruà

Strette strade fuori dalle antiche mura, tra siepi e case
il regno del libero gatto
e dell’indifferente beffa ai costretti cani.
L’aria corre e s’imbeve di rose: a sera faranno gara coi gelsomini di minuscoli giardini.
Qui c’è quiete e grandi storie
un tempo fatte di cura e di centrini,
d’edicole devote a madonne e santi
e di rosari a maggio.
Adesso tra voci incerte e negozi chiusi
si trattiene un vicinato di piccole notizie e stagioni dispettose.
Son passati i grandi amori:
le luci a lungo accese,
le diaspore, gli obblighi affogati nei silenzi,
si sono scrostate le passioni come i muri che mostrano le argille della bassa,
e si son fusi, mattoni e vite, un tempo state
e più spesso consumate.
Fruà usa la mia lingua antica per l’ abito troppo a lungo adoperato,
però ancor comodo come nessuna nuova vita sembra poter fare,
e così nella scelta del mattino tornano al vecchio abito pulito,
come un’abitudine che tiene assieme il giorno
con la notte appena consumata.

haikù sulla libertà 1.

A volte vorrei avere la libertà dell’indifferente,

il suo crivello che non trattiene niente,

poi passa,

e nella tranquillità che segue il disagio

trovo il bello di cui essere cosciente.

.colore

 

La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
di mischiarli col verde e col giallo del campo,
e perdendo lo sguardo nell’azzurro,
tra gonfie nubi nel cuore tutto si fonde.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce
e aspira, si rende ape e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa.
A me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e ogni inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.

chissà cos’è passato

In questi giorni, camminando, i pensieri rincorrevano le nubi e mi pareva di aver molte cose da scrivere. Ma le ho perse nel cielo e tra il verde, seppellite sotto molta musica, letture appassionate e soliloqui notturni. Poco male. M’hanno detto, molto tempo fa: quando scrivi sei incommentabile; non si sa con chi parli, alludi, insegui cose tue che dai per scontate.
Già, anche questo nella sua verità è dimostrazione di una ricerca di pochi simili, o forse, più banalmente, è il limite comunicativo che mi porto dietro. Borbotto, curvo parole per far loro seguire l’arco delle idee, mi sospendo a pensare davanti a un bivio. Percorro un po’ di strada in un senso, torno indietro, verifico, scelgo. A volte capisco e spesso no e se un discorso resta sospeso, forse lo finirò, oppure resterà appeso in attesa di qualcosa che trovi un pezzetto di memoria, un’esperienza, anche solo una conseguenza logica che lo porti avanti, ma non di una scusa che motivi un punto fermo.
Se mi annoio dell’ascoltarmi come biasimare gli altri. Potrebbe essere un epitaffio per il tentativo di colmare sempre quei contenitori che chiamiamo parole. E che poi restano quello che sono: mezzi e solo parole.
Vedo che rarefano i passaggi, capisco e non cambierò. Resteranno i curiosi, i passanti. Ci sarà chi chiede al vicino: ma cos’è stato, chi è passato? E a uno scuotere perplesso del capo, se ne andrà pensando ad altro.
Ed è bene così.

