espunti dalla realtà

Nessuna prima pagina dei giornali su carta parla dello sciopero di domani. E’ significativo, la stampa si conforma ad una idea per cui chi protesta è marginale. Il fatto che vi sia un declassamento delle idee a favore dei personalismi, delle banalità momentanee è un processo che dura da tempo, prima sui talk show, ora ovunque. Anche l’antipolitica viene derubricata a fatto accessorio, serve anch’essa ad una maggioranza fatta di pochi che raccontano un paese diverso da quello che esiste.

I lavoratori, i pensionati, non fanno notizia, espunti dalla realtà, assieme alla crisi strutturale. Scompare l’aggettivo epocale quando servirebbe davvero e la crisi viene trattata come problema transitorio. Del resto sono scomparsi anche i suicidi di imprenditori. Le morti strane e poco spiegabili diventano trafiletti di interruzioni di servizi: una persona è caduta sotto un treno, due ore di fermo della linea ferroviaria.  Non basta più una storia, un morto, serve qualcosa che superi l’indifferenza. La crisi silente, i disoccupati atomizzati in migliaia di piccoli fallimenti e ristrutturazioni aziendali, sono un elemento di sistema e ciò la dice lunga sull’utilità di una informazione che sta diventando conformazione. Embedded.

Solo il caso, lo scontro fisico fa notizia ormai, questo sindacato ha stufato, si sente ripetere e Renzi l’ha capito subito. Ma di quale realtà si sta occupando chi per mestiere dovrebbe riferire ciò che accade? Va bene così? Chi riguarda la crisi, come se ne esce, quali alternative ci sono?

Domani chi sciopera ha una realtà diversa di quella di cui si parla, anche così il popolo si divide, anche così il potere diventa nemico, e invece avremmo bisogno tutti di unità, non di conformazione, di obbiettivi condivisi non di prove muscolari, ma non se parla e chi sciopera non si sente ascoltato. Il danno diventa anch’esso strutturale.

l’illegalità fa male: digli di smettere

Accendo mezzo sigaro, sono in un bar, quasi immediatamente mi chiedono di spegnere o di uscire. Ho attorno la riprovazione generale. Anche dei fumatori. Spesso mi accade anche fuori di sentire commenti infastiditi sul fumo.

Salgo in autobus, è pieno, faccio fatica ad arrivare a timbrare il biglietto. Ad ogni fermata salgono e scendono persone, pochissimi timbrano, tutti abbonati? Nessuno protesta o chiede ragione. Arriviamo in stazione, tutti scendono, tutti liberi. Farla franca sembra dia una soddisfazione particolare.

Quindici giorni fa un amico dirigente mi parlava del seminario, che ha tenuto la sua azienda, sulle nuove regole sugli appalti della pubblica amministrazione. Dovevano capire cosa c’era di nuovo e allora hanno chiamato avvocati, dirigenti pubblici (quelli che scriveranno i nuovi appalti), commercialisti. Alla fine la conclusione è che la procedura non è più difficile, neppure più trasparente, solo si sono moltiplicati i decisori, e quindi ci saranno problemi, che nel migliore dei casi saranno burocratici. Però tutto si affronta e il lavoro è lavoro. Ci sono centinaia di persone che lavorano e che devono essere pagate ogni mese, si capiranno le regole e si cercherà di vincere le gare. Guadagnandoci, naturalmente.

Siamo al bar, parliamo di Roma, tutti sono schifati, tre mesi fa parlavamo di Expo e Milano, poi due mesi fa di Mose e Venezia. Vedo sorrisi di compatimento per il mio accalorarmi, dicono che è così ovunque, hanno preso quelli facili, quelli impudenti. E’ uno scandalo che serve a qualcuno, poi tutto si quieterà, è il sistema che è marcio. Ma io dove sono in questo sistema? Se pago in nero un lavoro, se l’amico del bar mi fa uno scontrino a volte sì e a volte no, se faccio un favore per avere un mio diritto, se chiedo una raccomandazione nessuno si indigna. Se corrompo per avere un lavoro o evitare una ispezione e dico che è per non chiudere l’azienda, allora molti giustificano. Però quando prendono un corrotto tutti si indignano, e i corruttori? Perché non hanno altrettanta riprovazione di quando mi sono acceso il sigaro nel bar ? Se nessuno fuma al cinema o al ristorante, significa che il controllo sociale funziona benissimo. E allora quando si dice che siamo tutti onesti significa che non rubiamo cose, ma pure che gran parte di noi si gira dall’altra parte se vediamo farlo. Certo c’è il problema del rapporto cittadino istituzione, se si denuncia qualcosa la parte istituzionale ha proprie regole e abitudini, non interviene secondo i tempi con cui si attende che le cose vengano affrontate, le pene sono ridicole, lo Stato è inutilmente inquisitorio con i piccoli, e non con chi trova la strada per passare attraverso le regole. Ma pur senza sanzioni applicate non si fuma nei luoghi chiusi e quindi significa che una strada c’è per far rispettare la legalità senza troppi interventi. Dipende da noi, non votare più un disonesto, non prendere prodotti di una azienda che corrompe è un deterrente più forte della legge. Dipende anche da noi.

