Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.
Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me ed è vicino fisicamente, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse.
Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?
No, di che parla?
E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.
Ma mi hai già fatto un regalo.
E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.
Ma era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?
Qui il dialogo potrebbe finire, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Invece ho detto la verità, ossia che l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco l’avrei incontrato. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, anche negli amici. E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’ asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa ad altro, mette in discussione l’intenzione. Anche se fosse vero, anche se fosse un regalo riciclato, un rapporto e un dare sarebbe sminuito. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è altro , oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.
Mi vedeva scrivere ogni sera. Quando uscivo dalla caserma, andavo alle poste centrali o in un bar e scrivevo. Lui passava andando altrove, ma i percorsi dei militari erano sempre gli stessi. Fu forse per questo che mi chiese di scrivere una lettera. Sapeva scrivere, mi disse, ma la sua scrittura era incerta nell’ortografia, ripetitiva nei contenuti e invece voleva fare bella figura con una ragazza. Avrebbe copiato quello che scrivevo e la lettera sarebbe diventata la sua. Allora c’erano manuali per comporre testi in tutte le stazioni, copia da uno di quelli, gli dissi. Lui ci pensò e poi mi rispose: no, le lettere che si scrivono, sono diverse. Tutte diverse. Sono vive. Quella lettera la scrissi, non ne conosco l’effetto,andammo in reparti diversi e lontani, ma l’idea che le lettere siano vive è vera.
Le lettere più belle che ho scritto, quelle che avevano sin troppo di me, spesso non le ho spedite. Altre le ho scritte nella mia testa ed erano altrettanto belle, piene di legami forti e di vita, messe poi sulla carta si adattavano al mezzo perdendo colore, intensità, smalto. Alcune sono poi partite, altre ingrossano i miei fascicoli di carte. Mi è sempre piaciuto scrivere a mano, meglio con la carta giusta, bianca e senza righe, con la stilografica. Già il mezzo è un’attenzione verso chi riceverà e l’inchiostro stabilisce una intimità che è quasi un colloquio. Ubbie, romanticherie, una parte di me.
A mie lettere importanti non è stata data risposta, con le parole dette a voce si è inteso sostituirla. Non era lo stesso, ma anche questo era un segno che c’erano attenzioni diverse. Quando si scrive c’è un’urgenza, qualcosa vuole uscire e sa che resterà. La lettera è un soliloquio in presenza spirituale dell’altro. Gli si parla e si dice ciò che si ha dentro senza interruzioni. Alla fine le cose non saranno esattamente le stesse di quando si è iniziato, scrivere aiuta a capire, modifica. La propria visione delle cose meriterebbe un’altra visione delle stesse e del mondo. Un parlare di sé che vada oltre le paure, quella di mostrarsi, anzitutto. Se non accade, il mondo continua, significa che non è grave.
Di sicuro, chi ho amato ha avuto mie lettere, gli ho raccontato quello che provavo e quello che speravo. Non c’erano molti particolari della giornata, ma molti immutabili di sicuro. Il rapporto tra ciò che ci sembra non mutare in noi e ciò che ci accade attorno è un esercizio fine di discernimento. Specie se si è innamorati. Ci sono cose importanti che vengono fuori e sono la pazzia che salva ed è irripetibile. Spesso le parole sono state una gabbia nelle sensazioni, quando ho cercato di spiegare troppo mi sono perso, e allora ho chiesto alla parola scritta di modularsi con quello che sentivo, di affinarci assieme. Ho messo la pazzia del sentire nelle parole, confondendo immagini e analisi, legami e paure. E comunque ho scoperto molto di me raccontandolo a chi pensavo avesse una capacità di capire. Un esercizio di certezza e un affidarsi. Anche quando le lettere sono rimaste nel cassetto, il cuore ne era stato preso.
Mi è sempre piaciuta la posta, la definitività dell’imbucare, immaginare il percorso, la lettura, il riscontro. E finché tutto questo accadeva, anche il ripensare a ciò che avevo detto. Pentendomi non di rado, avendone paura o gioia. Conoscendo la sostanza delle parole, il loro potere, mi interrogavo sino alla risposta. E quindi lo scrivere lettere è stata un’ attività dinamica del sentimento, nulla è mai rimasto fermo. L’attesa dell’altro e il dirsi. Come un abbracciare anche quando era un addio, perché il bene, se c’è, non lascia mai davvero e se non c’è si abbraccia il nulla.
