frugalità

Scrivo impressioni, emozioni personali senza pretese d’infinito, piccole cose, particolari che mi colpiscono e che si riconnettono con altro che riemerge. Non è una scrittura da affreschi, ma una calligrafia, un insieme di note a margine su un testo che leggo(la mia vita) e su cui è facile soffermarsi. Il mio scrivere è quello che vedo e che sento. Quindi sono un lettore, che indugia nella disattenzione e segue il pensiero suo e quello dell’autore. Un pessimo metodo per imparare e ottimo per perdere se stessi e il proprio tempo in qualcosa che attinge al piacere del dialogo quando è possibile, dal vero, oppure nella propria mente. Gli autori spesso rispondono, non sono tutti uguali e il mio modo di mostrare loro che capisco è mettere assieme senso e parole. Un lettore devoto che si sofferma sulle parole e ne resta incantato dal significato. Le parole contengono, mostrano e nascondono, dipende da come si leggono. In questo si costruisce un rapporto se non si ha il corpo a disposizione, ed è un rapporto con emozioni, attese, delusioni (non poche) e intuizione. Cioè lo strumento più vero e fallace di cui si dispone per parlare, sapere, conoscere l’altro. Manca il corpo con i suoi linguaggi potenti, ma questa, seppur virtuale è carta e allora ad essa più che le note di un seguire sé cosa si può attribuire? Seguirsi per seguire, dire in verità ciò che conta per il momento in cui nasce. Un’ immensa mappa di segni, di tracce, di cose apparentemente scollegate a cui trovare nesso e senso: ad una sola condizione: che interessi, come in un libro, chi ci sta davanti. È questo un ossimoro della mente perché tali e tante tracce si sono sommate, stratificate, che i punti comuni ormai dovrebbero emergere ed è così, in ogni massa di indizi ci sono plurime verità che il tempo rende vere e false e una frugalità appena sotto la superficie. Oltre gli aggettivi, i testi che si gonfiano, le ripetizioni che rafforzano, oltre c’è il poco e l’essenziale, quello che nella mistica ebraica è il numero, ossia la lettera: ciò che dà la vita e insieme la rende un mistero. A questo serve il girovagare, penso, tra lettere e parole, tra luoghi e particolari, nel sentire multiplo che ricomprende i sensi. O almeno spero sia così, perché comunque altro non saprei fare.

sabbie e clessidre

Si parla di tempo e di tempi, senza vedere che ci sgraniamo in grani sempre più sottili, siamo consegnati alla nostra percezione attonita di ciò che se ne va. Vorrei, vorremmo, desideri sottili come bolle nel cielo: per un attimo volano, mutano le stelle, sconfessano la luna, poi tutto torna in una normalità che non è mai tale. Cosa avremmo davvero voluto fosse normale? L’eccezione non è mai una regola, al più un accidente lieto che carica d’emozione e poi si espande nel ricordo. Lo porta nel momento in cui serve.

Dei corpi parliamo poco, più delle anime, ma esse ben poco sarebbero senza quegli attimi di cielo confuso in cui tra le stelle abbiamo navigato. Ad essi dobbiamo segreti e dimensioni che ripetono la speranza, la scandiscono nei giorni in cui è grigio il colore della confusione. Come accade ai bambini quando mescolano i colori e alla fine resta l’assenza. E cosa entra nel frattempo? Un nuovo foglio in cui scrivere, disegnare un’inaudita attenzione. E il corpo con noi sogna nel costruire procedendo per ossimori. Equilibristi in attesa di un applauso oppure costruttori di futuro che tracciano nella sabbia nuovi disegni?

Dei corpi parliamo poco tra sabbie e clessidre che scandiscono i giorni, sembra quasi non vogliamo farci davvero capire dal tempo perché non rubi l’invito prezioso, mentre arrossisce il volto che accetta e diviene sabbia il passato che non conta per il nuovo momento da vivere appieno.

 

lettere dalla zona arancione 1.

Questa mattina c’era il sole pieno e un cielo limpido. Stanotte aveva piovuto a lungo e l’aria si è pulita, così le montagne, le prealpi e l’altopiano si vedevano nettamente e illuminati dal sole riflettevano la neve. Per strada c’erano molte auto, ma forse meno di altre domeniche e andavano verso il centro della città o verso il mare.

