Ogni emozione è nuova,
così la gioia, il timore,
e mentre il nuovo non ricorda,
la passione scrive un nuovo senso.
Mi soffermo per sentire appieno,
sta accanto il ricordo
eppure ogni pensiero scopre
verità prima celate.
E sotto ci saranno nuove verità,
feconde nel far nascere,
accoglienti per scomporre il già vissuto
che da esso vita s’alimenta.
Vedi che tutto s’assomiglia,
ma è se stesso
e nulla si confonde,
ogni filo d’erba nato,
l’acqua nuova, il cielo che la dona,
anche il vento è sempre nuovo
e scava la pietra con rinnovata lena.
Ogni cosa costantemente nasce
ed è la vita il sicuro porto,
il pensiero ch’essa genera,
che guida,
così verrà serenità nel tempo del ferro
e dell’oscuro.
Riconosciamo il nuovo che si mostra,
il perenne dire che non tace
e mentre affossa l’urlo della furia
il suo silenzio affolla per far nascere la vita.
Gentile, la contempla mentre s’appressa,
e ascolta il suo suono incoercibile che sorge.
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in città l’autunno

Penso al tuo autunno
così eguale e così diverso,
qui gli alberi ancora sentono l’estate
quella che da te rifulge piena.
La città si è scrollata la calura,
corre nelle gambe degli scolari,
allegri per l’aria e per gli amici.
Nelle strade troppe auto
visi sempre tesi di ritardo,
più tardi aprono i negozi,
ma chi cammina ha una meta, un luogo,
e il passo dell’affanno.
Ci sono da te i ragazzi in strada?
Qui escono alla sera
mentre il rosso nel cielo già s’estenua,
si siedono nei bar, ridono, passeggiano,
I baci non attendono la notte
ed è un scivolar di passi
indifferenti al traffico,
mentre fervono attese e parole sussurrate,
nelle strade colme di chi torna.
Nella mattina I ragazzi erano in piazza,
le bandiere sventolavano,
cartelli e slogan ritmavano l’andare,
loro sentivano le grida da lontano,
l’autunno a Gaza, l’omicidio
che non rispetta l’età e le stagioni.
Avevano Il cuore colmo,
che traboccava rabbia, compassione e pianto,
e hanno camminato a lungo,
gridato e chiesto pace
sino ad essere afoni
maltrattati mai muti.
Con loro camminava l’amore,
felice di aver chiesto vita.
coriandoli d’anima
Mettere a posto un particolare,
una cosa minuta che nessuno noterebbe. Prendere qualcosa da uno scaffale,
seguendo un pensiero,
soffermarsi guardando l’aria.
Accanirsi nel riparare un oggetto,
che non vale nulla, eppure è una sfida.
Cose che raccolgono,
preghiere laiche
per dare tregua all’amarezza,
si celano nella mania di pensare.
Qual era il fiume che ci avrebbe fatto grandi,
quello che avrebbe colmato il desiderio
e sanata la crepa dell’assenza?
Era la felicità immaginata e condivisa,
la gioia del sollevare le foglie d’autunno
e ridere, si ridere di tutto e di nulla.
Trovata e subito perduta,
attesa al risveglio,
costruita con il lento caffè
e la sua prima quiete,
portata nella fatica ilare del giorno,
nella porta che s’apre e non pensa alla sera.
Della somma felice,
d’ogni vissuto restano succedanei,
e la quiete del rompicapo
che si ritrova nel solo ordine nostro,
una tranquillità
e un deporre le armi.
Quisquilie e coriandoli d’anima,
e a fatica si scrive il futuro.
villano il tempo

Una giornata implume, senza creanza, tagliata di forza e di noia, scolpendo il tempo con malavoglia.
Le cose cominciano al mattino, dopo che si è pulito il viso dai sogni della notte.
Con questa consapevolezza scorrono le ore, il dissipare che galleggia come schiuma sulla birra, e necessita il passare attraverso l’inconsistente per giungere al fresco, al frizzante che raschia la gola, al dolce amaro che disseta e placa.
Sulle labbra resta la schiuma,
così è il sapore di questo giorno
ch’è scorza da sfogliare e togliere,
per trovare linfa e tagli dritti di luce,
nuvole e vuoto da colmare.
Villano il tempo a noi
che scorriamo i giorni con sagacia di colore,
mentre è lo scontento che ribolle,
e così si è prigionieri d’un bisogno.