S’era messa a fare i biscotti. Farine, burro, uvetta a mollo nel latte, mandorle, zucchero, uova, lievito. Nella ciotola le farine mescolavano i colori in scie, attendevano il giallo delle uova e il paglierino del burro sciolto, ne veniva un aranciato omogeneo che si scoloriva nello zucchero. Mescolare, mescolare a lungo, con il braccio che sentiva la consistenza dell’impasto e la morbidezza crescente. Si lasciava andare, l’impasto, a quella violenza morbida e la densità, prima granulosa si rasserenava e diventava liscia. Una amalgama omogenea che inghiottiva uvetta e mandorle, golosa essa stessa di sé. Una crema densa ch’era quasi un peccato suddividere in piccole losanghe, cerchi, animaletti da formina che sarebbero bruniti nella piastra: era bella così.
Con gli ingredienti e le proporzioni, e un po’ d’amore per i propri gesti, il risultato non muta.Accadesse anche nei sentimenti… Fare, pensò, era un antidoto al pensare, all’oppressione che sentiva. Sapere che dalle sue mani sarebbe uscito qualcosa di buono, sembrava rassicurarla. E come l’accudire, fare biscotti o torte per sé e per i bambini era mettere del dolce in mezzo alle difficoltà. Perché per un attimo restasse l’amore. Anche in bocca. Solo l’amore. Cos’era la gelosia se non una malata forma d’amore? Malata di rifiuto, d’insicurezza, di possesso. E il possesso stesso era conseguenza della non certezza. Un giudizio su di sé, non sull’altro. Amato, desiderato, mancante quanto mai eppure non raggiungibile. Gelosia e cose dolci assieme, e una malinconia infinita, impotente, come un lasciar scorrere sangue da una vena aperta, che non fa abbastanza male e intanto toglie le forze. Languore del lasciarsi andare. Scorre il sangue, lo spirito, la stanchezza. tutto assieme. Prima tumultuava dentro sulle pareti, sciacquava veloce nelle curve, invadeva il cuore e colmava tutto fino all’ultimo capillare, cosicché la malinconia era in tutto il corpo. Ovunque. Ho un alluce malinconico. Pensò. E sorrise, con quell’allegria discreta che avrebbe voluto condividere con lui, che avrebbe voluto potesse essere sua. Chissà che fai a quest’ora? Pensò. Con chi sei. Chissà se mi pensi. Nella gelosia non si accetta d’essere meno che importanti all’altro, eppure c’entriamo noi, solo noi, è un’importanza non condivisa. Dove ho sbagliato. Pensò. Oppure non c’era nessun errore e ciò che ci condanna alla mancanza è qualcosa di distante, un vuoto che ci sembrava di poter colmare, ma che non ha limite e allora pretende d’essere esclusivo e vuole tutto per sé. Incolmabile mancanza non tollera l’insicurezza. Come ai funerali. Come si vivrà senza?
Vuoi più bene alla mamma o al babbo? Domanda stupida, inutile, volevo essere voluta bene da entrambi, non volevo bene a quel fratello che mi portava via il loro amore. quell’amore fatto di disponibilità e attenzione. A che serve essere come ci viene chiesto, se poi l’amore non è sufficiente, se non è disponibile quando necessita, se non c’è quando lo si implora muti perché afoni di dire. Eppoi dovrebbe essere naturale riceverlo, no? Invece non è così, non basta mai. Poi quando si cresce, si intromette il piacere e allora tutto sembra complicarsi e scomplicarsi. Il piacere condiviso lega assieme, è la porta della confidenza, misura di qualcosa che si riproduce sempre diverso, a voglia, ma è un mettere le mani avanti su un futuro partendo da una felicità. Sennò cosa resta? Per questo la gelosia è un dialogo con sé prima che con chiunque altro, un dialogo che se non ha risposte scava, disgrega, devasta. Quando emerge cosciente , la rovina è già inarrestabile. solo l’altro la può arginare, farci ridere assieme. Che stupida. Pensò.S’era seduta e le mani giocavano con gli stampini dei biscotti. Però tu rassicurami, ti prego. Chiamami. Dimmi che solo noi, solo noi possiamo essere insieme. Felici. Dimmelo in qualche modo, fammelo sentire, perché così potrò lasciarmi andare alla fiducia. Ho paura di perdermi. di scivolare in una solitudine senza fine. Ho paura di avere freddo. Quel freddo che non va via e tu ti mette coperte, scaldi la boule, soffi sulle mani e c’è sempre una lama che risale e ti prende tutta. E sai che non avrai più caldo. Più.