Ieri notte siamo diventati per decreto “zona arancione”, che sembra meno di rossa ed è più simpatica, ma i divieti sono uguali. Non credo che tutti lo sappiano perché nei bar-trattoria, c’era la solita folla di persone appiccicate dai discorsi e dall’aperitivo, che qui è vino bianco a gotti. Forse quello che ha colpito di più di ciò che avviene sono le partite di calcio senza spettatori, non il virus. Per il resto i discorsi colti al volo erano sulle persone e sul paese, le solite cose scambiate al bar. Però ho notato meno allegria. Il giornalaio vende i soliti giornali, ma davanti all’edicola non ci sono i soliti gruppetti di persone che si scambiano i saluti e perdono tempo in attesa di tornare a casa per il pranzo. Le transazioni nei negozi sono veloci, il tempo di permanenza perde il ciondolare della ricerca e si limita all’essenziale, accelerando il passo. Come a un voler tornare verso qualcosa di più sicuro e meno affollato. Sono impressioni, ma è un insieme di piccoli indizi che fanno quasi una prova: di fatto si vive quasi normalmente e se si deve andare fuori dalla zona rossa ci si chiede come fare Sembra  manchino le certezze e si rinvia il tutto a nuove disposizioni. Se si può.

C’è l’ impressione di qualcosa che non si è capito nella sua profondità, ossia di come cambieranno le nostre vite, perché la realtà è quasi uguale al solito. I cantieri lavorano, i camion intasano le strade, le fabbriche non hanno chiuso, se ci sono preoccupazioni le persone le confinano verso uno dei due ospedali che si trovano appena fuori delle mura del ‘500 e che da sempre hanno fatto la distinzione tra chi è sano e chi non lo è. Forse anche adesso si pensa che solo chi è in ospedale si deve preoccupare, mentre gli altri nelle loro libertà di lavoro, piacere e movimento, hanno ricevuto norme stravaganti che possono essere interpretate secondo buon senso.

Camminando a lungo, anche attraverso la zona industriale, però manca qualcosa. Ad esempio non c’erano stamattina le solite gare di auto, le sgommate, i motori che urlavano in accelerazione. La strada era completamente vuota e attorno nessuna azienda era aperta, anche quelle dove abitava qualcuno. Qualche ciclista non aveva rinunciato alla corsa domenicale, mancavano i podisti e a piedi non si vedevano persone. Persino l’auto lavaggio era quasi deserto. Ho pensato a una sospensione di giudizio, dove ognuno si comporta come crede ma che fa fare di meno e diversamente perché sotto nasconde una preoccupazione. Non si sa quando finirà, né come finirà.

Credo sia un tempo di riesame per molte cose che semplicemente erano e con il loro esistere, rassicuravano le abitudini. È quell’allungare la mano al buio che trova ciò che cerca, ora non si è più sicuri che ci sia.

La luce è così presente, e la primavera rifulge di giorno in giorno, ma adesso procedono per loro conto, scisse da noi. Non capiamo come cambia la nostra vita e sentiamo che se anche non verremo contagiati, comunque ci sarà un mutamento profondo.

La nascita di un virus così veloce e pronto nel saltare specie è un fatto epocale, queste parole di Ilaria Capua, mi girano in testa non solo per il pericolo, ma per la fragilità di tutto quanto si è pensato intangibile. Dalle vite, alle piccole libertà che si esercitano ogni giorno, fino all’economia che sprofonda per pezzi dentro una crisi globale. L’immagine che ho, è quella della battaglia sul lago nell’Alexander Nevskj, con la sicurezza dei cavalieri teutonici che non tiene conto della fragilità su cui cammina e così perde battaglia e vita. Il semplice che si contrappone al complicato, l’umile al superbo e per una volta ciò che accade non è prevedibile e muta la storia. 

Vorrei che di questo tempo restasse una traccia minuta, e di questo scriverò, un vedere particolari che hanno significato solo rapportati a un mutamento. Attorno si vedono, una natura trionfante e indifferente e un tentativo di ordine da parte degli uomini che conformano le vite a una minaccia, ma queste due scie temporali non sono collegate e questo ci dà la misura della nostra piccolezza nel gestire il presente. Il presente è stato ciò che in questi anni ha tolto dall’orizzonte mentale, il passato e il futuro, dando entrambi per scontati. La nostra fragilità è proprio qui, gestire il presente ci mette dinanzi a una smisurata fiducia che tutto si risolverà come pensiamo. Ma non sappiamo davvero cosa pensiamo oltre al bisogno di consumare piacere e sicurezza di vivere.