Villano il tempo
nel dire la molla che sospinge,
nel tacere al giudice che, muto, dinega il capo.
Utile sarebbe usare i polpastrelli per modellare pensieri acuminati, ricoprirli d’ironia, farli ridere spesso. Bisognerebbe, sarebbe, si dovrebbe, condizionali pieni di bisogno invece possiedo solo un mantra che mi ripeto tra le ore.
Che sia il giorno per noi efficace.
Che le ore siano senza colpa,
senza traccia,
senza righe per scrivere ordinato,
senza saluti inutili,
senza parole gonfie di vuoto.
Che sia una giornata senza,
scavata di bellezza,
non lo scorrere rozzo,
non questo buttare tutto avanti,
non le mani annegate nella timidezza delle tasche.
Serve al giorno un cuore gentile che alla notte si nega, il coraggio leggero della corsa breve. l’incoscienza della distanza per raggiungere la vita utile a sé.
Per placare la sete bisogna attraversare l’impalpabile diverso.
dove ero e dove sono
Dov’ero il primo settembre 2004? E nei due giorni successivi che facevo? Dove sono oggi, cosa faccio da anni sentendo l’orrore di Gaza? Ho risposte a entrambe le domande e una vergogna: allora ascoltavo le notizie con il distacco che provoca, anche in chi è attento, il sovrapporsi della cronaca nera al vivere comune. Non per espungere ciò che potrebbe toccare il nostro idilliaco mondo, ma l’eccessiva presenza di disgrazie ci fa abituare alla violenza che non riguarda il mondo vicino, ci si assuefa e si delimita il mondo tra un dentro e un fuori, come se la violenza fosse il rumore di fondo del mondo, il suo cigolio del ruotare, ma riguardasse altri.
In Russia la scuola inizia il primo settembre. In Ossezia, repubblica autonoma della federazione Russa, il primo giorno dell’anno scolastico, era una festa. I bambini più grandi, quelli che finivano il ciclo, accompagnavano i piccoli nelle classi e questi davano un fiore a quelli che avrebbero fatto un’altra scuola. Era un accogliere e un lasciare che aveva un grande significato simbolico di trasmissione del crescere tra età. La festa a Beslan, nell’istituto n.1, era stata preparata con cura, come in ogni altra scuola. Bambini, mamme, insegnanti, nonne, papà, bidelli, più di mille persone. E i bambini avevano il profumo della scuola, del nuovo che iniziava. Mentre ciò accadeva, da un posto imprecisato, si stavano avvicinando su auto e camion, 32 persone, tra essi, due donne. Erano armati, avevano grandi quantità di esplosivo. I ceceni non amano gli ossezi, questioni antiche, ma non c’era un odio quale quello che i primi avevano per i russi. Chissà perché scelsero una scuola osseta, non russa. I primi spari sembravano palloncini che scoppiano, nessuno capiva cosa accadeva, poi i primi morti, una ventina. Tra essi molti bambini. Il resto della cronaca, compreso l’eccidio finale, potete leggerlo sulle molte fonti in rete, che mettono in luce, anche le contraddizioni e i misteri di quella strage. Alla fine i bambini uccisi furono 186 e 148 gli adulti ostaggi, poi altri morti furono tra i terroristi, le forze speciali, i soccorritori.
Furono tre giorni e due notti: noi dove eravamo, cosa facevamo finché tutto accadeva? Non sarebbe cambiato nulla nell’esito, ma se avessimo davvero partecipato saremmo cambiati noi. Ed ora cosa resta di tutto quell’orrore?
Oggi pensavo alla mia scuola, anche allora c’erano feste d’inizio, oggi forse non ci sono più. E allora ho desiderato che in tutto il mondo si ricordassero i bambini di Beslan, che se ne parlasse nelle classi, senza paura, senza sfumare l’orrore, che si richiamasse l’attenzione su Gaza, su quanto accade. E vorrei che qualcuno si assumesse il compito di mostrare che tutto quello che accade è vicino e che tutto ci riguarda. Non dobbiamo cancellare ciò che accade, per non essere soverchiati dal male e combatterlo. Eradicare il male perpetrato, anche oggi, insieme ai pali di confine per l’umanità. Non c’è un dentro il recinto e un fuori di esso. Bisogna capire che non ci dev’essere neppure il recinto e che esso ci limita, non ci difende. E che il cuore dell’uomo non muta se non viene educato a capire.