Le voci dei bambini che bisticciavano, del cane che era impegnato a chiedere un suo ruolo nel litigio, la fecero lanciare un richiamo. Alzò la voce. La fece scura, imperiosa. Minacciò. Ma era distante con la testa. Non le importava molto, presa com’era da quel flusso di pensieri che s’ingolfavano dentro, s’attorcigliavano, diventavano circolari e ripetitivi. Un mantra negativo. E anche se sembravano tanti, poi erano uno solo: mi manchi. Lo disse ad alta voce perché avrebbe voluto lo dicesse lui: mi manchi. E voleva sentire il suono avvolgente di quelle emme che si sovrapponevano, così lo ripetè sempre più rapido: mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi … finché divenne un sussurro, un soffio, come un bacio che stava per posarsi sulla nuca. E allora chiuse gli occhi socchiudendo le labbra e aspettando arrivasse. Mi manchi. Ripetè. Uno dei bambini entrò con una grossa lacrima che scendeva, cominciò a protestare le sue ragioni e si convinceva con il discorso mezzo urlato e mezzo a singulti. Arrivò anche il cane e cominciò ad abbaiare a tratti, guardando alternativamente lei e il bimbo. Come si aspettasse qualcosa. Lei si chiese perché le lacrime a volte non sono simmetriche, ma ne cade una sola all’inizio, da un solo occhio mentre la testa soffre intera. O forse non era così e si poteva soffrire a mezzo? Prese in braccio il bimbo, gli diede il dito pieno di impasto dolce da succhiare. E mentre si quietava pensò alla bocca di lui. Pensò che avrebbe voluto tornare indietro. essere bimba e donna allo stesso tempo. Essere tenuta, compresa, capita, amata. E che tutto cominciasse su un foglio bianco con una parola ancora da scrivere, da declinare, da condividere. Ci si innamora della mancanza di essere amati, e così si pronuncia quella parola. E ci si crede perché sembra non ci siano alternative. Forse qui c’è una radice di malessere che finisce nella gelosia. Pensò.
Era finito il giornale radio, la voce dell’annunciatrice disse: Tempo previsto per domenica… Il bimbo dormiva succhiando il dito. Il cane s’era accucciato sui suoi piedi e sembrava appisolato. Guardò fuori. Era già scuro, la notte s’era mangiato il giorno, le cose, la possibilità. Le sembrava di non aver combinato nulla. E allora desiderò profondamente di uscire, camminare, essere distante da sé, mentre fuori pioveva e l’acqua lavava i vetri, gli alberi, l’asfalto, ogni pena.
Nessuna prima pagina dei giornali su carta parla dello sciopero di domani. E’ significativo, la stampa si conforma ad una idea per cui chi protesta è marginale. Il fatto che vi sia un declassamento delle idee a favore dei personalismi, delle banalità momentanee è un processo che dura da tempo, prima sui talk show, ora ovunque. Anche l’antipolitica viene derubricata a fatto accessorio, serve anch’essa ad una maggioranza fatta di pochi che raccontano un paese diverso da quello che esiste.
I lavoratori, i pensionati, non fanno notizia, espunti dalla realtà, assieme alla crisi strutturale. Scompare l’aggettivo epocale quando servirebbe davvero e la crisi viene trattata come problema transitorio. Del resto sono scomparsi anche i suicidi di imprenditori. Le morti strane e poco spiegabili diventano trafiletti di interruzioni di servizi: una persona è caduta sotto un treno, due ore di fermo della linea ferroviaria. Non basta più una storia, un morto, serve qualcosa che superi l’indifferenza. Lacrisi silente, i disoccupati atomizzati in migliaia di piccoli fallimenti e ristrutturazioni aziendali, sono un elemento di sistema e ciò la dice lunga sull’utilità di una informazione che sta diventando conformazione. Embedded.
Solo il caso, lo scontro fisico fa notizia ormai, questo sindacato ha stufato, si sente ripetere e Renzi l’ha capito subito. Ma di quale realtà si sta occupando chi per mestiere dovrebbe riferire ciò che accade? Va bene così? Chi riguarda la crisi, come se ne esce, quali alternative ci sono?
Domani chi sciopera ha una realtà diversa di quella di cui si parla, anche così il popolo si divide, anche così il potere diventa nemico, e invece avremmo bisogno tutti di unità, non di conformazione, di obbiettivi condivisi non di prove muscolari, ma non se parla e chi sciopera non si sente ascoltato. Il danno diventa anch’esso strutturale.
Accendo mezzo sigaro, sono in un bar, quasi immediatamente mi chiedono di spegnere o di uscire. Ho attorno la riprovazione generale. Anche dei fumatori. Spesso mi accade anche fuori di sentire commenti infastiditi sul fumo.
