Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge, che rassicura. Ma non ti basta, trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Tutto il tuo mondo non si esaurisce e se ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è. Senti che l’ordine genera un’ansia sottile, svuota le passioni e si chiude nel labirinto della mente. Eppure l’ordine ti affascina e dona tranquillità. Almeno sembra. Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescere assieme a ciò che scopri di te ora, ammettere gli errori che insegnano sempre. A tutti. Facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere in ciò che c’aiuta, anche quando si sbaglia è una gran cosa. E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza capienti per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa. Si dicono di noi cose che non sappiamo, ci arrivano echi dissonanti dai gesti e ci pare d’essere proprio quelli. Ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi mi ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva al mare, con il loro leggero rumore metallico quando l’onda li muove. Non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Parte del rumore di risacca, appunto. Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole (c’è una similitudine in questo) abbacina e scalda. E muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima. (c’è l’anima? non è importante che ci sia davvero, basta sentirla) C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Resistere un’ora di più della parte che si chiude è già una finestra che si apre. Fa entrare un’idea di sé, una luce con i suoi aggettivi di intensità. Credimi, è meglio del buio.
Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.
Penso che un’alta dose di con-passione sia possibile solo a chi è ben difeso o molto innocente. So che può apparire come un paradosso, ma patire l’altro implica dello stoicismo e del cinismo in dosi proporzionali alla sofferenza conseguente alle cauterizzazioni delle proprie ferite. La nobiltà d’animo ha poco a che vedere con le parole di solidarietà, molto spesso frutto di reazioni meccaniche, e così anche la magnanimità. Ciò non significa scegliere l’indifferenza o peggio il cinismo, ma capire quale è il limite che varcheremo e dove arriveremo, sapendo chi siamo.
Spesso ci si accorge di essere abbandonati dalle aspettative che abbiamo verso coloro a cui tendiamo la mano. Aspettative del tutto estranee al ricevente che riempiamo del nostro autoinganno e del frutto degli alambicchi della nostra fantasia. Tutto ego che vorremmo incisivo e fulgido in questo mondo ingrato. Non arriveremo mai alla quadratura del cerchio: non siamo capaci di investire affetto in qualcosa/qualcuno senza riporvi aspettative.
Confezionare autoinganni è un esercizio tipicamente umano.
Tutto quello che si fa, quindi, lo si fa per paura della solitudine? E’ per questo che rinunciamo a tutte le cose di cui ci rammaricheremo alla fine della vita? E’ questo il motivo per cui diciamo raramente ciò che pensiamo? Per quale altra ragione ci abbarbichiamo a tutti questi matrimoni in frantumi, alle false amicizie, ai noiosi pranzi di compleanno? Che cosa avverrebbe se rompessimo con tutto questo, se ponessimo fine al ricatto strisciante e prendessimo partito per noi stessi?…
Pascal Mercier Treno di notte per Lisbona
Ed esiste un’ ulteriore solitudine che brucia le navi, che si spinge sempre innanzi cercando quel pezzo di sè che manca e che non c’è mai stato. Alle risposte bisogna pure trovare una domanda convincente. Anche la scrittura è una risposta, anche il lavoro è una risposta. Funziona fino alla deprivazione di sè e allo scavare nel posto sbagliato, ma scavare è comunque una attività che occupa tempo e genera speranza. La stagione continua tiepida, favorevole ai percorsi tra case che scelgono l’equilibrio tra il dentro e il fuori. Raccoglie parole, la casa, dai libri, dalla radio che sussurra senza obbligo di verifica. E poi accende le luci, mette musica su giradischi e lettori cd, lancia richiami : a dopo, sì,… ci si vede.
Allora una paletta da croupier allontana la solitudine oltre il tavolo verde. Ma tornerà in gioco ed ogni volta la posta sarà più alta: rien ne va plus, si vince, si perde, fate il vostro gioco.