p.s. Le grandi aziende di software e i governi, assumono gli hacker per capire da chi li viola, le debolezze dei sistemi informatici e renderli più sicuri. I maggiori esperti di corruzione sono i corruttori, chi studia le norme per violarle, lo Stato dovrebbe assumerli, pagarli moltissimo e utilizzare la loro scienza per rendere forti e applicabili le leggi sugli appalti. Non lo dico io, lo dice l’OSCE. Costerebbe molto meno della corruzione e i lavori sarebbero fatti meglio.

piccolo grattacielo

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Nell’angolo della grande stanza riconobbi la poltrona Proust. Mi rallegrò, come un’ancora nel mio mare agitato d’ignoranza. Ascoltavo l’assistente, una ragazza giovane, e credo bella, ma gli occhi andavano per loro conto nella stanza in cerca. Di cosa? Di appigli, di conosciuto. Vedevo gli oggetti Alessi, qualche foto, un’aria densa e spoglia di luogo di lavoro. Poi da una scala interna scesero i due fratelli. Uno portava un basco. Conobbi così Alessandro Mendini. Erano i progettisti di un edificio che l’ente che presiedevo,avrebbe voluto realizzare e l’incontro serviva per parlare del contesto, dell’uso ipotizzato, delle attese. E del futuro. Se un edificio non ha futuro non serve a nulla. Come gli uomini. Dopo il primo imbarazzo, la conversazione si svolse tra domande e asserzioni. Cercavo sicurezza dentro e consenso alle mie idee fuori. Sapevo cosa volevo,  ma volevo discuterlo ed erano i simboli che m’interessavano. Cosa avrebbe contenuto l’edificio per essere vivo, quante persone, come le vite si sarebbero dipanate in esso. Emergevano nella mia testa similitudini cariche di eros, come se l’amore per un’ idea diventasse corpo. Non lo sapevo, ma era un processo simile a quello che avviene nel virtuale prima di un incontro, il grattacielo tascabile, come mi ostinavo a chiamarlo, era un contenitore di attese. Sarebbe stato il più alto edificio della città, solo per un poco, naturalmente, e un luogo di ritrovo fuori dalla città storica, un vedere la città opulenta e sensuale e un esserne visto come simbolo di nuova idea di crescita. Nascita, crescita, erotismo di luoghi e destini. Pensavo più di quanto parlassi, i due fratelli mi raccontavano dell’atelier, dei lavori, del loro collaborare e poi nuovamente si tornava sul progetto. E ancora si parlava di Verona, di una bella casa in cui tornavano spesso e che da oltre Adige spaziava sulla città. E mentre m’informavo sul loro modo di creare, mi rendevo conto che quello che conoscevo mi veniva dai libri, dagli oggetti, mentre avvertivo che erano importanti le emozioni, il sentire. Di quella mattina, restò a lungo un entusiasmo. Il progetto quando arrivò, era pieno di geometrie, di luce, di colore, neppure si vedevano i suoi 60 metri, 85 al faro dell’antenna, si coglievano gli spazi interni, le relazioni. Un word trade in miniatura, un grattacielo tascabile pieno di trasparenza e cangiante di colore notturno. Era una decisione partecipata,  non solo mia, ci furono modifiche marginali, aggiunte di tecnologia, pignolerie per apparire intelligenti, tacevo, mi restava tutta la sensazione di quella mattina. Le cose dette c’erano, anche nella parte degli uffici temporanei si avvertiva un senso di intimità complice, un ritrovarsi nascosto, quasi da amanti. Gli affari sono questo, un colloquio intimo prima che una guerra che include la pace. Mi piaceva molto il nitore e il calore che veniva dalle relazioni di spazi comuni e privati. Un’innocenza per un futuro di crescita pulita.

Non se ne fece niente, la politica e qualche calcolo d’invidia, piccolo d’ingegno e grande di distruzione, si mise per traverso con la potenza sorda del limitare, non dire, occultare. Piccole concorrenze che danno l’idea del limite delle persone. La città ebbe un simbolo in meno, un punto di crescita mancato. A me resta la sensazione di un incontro e di un rapporto con l’anima che genera le cose. Ho avuto più io.

niente da dichiarare

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Ronzano le notizie del giorno, cose già accadute, consumate. Guardo verso il cielo, c’è un azzurro stinto che sfuma in grigio, nuvole colorate. Lo so che non è vero, ma il freddo sembra mangiarsi la luce. Più bassi, tra le case, alberi zitti, facciate colorate che perdono brillantezza, balconi aperti solo dove si vive. Ieri notte, dagli appartamenti che ospitano studenti sul corso, finestre aperte, musica ad alto volume e voci punteggiate di scoppi di risa. L’appartamento a fianco era buio e silenzioso, ma le finestre erano altrettanto aperte. Le vedevo tra il fumo denso di sigaro e il vapore del fiato. Erano tutti altrove e forse al rientro la casa sarà sembrata meno accogliente, ma la disattenzione è giovane e incurante di utilità, è un tratto d’essere, uno stile. Si invecchia nell’attenzione alle cose.