Salgo in autobus, è pieno, faccio fatica ad arrivare a timbrare il biglietto. Ad ogni fermata salgono e scendono persone, pochissimi timbrano, tutti abbonati? Nessuno protesta o chiede ragione. Arriviamo in stazione, tutti scendono, tutti liberi. Farla franca sembra dia una soddisfazione particolare.
Quindici giorni fa un amico dirigente mi parlava del seminario, che ha tenuto la sua azienda, sulle nuove regole sugli appalti della pubblica amministrazione. Dovevano capire cosa c’era di nuovo e allora hanno chiamato avvocati, dirigenti pubblici (quelli che scriveranno i nuovi appalti), commercialisti. Alla fine la conclusione è che la procedura non è più difficile, neppure più trasparente, solo si sono moltiplicati i decisori, e quindi ci saranno problemi, che nel migliore dei casi saranno burocratici. Però tutto si affronta e il lavoro è lavoro. Ci sono centinaia di persone che lavorano e che devono essere pagate ogni mese, si capiranno le regole e si cercherà di vincere le gare. Guadagnandoci, naturalmente.
Siamo al bar, parliamo di Roma, tutti sono schifati, tre mesi fa parlavamo di Expo e Milano, poi due mesi fa di Mose e Venezia. Vedo sorrisi di compatimento per il mio accalorarmi, dicono che è così ovunque, hanno preso quelli facili, quelli impudenti. E’ uno scandalo che serve a qualcuno, poi tutto si quieterà, è il sistema che è marcio. Ma io dove sono in questo sistema? Se pago in nero un lavoro, se l’amico del bar mi fa uno scontrino a volte sì e a volte no, se faccio un favore per avere un mio diritto, se chiedo una raccomandazione nessuno si indigna. Se corrompo per avere un lavoro o evitare una ispezione e dico che è per non chiudere l’azienda, allora molti giustificano. Però quando prendono un corrotto tutti si indignano, e i corruttori? Perché non hanno altrettanta riprovazione di quando mi sono acceso il sigaro nel bar ? Se nessuno fuma al cinema o al ristorante, significa che il controllo sociale funziona benissimo. E allora quando si dice che siamo tutti onesti significa che non rubiamo cose, ma pure che gran parte di noi si gira dall’altra parte se vediamo farlo. Certo c’è il problema del rapporto cittadino istituzione, se si denuncia qualcosa la parte istituzionale ha proprie regole e abitudini, non interviene secondo i tempi con cui si attende che le cose vengano affrontate, le pene sono ridicole, lo Stato è inutilmente inquisitorio con i piccoli, e non con chi trova la strada per passare attraverso le regole. Ma pur senza sanzioni applicate non si fuma nei luoghi chiusi e quindi significa che una strada c’è per far rispettare la legalità senza troppi interventi. Dipende da noi, non votare più un disonesto, non prendere prodotti di una azienda che corrompe è un deterrente più forte della legge. Dipende anche da noi.
p.s. Le grandi aziende di software e i governi, assumono gli hacker per capire da chi li viola, le debolezze dei sistemi informatici e renderli più sicuri. I maggiori esperti di corruzione sono i corruttori, chi studia le norme per violarle, lo Stato dovrebbe assumerli, pagarli moltissimo e utilizzare la loro scienza per rendere forti e applicabili le leggi sugli appalti. Non lo dico io, lo dice l’OSCE. Costerebbe molto meno della corruzione e i lavori sarebbero fatti meglio.