Bisognerebbe parlare solo di ciò che si conosce. Ciò che si sente è un’area grigia dove la logica si perde. A maggior ragione ciò si capisce nella sfera del religioso e del credere. E chi non crede che fa, viene espulso dall’umano? Pur tra i tanti fondamentalismi, il poter esprimere l’onestà del sentire e non la convenienza, ha la possibilità di una carica di verità che fa onore alla civiltà. La civiltà del dubbio e del relativo ammette, quella delle certezze, esclude. Vale anche per i nuovi teismi, per le fedi scientiste, per la sopravvalutazione del reale, inteso come unico. Ripensando al racconto evangelico dell’ultima cena mi chiedevo se la storia comprendesse un’ inclusione, un’apertura, oppure se già ci fosse la differenziazione tra un noi e un voi. Non è cosa da poco perché si sono impiegati 2000 anni per arrivare alla distinzione tra errante ed errore nella chiesa cattolica, ma non era questa distinzione, che comunque conteneva una superiorità, che m’importava, mi chiedevo se la storia così come narrata e privata dell’alone dell’assoluto e del divino, contenesse un messaggio così universale da essere fondamentale e tolto dal tempo. Il prima della narrazione del Cristo è fatto di inclusioni, il discrimine è il credere come termine della salvazione, l’accoglienza del messaggio umano, comportamentale. Questo è ben più difficile del credere divino perché induce una prassi di vita e di relazione. E’ ben più facile credere alla salvazione piuttosto che praticarla con i gesti quotidiani. Ma si può credere anche solo nell’uomo che salva se stesso e gli altri? Penso sia indispensabile che sia così, per responsabilità, per restare umani. Per cambiare in positivo il mondo. La storia dell’ultima cena viene letta conoscendone già la fine, ma io voglio pensare che se essa ci fu non fosse così triste, che ci fosse la convivialità e l’amicizia come dato prevalente e che solo il Cristo sentisse il peso della possibilità di una fine. Una fine che l’aveva seguito per tutta la predicazione, che l’aveva accompagnato nella rottura delle consuetudini, nell’inclusione dei pubblicani, delle prostitute e dei peccatori, Era questo lo scandalo per l’ortodossia. Scandalo che si riproduce tal quale nell’ortodossia della nuova chiesa, quella generata da un messaggio che dovrebbe essere inclusivo, badare all’uomo, e che invece punta a Dio, alla sua difesa dal dubbio, dalla ragione, dallo stesso uomo. Come se la divinità fosse più importante dell’uomo stesso. Ma è questo che diceva il Cristo? La condivisione è comunicazione profonda, amore e questo segue l’uomo che ama e condivide secondo possibilità ed errore. La possibilità di amare è per sempre, amore è momento, condivisione profonda, scelta che si ripete, non per forza ma per libertà. Mi piace pensare che quella sera ci fosse il rito, l’allegria inconsapevole dei discepoli, la preoccupazione del Cristo e anche il suo vivere assieme a loro. Ciò che viene dopo riguarda ancora di più l’uomo: l’angoscia, la tortura, il supplizio, la morte, sono gli elementi di una storia ripetuta infinite volte e che ancora si ripete. Qui mi fermo perché il passaggio successivo esige convinzioni e analisi che non ho, in fondo a me interessa l’umanità che esprime il messaggio cristiano non il dogma, ed è lo stesso interesse che emana da altri messaggi che riguardano l’uomo. Neppure mi interessa il sincretismo tra religioni, è la storia di una positività di pensiero umano che riguarda la comunicazione profonda e l’amore che m’interessa, perché questa agisce sul reale, sul presente e non ha bisogno di credere ma di essere profondamente umani.
In fondo so ben poco e bisognerebbe parlare solo di ciò che si riconosce in sé che ci assomiglia.
Si può essere atei, agnostici, ma non indifferenti e a chi è stato educato nel cristianesimo comunque vengono pensieri legati all’uomo, alla sua sofferenza. I credenti sentiranno cose diverse dalle mie, ma basterebbe pensassero che il Cristo non ha dato ai cristiani il monopolio della sofferenza dell’uomo e neppure la sua comprensione esclusiva, per capire che il messaggio è molto più legato alla terra che al cielo, all’uomo piuttosto che alle religioni. I credenti, forse si soffermeranno sul misterioso legame che fa uccidere un dio agli uomini, cosa che affonda le sue radici negli archetipi umani, oppure emergerà la morte dell’anima e la sua resurrezione nell’adesione ad un sacrificio che è un dono totale. Forse, non lo so. A me viene in mente la sofferenza che ci circonda, e la descrizione del dolore del Cristo, inequivocabilmente umana e così ben interpretata da Saramago, oppure quella dei vangeli prima della resurrezione. È la sofferenza la costante dell’uomo, con una domanda che cerca ragione e che persegue la sua uscita da una condizione che non è priva di alternative. Nel mondo la sofferenza non conosce credo o appartenenza. Forse soffre meno un musulmano o un animista, la sua comprensione del dolore è meno universale? E non è forse anche in questo virtuale e doppio mondo, che emergono sofferenze accanto e dentro la banalità. Non si riconosce, leggendo bene, che nelle punte di acuzia c’è dell’umano oltre la virtualità?
