Alcuni di noi, io, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’ analisi della realtà, soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere la differenza e il ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che cercano di fregarti, neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza. Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per star meglio, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che c’è un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo ha bisogno almeno di essere pensato. Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che il problema prioritario è la corruzione e il malaffare, la legalità e il rispetto delle regole e pensiamo che il marcio vada amputato. Ovunque. Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle.
Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura, volontà comuni, ma non abbiamo più una parte sociale e politica. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli.
La parola scritta e la calligrafia sono importanti per me, do anche attenzione a come le singole lettere si esprimono, all’andamento della sequenza nella pagina. Cerco di intuire cosa ci sia dietro il muoversi di quella mano che ha tracciato con intenzione di lettura e di comunicazione. Ma di lui, del nonno, non è rimasto nulla. Di certo scrisse più volte, in molte occasioni. Chi è distante scrive, e lui fu spesso distante, eppoi a quei tempi non c’era altro mezzo. Però si è perduto tutto. Credo in quei tre anni bui tra il ’18 e il ’20 o forse negli innumerevoli, successivi, passaggi di casa, migrazioni, comunque le carte si persero o furono guastate.
C’è una fotografia, da cui fu ricavato il suo ritratto che mostra un gruppo di fanti con le baionette innestate. I fucili, così, sono alti come loro, un po’ ridicoli a vederli ora, ma c’è un ordine, come in una foto di classe. Di sicuro il fotografo di reggimento li dispose secondo un’ iconografia consolidata che doveva fornire più idee a chi vedeva: l’ordine e la forza, la solidarietà di gruppo, la familiarità, la certezza di un ritorno. Una sorta di famiglia al fronte che doveva rassicurare chi era a casa. Non so cosa pensò mia nonna nel vedere la fotografia, di certo sperava e attendeva, aveva i bambini piccoli di cui occuparsi, doveva tenere assieme e sostenere la famiglia visto il rimpatrio affrettato, avere una casa. Se giunse la fotografia di sicuro era accompagnata da uno scritto, ma questo non si trova nel retro, così penso che la nonna tenne più cara l’immagine delle parole.
Il 233° reggimento fanteria “Lario” fu formato nel gennaio del 1917, il ruolino del battaglione fornisce ampie notizie sui periodi al fronte, sulle località di combattimento, sulle perdite subite. Il battaglione prima del definitivo scioglimento dopo la fine della guerra nel ’18, venne più volte ricostituito, segno che le perdite in combattimento erano tali da metterne in discussione l’operatività e l’esistenza. Un battaglione di morti, carne da macello. A maggio 1917 in tre giorni perdeva 1806 effettivi e 30 ufficiali, a luglio nuovamente perdeva moltissimi uomini e ad agosto in due giorni tra il 18 e il 20, le perdite erano di 1594 uomini e 67 ufficiali. Moltissimi, gran parte, sono i dispersi, cioè i non identificati. Il nonno, muore e viene identificato il 19 agosto. Ho cercato la località: dolina delle bottiglie, riportata sia sullo stato matricolare che sui bollettini di reggimento, non sono riuscito a trovarne traccia geografica, di certo è nella zona di Redipuglia e colle di Sant’Elia.
Di quest’uomo resta il nome su un sacrario, mancano le testimonianze scritte. Perché mi soffermo su queste? Perché ho pensato spesso alla memoria orale, a ciò che mi raccontava mia nonna, che era molto poco di quello che accadde in quegli anni. Un riserbo sdegnato circondava le vicende delle famiglie dei maschi, tutti morti nella prima guerra mondiale, e su quello che ne seguì in termini di divisioni di proprietà, tutele, che non fu un capitolo edificante. La sua indipendenza e libertà le impedivano di dire. Era andata così, aveva provveduto a sé e ai figli. Ma a me interessava il rapporto tra lei e il nonno, e dalle parole pudiche emergeva un amore forte, una devozione alla memoria, collegata alla tangibilità, all’immagine, e all’uomo. L’uomo nel suo provvedere e nell’esserci, c’era stato e Lei era innamorata di quell’uomo. Finché aveva potuto c’era stata la cura, l’espressione dell’amore.