Nell’angolo della grande stanza riconobbi la poltrona Proust. Mi rallegrò, come un’ancora nel mio mare agitato d’ignoranza. Ascoltavo l’assistente, una ragazza giovane, e credo bella, ma gli occhi andavano per loro conto nella stanza in cerca. Di cosa? Di appigli, di conosciuto. Vedevo gli oggetti Alessi, qualche foto, un’aria densa e spoglia di luogo di lavoro. Poi da una scala interna scesero i due fratelli. Uno portava un basco. Conobbi così Alessandro Mendini. Erano i progettisti di un edificio che l’ente che presiedevo,avrebbe voluto realizzare e l’incontro serviva per parlare del contesto, dell’uso ipotizzato, delle attese. E del futuro. Se un edificio non ha futuro non serve a nulla. Come gli uomini. Dopo il primo imbarazzo, la conversazione si svolse tra domande e asserzioni. Cercavo sicurezza dentro e consenso alle mie idee fuori. Sapevo cosa volevo, ma volevo discuterlo ed erano i simboli che m’interessavano. Cosa avrebbe contenuto l’edificio per essere vivo, quante persone, come le vite si sarebbero dipanate in esso. Emergevano nella mia testa similitudini cariche di eros, come se l’amore per un’ idea diventasse corpo. Non lo sapevo, ma era un processo simile a quello che avviene nel virtuale prima di un incontro, il grattacielo tascabile, come mi ostinavo a chiamarlo, era un contenitore di attese. Sarebbe stato il più alto edificio della città, solo per un poco, naturalmente, e un luogo di ritrovo fuori dalla città storica, un vedere la città opulenta e sensuale e un esserne visto come simbolo di nuova idea di crescita. Nascita, crescita, erotismo di luoghi e destini. Pensavo più di quanto parlassi, i due fratelli mi raccontavano dell’atelier, dei lavori, del loro collaborare e poi nuovamente si tornava sul progetto. E ancora si parlava di Verona, di una bella casa in cui tornavano spesso e che da oltre Adige spaziava sulla città. E mentre m’informavo sul loro modo di creare, mi rendevo conto che quello che conoscevo mi veniva dai libri, dagli oggetti, mentre avvertivo che erano importanti le emozioni, il sentire. Di quella mattina, restò a lungo un entusiasmo. Il progetto quando arrivò, era pieno di geometrie, di luce, di colore, neppure si vedevano i suoi 60 metri, 85 al faro dell’antenna, si coglievano gli spazi interni, le relazioni. Un word trade in miniatura, un grattacielo tascabile pieno di trasparenza e cangiante di colore notturno. Era una decisione partecipata, non solo mia, ci furono modifiche marginali, aggiunte di tecnologia, pignolerie per apparire intelligenti, tacevo, mi restava tutta la sensazione di quella mattina. Le cose dette c’erano, anche nella parte degli uffici temporanei si avvertiva un senso di intimità complice, un ritrovarsi nascosto, quasi da amanti. Gli affari sono questo, un colloquio intimo prima che una guerra che include la pace. Mi piaceva molto il nitore e il calore che veniva dalle relazioni di spazi comuni e privati. Un’innocenza per un futuro di crescita pulita.
Non se ne fece niente, la politica e qualche calcolo d’invidia, piccolo d’ingegno e grande di distruzione, si mise per traverso con la potenza sorda del limitare, non dire, occultare. Piccole concorrenze che danno l’idea del limite delle persone. La città ebbe un simbolo in meno, un punto di crescita mancato. A me resta la sensazione di un incontro e di un rapporto con l’anima che genera le cose. Ho avuto più io.
Ronzano le notizie del giorno, cose già accadute, consumate. Guardo verso il cielo, c’è un azzurro stinto che sfuma in grigio, nuvole colorate. Lo so che non è vero, ma il freddo sembra mangiarsi la luce. Più bassi, tra le case, alberi zitti, facciate colorate che perdono brillantezza, balconi aperti solo dove si vive. Ieri notte, dagli appartamenti che ospitano studenti sul corso, finestre aperte, musica ad alto volume e voci punteggiate di scoppi di risa. L’appartamento a fianco era buio e silenzioso, ma le finestre erano altrettanto aperte. Le vedevo tra il fumo denso di sigaro e il vapore del fiato. Erano tutti altrove e forse al rientro la casa sarà sembrata meno accogliente, ma la disattenzione è giovane e incurante di utilità, è un tratto d’essere, uno stile. Si invecchia nell’attenzione alle cose.