Mi colpisce molto la lettura di un dolore della mente, la richiesta, che è solo di ascolto, di una vita che è stata piegata dentro, della bellezza che non ride. La sensazione che emerge della solitudine infinita e il baratro del presente che inghiotte l’amore, il sesso, gli anni giovani, il futuro possibile. Questi giorni, come tutti i giorni, parlano della realtà, di ciò che potrebbe avere un rimedio e diventa invece rifiuto, paura di essere coinvolti. Ogni cuore è trafitto dalla propria notte, ma che speranza ci può essere se non c’è comprensione della solitudine, dell’abbandono. E questo è l’altro tema che accompagna la sofferenza, la solitudine, i dolori muti, i dolori rimossi e senza nome. Per vivere vengono erette dighe, non si può vivere nella consapevolezza del dolore altrui oltre un certo limite. Fuori di noi c’è un mare denso, cupo, rosso e senza luce, noi chiusi in una capsula di vita mettiamo argini a ciò che ci travolgerebbe. Ma il dolore e la solitudine ci sono, sono attorno a noi e se non possiamo annullarle, almeno non aggiungiamo ad esse l’indifferenza. A noi, al nostro vivere, dovrebbe bastare l’essere contenti di ciò che si è, di ciò che si sarà, senza per questo dimenticare che esistono gli altri.
Credo esista una religiosità laica, senza fedi e senza dei, in cui l’uomo emerge con tutta la sua finitezza in un impasto di dolore e gioia che si cuoce nel proprio farsi, nel destino che gli è possibile. Ma quanto sociale, quanto prevaricare, piegare, infliggere inutile aggiuntiva sofferenza è attorno a questa fatica del farsi. Penso alla religiosità naturale che riconosce l’uomo e che vorrebbe rispettarlo nelle cose piccole e grandi, uscire dal turpiloquio dell’aggressività, riconoscere il simile e la sua capacità eguale alla mia di soffrire e di provare gioia, prima di vedere la sua diversità. Non basta, certo, per star bene assieme, per fermare i contrasti, ma almeno considererebbe che far male non è gratuito, che il male provocato è identico al male che si sente ed entrambi provocano sofferenza e solitudine ulteriore. In questo la riflessione di questi giorni potrebbe tracciare un astenersi, più che un fare, un comprendere più che un professare. Magari evitando il far male inutilmente. Magari cercando di capire che le religioni non dividono se parlano dello stesso soggetto, ovvero l’uomo. Che Dio, per chi crede, viene assieme all’uomo e capirlo ci permette di comunicare, di vederci e sentirci assieme, qui adesso, non in un luogo in cui l’accesso è vietato ai non addetti ai lavori. Un miserere rivolto all’uomo prima che a un dio, un miserere che tenga assieme, che porti fuori dal buio, che ci dia un senso comune.
C’è una linea del caffè che definisce la stanchezza. Quante volte l’ho superata immemore e consapevole, vantandomene spesso e contando sull’invincibilità del corpo, sul suo abituarsi alla fatica, sul fatto che bastava poco per essere pronto a nuove prove. Superavo la linea e non ascoltavo ciò che già sapevo, cioè che le sensazioni si sarebbero attenuate e tutto sarebbe diventato una poltiglia grigia in cui l’importante era finire. Ora capisco meglio che non è la forza quella che porta a superare il limite – e neppure il coraggio o l’abbrivio che nasce dalla volontà– ma la mancanza di uno scopo che includa e comprenda, una confusione su chi davvero sono. Arrivare agli anni tardi e non essersi almeno intuiti, arrivare a una ginnastica di aperture e di chiusure basate sul superare in continuazione il proprio limite, non è mettersi alla prova o essere vitali, ma essere in un pantano in cui è difficile procedere verso se stessi. E’ pensare troppo a noi, se si capisce di più ciò che non ci soddisfa nel superare il limite?
Nell’avvicinarmi alla linea del caffè, ora cerco ciò che mi consentirà di rientrare, l’ultima tazzina, l’ultimo bicchiere, l’ultimo boccone, che sono poi immagine dell’ultimo sentire, dell’ultima emozione, dell’ultimo entusiasmo. Un attimo prima e restare aperti al discernere del sé, ecco l’ auto governo senza rinuncia.
