ristare

E’ sera
di tanto muovere le cose e di capire,
ora ho stanchezza.
Nostalgia dei miei scaffali,
delle pagine bianche, 
di ciò che sarà
e adesso è meno che pensiero.
Un singulto d’intuizione
che non si forma,
ancora,
ma paziente attende
confonde il tempo delle cose.
Assenza, e lo sguardo punta ad est, 
dove già nata è la notte
e vive il cuore del sole ancora nuovo. 
Una transitoria  tranquillità m’ha preso
come un torpore d’ambra
E sento che il mio tempo sussurra
nel silenzio:
hai preteso e ora vedi la misura,
cosa chiederai ai tuoi giorni?

l’aria presumeva la nuova stagione

C’è nell’aria una vaga apprensione,
come usa, non di rado, agli uomini la vita.
La delusione viene senza compagnia,
prende, divora l’orlo delle ore di luce.
Fuori, nell’aria che presumeva la nuova stagione,
l’erba s’è oscurata nel freddo.
Luci nette hanno traversato l’ombra appesa,
e si sono soffermate sulle finestre, curiose delle coste dei libri.
Il tramonto s’è acceso,
odorava di nulla,
se non delle età altrove vissute.

Pace è parola breve, inconscia dove vive,
chiude in sé l’abitudine
e con fatica s’apre per accogliere.
Nel profondo d’ogni vero dubbio
c’è il germe della tempesta,
un nonnulla improvviso che non s’era compreso,
ed è già suono di basso,
pedale d’organo e vortice d’abisso,
che ruota e aspira ogni quiete.
L’ora invoca il sogno e il sonno che ripara
ma anche l’agire per arginare noi dal nulla che s’annulla .
.

egotismi

Che finiscono cose, situazioni, amori
e pure odi ed emozioni,
bisogna pur saperlo.
Per l’ora che ci trasale,
per la nebbia che ora insegue
mentre attorno il colore attende.
Non noi, non chi è distratto da sé,
ma il pensiero che ascolta
e comprende, consola.

l’orlo della speranza

La nostra misura è poca cosa
ma è tutto ciò che abbiamo,
e in essa si mescola la ragione e l’ambire
dell’infinire nostro.
Sentendo l’orlo della speranza,
e la cinica attrazione dell’abisso,
è ancora bello cercare nell’affinità,
l’aria per dare ali all’intuire
e non sentirci soli.

rosso di sera

La linea dei monti risucchia la luce,
cova un bagliore di rosso
che posa velluto d’ombra agli angoli
e precede la notte.
Il liquore di realtà che scalda e brucia,
è dolore nel capire,
condizione d’umore e d’assenza
è la quiete pasciuta
dove son finite le parole e gli aggettivi,
le iperboli sono vuote di senso
e non servono più per illudere.
La vita è altro,
ha distanze a disposizione,
luoghi per svolgersi,
distante e vicino coincidono in noi,
se lo vogliamo,
come fantasia e pensiero,
e sono lo scrocchiare
delle ossute dita del reale,
che digrigna dubbi
indicando dove ci perdiamo.

chi sono io

Se la strada mi calpesta,
se il mare mi sommerge,
se il cielo mi schiaccia,
di chi sono io?
Sono terra, acqua, aria? 
Oppure nella mia pretesa individualità,
nella differenza che ostento,
nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato,
in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo
a cui incautamente mi sono affidato?
La mia libertà è essere
elemento e direzione,
cosa ed essenza,
ghepardo, delfino e aquila.
E uomo.
Tutto e infine, solo uomo.

acqua notturna

Acqua notturna, divoratrice di luce,
ogni ritocco suona nel lago,
là oltre le tavole fruste del pontile,
nella barca sommersa che attende ristoro
Nelle chiglie che si sfiorano,
vivono ciglia di promesse mai mantenute,
là dove l’acqua sprofonda e conserva
si mescola e sospira, ma non cessa di aggiungere
sasso a sasso, onda a onda.
Vende merce arcana di specchi,
scintille di fuoco,
e odore di freddo, di ferro, di sangue.
Dai monti scende nell’acqua la quiete,
disfa gli anni del cielo,
e mostra, a chi si sofferma col cuore,
il tessuto sottile, la trama, il tempo
e lo specchio del suo volto profondo.

giorni della merla

La pena è un vento senza vela né riparo,
è polvere degli interstizi del pensiero.
Ciò che depone uova di serpe
lo fa secondo arbitrio,
non usa chiedere
e se lo fa è perché dietro ogni angolo
s’acquatta una scelta,
animale per brevi consolazioni,
o risvolto da comprendere appieno.
Il dolore ha i segni del silenzio,
e chi sente il calore che toglie,
ha rispetto, distoglie lo sguardo:
è il pudore che vede
ed attende che la carta muti il suo segno.

crescere

Il freddo era più freddo e più caldo il corpo.
Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri,
nuovi come l’età,
densi e vischiosi,
d’un ordine difficile
nell’ordine bambino.
Guardarsi crescere in ogni dove
e capire poco mentre ci si forma,
di quel tempo vedo il colore,
del rosso carico di lampi e del blu che cade,
mescolati nel buio della conoscenza nuova.
L’anelata chiarezza,
mentre tutto era esagitato e fermo,
era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita
e aveva un nuovo senso,
com’era senso il sentire acuto
del tempo tra necessità piegato
e poi disteso nelle improvvise voglie.
Crescere è fatica senza riconoscenza
e nome,
nido di paure e liquido metallo
dove il futuro cova
e traccia per suo conto.
Di quella età vedo le forze e le ferite,
la gioia che cercava guida,
tutto, ora, s’allinea
mentre coriandoli ne estraggo
per il carnevale della vita.
Tra pensose identità e silenziosi sbagli
c’è stata allegria e passione
e sono certo d’essere
perché allora sono stato.

teologia del fare

Capivo allora lo sguardo assorto,
e paziente, di chi lavorava
e mutava l’anima del legno e del ferro,
i muscoli attenti a saggiare
materia animata nel tatto,
la forza e il profumo scambiati.
L’esattezza costruiva le cose
metteva nel gesto il suo senso,
allineata in un patto sequenze segrete
tra polvere, trucioli e fumo.
Scivolava la pialla,
levava l’essenza dal faggio e dal noce,
poneva l’anime diversa
nella vena del ricciolo tolto.
E profumava di sana foresta
di soli d’estate e notti trascorse,
d’umori fermentati in attesa.
Le dita accarezzavano un liscio di lama,
un biondo vestito
di pelle pronta all’incontro.
Diverso il ferro, scorza più dura,
da lima da sgrosso per l’ossido forte
curato dal fuoco,
i gesti erano lunghi
con l’odore del sangue nel naso
come dopo la caduta che batte sul viso.
Le lime e le loro grane diverse,
erano monodiare di laiche sequenze,
dal grosso allo specchio che riluceva il metallo,
perifrasi alchemica di costante anelare
dal grezzo al sublime.
Il mio giovane sentire si misurava
e coincideva tra volontà e desideri,
la teologia del fare mi giudicava,
tra minio e micrometro
portato nel ferro.
Odore di fatica e bellezza,
di pene e coscienza del limite,
nei pomeriggi d’adolescenti sudori.
Del tempo serbo ricordo, ma poco
come traccia di un amore disperso.
La piccola sapienza d’allora, è svanita,
scordata e inutile,
anche al racconto,
di quel fare non resta l’esempio
e il sapore è donato alle macchine
senz’anima e tempo.