La luce scema, diminuisce a vista d’occhio, i lampioni sottolineano l’assenza. Magritte ci vedrebbe l’inquietudine malinconica dello spettatore. Chi osserva è privato di qualcosa che altri hanno, fosse solo il tepore giallo d’una casa. L’osservatore non ha ancora pensato agli affetti possibili che sembrano esserci in un posto caldo e intimo, eppure già ne sente la mancanza. Nelle infinite variazioni della curiosità, l’assenza non viene considerata un movente, è quindi possibile muoversi in una scala senza limiti, c’è un desiderio insoddisfatto, una ricerca, una coscienza d’esso quando è già diventato altro. Nel nostro metereopatico oscillare tra stagioni, luce e calore, portiamo le storie in contesti indifferenti. Nulla di oggettivo, solo un ricordo intenso che riallaccia questa sera in un desiderio vissuto chissà dove. A Kiel, forse, oppure a Venezia, o a Odessa, o a Trieste. Era bisogno di calore, nostalgia, affetto, oppure futuro andante, ma molto, molto mosso e precario. Allora cosa conta il luogo? Nulla. Ricordo perfettamente che la luce scemava, si scioglieva tra le case e dietro d’ esse si sentiva rumore di mare, c’era un profumo di legna, il freddo che cresceva, e la sensazione che la solitudine entrava nelle ossa, scorreva dentro e usciva attorno. Non era ancora aggressiva, era curiosa e con la fatica di vivere che cresceva. Si sarebbe potuta riposare entrando in quelle finestre piene di luce, in quel suono di pianoforte, in quella sensazione di caldo che emanava la grande casa fiduciosa. Era tutto inerme e trasparente, e non c’erano persone visibili che passassero da una stanza all’altra, intente a cose belle e loro. Così l’assenza di figure includeva tutto: la pace, il calore, il rifugio contro il freddo e la notte, l’affetto possibile, l’odore tiepido della pelle nell’abbraccio che accoglie, il profumo che si spande quando si è molto vicini, le parole, i sorrisi, il sentirsi. E includeva pure il silenzio che non viene mai detto, quando si è assieme, eppure è così pieno e dolce …
Lettere in stampatello, un po’ ondivaghe e diseguali, come fanno i bambini che hanno imparato a scrivere, ma non si lasciano andare al mare del corsivo per timore d’annegare nel senso. Conoscere la semplicità e la forza adulta che sta dietro quelle lettere pitturate con cura, guardate a fine opera prima di ripulire il pennello, perché i pennelli costano e vanno ben tenuti, avvertire lo sguardo che sorride muto, perché è tutto corretto e si può mostrare, è una gioia. Il cartello parla di una cosa comune, del suo buon uso, e sapere chi l’ha scritto è un piacere d’umanità. In altri tempi ho visto quegli occhi commossi, le mani grandi attorcigliate d’emozione, per qualcosa che ci riguardava tutti, ed è un privilegio che mi ha fatto capire molto. Lui, e molti altri come lui, uomini e donne, hanno vissuto due vite, una fatta di difficoltà, di affetti, di molto lavoro e sudore da fatica fisica, e un’altra vita fatta di lotte, presenza, volontà di cambiare, non per sé, per tutti. C’è una grande differenza tra la crescita e il successo personale e quello di tutti. E’ una differenza dove una parola desueta , solidarietà, è addirittura coniugata alla francese, e quella fraternità sembra una cosa vecchia, da persone che mettono assieme i loro destini. Forse per questa desuetudine a pensarsi assieme, di certe cose non si parla più. E forse per questo è difficile spiegarla al segretario del pd che punta al nuovo e ha pochi ricordi di lotte, ma è la differenza che sta tra sinistra e centro destra: da una parte si pensa di crescere assieme, dall’altra crescono i singoli. Però chi ha scritto il cartello è dentro al pd e non ci pensa proprio ad andarsene, ha dato fiducia al segretario perché chi vince ha la responsabilità di portare avanti le idee comuni. I segretari non si costruiscono sulle idee, quelle sono il nostro patrimonio, ti spiegherebbe, ma sul modo per realizzarle. E così gli dà fiducia anche se farebbe in altro modo. Quando parla, dice poche cose, così gli guardo le mani grandi e sento che anche loro parlano e ciò che esce fa fatica perché è radicato dentro. Non cambia opinione sul fatto che il giusto debba emergere e debba essere di tutti. E lui sa cos’è giusto e cosa non lo è, chi è debole e chi è forte, dove dovrebbero andare a prendere i soldi e dove invece bisognerebbe portarne. Ha fiducia del segretario, perché di un compagno si ha fiducia. Per questo non saprei come spiegare al segretario del pd che queste persone non si possono deludere, o peggio tradire, che in queste persone sta l’essenza del cambiamento perché sono disposte a soffrire se è per tutti e non solo per pochi. Non hanno mai avuto problemi di identità, sanno chi sono, perché sanno da che parte stare. Penso a questa difficoltà di comunicazione, di ascolto di chi non ha salotti o potere, di fiducia concessa perché un compagno non tradisce. Lo penso finché guardo il cartello, le lettere in stampatello, le loro altezze e righe un po’ ondivaghe. Penso che domani saremo assieme, che ci sarà buon cibo preparato con fatica e allegria, perché a stare assieme in cucina ci si diverte pure, che ci saranno parole e sorrisi, e magari lui si commuoverà perché gli accade quando sente che siamo in tanti e dalla stessa parte.
Sorriderà anche al fatto che invece che mille euro ne basteranno 20 per pranzare e autofinanziare quella campagna elettorale già fatta e perduta, perché tra le tavole piene di gente e importante e queste c’è una bella differenza. Qui i debiti si onorano anche quando si perde, ma l’avversario resta avversario. Questa è la differenza che fa di un uomo un uomo, ma chi glielo spiega al segretario.
