piccolo grattacielo

piccolo grattacielo

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Nell’angolo della grande stanza riconobbi la poltrona Proust. Mi rallegrò, come un’ancora nel mio mare agitato d’ignoranza. Ascoltavo l’assistente, una ragazza giovane, e credo bella, ma gli occhi andavano per loro conto nella stanza in cerca. Di cosa? Di appigli, di conosciuto. Vedevo gli oggetti Alessi, qualche foto, un’aria densa e spoglia di luogo di lavoro. Poi da una scala interna scesero i due fratelli. Uno portava un basco. Conobbi così Alessandro Mendini. Erano i progettisti di un edificio che l’ente che presiedevo,avrebbe voluto realizzare e l’incontro serviva per parlare del contesto, dell’uso ipotizzato, delle attese. E del futuro. Se un edificio non ha futuro non serve a nulla. Come gli uomini. Dopo il primo imbarazzo, la conversazione si svolse tra domande e asserzioni. Cercavo sicurezza dentro e consenso alle mie idee fuori. Sapevo cosa volevo,  ma volevo discuterlo ed erano i simboli che m’interessavano. Cosa avrebbe contenuto l’edificio per essere vivo, quante persone, come le vite si sarebbero dipanate in esso. Emergevano nella mia testa similitudini cariche di eros, come se l’amore per un’ idea diventasse corpo. Non lo sapevo, ma era un processo simile a quello che avviene nel virtuale prima di un incontro, il grattacielo tascabile, come mi ostinavo a chiamarlo, era un contenitore di attese. Sarebbe stato il più alto edificio della città, solo per un poco, naturalmente, e un luogo di ritrovo fuori dalla città storica, un vedere la città opulenta e sensuale e un esserne visto come simbolo di nuova idea di crescita. Nascita, crescita, erotismo di luoghi e destini. Pensavo più di quanto parlassi, i due fratelli mi raccontavano dell’atelier, dei lavori, del loro collaborare e poi nuovamente si tornava sul progetto. E ancora si parlava di Verona, di una bella casa in cui tornavano spesso e che da oltre Adige spaziava sulla città. E mentre m’informavo sul loro modo di creare, mi rendevo conto che quello che conoscevo mi veniva dai libri, dagli oggetti, mentre avvertivo che erano importanti le emozioni, il sentire. Di quella mattina, restò a lungo un entusiasmo. Il progetto quando arrivò, era pieno di geometrie, di luce, di colore, neppure si vedevano i suoi 60 metri, 85 al faro dell’antenna, si coglievano gli spazi interni, le relazioni. Un word trade in miniatura, un grattacielo tascabile pieno di trasparenza e cangiante di colore notturno. Era una decisione partecipata,  non solo mia, ci furono modifiche marginali, aggiunte di tecnologia, pignolerie per apparire intelligenti, tacevo, mi restava tutta la sensazione di quella mattina. Le cose dette c’erano, anche nella parte degli uffici temporanei si avvertiva un senso di intimità complice, un ritrovarsi nascosto, quasi da amanti. Gli affari sono questo, un colloquio intimo prima che una guerra che include la pace. Mi piaceva molto il nitore e il calore che veniva dalle relazioni di spazi comuni e privati. Un’innocenza per un futuro di crescita pulita.

Non se ne fece niente, la politica e qualche calcolo d’invidia, piccolo d’ingegno e grande di distruzione, si mise per traverso con la potenza sorda del limitare, non dire, occultare. Piccole concorrenze che danno l’idea del limite delle persone. La città ebbe un simbolo in meno, un punto di crescita mancato. A me resta la sensazione di un incontro e di un rapporto con l’anima che genera le cose. Ho avuto più io.

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