La luce scema, diminuisce a vista d’occhio, i lampioni sottolineano l’assenza. Magritte ci vedrebbe l’inquietudine malinconica dello spettatore. Chi osserva è privato di qualcosa che altri hanno, fosse solo il tepore giallo d’una casa. L’osservatore non ha ancora pensato agli affetti possibili che sembrano esserci in un posto caldo e intimo, eppure già ne sente la mancanza. Nelle infinite variazioni della curiosità, l’assenza non viene considerata un movente, è quindi possibile muoversi in una scala senza limiti, c’è un desiderio insoddisfatto, una ricerca, una coscienza d’esso quando è già diventato altro. Nel nostro metereopatico oscillare tra stagioni, luce e calore, portiamo le storie in contesti indifferenti. Nulla di oggettivo, solo un ricordo intenso che riallaccia questa sera in un desiderio vissuto chissà dove. A Kiel, forse, oppure a Venezia, o a Odessa, o a Trieste. Era bisogno di calore, nostalgia, affetto, oppure futuro andante, ma molto, molto mosso e precario. Allora cosa conta il luogo? Nulla. Ricordo perfettamente che la luce scemava, si scioglieva tra le case e dietro d’ esse si sentiva rumore di mare, c’era un profumo di legna, il freddo che cresceva, e la sensazione che la solitudine entrava nelle ossa, scorreva dentro e usciva attorno. Non era ancora aggressiva, era curiosa e con la fatica di vivere che cresceva. Si sarebbe potuta riposare entrando in quelle finestre piene di luce, in quel suono di pianoforte, in quella sensazione di caldo che emanava la grande casa fiduciosa. Era tutto inerme e trasparente, e non c’erano persone visibili che passassero da una stanza all’altra, intente a cose belle e loro. Così l’assenza di figure includeva tutto: la pace, il calore, il rifugio contro il freddo e la notte, l’affetto possibile, l’odore tiepido della pelle nell’abbraccio che accoglie, il profumo che si spande quando si è molto vicini, le parole, i sorrisi, il sentirsi. E includeva pure il silenzio che non viene mai detto, quando si è assieme, eppure è così pieno e dolce …

difficoltà di spiegare

Lettere in stampatello, un po’ ondivaghe e diseguali, come fanno i bambini che hanno imparato a scrivere, ma non si lasciano andare al mare del corsivo per timore d’annegare nel senso. Conoscere la semplicità e la forza adulta che sta dietro quelle lettere pitturate con cura, guardate a fine opera prima di ripulire il pennello, perché i pennelli costano e vanno ben tenuti, avvertire lo sguardo che sorride muto, perché è tutto corretto e si può mostrare, è una gioia. Il cartello parla di una cosa comune, del suo buon uso, e sapere chi l’ha scritto è un piacere d’umanità. In altri tempi ho visto quegli occhi commossi, le mani grandi attorcigliate d’emozione, per qualcosa che ci riguardava tutti, ed è un privilegio che mi ha fatto capire molto. Lui, e molti altri come lui, uomini e donne, hanno vissuto due vite, una fatta di difficoltà, di affetti, di molto lavoro e sudore da fatica fisica, e un’altra vita fatta di lotte, presenza, volontà di cambiare, non per sé, per tutti. C’è una grande differenza tra la crescita e il successo personale e quello di tutti. E’ una differenza dove una parola desueta , solidarietà, è addirittura coniugata alla francese, e quella fraternità sembra una cosa vecchia, da persone che mettono assieme i loro destini. Forse per questa desuetudine a pensarsi assieme, di certe cose non si parla più. E forse per questo è difficile spiegarla al segretario del pd che punta al nuovo e ha pochi ricordi di lotte, ma è la differenza che sta tra sinistra e centro destra: da una parte si pensa di crescere assieme, dall’altra crescono i singoli. Però chi ha scritto il cartello è dentro al pd e non ci pensa proprio ad andarsene, ha dato fiducia al segretario perché chi vince ha la responsabilità di portare avanti le idee comuni. I segretari non si costruiscono sulle idee, quelle sono il nostro patrimonio, ti spiegherebbe, ma sul modo per realizzarle. E così gli dà fiducia anche se farebbe in altro modo. Quando parla, dice poche cose, così gli guardo le mani grandi e sento che anche loro parlano e ciò che esce fa fatica perché è radicato dentro. Non cambia opinione sul fatto che il giusto debba emergere e debba essere di tutti. E lui sa cos’è giusto e cosa non lo è, chi è debole e chi è forte, dove dovrebbero andare a prendere i soldi e dove invece bisognerebbe portarne. Ha fiducia del segretario, perché di un compagno si ha fiducia. Per questo non saprei come spiegare al segretario del pd che queste persone non si possono deludere, o peggio tradire, che in queste persone sta l’essenza del cambiamento perché sono disposte a soffrire se è per tutti e non solo per pochi. Non hanno mai avuto problemi di identità, sanno chi sono, perché sanno da che parte stare. Penso a questa difficoltà di comunicazione, di ascolto di chi non ha salotti o potere, di fiducia concessa perché un compagno non tradisce. Lo penso finché guardo il cartello, le lettere in stampatello, le loro altezze e righe un po’ ondivaghe. Penso che domani saremo assieme, che ci sarà buon cibo preparato con fatica e allegria, perché a stare assieme in cucina ci si diverte pure, che ci saranno parole e sorrisi, e magari lui si commuoverà perché gli accade quando sente che siamo in tanti e dalla stessa parte.