Dire a sé e agli altri la propria regola vitale che consentirà di accogliere senza reticenze. Prima era a notte, ora nella sera, cerco l’ultimo caffè del giorno. Quello che ancora mi dà piacere e alla bocca non muta il sapore in amaro.
La stanza in cui sono stato all’Asmara, aveva pochi mobili. Un piccolo armadio di legno massiccio, il letto con la testiera di ferro, i comodini alti, anch’essi di legno pieno e scuro, un tavolino e una sedia. Sul ripiano del tavolo le mani, i bicchieri, unghie nervose, avevano lasciato il segno, il caffè forte e scuro aveva tracciato cerchi che si intersecavano. Una parte del legno era rimasta al riparo della luce e delimitava un rettangolo entro cui si era scritto, lasciato libri aperti, letto. Alle pareti bianchissime di calce, erano appese due stampe con spiegazioni in tigrino. In un angolo della stanza, su entrambi i lati, erano stati dipinti un cammello e una palma che arrivavano a metà altezza, con un colore che andava dall’ocra al marrone. Il cammello guardava curioso verso il ripiano dello scrittoio, la palma era carica di datteri. Un abitante della stanza aveva lasciato il segno ed era stato conservato. I mobili erano resti della dominazione italiana, venivano dalle case lasciate o forse erano sempre stati in quella casa. La cucina, dove facevo colazione e qualche volta cenavo, era ariosa, con una porta finestra che dava su un cortile e poi sull’orto. Sulla parete di sinistra stava una grande cappa, sotto c’era il fornello a due fuochi che occupava parte di una lastra, forse di pietra tenera, dipinta ad olio di un rosso acceso. Su parte di quel ripiano, la signora che mi accudiva, faceva fuoco e cucinava. Non ho mai sentito odore di fumo, il camino aspirava benissimo. Quasi per ultimo, in continuità con il ripiano rosso, c’era il secchiaio di granito, incassato nel muro. Aveva un robinetto di ottone, come quelli che si vedono ancora in qualche giardino. Non sempre, ma quando c’era, l’acqua si lasciava cadere in un flusso sottile, senza turbolenze, un cono che s’assottigliava in filo e che comunicava un senso di fresco. Tagliare con le dita quella consistenza trasparente faceva nascere la voglia di bere all’antica, porgendo la bocca con la testa di lato. Laddove il flusso batteva, c’era l’area chiara dell’acqua che detergeva la pietra e stabiliva la sua dolce, tenace, differenza. Una geografia dell’uso, che rassicurava sulla persistenza delle cose, della percezione del mondo. Il mondo si divide tra chi si aggrappa alle sicurezze del passato e chi si getta nel nuovo. Tutti hanno i loro motivi, ma nessuno è privo di radici e queste ovunque trovano linfa a cui attingere per nutrire il pensiero quieto del vivere.
Sopra il secchiaio, c’era una mensola con davvero pochi piatti e bicchieri, le stoviglie, erano dentro un vaso di terracotta forato, nell’angolo della vasca. Il tavolo, con l’incerata a quadri, stava al centro. C’erano quattro sedie di legno, proprietarie di una scomodità per me nuova e che testimoniavano a chiunque la loro costante presenza nel sedersi, come non ne fossero contente e volessero limitare l’uso di sé. Sulla parete destra c’era la credenza. Di legno, con i vetri molati nel sopralzo, con lo stesso stile primo novecento degli altri mobili di casa. Gli spazi e le pareti erano vuoti, l’aria correva allegra, le finestre sbattevano, non c’erano tracce di presenze pittoriche notevoli come in camera. Però si sentiva che molti lì avevano abitato, era stata la loro casa, avevano pensato, trafficato, costruito progetti e fantasie. L’assenza di superfluo nelle stanze, mi faceva pensare alla casa dov’ero nato. C’era un modo di pensare comune che si muoveva nelle funzioni delle cose e negli spazi. Nella mia casa, cucina e soggiorno coincidevano in una stanza grande, quadrata, e c’erano mobili simili a quelli dell’ Asmara, una cappa, la cucina economica e nell’angolo, vicino alla finestra, il secchiaio. La stanza si completava con la credenza e l’aggiunta di un’ottomana rossa, di legno massiccio e ben imbottita per diventare un luogo per il riposo pomeridiano. Le pareti erano imbiancate ogni anno da mio Padre, che ingentiliva la calcina con un rullo intinto nel blu o nel rosso pompeiano e che riproduceva un disegno damascato. Una stampa solitaria era in disparte, era un particolare della “tempesta” del Giorgione. Poi null’altro, le mie manate venivano cancellate accuratamente e così qualche piccolo disegno a matita, prima che la pedagogia di allora mi insegnasse che il bianco non si tocca. Al centro della stanza il tavolo, che con le sedie e la credenza, veniva dall’osteria del bisnonno. Quei mobili avevano percorso traslochi e vicende di famiglia, muovendosi su carri e poi camioncini, ma allora bastava poco per traslocare.