feria quinta

A quell’ora, prima del buio, cenavano i viandanti, gli artigiani, i contadini, i pescatori, chi lavorava con la luce e voleva affrontare l’oscurità senza l’assillo della fame. La fame era una cattiva compagnia nella notte, toglieva speranza al giorno e agitava i sogni. I benestanti mangiavano più tardi, col fresco che veniva dalle colline, dai giardini, dal pelo dell’acqua o dal deserto. Restavano a lungo a tavola, lasciavano che il sonno li cogliesse tra il vino e gli ultimi pensieri sulla fortuna degli uomini e sul suo alimentarsi d’intrigo e d’occasioni. Per i primi, legati a una religiosità della luce, la cena era il momento degli affetti, dello stringersi in vincoli di parole, era il promettersi il futuro e il giorno che sarebbe venuto, faticoso ma possibile di mutamento. Per gli altri era il rassicurarsi del proprio continuare nel piacere di esistere, com’erano e come sarebbero stati. Per tutti poi c’era il buio, così assoluto da contenere le paure del cuore, la luce delle stelle e la solitudine che gli uomini cercano di colmare in molti modi. Ma la solitudine è un contenitore bucato e per quanto si faccia alla fine il vuoto del fondo riappare. Così in quella sera, che è raffigurazione di tutte le sere, la solitudine ondeggiava, si colmava di parole e di compagnia, fino al momento in cui la scelta giusta sarebbe stata il sonno. E se questo non veniva e si ricacciava nei suoi ambiti oscuri? Se subentrava la coscienza che la comunicazione era fraintesa, che la parola non bastava, anzi tornava indietro frantumata di disattenzione, allora cosa restava se non il parlare con se stessi. Bere la solitudine per vedere se essa si disperdeva in noi. Altrove si provvedeva in modo diverso per non sentire il morso dello specchio. Da sempre si usa la comunicazione della vacuità e quella del corpo, si tacitano le domande con ciò che le discioglie in qualche ebbrezza. La solitudine però parla e vede tutto, coglie il presente e il futuro, diviene dentro di noi il respiro del mondo. È la notte dell’anima dove il buio entra nel cuore e divora la luce. Chi conosce l’uomo sa che solo accettando il proprio destino lo si compie e si compie la ragione per cui si vive. Quel destino che scriviamo noi quando vogliamo vedere la solitudine che ci portiamo appresso e quando la camuffiamo. Accettare e discernere, significa sapere chi siamo nel fondo e ogni atto d’amore poi non sarà lo stesso, ogni comunicazione terrà conto di chi ci sta davanti.

Una soluzione, forse tra le poche davvero buone, è avere una persona di cui ci si fida fino in fondo e ascolta. Che non giudica e cerca di capire. Che accoglie e fa propria la fatica del vivere, senza chiedere altra ragione che quella che le viene raccontata. Ma questa persona non è detto ci sia o sia disponibile nel momento in cui è necessaria e allora si torna a noi, alla crepa che ci chiede ragione di noi e del resto che capiamo.
La spiritualità innata dell’uomo ruota su questa scissione interiore che cerca ricomposizione. Non occorre credere in nulla che non sia il vedere e il vedersi e cercare uno scopo che tenga assieme il tutto. Qualcuno ci ha promesso qualcosa e ci ha tradito. Senza volere ci ha messo di fronte a noi stessi e da lì si parte e si arriva per superare la notte.

a proposito di tenerezza

Il bisogno di tenerezza si esprime, chiede, cambia la voce e il gesto. E’ disponibile a dare subito e condividere.

Dove si è generato? Quale mano ha cominciato a scavare e creare una voragine che non si colma se non per momenti, tempi brevi, e poi ricomincia?

Comunque è qualcosa che si è avuto e ha creato un’abitudine di piacere oppure qualcosa che è mancato e sin da allora si è cercato?

E questo bisogno è apparentemente collegato e scollegato da ciò che accadde, sembra che la sua natura sia qui e ora. Forse per questo i fortunati(?) ne conservano un equilibrio, una ragione, mentre gli altri sono senza un limite che dica basta. Confondendo con altro il bisogno di tenerezza, surrogando e surrogandolo, oppure facendone scorpacciate infinite è un bisogno che non si placa. Che si legge in ogni gesto, parola, abitudine che viene porta.

Il contatto tenero e fisico inizia con l’abbraccio, in un accogliere che già nella sua gamma di intensità, rivela molto d’altro. Sì perché la tenerezza non si chiede e dà solo nella gioia, ma allo stesso modo nel conforto.  Anche una spalla e un silenzio, e il lasciarsi bagnare di lacrime tiene molto assieme.