Sorriderà anche al fatto che invece che mille euro ne basteranno 20 per pranzare e autofinanziare quella campagna elettorale già fatta e perduta, perché tra le tavole piene di gente e importante e queste c’è una bella differenza. Qui i debiti si onorano anche quando si perde, ma l’avversario resta avversario. Questa è la differenza che fa di un uomo un uomo, ma chi glielo spiega al segretario.

punta dogana

E’ bello andarci adesso, nel pomeriggio. Fare tutta la fondamenta, magari fermandosi allo squero di san Trovaso e nella piazzetta vicino alla chiesa per godersi il sole. E voltarsi verso il tramonto. Lo sfondo dei colli euganei ingentilisce anche Marghera, che non è brutta da questa distanza, anzi un arco di tubi, qualche torre troncoconica di raffreddamento, le guglie del craking con il pennacchio di fiamma possono pure essere suggestive. Nelle giornate limpide, da Venezia, si vede tutta la corona di colli e prealpi illuminata dal sole ed è uno spettacolo impagabile. Ma non da qui, dovremmo andare verso santa Marta, qui ci dobbiamo accontentare dello Stucky, dei colli e di Marghera e di una infilata di tutto rispetto, tra la Giudecca e le Zattere, fatta di case, marmi bianchi, mattoni, chiese, acqua. Mica poco. E poi ci si gira e si guarda verso San Giorgio. Ma non siamo ancora arrivati e perdiamo tempo. Qui si perdeva tempo. D’estate lo si perde ancora seduti ai tavolini dei bar sulla fondamenta. Quand’ero ragazzo, anche si nuotava in canale, c’erano dei camerini bianchi e azzurri, una piscina delimitata da pali e reti nel canale, le ragazze che prendevano il sole. Poteva essere Trieste e Barcola, ma io non lo sapevo e stavo al sole, chiacchierando con gli amici e cercando di crescere. Un padovano a Venezia, guardato con un po’ di sospetto, accolto per amicizia. Si perdevano gli ultimi giorni di scuola, era ebbrezza di vita, non la prima e, per fortuna non l’ultima, una delle tante iniziazioni al vivere. quelle che non finiscono mai. Ma sto divagando.

Da san Trovaso, dopo i Gesuati, la riva cambia, diventa più solitaria e man mano ci si avvicina ai magazzini del sale, le persone rarefanno. Vi consiglierei di andarci con una persona con cui siete legati, l’aria di novembre è fredda, ci si stringe, i baci e gli abbracci verso punta dogana sono un’esperienza bella. Comunque si arriva e qui le cose cambiano ancora una volta. per me almeno. Sulla sinistra c’è il bacino di san Marco, sulla destra san Giorgio, la punta è davvero punta e divide l’acqua, la luce, il calore, le sensazioni. Sono due bellezze differenti, alle spalle ci siamo lasciati il sole che tramonta, davanti le luci della città gloriosa. Guardando verso palazzo Ducale ci si aspetterebbe un doge alla balconata centrale che accolga le navi che portano l’oriente, le spezie, la luce. Perché i veneziani, l’oriente l’hanno sempre avuto nel cuore, come quell’Enrico Dandolo, che dopo aver comandato una crociata, aveva pensato bene di abbreviare la strada e trasferire Venezia a Costantinopoli ed ora è sepolto a Santa Sofia. E quel doge che non s’affaccia vede, navi con il pavese issato, l’orifiamma sull’albero maestro, i vessilli con il leone, gli alberi e le vele in manovra. Non quei palazzi di ferro che passano ora con migliaia di turisti vocianti, vede navi da mar e da laguna. Navi da ricchezza, panciute e pronte a percorrere il mondo, ma soprattutto il Mediterraneo e l’oriente. Forse questa visione di Venezia potrebbe essere ancora attuale, città che appartiene al mondo e città che cresce nel Mediterraneo, che è legame e punto di scambio e ricchezza comune. Cultura, intelligenza e fare, come un tempo. Ma divago ancora, guardate, invece, quanto è bella la riva degli Schiavoni, le luci, le barche e le rive piene di persone, e anche la dimensione malinconica che si porta ogni sera con il bisogno di caldo e di luce. Ma non ascoltatela più di tanto, restate in equilibrio sul limite, perché è bella quell’aria che invita a trattenersi ancora un poco. E’ come la speranza, che chiede di trattenersi ancora, di indugiare, di aspettare.