All’Asmara, mi chiedevo quando le cose avessero cominciato a vivere con noi, a occupare spazi, a soddisfare desideri oltre l’utile e generare ricordi. Capivo che le case erano grandi perché ero bambino, avevo pochi pensieri, molto da capire e da apprendere, ma potevo correre perché c’era spazio e giocare sotto la tavola. E non era proibito se non durante i pasti.
Non ho un giudizio sulle cose, accadono come i fatti. Hanno una sequenza, un ricordo, si accumulano e si accalcano, mettono in disparte l’utile e il necessario. Sono mute ma parlano e nel silenzio della notte, chiacchierano di più. I loro suoni hanno il senso delle stagioni. I materiali ricordano le loro origini, mostrano i nostri distratti sentimenti. Quando si disfano, chiedono soccorsi che ormai il consumo nega e finiscono. Finire è ciò che accompagna l’essere delle cose. Come il loro avere amore e poi sentire che è solo memoria.
Con gli anni la sensibilità diventa emozione, la voce incespica davanti a un pensiero, gli occhi non vogliono essere da meno.
Sentire non è più un verbo tra i tanti. Sentono i piedi la terra, il viso l’aria, colgono il nuovo verde gli occhi, le mani percorrono ciò che è sotto la materia? E allora perché non dovrebbe bastare un’immagine, un insieme di parole per riallacciare antiche reti di sentire alla realtà. Infatti è così, ognuno di noi ha vite parallele che stranamente si intersecano e formano nodi d’emozione.
Un tempo era la musica a scatenarmi torrenti di sentire emotivo e riusciva a leggere la realtà, mettendoci dentro ideali e fatti, in un susseguirsi che poneva le giuste domande e dava risposte. Poi è venuta la parola e ciò che includeva, ossia il pensiero capace di mostrare oltre l’apparenza e il banale, la realtà, il vivere dei singoli e dei molti. I bisogni si svelavano oltre le maschere, era richieste di aiuto, di attenzione. La politica era – ed è ancora – per me questo. Ma soprattutto era – ed è – materia di sentire, comunità, legame. Quando ora mi capita di percepire le stesse tensioni comuni, capisco che c’è un noi che non separa, ma accoglie. E mi commuovo. Anche finché porto innanzi le mie analisi in pubblico o privato, esse rifiutano di essere solo parole, di non avere un legame con la realtà.
E’ la realtà che percepisco e che mi motiva. Qui non parlo più molto di queste cose, ma esse continuano ad essere parte importante della mia vita. Discrimine. Nel cogliere una conseguenza di ciò che penso, matura una scelta. Ma anche leggendo una notizia di cronaca, essa cessa di essere qualcosa che non ha relazione con me, è una consapevolezza che si trasforma in emozione. Un fatto che non è più solo accadere, ma parte della mia realtà. E quando le realtà si uniscono, da plurali diventano una. Così nasce l’analisi e il cambiamento, attraverso la razionalità e l’emozione. La prima mi spinge ad essere ciò che sono, la seconda mi sorregge e mi inumidisce gli occhi. E’ capitato anche sabato e poi domenica. Capiterà ancora. Spero accada sempre.
Il racconto procede a salti, come accade ad una cena dove l’interesse è altro e il contorno avvolge le parole. La loro precisione s’approssima, si spezzetta tra un boccone e il successivo, così ciò che ne emerge è un’impressione, uno schizzo a carboncino di qualcosa che comunque arriva e viene elaborato. I fatti si perdono in tempi comuni,: altri ruoli, altre situazioni, ma in una vita ci sono fili che sono principi e quando li si spezza si diventa altro. Forse per questo si tengono così da conto, perché sono identità. Ci si riconosce e ci si ritrova in essi.