Dal ritratto che ho, si vede un bell’uomo, giovane, con folti baffi, il viso deciso e dolce. In quel viso ho ritrovato tratti di mio padre. Mi mancano i pensieri, posso immaginare una sofferenza mantenuta propria e un rassicurare chi era a casa. Ne sono sicuro, ma avrei voluto leggere le parole perdute. Noi che viviamo nell’epoca in cui le memorie digitali conservano tutto e quindi lo rendono di fatto inaccessibile, la memoria diventa un rumore di fondo, e nuovamente dobbiamo affidarci al tangibile: le parole, i sentimenti, i gesti concreti. Il significato è in ciò che si fa e si vorrebbe fortemente fare, per questo le calligrafie sono segni di qualcosa che avviene ed avverrà. Annuncio e traccia. Mi manca la traccia che era sottesa, come ci fosse un indefinibile precluso. E forse è giusto così, si ama per intuito e si vive l’amore, per gesti: c’erano entrambi. Riguardavano loro.
Il sapore di caffè satura il gusto. Rimane un amaro temperato, un preannuncio di dolce.
Le parole sono saltellate da una bocca all’altra, hanno screziato di lampi divertiti gli occhi, prima disteso e poi tirato il viso, e i sorrisi non sono mancati.
Le mani hanno manipolato l’aria, fornendole contenuti e forse lei s’è stupita di ciò. Un tono di voce ha fatto girare una testa, l’altra già guardava, e per un attimo, sono stati stupiti e curiosi, gli sguardi, poi sono tornati estranei, distratti da uno scroscio improvviso di tazze.
Un guaio? Forse no. Ma tutti, per un attimo, siamo diventati un po’ vergognosi d’innocenze immeritate, prima di tornare a guardare gli occhi e le mani.
E le parole e i silenzi sono ripresi, gli argomenti rimessi in moto, come le auto ferme al semaforo, oltre la vetrina schermata agli sguardi.
Il rosso, il verde, il giallo, si vedono. Basta alzare gli occhi verso il cielo e sono li che schermano le stelle e contengono, in quello scorrere di piccoli minuti, pensieri che portano a luoghi, idee, obbiettivi.
C’è un senso di ripetitività nell’aria, che mescola, con la luce, i gas di scarico. Radicali d’azoto e carbonio, liberi di fluttuare verso abitacoli e ciclisti.
Cambiamo discorso? Ma no, mi piace parlare, non ti accorgi che…non c’è noia, c’è solo il tempo che scorre troppo in fretta e s’illumina di verde, di rosso, di giallo, nella sera che viene.
Nessuno è in grado di vincere i fantasmi che albergano in noi se non guardandoli a fondo.
Mi torna spesso questo pensiero, come quello di un equilibrio impossibile. E invece l’equilibrio si può perseguire attraverso la consapevolezza, che non è un immoto contemplare ciò che accade in noi, come fossimo agiti da qualcosa che alberga nel profondo e che ci conduce ( paradossalmente più verso la rovina che la felicità ), ma la comprensione di cosa siamo nel flusso del vivere. Quindi la consapevolezza contiene la comprensione del sé e del moto e accetta il dolore che esiste nello iato tra realtà e desiderio, non volgendo il capo altrove.
Così si vedono i fantasmi: con lo sguardo che prende e trattiene e guarda nel viso. E si vincono poi nel rialzare gli occhi, nel guardarsi attorno, capendo che ciò che ci lega (il fantasma), è la paura del disamore che infine lo provoca.