San Marco è un punto d’arrivo e di partenza, san Giorgio è la città che resta, che non va, che si trattiene e costruisce. E’ bello san Giorgio, bianco, mirabilmente proporzionato, intuibile nei suoi chiostri che aprono altri orizzonti. Guarda un altro santo, un altra piazza e pur senza essere piazza, è spazio e presidio, chiesa solida, struttura, trionfo organizzativo. Bello capire che qui c’è uno spartiacque tra poteri, da un lato quello temporale che aveva una basilica come cappella del doge, il commercio, la ricchezza, l’oro e la potenza, dall’altro l’ordine benedettino riformato e risorto a Padova, nerbo di un intendere la vita come apprendere e fare, una chiesa che ha terre, capacità, oro e potenza, altrimenti. Per capire ciò di cui parlo basti pensare che chi progettò chiesa e chiostri e sale era Andrea Palladio e che l’immensa parete del refettorio aveva tra le sue meraviglie una tela enorme commissionata al Veronese, le nozze di Cana, trafugate poi da Napoleone e portate al Louvre.  E così anche la pittura parlava di una munificenza senza limite, di una capacità di risolvere i problemi e mantenere la festa che solo i veneziani potevano avere. Vedere da punta dogana, San Giorgio maggiore illuminato dall’ultimo sole è bellissimo, poi la notte pian piano lo spegne, lo acquieta in una pace che sembra sonno, mentre la riva di fronte è piena di luce, di vita e di persone.

Siete arrivati in punta e sentite l’aria che si raffredda rapidamente, avete la sensazione che ciò che brulica tra acqua e terra sia un contenitore, una chambre marveilleuse, dove voi potete vedere ciò che avete dentro oltre la meraviglia che sta fuori. Uno spartiacque tra due mondi, un limes che qui si integra, la città da un lato, lo spirito dall’altro e il tutto percorso dalla vita, dai bisogni, dall’ordinario, dai desideri, dalla crescita, dalla necessità. Un luogo in cui tornare, e così doveva essere per chi aveva, come i veneziani, per pavimento il ponte di una nave e per soffitto il cielo. Godetevi la punta e la visione, almeno per un poco, stringete qualcuno a voi e poi ci sarà tempo. C’è sempre tempo. 

il pescetto di liquirizia

Un pescetto, una lira. Nero di gomma e liquirizia, perfino bello con le sue scagliette accennate. 10 lire, dieci pescetti, messi in un pezzetto di carta bianca, accartocciata con perizia. O in una bustina, ma più di rado: le bustine costano. Il vaso dei pescetti è di vetro, esagonale con una bocca larga da cui si attinge con una piccola sessola. E’ accanto ad altri vasi uguali con diverse leccornie colorate, ci sono anche delle more di liquirizia di varie misure e delle palline ricoperte di micropalline colorate e dure, ma costano di più. Quanti pescetti ci sono in un vaso? Una ricchezza. Ho imparato il valore della lira così: una lira un pescetto. Anche il valore del condividere ho imparato, pescetti e more di liquirizia, terra catù, o tabù erano beni comuni, chi le teneva per sé era un avaro. Cajia, si diceva in dialetto, attaccato alle cose, taccagno. Era un’ offesa importante.

Ci sono i nativi digitali, gli euro nativi, io sono un lira nativo, anche se la lira rarefaceva come moneta reale già quando ero bambino. Mi piaceva il pesce che c’era sulle 5 lire, mi sembrava evocativo di ciò che potevo comprare. E la spiga delle dieci lire era segno di opulenza, il pane che stranamente più o meno aveva lo stesso valore. 10 lire un panino croccante.  Capivo meno la cornucopia sulla liretta, non sapevo cos’era, e anche se andava meglio la bilancia sull’altro lato, l’equivalenza pescetto-lira era un processo astratto. E mi sembrava quasi una magia il fatto che con una moneta mi dessero 10 pezzi di piccolo piacere, magia assimilata nel concetto di valore. Ho fatto più aritmetica in latteria che a scuola, compresa la soluzione immediata di problemi di calcolo. A scuola c’erano spesso mele e patate da comprare, vasche da bagno che si riempivano in continuazione, tempi da calcolare, resti da pretendere, dalla lattaia tutto era immediato, rapporto uno a uno, resti non ce n’erano mai.

Spesso non so che fare dei centesimi di euro, me li chiede il supermercato, che ho scoperto essere taccagno, cajia, mentre il posteggiatore, per l’offerta sotto l’euro, mi guarda malamente. Bisogni e valori diversi. Però un centesimo è 20 lire. C’è il tracollo del valore in questa corrispondenza e con un centesimo di euro non mi danno neppure un pescetto. Ecco il difetto dei lira nativi, hanno la percezione di un’assenza, di un tracollo, di qualcosa che si è deteriorato e che poi ha mutato nome per nascondere la realtà che cambiava. Come se l’entropia venisse mutata in qualcosa di accattivante, chessò euforia ad esempio e l’universo non degradasse più. I leader politici fanno abitualmente questa permutazione di significati, tanto gli indici di de-crescita non li guarda nessuno. Che sia questa la decrescita felice?