A lungo ho meditato sul rancore, sui sentimenti negativi che esso provocava. L’ho scorticato per capire cosa celasse e ho trovato attese deluse, disattenzioni dolorose che testimoniavano dipendenze negate. Un paniere di cose non accadute, di altre conquistate e non riconosciute, fino all’epilogo di un abbandono per manifesta incongruenza tra energie profuse e risultati. Ma ne ho impiegato di tempo per capire che non era il caso, sottovalutando i segnali, l’aria fosca delle conversazioni, il procrastinare delle decisioni attese, poi la libertà del decidere, di condurre facendo errori e cogliendo quello che era possibile. Come finisce il rancore? Attraverso un gesto che è una decisione, una svolta e poi una convalescenza che ripristina la distanza dalle cose. Ci si impiega tempo. Quello che serve finché l’equilibrio viene nuovamente ritrovato, più avanti. In una condizione di vita che ha rimesso a posto le relazioni. Non è questione di torto o ragione ma di come si colloca l’attesa in una disponibilità di altri, uscire dal rancore significa ritrovare i fili intatti dei principi e la libertà di costruire con essi. Tra il rancore e l’invidia ci sono relazioni sottili, ma raramente si pensa, o almeno così mi è accaduto, di essere oggetto di invidia. E invece mentre pensavo che ciò a cui potevo aspirare mi veniva negato ed estirpavo con cura l’invidia dal giudizio, quello che facevo, il ruolo che ricoprivo era oggetto di invidia. Questo emergeva dal discorso che riandava a fatti e ricordi.
I ricordi sono una massa manipolabile, sempre molto sbozzata e riportata in un presente che è molto mutato per noi e per i fatti che accadono, ma se si usa un portolano che ci orienti rispetto ad essi, la rotta si legge e quei fili di cui parlavo, si ritrovano in mezzo agli errori e agli insuccessi che costellano ogni progetto del fare nella vita. I quel racconto a cena emergono persone e giudizi, avversioni che neppure avevo notato visto che il mio lavoro era spesso lontano, che i risultati erano numeri di bilancio, che le cariche erano giustificate solo se c’era una positività nel loro esercizio. Quello che allora non consideravo era che proprio la carica, per me ben meno di ciò per cui prima avevo speso e lavorato, era invece oggetto di giudizio e invidia. Qualcosa mi arrivava ma non ci davo peso e così ho continuato a occuparmi d’altro senza capire che il clima caliginoso, le parole non dette, la stessa freddezza per cui poi decisi di chiudere l’incarico senza nulla pretendere aveva un ambiente parallelo in cui si alimentava. Persone che non conoscevo o che conoscevo a malapena, parlavano male di me senza sapere cosa facevo, quali erano le difficoltà, i risultati raggiunti e quelli falliti. Nulla contava, bastava un giudizio e l’apparenza di una facilità che non c’era.
Male dire è colto nel suo significato più pieno e terribile dell’invocare il male su qualcuno, ma esiste una etimologia più profonda che dovrebbe indurre a controllare ciò che si dice e invece si banalizza. Non sono solo parole ma giudizi che poi prenderanno una persona, un gruppo e questo dovrebbe attingere ai fatti, alla conoscenza, non è gossip, non è leggero, si alimenta il peggio dell’uomo ovvero la sua disponibilità a credere ciò che diminuisce gli altri per esaltare se stesso. Pesare ciò che si dice è un atto dovuto, perché le parole pesano e generano errori in chi ascolta.
Penso che in quegli anni, inconsciamente, si sia rafforzata l’idea che il giudizio nei rapporti sia un sentire indebito e pericoloso. Cosa ben diversa dall’intuito, esso portava a vedere non l’insieme ma il particolare, sostituiva la propria idea dell’altro, o ciò che si credeva giusto, con la persona e la sua umanità.
Si impara da ciò che si sa e si capisce, ma anche da ciò che dentro di noi trova i fili per connettere i fatti a noi stessi. L’inconscio ci vuol bene e ci aiuta a trovarci oltre le negatività, i sentimenti negativi lo sono per chi li prova. Avere una immagine di sé riportata da altri che ci fa pensare a come eravamo, fa pensare e capire cose che ci erano sfuggite, dispiace non aver colto allora, ma abbiamo vissuto e i fili rimangono intatti.