 

consapevolezza

dav

 

Di notte, accadde qualche volta, sognavo di volare. Era uno staccarsi da terra fatto di balzi sospesi, che mi faceva restare in aria. Mi svegliavo e avevo una pace discreta e importante che migliorava i rapporti con gli altri. Durava fino alla prima vera difficoltà, ma saper volare sia pure nei sogni, mi pareva un’abilità. Era il mio io che faceva la pace con il suo controllore ?
Coincidono i sogni con i periodi in cui i desideri si fanno sentire, per forza incoercibile o per la loro poca importanza. Sembra, dicono, che c’entri l’autostima. però l’ho saputo dopo. E lì forse ho esagerato, pensando che il tempo fosse infinito e che esso sanasse tutto quando s’incontrava con la volontà. Ma l’uno o l’altra erano spesso occupati altrimenti, per cui le smagliature diventavano strappi e i buchi assenza di tessuto. Si poteva camminare stracciati o scivolarci dentro in sogni maldestri. Peccato.
L’autostima, ho scoperto, è incerta, balbuziente nelle parole che servono quando è in difficoltà e trova un suo soffitto dove sbattere la testa: non ci si fa troppo male ma si riconosce la grandezza altrui, la bellezza che c’interpella discreta o scostumata, e ci mostra il limite per riuscire a goderne. Così persino le trame, i personaggi dei ricordi e del presente che si fa futuro mostrano complessità che non è facile sciogliere. Riconoscere di essere un guitto non significa non recitare più, ma fare il teatro come parte della vita. E accade di sentire che quel volo dipende dalle passioni, che il massimo è fuori portata dall’eccelso, che l’unico non significa per forza di cose eterno.

Di tanti versi che non lo erano, di sogni davvero sognati, di slanci finiti per terra si è tessuta la trama, cucita con parole ch’erano insufficienti o eccessive, di silenzi ricchi d’impotenza, di piccole bugie transitorie, di tempo sbriciolato in secondi eppure erano giorni. A volte anni. Sconfitte da cui rialzarsi e quante volte, mi son chiesto conto di ciò che era evidente nella sua grottesca inadeguatezza. Così, a un consapevole guitto, è stato chiesto qual era il soggetto e se davvero parlasse a qualcuno, se vi fosse un fine al dire, ai silenzi, alle strane parole. Lo chiedo ora a me, al dubbio che ho coltivato, a volte per timore e più spesso per ragione. Lo chiedo a me che non butto nulla e conosco il significato di ciò che dico, a me che non volo più nei sogni e del limite penso il possibile bene. E mi chiedo se nessuno si curi ancora della considerazione di sé in questo mondo dove tutto brucia nel giorno e ci si stringe addosso quel po’ di umano rimasto, senza speranza di vittoria, ma almeno di far pari dopo tante battaglie, fallimenti, fughe. In fondo nei sogni ho volato e poi stavo bene con tutto ciò che era attorno. 

Ho perduto molte cose che m’importavano, ma non te

era impossibile, perché la tua radice intreccia le mie,

Il tuo restare mi segue,

non mi lasci mai e per questo vado, torno, vado,

senz’essere davvero qualcuno,

come s’usa nei sogni.

 

consequenzialità

Effettivamente le parole seguivano gli occhi
e così nascevano i pensieri, guardando le linee che il sole tracciava
in purezza, o attraverso le cose, nelle ombre sui muri, sulla pietra, sull’asfalto,
sulle cose che diventavano altro da sé.
Ancora altro.

La bellezza confonde,
rende invisibili, mentre rimescola ciò che sembra certezza,
nasconde ciò che è solo ripetizione. Così la città diventa contenitore,
di troppe storie uguali, irritanti nel loro non vedersi;
è una scatola di apparenze che il sole scopre,
e rende vere e così povere nel loro gridare silenzi d’aiuto,
che è incoercibile la voglia di fuggire
e dire, steso, al cielo, senza guardare, la misura di tutti gli slanci finiti in cadute,
l’inanità che prende e ha bisogno solo di cura.
Di andare via, di dare, di ricevere, denudati sino alla giusta carezza.
per vivere, ancora un poco d’eterno, vivere, con speranza.

 

ridondanza e verbosità

cof

L’asciutta prosa scientifica, o il racconto essenziale fatto di frasi piccole, soggettoverbopredicato, e di concetti secchi come staffilate, non m’ appartengono. E qui il discorso potrebbe finire soverchiato dall’evidenza di tanto scrivere anche in questa pagina virtuale.  Eppure c’è stato un tempo in cui pensavo che l’essenziale fosse dire ciò che serviva, ovvero tenere l’utile. Come in un film, togliere tutto  ciò che era abitudine o ripetizione, restare nell’azione che ha un incedere semplice: genesi e sua causa, evolvere, caso, epilogo. Insomma ciò che ogni autore di gialli conosce e ciò che ogni innamorato vive. Non mi bastava e ora penso che nei particolari, nel ripetere con altre parole ci sia una ricchezza che sfugge a chi non ha tempo e voglia. E neppure gli interessa perché non cerca quel dire che si trattiene o si nasconde, ma si basta dell’evidenza.