Il lira nativo torna al pescetto che è la base di valore della soddisfazione originaria: piccola, ripetibile fino alla saturazione del gusto. Quanti euro mi servono per avere la stessa soddisfazione? Provate a rispondere, le implicazioni sono tali e tante che la cosa è solo apparentemente banale.

tra confine e città

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Il sommaco non lo sa che c’è un confine. sia pure di seconda categoria, dove si passa a piedi e nessuno ti controlla. Non lo sa e macchia di rosso l’una e l’altra valle, indifferentemente. Si distribuisce e radica con la caparbietà della vita. E qui la vita è anzitutto caparbia. Difficile per il terreno, difficile per la precarietà, difficile e muta perché si parla poco. La commistione è facile, ma quella ci pensano gli uomini a renderla difficile. E per mescolarsi si devono superare gelosie di luogo, lingua, spazio. Eppure l’imperativo della vita è ibridarsi, trarre il meglio da ciò che viene offerto, poi si verranno distinzioni, identità e sospetti che sono più paure. Ma l’imperativo sarebbe: mescolatevi e sarete biologicamente migliori. Sul confine tutto si mescola eppure si distingue. Anche i modi per portare un servizio, la luce o l’acqua sembrano segnare diverse modalità e intelligenze. Sul crinale, verso il lago, corrono pali e fili elettrici. Per qualche oscura deviazione mentale, ovunque vada la mia attenzione è attratta dall’ordine in cui pali e fili sono posti. Mi sembra che questo abbia un significato oltre l’utile e le abitudini. Negli Stati Uniti e in Canada, grovigli di cavi nei vicoli, trasformatori appesi, accade anche in Portogallo, in Argentina, oppure in certe aree africane e medio orientali. Qui, invece, pali di legno o tralicci, seguono crinali, le città sono abbastanza libere da cavi, trasformatori sulle case non se ne vedono. Come se per qualche oscura, residua, forma di rispetto la ferita di un palo e d’un filo che tagliano l’orizzonte venisse ridotta a tracce che si susseguono, strade aeree per equilibristi e uccelli e i grovigli vengano nascosti chissà dove perché almeno qualcosa venga risparmiato. Ma oltre ai pali, i fili e gli alberi, non c’è nessuno. La solitudine pervade tutto. E non solo è più difficile vivere da queste parti, ma si nota l’assenza d’uomini e di macchine. Le strade sembrano portare verso un nulla che è dietro l’ultima curva. E così nei paesi i movimenti lenti fanno sembrare tutto più vecchio, affaticato, così anche nei gesti sono lontane le frenesie di Milano, le luci notturne di Roma, il semplice assembrarsi nelle piazze di città. Qui tutto è rado. anche gli uomini. E allora per chi è tutta questa bellezza? Con questa domanda tra solitudini gloriose d’autunno, tra scrosci di pioggia tappezzate di rossi, gialli e cremisi si scende a Trieste. E la città è calda di scirocco, luccicante di pioggia, vociante di chiacchiere serali attorno ai bar. Ma negli spazi, sul molo Audace, la pioggia ha cacciato i soliti perditempo, e anche Piazza Unità, stasera, è stranamente libera da persone. Sarà per questo che tra gli ultimi sprazzi di luce, emerge una bellezza violenta di edifici e manufatti deserti, apparentemente senz’uso. Non c’è un utile stasera, la pioggia l’ha spazzato con piccole raffiche di scirocco. C’è solo bellezza di pietre ordinate, di luci, di calore che trapela dalle vetrine dei negozi, dei buffet, dei ristoranti, dei caffè famosi. E c’è solo bellezza nel gesto d’una bianca ballerina di strada che prova i suoi passi nella piazza. E’ avvolta nel suono di un violino, accordato un po’ approssimativamente e si muove, in questa oscurità che cresce, leggera, muta e perplessa. Come il vento.