E’ bello andarci adesso, nel pomeriggio. Fare tutta la fondamenta, magari fermandosi allo squero di san Trovaso e nella piazzetta vicino alla chiesa per godersi il sole. E voltarsi verso il tramonto. Lo sfondo dei colli euganei ingentilisce anche Marghera, che non è brutta da questa distanza, anzi un arco di tubi, qualche torre troncoconica di raffreddamento, le guglie del craking con il pennacchio di fiamma possono pure essere suggestive. Nelle giornate limpide, da Venezia, si vede tutta la corona di colli e prealpi illuminata dal sole ed è uno spettacolo impagabile. Ma non da qui, dovremmo andare verso santa Marta, qui ci dobbiamo accontentare dello Stucky, dei colli e di Marghera e di una infilata di tutto rispetto, tra la Giudecca e le Zattere, fatta di case, marmi bianchi, mattoni, chiese, acqua. Mica poco. E poi ci si gira e si guarda verso San Giorgio. Ma non siamo ancora arrivati e perdiamo tempo. Qui si perdeva tempo. D’estate lo si perde ancora seduti ai tavolini dei bar sulla fondamenta. Quand’ero ragazzo, anche si nuotava in canale, c’erano dei camerini bianchi e azzurri, una piscina delimitata da pali e reti nel canale, le ragazze che prendevano il sole. Poteva essere Trieste e Barcola, ma io non lo sapevo e stavo al sole, chiacchierando con gli amici e cercando di crescere. Un padovano a Venezia, guardato con un po’ di sospetto, accolto per amicizia. Si perdevano gli ultimi giorni di scuola, era ebbrezza di vita, non la prima e, per fortuna non l’ultima, una delle tante iniziazioni al vivere. quelle che non finiscono mai. Ma sto divagando.
Da san Trovaso, dopo i Gesuati, la riva cambia, diventa più solitaria e man mano ci si avvicina ai magazzini del sale, le persone rarefanno. Vi consiglierei di andarci con una persona con cui siete legati, l’aria di novembre è fredda, ci si stringe, i baci e gli abbracci verso punta dogana sono un’esperienza bella. Comunque si arriva e qui le cose cambiano ancora una volta. per me almeno. Sulla sinistra c’è il bacino di san Marco, sulla destra san Giorgio, la punta è davvero punta e divide l’acqua, la luce, il calore, le sensazioni. Sono due bellezze differenti, alle spalle ci siamo lasciati il sole che tramonta, davanti le luci della città gloriosa. Guardando verso palazzo Ducale ci si aspetterebbe un doge alla balconata centrale che accolga le navi che portano l’oriente, le spezie, la luce. Perché i veneziani, l’oriente l’hanno sempre avuto nel cuore, come quell’Enrico Dandolo, che dopo aver comandato una crociata, aveva pensato bene di abbreviare la strada e trasferire Venezia a Costantinopoli ed ora è sepolto a Santa Sofia. E quel doge che non s’affaccia vede, navi con il pavese issato, l’orifiamma sull’albero maestro, i vessilli con il leone, gli alberi e le vele in manovra. Non quei palazzi di ferro che passano ora con migliaia di turisti vocianti, vede navi da mar e da laguna. Navi da ricchezza, panciute e pronte a percorrere il mondo, ma soprattutto il Mediterraneo e l’oriente. Forse questa visione di Venezia potrebbe essere ancora attuale, città che appartiene al mondo e città che cresce nel Mediterraneo, che è legame e punto di scambio e ricchezza comune. Cultura, intelligenza e fare, come un tempo. Ma divago ancora, guardate, invece, quanto è bella la riva degli Schiavoni, le luci, le barche e le rive piene di persone, e anche la dimensione malinconica che si porta ogni sera con il bisogno di caldo e di luce. Ma non ascoltatela più di tanto, restate in equilibrio sul limite, perché è bella quell’aria che invita a trattenersi ancora un poco. E’ come la speranza, che chiede di trattenersi ancora, di indugiare, di aspettare.
San Marco è un punto d’arrivo e di partenza, san Giorgio è la città che resta, che non va, che si trattiene e costruisce. E’ bello san Giorgio, bianco, mirabilmente proporzionato, intuibile nei suoi chiostri che aprono altri orizzonti. Guarda un altro santo, un altra piazza e pur senza essere piazza, è spazio e presidio, chiesa solida, struttura, trionfo organizzativo. Bello capire che qui c’è uno spartiacque tra poteri, da un lato quello temporale che aveva una basilica come cappella del doge, il commercio, la ricchezza, l’oro e la potenza, dall’altro l’ordine benedettino riformato e risorto a Padova, nerbo di un intendere la vita come apprendere e fare, una chiesa che ha terre, capacità, oro e potenza, altrimenti. Per capire ciò di cui parlo basti pensare che chi progettò chiesa e chiostri e sale era Andrea Palladio e che l’immensa parete del refettorio aveva tra le sue meraviglie una tela enorme commissionata al Veronese, le nozze di Cana, trafugate poi da Napoleone e portate al Louvre. E così anche la pittura parlava di una munificenza senza limite, di una capacità di risolvere i problemi e mantenere la festa che solo i veneziani potevano avere. Vedere da punta dogana, San Giorgio maggiore illuminato dall’ultimo sole è bellissimo, poi la notte pian piano lo spegne, lo acquieta in una pace che sembra sonno, mentre la riva di fronte è piena di luce, di vita e di persone.