28 anni fa, in questi giorni, mi fu regalata una seconda vita. Non è stata l’unica volta, ma è stata certamente la più importante. Un banale incidente, come si dice per esemplificare la precarietà in cui si vive e l’eccessiva sicurezza su cui ci appoggiamo, ma il cui esito poteva essere conclusivo. Bastava un centimetro più indietro. Ci furono 4 mesi di immobilità, qualche conseguenza che resta ancora, ma andò bene. Cosa ne ho fatto di questa seconda vita? Perché è indubbio che tale è stata. Certamente molte cose accadute poi sono proprie di una seconda vita. E per diversità, obbiettivi, risultati è cambiato il mio approccio nel vivere. Altre condizioni preesistenti sono continuate e hanno proseguito il loro cammino con me, vuol dire che erano importanti davvero. Ho pensato, anche, a quello che mi sarebbe stato negato e credo che la cosa più pesante sarebbe stata non vedere mio figlio crescere e non godere dell’amore che ho avuto e ho. In alcune tribù centro africane quando una persona si ammala e sembra non avere possibilità di guarigione, quando risana, gli viene mutato il nome, la sua famiglia precedente dev’essere nuovamente scelta, ma gli si concede, se vuole, di farne una nuova. Cambia lavoro e spesso anche ruolo nella comunità. Credo che quando ci viene data una seconda vita le scelte, sia confermate che nuove, dovrebbero essere discontinue rispetto a un passato in cui è subentrata l’abitudine. Perché magari non socialmente, ma interiormente qualcosa è accaduto e l’idea della fine che viene allontanata, esorcizzata, è diventata concreta, reale nel senso di possibile in quel momento. Ci sono persone che riempiono libri sulle esperienze post mortem e sul ritorno alla vita, ci sono molti articoli scientifici che spiegano, ipotizzano, giustificano, razionalizzano, ciascuno sceglie ciò che gli è più consono e gli piace, ma ragionare sulla vita significa anche considerarla una esperienza che si proietta in avanti e che dovrebbe farci considerare come si è vissuto sino a quel momento. Devo dire che sono stato un pessimo allievo, che dopo aver ripetutamente sognato il momento, il dolore successivo, rivissuti i momenti, ho messo il tutto in un luogo che è più angolo di riflessione che di cambiamento continuo. Ho anche smesso da molto di fare i bilanci di fine anno e i buoni propositi per il prossimo, ma una sensazione cresce da un po’ di tempo, ossia che le possibilità dobbiamo un po’ sfruttarle e meritarcele, che la fortuna coincida spesso con l’ottimismo e con la volontà gioiosa di essere, che lamentarci sia un modo per nascondere il dolore e trasformarlo in abitudine. Credo valga molto anche nei sentimenti, che il renderci conto che siamo vivi ha molto di positivo nelle scelte che si compiranno e che non sia necessario un incidente perché ciò avvenga, basta che sia qualcosa che ci muta davvero dentro. Ricominciare dai no per arrivare ai sì che contano sul serio. Se posso trarre qualche insegnamento da ciò che mi è accaduto dopo l’incidente, di certo sono diventato meno saggio, più combattivo, più determinato a capire cosa contenevo dentro e più ascoltante nei confronti degli altri. Sarebbe accaduto lo stesso, immagino, ma quando il pensiero torna a quel momento avverto uno spartiacque, un prima e un dopo, e fatti e cose sono accaduti, e mutamenti, e discontinuità, che prefigurano, nell’interpretarli, una diversa fase della vita, più giovane e meno connotata di passato. E allora mi penso davvero fortunato perché non solo mi è stata regalata una seconda vita, ma me ne rendo conto.
Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato, era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno.
Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70, ma allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro e invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?
Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.
C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si dicevano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio, però quello che ci stava dietro non si indagava. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme.
Cosa e quanto è mutato da allora? Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?
La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:
“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”
Ecco questa forse era una radice del problema, ma esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto venne semplicemente rinviato.
Scrivo come penso, confusamente. Senza rabbia e ben pochi giudizi. Servirebbero entrambi per mettersi su un piccolo sopralzo e dire chi ha ragione e chi no. E a me dire, non ho colpa, ma non è vero. Se mi sento troppo solo, m’ accontento di mettermi con una parte che ha un capo, ma non un’anima, né una coda. M’ ingegno a spingere senza guidare, cerco di accompagnare qualcuno che m’assomiglia. O almeno così mi pare. Discernere ancora mi riesce, di rado ho ragione. Sembra ci sia sempre qualcosa che non è stato considerato. E spesso ho l’impressione di qualche oscuro animale che nel suo sotto muoversi, impone volontà e poteri fuori della mia portata. Allora cerco di scavare, capire meglio, ma è tutto così agito che sembra d’essere burattini mossi da mani che non si toccheranno mai. E allora mi dico che forse mi sbaglio, che è una scusa per non fare qualcosa di buono. Buono per chi? Per me e per qualcun altro che la pensa più o meno allo stesso modo, ma anche per gli altri, solo che a questi sembra non importare poi molto..
Appartengo a una generazione che sembrava volesse cambiare il mondo e non è riuscita a cambiare le parti peggiori di sé. Oggi è più facile che qualcuno si chieda: ma quanto vali? O quanto vale, se parla d’altri. E non fa altro che applicare quel concetto di valore che dovevamo eradicare come fosse malattia infettiva, sapendo che è costruito sul nulla e compra cose e uomini, ma non compra ciò che si sente. Questo lo sapevamo bene, l’avevamo capito. Non avendolo fatto, la differenza oggi è rimasta la stessa, tra chi sente e chi non sente più. E ai primi resta un entusiasmo, una logica che illumina, un amore per sempre. Poca cosa, sembra, e così quelli che sentono si rintanano, non contano, a volte si trovano ai concerti, oppure si commuovono leggendo una pagina, guardando un quadro, dicendo a una donna che è così bella che gli toglie il pensiero e il fiato e davanti a uno sguardo stupito, gli spiace per un attimo di non essere come gli altri, ma solo per un attimo.