elogio della verza

Con i primi freddi, anzi con la prima brinata, le verze che erano ben presenti in ogni orto, diventavano più buone. Così si diceva, forse perché la fibra dura delle foglie esterne, ghiacciando, diventava morbida. Mio nonno allora cominciava una cura a base di zuppa di verze, il broeton (gran brodo, forse per la quantità di liquido che accompagnava le foglie), e di verze soffegae (soffocate dal coperchio, stufate). Sembrava fosse una dieta dimagrante e depurante in preparazione degli stravizi delle feste, ma soprattutto era un antidoto al freddo che entrava da ogni interstizio (e ce n’erano molti) nella casa. Di sicuro qualche effetto l’aveva perché qualche chilo lo perdeva. Lui sosteneva che la verza aveva proprietà sgrassanti visto che si accompagnava così bene con il maiale. Le spuntature, le costicine, i cotechini, insomma dove c’era grasso la verza assorbiva. Così diceva mio nonno che tutto era fuorché un nutrizionista. Di certo gli piacevano i sapori forti, quelli di pianura, da nebbia e da gelo. Tornando a casa col tabarro, sul birocio col cavallo o in bicicletta doveva avere un freddo terribile. Tutto era frammisto nelle diete di periferia che era già campagna. La verdura aveva dominato estate e primavera, l’autunno era stato un po’ più parco, ma col gelo c’era poco. Era tempo di carciofi, radicchi di campo, trevigiano da imbiancare per marcitura delle foglie esterne e poi le verze, i broccoli. Le patate erano scorta di carboidrati che non mancava, ma la verdura fresca serviva, eccome se serviva, visto che le vitamine della frutta erano precluse. Quand’ero bambino ricevevamo due casse che a me piacevano come contenitori per i giochi, erano fatte di vimini e scorza d’albero intrecciate, piene di arance, limoni e mandarini, mandate da amici di Latina ed sempre manomesse perché gli agrumi, come datteri e banane erano merce rara e costosa. Ma erano una festa a parte, che non era frequente né diffusa.

Per trasmissione culturale, credo, i nonni mi iniziarono alla cultura della verza, università essenziale del sapere padano. Non quello di Bossi e Salvini, ma quello che scorreva da migliaia d’anni nella valle più produttiva e a quel tempo povera, d’Europa, la pianura padana. La verza la si trova ovunque nelle ricette invernali delle regioni della valle, nella cassoela milanese, nelle ricette piemontesi ricche d’agli, fino farle parlar slavo e mescolarla con i fagioli nella jota delle valli friulane dove l’Italia non si distingue più dalle propaggini dell’est. A casa sarebbe stata, assieme al baccalà, ai radicchi con pancetta e gli gnocchi, una costante invernale. Come il freddo e la neve. Credo che poche piante siano generose e umili come la verza e che poche si prestino altrettanto all’estro: dall’essere bollite per stomaci deboli, sino al trionfo della stufatura e al sapore sapido che da chissà cosa viene estratto considerata la semplicità che l’accompagna nella preparazione. Quindi semplicità, umiltà, generosità, doti che accompagnavano i popoli della pianura, avvezzi a conoscere invasioni d’altri e forse per questo dotati di un relativismo salutare. Dalle mode culinarie straniere, dalle culture, traevano quello che poteva essere coltivato e incontrare il gusto. Credo che gli gnocchi conditi con zucchero e cannella di tradizione tedesca e triestina difficilmente avrebbero attecchito in alcune parti povere del veneto, nel polesine o nella bassa padovana ad esempio, se non fossero stati il succedaneo festoso ma compatibile dei blasonati agri dolce, dei saor raffinati, della repubblica del leon. E così per il cren che nelle ruvide basse accompagna ancora i bolliti, mentre nelle parti più raffinate e pedemontane il dolce e il pepe si mescolano nelle mostarde, nella pearà, nella pevarada e poi mutano sino agli gnocchi con le susine e nelle brovade di confine .

Una cucina povera e ricca di sapore, accogliente e discreta, era la più bella metafora delle persone che ho conosciuto da bambino. Metto due ricette semplicissime, che faccio abitualmente e non per nostalgia, ma perché mi piacciono proprio nella loro ruvida schiettezza:  

La verza, meglio grande, viene lavata e privata delle foglie esterne con la costola più dura, queste vengono sminuzzate in pezzi più piccoli o affettate a strisce corte. In una pentola capiente, si mette a soffriggere una cipolla tagliata sottile con uno spicchio d’aglio, appena il soffritto è biondo si mettono le foglie sminuzzate, poi si aggiungerà anche il torsolo tagliato a pezzi. Si lascia che le foglie si insaporiscano per bene e poi si aggiunge acqua in relazione alla consistenza della zuppa che si vorrà ottenere. Si mette il sale grosso e si copre e si fa bollire molto a lungo. In pentola a pressione almeno 40 minuti, oppure un’ora e 20 e più in pentola normale. E questo è il broeton che va servito caldissimo, con olio crudo, pepe e formaggio. Una volta si usava polenta fredda dentro il brodo, oppure pane biscotto.

Oggi l’ho fatto con il cous cous alla faccia del sindaco della lega della mia città che non riceve il console del Marocco e devo dire che era proprio buono.

Per fare invece le verze soffegae si taglia il resto di verza in quarti, con la parte delle foglie più tenere e centrali, mondate del torsolo, e poi a strisce sottili. In una padella si soffrigge cipolla e aglio e man mano si mette la verza, si condisce con pepe e sale e con un po’ di dado granulare. Si copre e si mescola ogni tanto. Alla fine, quando le verze sono color giallo carico (25-30 minuti) si spruzza d’aceto e si consuma a fuoco alto per un minuto. Vanno bene come contorno per carni o anche da sole se arricchite di salsiccia sbriciolata e cotta assieme.