Però è indubbio che questa osservazione detta da un’amica, sul mio scrivere ridondante e verboso, m’abbia colpito, che l’abbia riconosciuta come vera. Mi ha sorpreso e un po’ rattristato come accade quando ci viene fatta un’osservazione che ci riguarda e non ci piace. Ma il suo essere vera me la ripropone come inscindibile da ciò che sono e non avendo voglia di cambiare se non per scelta, mi fa pensare che il mutare sarebbe un mostrarmi diverso da me stesso o un pezzo di bravura. Quindi un fingere. Resta la genesi di come sono diventato ridondante e verboso, perché questa è una rappresentazione involontaria e fedele di ciò che sono. Qui le ragioni si moltiplicano, diventano meno precise. Per eccesso di immagini forse, oppure per l’inadeguatezza che sento nel raccontarle perché le parole approssimano troppo, o ancora perché in ciò che sento e vedo si nasconde molto non dicibile.

Ho anche pensato che se i termini sono precisi, il pensiero coincidente, non c’è bisogno di spiegare troppo. Un pensiero che non si perde, non divaga e va diritto all’oggetto è di per sé esaustivo. Non lascia ombre. E invece amo immergermi nell’ombra, nello scovare ciò che prima non si vede e poi si precisa. Questo esclude che la prosa possa essere efficace per un comunicato politico, per una presa di posizione. Si riduce il campo di applicazione e il raccontare è sempre un raccontarsi che non copia perché si intinge nell’originale. E questo amore per ciò che si intuisce è una attività da perditempo. Chi usa l’intuito per affiancarlo a ciò che vede e sente, sceglie di approssimare ciò che non si vede. Forse per questo l’ombra diventa fresco rifugio e fonte di attenzione. L’ombra contiene il silenzio di ciò che non vuol apparire e per raccontarlo o usa lo stesso silenzio oppure ci si muove in una linea incerta che tenta di rendere interessante ciò che apparentemente  non interessa. Come conoscere un segreto per alcuni è un peso, per altri una ricchezza.

Non a caso mi attira la spirale, il vedere il passato e il futuro nella spira che precede o segue mentre ci si muove dall’uno verso l’altro e non lo si capisce per davvero. Come per le centurie di Nostradamus dove ci sta tutto e il suo contrario. Ma questo accade quando si vuole interpretare ciò che si vede e non si conosce non quando lo si intuisce.

Di tutte queste parole si potrebbe fare un riassunto:

non ha le parole per dirlo oppure ne ha troppe,

ma solo chi non l’ha abbastanza amato

non ha inteso che ciò che viene raccontato è solo una parte,

e neppure la migliore,

di ciò che in quelle troppe parole viene svelato e celato.  

 

nostalgie operose

Il pensiero torna a terre che mi sono care,

declivi e bosco ceduo, radi cacciatori, pietre che rotolano con un suono di percossa canna.

Curve verso l’ignoto in strade solitarie e sughere rosse di vergogna ai lati.

Da case che non conosco esce il fumo forte della quercia,

un sedile di sughero è vicino alla pietra che ospita la fiamma.

Ne conosco la consuetudine antica, le rade parole, il seguire pensieri nelle faville che s’alzano e il riposare l’occhio nella brace.

Accanto qualcosa cuoce o s’arrostisce senza fretta e parole mute aspettano.

Di solitudine si muore oppure ci si rafforza tanto da sentire incessante l’onda di ciò che attornia e si sminuzza negli infiniti discorsi delle cose,

dove ognuna ha una sua ragione, urgenza, bisogno d’attenzione,

un dire sommesso, che altrove, frettolosamente, vien chiamato amore.

vorrei avvolgerti la mano

Vorrei avvolgerti la mano,

tirar fuori l’indice dal pugno,

tra l’erba, mostrarti, tracce di passato e d’animali

guidarti su sentieri che solo io conosco.

E’ solo un foglio bianco ciò che non hai sognato,

la realtà è la mano che ti stringe,

e quello che vedi è la tua strada,

oppure no, non importa, puoi tornare sempre indietro.