Solo il politically correct americano ha potuto inventare una dichiarazione di amicizia facile –e l’amicizia vera è ardua non facile- e il mi piace che può essere tolto dal contesto di un giudizio etico, limitandolo al ghiribizzo, o all’ estetica, o anche alla sola emersione momentanea dalla noia. E’ un modo ipocrita di far emergere le parti peggiori dell’individuo, senza pagare dazio, togliendole a qualsiasi riflessione. Così emergono i mi piace per sventure, tristezze, sfighe e porcherie varie, dove il mi piace forse vuol dire ti sono vicino, ma può significare anche molto altro: sei la realtà, è accaduto a te, posso guardare cosa si prova e non essere nella tua condizione. Tutto ben diverso dal con-patire, dal vivere assieme il dolore oppure la gioia, dal partecipare profondamente dell’altro, in questo caso sì amico. La rete, il virtuale, tolgono freni ed educazione alla riservatezza nel condividere. Tutto negativo? No, ma è un palliativo perché finiti gli aggettivi e contati i followers, la solitudine riemerge piena. Parlavo di ipocrisia perché non esistono i bottoni dei sentimenti forti, non c’è il ti amo, né il ti odio o il ti detesto, per questi sentimenti vengono lasciati lo spazio dei commenti dove potranno essere sfumati o meno. Quello che mi colpisce è la carica di aggressività che comunque esiste in questa società 2.0 , la trasposizione sul virtuale dei meccanismi azione/reazione che fanno così tanta parte della società economica e lo scivolamento di essi nella sfera emotiva è pieno e forse addirittura più forte, mancando il controllo sociale. Non è una novità, e neppure è nuovo che esso diventi fenomeno di massa, in tre anni Hitler mutò un paese che aveva una cultura imponente, classica, musicale, filosofica, che amava il greco e il bello, che aveva prodotto le principali invenzioni di fine ‘800, in un popolo che era disponibile a qualsiasi cosa, compreso perdere la vita per un concetto di superiorità che non c’era in nessuno dei parametri prima osannati come parte della propria cultura. Per questo non mi stupisco, ma mi preoccupo che non ci sia un argine, che al più si veli di ipocrisia l’emergere del superficiale come schema di pensiero, che non si analizzi e non si vedano le ragioni. Potrei consolarmi meditando sulla sublime inconsistenza del mi piace, del perché esso generi dipendenza. Magari ricordare che in una mostra d’arte raramente dopo tre bello, due bellissimo, un meraviglioso e un unico, resta ancora qualcosa da dire e si resta vuoti e ci sono ancora quadri da vedere, con l’annessa angoscia del mi piace reale. Quindi l’aggettivo è di per sé fallace e restrittivo, ma mi rattrista che in fondo si cannibalizzi il sentire e lo si trasformi in qualcosa che serve a sé, mentre l’altro ha l’illusione dell’essere al centro di una attenzione che in realtà è talmente labile da non avere consistenza. In fondo questa è la dimostrazione che il male della modernità è la solitudine e il disamore, ma parlar di questo non porterebbe molti mi piace.
Lama nuova, primo taglietto rituale dell’anno. Aspergo una goccia di sangue come un principe inca in omaggio all’esistenza.
Leggo i segni e ho colto una runa nuova sul viso: si è scritto un insistente pensiero. E’ bifronte, piacevole e doloroso. Consistente. Leggere il viso è leggersi dentro. Lietamente, per rispetto del passato proprio e degli apporti altrui. Ha segnato l’amore? E la delusione come s’è vendicata prima di dissolversi in consapevolezza? Sarà parola guida dell’anno: consapevolezza. Che sia lei che ha generato quell’ombra accennata? Era una scelta non fatta, forse? Nella geografia del viso le armate dei successi si sono infrante sul confine dei fallimenti. Accade così anche negli atlanti che il limite contenga un’ambizione e al tempo stesso ne abbia riempito di consapevolezza e cultura il territorio. Nel rito maschile del farsi la barba c’è una delle attenzioni permesse dall’ ego assegnato, in fondo giocare con una lama induce forza e tenerezza verso sé, ma è anche un momento necessario per guardarsi con attenzione. Vedersi. Se penso a una corrispondenza femminile, cosa di cui so poco, mi viene a mente lo stendere la crema o il togliere il trucco. Un fare e pensare raccolto: questione personale.