A casa usavano strutto, ma si può benissimo farne a meno. Con le foglie più tenere si può cucinare la verza lessa e condirla con olio e sale, oppure con la parte più interna, i cuori, tagliatii sottili e soffritti farne un brodo per i risi e verze. Insomma ci si può sbizzarrire nella semplicità.

Questo al nonno scappato di casa perché amava i cavalli a 14 anni e ritrovato dopo sei mesi in un circo a Napoli, sarebbe piaciuto. 

così immagino

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Così immagino il tavolo ordinato e penso al mio, ingombro di cose da fare, di idee interrotte, di appunti, di riottosità per ciò che si dovrebbe. Sul tuo c’è un foglio, una penna, un tablet. Rigore come il bianco alle pareti. Rigore come il tentativo di un ponte verso l’innocenza. Rigore per accedere all’ordine della perfezione. E’ ordinata la perfezione? Mi piacerebbe parlare con te di tre parole guida: innocenza, super io, serenità. Partendo dalle sensazioni, come quando ci davano i temi scuola e un legame bisognava pure trovarlo tra il poco appreso e ciò che ribolliva dentro (e che voleva uscire). Potremmo anche parlare di ormoni e di libertà, di tangibile, materico, sensuale e anche di etereo, romantico, passionale. Tutto messo assieme, agitato per bene, reso urgente. Era lì la natura del disordine? dell’inquietudine? Immagino, ma è un mio pensiero, che senti il disordine come antitesi di una purezza primigenia, un peccato contro il nitore. Era ordinato il prima del ribollire ? Era un facile comporre le forze anarchiche del desiderio nella quiete delle cose al loro posto? Approvazione. Di chi? Perché? Che ci sia sempre il bisogno d’un amore interrotto alla base di tutto? Sembra di muoversi su una spirale che mentre ci allontana fa vedere la vita che si ripete, era solo un poco prima, e il centro, da cui emana o converge è sempre un po’ oscuro. Sembra tenere più energia di questo evolvere pigro che allontana, il centro. Si va sempre verso l’esterno con le gambe e verso l’interno con la testa. Il cuore va ovunque, ma chi lo ascolta davvero, il cuore?

Fuori dalla finestra, dalla porta, il verde e gli alberi. La collina si arrampica verso le case. La strada è venuta dopo, prima i sentieri. Gli alberi, e ancor più gli arbusti e le erbe, non hanno altro ordine che il reciproco vivere. Sgomitano ma trovano sempre un equilibrio conforme alla vitalità. Quello che ribolle anche in te e che hai altrove condotto e regimato. Diversioni da sé. Le pratichiamo tutti e a larghe mani, perché essere è fatica. Nei miei ricordi di bambino, il disordine non mi ha mai infastidito, erano gli adulti che lo pretendevano. Anche in quei quaderni ricchi di aste e linee orizzontali lo volevano. E in quelle associazioni strane di lettere e suoni: celo si scrive con la i, ed è cielo. E io scrivevo e cancellavo, perché gli occhi contraddicevano le orecchie, il suono. Finché si aprì un buco nel foglio e piansi. Da allora il cielo ha una i e dentro ha un colore senza troppe vocali. E un piccolo dispiacere. Conformarsi.

Come sarebbe stata la scrittura primigenia senza obbligo di conformità ad un codice comune? L’armonia delle linee e dei tratti. Un ideogramma per mettere assieme pensiero e sua rappresentazione. Un codice senza sintassi. Efficace tra pochi, avrebbe impedito lo sviluppo dell’umanità. Niente regole, niente letteratura, niente matematica. Divago. Il dottor Divago perduto tra necessità e libertà. Guardo il foglio con l’immaginazione e lo vedo bianco. Nel cestino, appallottolati, i pensieri da gettare. Ordine. Il tablet e il pc conservano tutto ciò che vogliamo e ci presentano sempre una pagina pulita. L’apparenza ordinata dell’elettronica e del digitale, sotto c’è un magma di fotografie che non verranno analizzate, spesso neppure riviste, pensieri sbozzati, testi che si consumano nella loro formalità e conseguente inutilità. Come una voragine la memoria magnetica ingoia tutto, non discrimina e restituisce l’apparenza dell’ordine. Il disordine è madre di tutte le cose e si espande come una spirale sfrangiandosi d’energia, ma qualcuno ci convinse che abbiamo bisogno di perfezione al posto della imprecisione. Non ci resta che l’armonia per liberarci dal mito della perfezione e dall’innocenza. L’armonia, e l’equilibrio che non è un suo sinonimo, per rispondere a sé, non ad altri. Una condizione di forza.

C’è un ordine nell’armonia. Riguardo la congerie magmatica del mio tavolo, come una eruzione che ridisegna il mio paesaggio interiore. Vale se perseguo l’armonia altrimenti ne sarò, più o meno felicemente, travolto. Ma tu su quel foglio bianco, cosa scriveresti?