Ciò che conta è la mano che t’abbraccia,

quello che parla è il tuo indice che s’ alza

e ora con dolcezza urgente, interroga.

fragile e duro

Con il passare delle esperienze il corpo si rafforza, diventa meno permeabile. Questo è ciò che ci pare di vedere, a volte di sentire, poi basta poco per scoprire una fragilità. Se il poco può ferirci significa che non è così insignificante e vuol dire anche che l’insicurezza che abbiamo ben riposta sotto la pelle è sempre in attesa di conferme. L’amore aggiusta tutto, il disamore disfa, ruota tutto su questa dualità che si contrappone e annulla per infiniti gradi le attese reciproche, le modifica. Basta una parola e tutto torna da capo, come si fosse in un immenso gioco dell’oca fatto di sentire, di esperienze, di fatti accaduti che dovrebbero aver insegnato. Ed è vero, hanno insegnato, ma non definitivamente perché qualcosa, da qualche parte, ci dice che ciò che si è sbagliato una volta può essere rifatto differentemente, che ciò che ha avuto un esito può averne un altro e così si apre con forza la via dei ghiacci dell’esperienza. Ogni anno un rompighiaccio rompe la morsa che stringe il porto di una città del nord del mondo e apre la strada perché assieme alla bella stagione tornino gli scambi, tutto ridiventi fresco, l’aria trovi quel profumo che da lontano ricorda tutto quello che può essere fatto e si farà in parte. È una metafora che ci riguarda? Penso di sì perché siamo fragili e le nostre fragilità sono un valore immenso in quanto ci permettono di sentire e valutare sfumature che rendono la vita nuova e bella ogni giorno, siamo, in  parte, come quel ghiaccio che improvvisamente si fa sottile, riflette la luce e poi, prima d’essere acqua, si frange. Ma siamo anche duri per paura di soffrire. Conosciamo la sofferenza, ciascuno a suo modo e in un  suo grado, che  nessuno può sindacare su di essa, è una cosa nostra. A volte preziosa perché dimostra il valore di ciò che si perde o muta, anche se sappiamo che ciò che vale davvero non si perde mai, sappiamo anche che non sarà mai più come poteva essere. In questo la durezza è scorza, superficie che tiene sotto il sentire. Duri e fragili come quel ghiaccio che si frange e lascia che irrompa l’acqua, che lo scorrere diventi visibile. Sentimento sentito, provato, percorso con timore e con trepida speranza. Dovremmo, (brutta parola che esprime ciò che non si fa) prendere cura delle nostre incrementanti fragilità. Sapere che gli anni ci rendono esposti alla parola più che alla rissa. Usare le parole e i silenzi con amore verso noi stessi per avere qualcosa da donare a chi è importante per noi. Invece ci si acconcia alla cultura dell’apparire e così non siamo mai nessuno. Non noi che vorremmo essere altro, non quel simulacro che può scivolare nel ridicolo della non età, del non appartenere al nuovo che possiamo esprimere ma alla moda che ci dovrebbe rendere differenti, più fascinosi al mondo. Non siamo più noi se durezza e fragilità davvero non ci rappresentano, nei principi che ci rendono differenti, nella corazza flebile che ci espone all’amore quando esso vuol colpire. Accettare che le fragilità aumentino con la consapevolezza dell’aver vissuto e amato rende quella durezza il morbido comprendere ciò che ci viene detto e ci mantiene saldi su ciò che fa la differenza dei nostri principi, dei sogni da sognare, del nuovo che ancora non sappiamo di poter vivere.

 

la strana storia degli anni bisestili

IMG_20200102_170055Gli alberi, a volte, sono fuoco incombusto,
possibilità rosse del tramonto
e tempo snocciolato al giorno
appena tolto dalla notte.
Negli anni in cui il quattro esce dalla vaghezza,
e riporta il suo senso di coppia di numeri primi,
giovane o vecchia d’anni,
mette l’une davanti all’altre le ore intime d’ incontri
voluti, cercati, perseguiti nel tempo che s’e’aggiunto.
Quel quattro che si contiene e dilata, è l’origine del giorno,
la somma dei minuti perduti e raccolti con pazienza
e messi  in una strana giornata che non esiste,
perché esiste solo il tempo seminato,
mietuto, reso dolce e consumato.
Invece siamo circondati da venditori di calendari,
di numeri che da interi e lunghi d’infinito
frangono in particelle d’attimi senza tempo per i sogni
e così il reale s’ approssima, diviene numero e cosa.
Come questi alberi che stendono le braccia a gennaio,
altro nome bruciante di tempo incombusto:
e sono possibilità e destino,
traccia lieve del possibile
che prima radica e si nutre
e poi s’arrende,
al tramonto, al giorno
ma non alla notte.
Alla notte non cede i suoi sogni.