La lama scorre, liscia la pelle, il dorso della mano apprezzerà alla fine con un gesto rapido e un mezzo sorriso. Dei pensieri intimi davanti allo specchio, ben poco uscirà in parole, troppo personali per essere racconto di sé. In fondo ci si vede sempre in terza persona davanti agli altri. Ma in quella goccia di sangue c’è una consapevolezza in più e una riga tirata. Un prima e un dopo.
Mentre buttavo le briciole dal balcone, un piccolo assembramento di passeri si è radunato. Hanno becchettato quel che c’era, con molto senso della realtà, poi hanno divorato anche l’aggiunta, e infine sono sciamati in un volo corto fatto di fili e rami. Appoggi, insomma per stare a vedere. Siccome ho virtù aruspicianti, da quel breve volo, per inferenza statistica, ho tratto questo oroscopo egualitario, che va bene per chi ci crede e per tutti i segni, anche quelli sul muro e sulle scale che non si capisce mai chi li abbia fatti. E va bene pure per chi non ci crede l’oroscopo, perché al volo dei passeri nessuno si può opporre. Néanche Renzi o la U.E.
AFFARI: Distinguiamo, se per affari intendiamo gli aggeggi di solito elettronici, di cui non ricordiamo il nome, e a malapena la funzione, ma di cui certamente non abbiamo nozione del funzionamento, allora siamo circondati da affari che lampeggiano, rassicurano, inquietano e che sembrano avere una funzione consolatoria nelle nostre vite. l’anno a venire sarà ancora più ricco di questi affari che comunque non dureranno, e come gli altri si butteranno senza averne sfruttato le capacità. Se saprete coglierne il limite avvertirete anche un senso di liberazione e quindi affari nuovi vita nuova.
Gli altri affari, ovvero quelli che fanno i tipi in gessato, i conoscitori di vini pregiati che fanno bere agli altri il vino in tetrapack, i possessori felici e condonati, delle ville sul mare che costeggiano le nostre coste perché il mare è in loro funzione non per tutti, quegli affari lì andranno sempre bene. Per tutto l’anno e anche quelli a venire. Diciamo che i gessati appartengono a un altro universo che non ci compete e se i loro buoni affari fanno un po’ andar peggio i nostri, qualche motivo ci dovrà pur essere, ma per ora non sappiamo come metterci una pezza. Anche perché se mettiamo una pezza a loro restiamo un po’ col culo scoperto noi, che le pezze ormai le abbiamo lì.
LAVORO: nel 2015 chi avrà lavoro, lavorerà molto ma sempre con lo stesso ricavo. Alcuni si sentiranno dire: ti ho dato un lavoro e vuoi anche essere pagato? Ma allora non sei mai contento… Però si intravvederanno segnali positivi di uscita dalla crisi,e questo rincuorerà alcuni se avrà effetti pratici su di loro oppure deprimerà altri se non gli cambia nulla. Pare non sia una scelta possibile, quindi cercate di vivere al meglio e di aver fiducia. Per ora non costa nulla, la fiducia, anche se la si potrà detrarre dalla nuova denuncia dei redditi.
TECNOLOGIA: i passeri non erano passeri, erano droni, ma me ne sono accorto dopo. Sono sempre più intelligenti questi droni. La tecnologia ci coccolerà, affascinerà, convincerà per tutto l’anno e anche dopo. Ne saremo conquistati e compreremo un sacco di cose inutili e divertenti, che si rifiuteranno di funzionare quando servono di più. Saremo dipendenti e ci sembrerà di essere più liberi. Tutti i grandi marchi mostreranno novità che renderanno obsoleto e senza valore quello che non avete ancora finito di pagare. Le applicazioni che funzionavano tanto bene non andranno più con i nuovi sistemi operativi. E se con fatica avete imparato a far funzionare il penultimo ritrovato della tecnologia, dimenticatevene perché l’ultimo è diverso, più semplice e incomprensibile. Potete anche considerare cheperfino i droni passeri senza batteria non volano, che fare le 4 operazioni e scrivere su carta può persino risultare intelligente e senza attendere un black out mondiale cominciare a preferire la concretezza del legno, del ferro, delle piume e dei cuori pulsanti (ossia dei sentimenti).