Siete arrivati in punta e sentite l’aria che si raffredda rapidamente, avete la sensazione che ciò che brulica tra acqua e terra sia un contenitore, una chambre marveilleuse, dove voi potete vedere ciò che avete dentro oltre la meraviglia che sta fuori. Uno spartiacque tra due mondi, un limes che qui si integra, la città da un lato, lo spirito dall’altro e il tutto percorso dalla vita, dai bisogni, dall’ordinario, dai desideri, dalla crescita, dalla necessità. Un luogo in cui tornare, e così doveva essere per chi aveva, come i veneziani, per pavimento il ponte di una nave e per soffitto il cielo. Godetevi la punta e la visione, almeno per un poco, stringete qualcuno a voi e poi ci sarà tempo. C’è sempre tempo.
Un pescetto, una lira. Nero di gomma e liquirizia, perfino bello con le sue scagliette accennate. 10 lire, dieci pescetti, messi in un pezzetto di carta bianca, accartocciata con perizia. O in una bustina, ma più di rado: le bustine costano. Il vaso dei pescetti è di vetro, esagonale con una bocca larga da cui si attinge con una piccola sessola. E’ accanto ad altri vasi uguali con diverse leccornie colorate, ci sono anche delle more di liquirizia di varie misure e delle palline ricoperte di micropalline colorate e dure, ma costano di più. Quanti pescetti ci sono in un vaso? Una ricchezza. Ho imparato il valore della lira così: una lira un pescetto. Anche il valore del condividere ho imparato, pescetti e more di liquirizia, terra catù, o tabù erano beni comuni, chi le teneva per sé era un avaro. Cajia, si diceva in dialetto, attaccato alle cose, taccagno. Era un’ offesa importante.
Ci sono i nativi digitali, gli euro nativi, io sono un lira nativo, anche se la lira rarefaceva come moneta reale già quando ero bambino. Mi piaceva il pesce che c’era sulle 5 lire, mi sembrava evocativo di ciò che potevo comprare. E la spiga delle dieci lire era segno di opulenza, il pane che stranamente più o meno aveva lo stesso valore. 10 lire un panino croccante. Capivo meno la cornucopia sulla liretta, non sapevo cos’era, e anche se andava meglio la bilancia sull’altro lato, l’equivalenza pescetto-lira era un processo astratto. E mi sembrava quasi una magia il fatto che con una moneta mi dessero 10 pezzi di piccolo piacere, magia assimilata nel concetto di valore. Ho fatto più aritmetica in latteria che a scuola, compresa la soluzione immediata di problemi di calcolo. A scuola c’erano spesso mele e patate da comprare, vasche da bagno che si riempivano in continuazione, tempi da calcolare, resti da pretendere, dalla lattaia tutto era immediato, rapporto uno a uno, resti non ce n’erano mai.
Spesso non so che fare dei centesimi di euro, me li chiede il supermercato, che ho scoperto essere taccagno, cajia, mentre il posteggiatore, per l’offerta sotto l’euro, mi guarda malamente. Bisogni e valori diversi. Però un centesimo è 20 lire. C’è il tracollo del valore in questa corrispondenza e con un centesimo di euro non mi danno neppure un pescetto. Ecco il difetto dei lira nativi, hanno la percezione di un’assenza, di un tracollo, di qualcosa che si è deteriorato e che poi ha mutato nome per nascondere la realtà che cambiava. Come se l’entropia venisse mutata in qualcosa di accattivante, chessò euforia ad esempio e l’universo non degradasse più. I leader politici fanno abitualmente questa permutazione di significati, tanto gli indici di de-crescita non li guarda nessuno. Che sia questa la decrescita felice?
Il lira nativo torna al pescetto che è la base di valore della soddisfazione originaria: piccola, ripetibile fino alla saturazione del gusto. Quanti euro mi servono per avere la stessa soddisfazione? Provate a rispondere, le implicazioni sono tali e tante che la cosa è solo apparentemente banale.