niente da dichiarare

niente da dichiarare

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Ronzano le notizie del giorno, cose già accadute, consumate. Guardo verso il cielo, c’è un azzurro stinto che sfuma in grigio, nuvole colorate. Lo so che non è vero, ma il freddo sembra mangiarsi la luce. Più bassi, tra le case, alberi zitti, facciate colorate che perdono brillantezza, balconi aperti solo dove si vive. Ieri notte, dagli appartamenti che ospitano studenti sul corso, finestre aperte, musica ad alto volume e voci punteggiate di scoppi di risa. L’appartamento a fianco era buio e silenzioso, ma le finestre erano altrettanto aperte. Le vedevo tra il fumo denso di sigaro e il vapore del fiato. Erano tutti altrove e forse al rientro la casa sarà sembrata meno accogliente, ma la disattenzione è giovane e incurante di utilità, è un tratto d’essere, uno stile. Si invecchia nell’attenzione alle cose.

La luce scema, diminuisce a vista d’occhio, i lampioni sottolineano l’assenza. Magritte ci vedrebbe l’inquietudine malinconica dello spettatore. Chi osserva è privato di qualcosa che altri hanno, fosse solo il tepore giallo d’una casa. L’osservatore non ha ancora pensato agli affetti possibili che sembrano esserci in un posto caldo e intimo, eppure già ne sente la mancanza. Nelle infinite variazioni della curiosità, l’assenza non viene considerata un movente, è quindi possibile muoversi in una scala senza limiti, c’è un desiderio insoddisfatto, una ricerca, una coscienza d’esso quando è già diventato altro. Nel nostro metereopatico oscillare tra stagioni, luce e calore, portiamo le storie in contesti indifferenti. Nulla di oggettivo, solo un ricordo intenso che riallaccia questa sera in un desiderio vissuto chissà dove. A Kiel, forse, oppure a Venezia, o a Odessa, o a Trieste. Era bisogno di calore, nostalgia, affetto, oppure futuro andante, ma molto, molto mosso e precario. Allora cosa conta il luogo? Nulla. Ricordo perfettamente che la luce scemava, si scioglieva tra le case e dietro d’ esse si sentiva rumore di mare, c’era un profumo di legna, il freddo che cresceva, e la sensazione che la solitudine entrava nelle ossa, scorreva dentro e usciva attorno. Non era ancora aggressiva, era curiosa e con la fatica di vivere che cresceva. Si sarebbe potuta riposare entrando in quelle finestre piene di luce, in quel suono di pianoforte, in quella sensazione di caldo che emanava la grande casa fiduciosa. Era tutto inerme e trasparente, e non c’erano persone visibili che passassero da una stanza all’altra, intente a cose belle e loro. Così l’assenza di figure includeva tutto: la pace, il calore, il rifugio contro il freddo e la notte, l’affetto possibile, l’odore tiepido della pelle nell’abbraccio che accoglie, il profumo che si spande quando si è molto vicini, le parole, i sorrisi, il sentirsi. E includeva pure il silenzio che non viene mai detto, quando si è assieme, eppure è così pieno e dolce …

3 pensieri su “niente da dichiarare

  1. Forse l’unico filo dell’esistente sono proprio in quel lungo binario che unisce solitudine e musica per una meta tutta da scoprire senza niente da dichiarare. A farlo sarà la piccola fiammella che trema come davanti all’icona di un santo.
    Si. Sono pensieri malinconici questi lasciati nel post. Ma dopotutto anche la malinconia è un filo conduttore sottile e dolcissimo che scandisce ogni Tempo d’uomo. Come quel Notturno di Chopin

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