SESSO: L’anno è aperto e promettente, Marte si incontra con Venere, se entrambi hanno voglia. Se siete degli dei non c’è problema, saranno situazioni idilliache e memorabili, ma se non siete dei guardatevi attorno e pensate a quello che davvero volete, la scelta sarà tra la durata e l’estetica. Come per le lavatrici tedesche. Comunque sia la scelta, visto che le possibilità sono ampie e l’anno favorevole, scegliete il meglio. E se non è vero che chi fa sesso statisticamente (chissà com’è il sesso statistico) vive più a lungo è pur vero che si diverte assai di più. Meditate, meditate, ma non per per troppo tempo, poi datevi da fare.
AMORE: L’ anno che si apre, secondo i passeri-droni è favorevole all’amore. A quello in corso, a quelli non ancora nati, a quelli che si concludono. La pentola del tempo sembra contenga sia la felicità che il dolore e che l’amore abbia la capacità di cucire entrambe e poi di metterle a disposizione come al self service. Abbiate fame e prendete una bella dose d’amore, consumatela che tanto ce n’è ancora, innamoratevi di chi lo merita e vi corrisponde e se vi capita di guardare il soffitto al buio, non è segno d’insonnia o disturbi alla vista, ma della necessità di ascoltare quello che c’è dentro: siete innamorati.
POLITICA: Il premier nel discorso di fine anno ha detto che la parola guida del futuro sarà ritmo: preparatevi a ballare. Sulle possibilità che questo sia un Paese tranquillo, i passeri-droni sono stati chiari: non sarà così. Ci sarà invece tutto il campionario di promesse, improperi, dileggi, speranze che fanno parte della politica non noiosa. Si vota il nuovo capo dello Stato, se ne avete voglia ci sono modi interessanti di partecipare attraverso gli allibratori di scommesse di Londra, di sicuro avranno più brividi delle quirinarie di Grillo. Forse si vota oppure no, ma il vero fatto nuovo è che il premier attuale non giura più sulla testa dei figli, come uno precedente, cosa che rassicura i figli, ma non il resto del Paese. Però promette il cambiamento, quindi non preoccupatevi ci mancherà niente. Allora dipenderà da voi occuparvi di politica, visto che neppure le elezioni mancheranno: potete fregarvene come fa il 50% degli italiani, aderire per opportunità a una parte come fa il 25%, credere a qualcuno o qualcosa per svariati motivi come fa il 23,5%, essere convinti di poter cambiare davvero le cose come fa l’1,5% degli italiani. Comunque sia la vostra scelta non illudetevi, la politica vi braccherà, vi costringerà a discuterne, influenzerà le vostre vite, vi farà inveire, vi darà delusioni e speranze, non le scapperete, allora tanto vale interessarsene davvero.
SELFIE: Sarà un anno favorevolissimo ai selfie, se ne scatteranno a miliardi. Aiuterà molto il riconoscimento momentaneo di chi li scatta visto che pare crescano i problemi di identità, e se nessuno sa chi è davvero meglio si scatti una fotografia e la metta su facebook, magari qualcuno lo riconosce. Tra le tante spazzature in crescita, dopo la plastica negli oceani e nei ghiacciai, ci sono i selfie. Se ne producono miliardi e sono usa e getta, solo che da qualche parte ristagnano e occupano memorie, cloud, sms, mail, social network, ecc. ecc. e stanno intasando tutto. L’anno che verrà non promette nulla di buono al riguardo, continueranno a moltiplicarsi finché ci sarà solo una immagine nelle teste di ciascuno, la propria.
TEMPO: Secondo una recente teoria pubblicata su Nature da due fisici americani sulla direzione della freccia del tempo (i due intervistati, hanno accolto il giornalista in maglietta e calzoncini corti, con delle pantofole interessanti a forma di orsetto quantico) si sono detti contenti della teoria e perplessi sulla comprensione della stessa), sembra che a partire dal momento zero dell’universo, il tempo e la sua freccia si siano espansi in entrambe le direzioni opposte, per cui le frecce sono due, opposte e noi saremmo remoto passato degli antipodi della freccia opposta. Questo provoca una piacevole conseguenza: siamo già stati e abbiamo una possibilità di futuro che già esiste. Tanto vale approfittarne e viverlo allegramente.
Buon anno a tutti, il tempo è una buona cosa, usatelo.