Questo sarebbe un maestro che accompagna all’apprendere il mondo. E questa sarebbe la festa della scuola e il suo significato. E oggi penso ai ragazzi di Gaza che studiano tra le macerie, perché apprendere è speranza di vita, è un restare in una realtà buona e chi la toglie fa prevalere il male. Chiunque sia, comunque pensi di averne motivo è il male che uccide i bimbi, gli innocenti, il mondo.
nuove solitudini
I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, ma anche i propri compromessi tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. Oggi, come spesso è accaduto, fuori, nella storia grande, c’è bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere ciò che non ci appartiene per rafforzare la propria coincidenza con il noi che sentiamo giusto. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato per noi? Non ne vale la pena, ma se non accade maturano fratture che fanno dire cose assolute in un mondo all’etica ballerina e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Così i nomi, gli anti seguiti dai popoli e dalle religioni si mostrano per quello che sono: ovvero privi di senso di fronte all’umano e a ciò che non lo è. Allora guardare ai fatti e alla loro atrocità comporta tornare a noi, che conteniamo i problemi e le soluzioni su dove e con chi stare. E così uscire dalla solitudine delle parole violentate a giustificare sembra l’unica cosa davvero giusta.
epifanie

La risacca ha lasciato legni sulla riva,
accade anche a noi dopo le tempeste
e non sappiamo che fare degli antichi naufragi,
già poche scaglie d’azzurro commuovono.
Sono segni del viaggio compiuto
e della vita perseguita,
nella vischiosita che cresce,
i ricordi che si divorano.
Mai come adesso sono la somma dei miei errori,
delle passioni che tutto hanno riscattato,
dei compagni che hanno creduto
dissolvendosi nel fiume
che pensavano di guidare.
Il cuore ritorna a dove si vive
ma altro speravamo,
Tra il successo e fallire spesso manca poco,
si confondono i significati nell’ultimo sforzo,
ma in fondo se s’impara la bellezza
mai si è perduto,
chi strappa un fiore la malintende
perché non si possiede
né il bello né la verita
e se poi una rosa illumina una casa,
è sua la bellezza
gli altri forse ne vedranno la fatica
d’essere ancora vita
che accompagna la luce.
sempre
Sei sempre oltre l’orizzonte, eppur vicina.
Splendida e luminosa
come le mattine uccise a letto per beffare il giorno.
Nascosta dentro un’ombra,
disseminata nella brezza dei tigli,
dispersa nel sole feroce delle ore legali.
Sconvolta come il mare
che attende la luna per desiderare il cielo.
Ritardi oltre il minuto,
che solo i gonzi pensano fuggente,
come la noia di sé, per l’appunto.
Ed io di me sorrido quasi sempre.
absenzia
Arriveranno pensieri, auguri, inviti,
le cose belle si mischieranno all’assenza,
ma l’ accesa stagione non colmerà i vuoti. E se d’intanto in tanto, il verde,
occhieggerà imperioso,
e il marrone sembrerà passato,
pronto a tramutarsi in rosso cuore,
resterà l’assenza, la sera, soprattutto,
quando sospende l’ultimo canto degli uccelli di luce
quando c’è un silenzio in cui si colloca ogni attesa,
e non è il buio della notte,
e non è il cielo ancora pieno di chiaro,
ma è il cuore che si guarda dentro
e non trova.
la vita sobria

La vita sobria è un rosario di verde,
che sgrana nei giorni di attese discrete,
di te, del tuo passo senza fretta.
Nell’aria di ogni mattina diversa.
la sobrietà delle parole
attendono il suono
il segno, la forma, e restano negli occhi,
sospese nel corsivo pomeriggio.
Ogni giorno rintocca,
e raduna attorno un concerto di piccoli segni,
il libro aperto rilegge la frase,
per il piacere che attende d’entrare,
come accade alle bocche prima del bacio.
Ho visto pietre spaccate dal gelo,
che mostravano la fatica del carbonato,
nell’essere stato vivo e poi sasso,
come accade alla memoria d’un gesto mio,
che ha rotto il tempo allora,
mutando attorno i colori, e molto ha mutato.
Sul terrazzo vige la gioiosa confusione delle piante
che rispondono con tenerezza al poco
e variano il verde secondo il mio umore,
acqua e cura è ciò che richiedono i corpi,
e che il dolore di un sapere lontano
abbia ancora speranza.
Prima della sera, raduno ciò che è venuto
e m’arrendo al sentire che non tace,
così mentre la notte beve la luce
l’umore attorno si mescola al mio.