Di brevi inessenzialità costello il giorno. Due righe lette senza fretta, qualche parola scritta a mano, il piacere d’una telefonata, quel pensiero da indagare, il sogno di stanotte, la risposta che da tempo attende. Tutto s’interloquisce d’altro, ma senza cura che ne farei di tutte le corse, delle scorciatoie, del tempo guadagnato e mio?
Osservo che d’abitudine si circonda il cibo, che il parlare di larghi silenzi è fatto e che, se s’ accantona la cura, anche ciò che colpisce è rito. Della somma dei miei tempi sottratti resta un guadagno di futili cose: l’aprirsi d’una finestra, il gettar oltre lo sguardo, l’andare che non si ferma neppure nel riposo.
E allora nel giorno una musica continuerà a risuonare e ci sarà un pensiero che provoca un sorriso.
Inessenzialità, che per me solo han senso, sono in realtà la cura.
L’aereo, nella notte, sorvola la penisola arabica. Sotto i deserti, le sabbie fino al mare e poi l’acqua, anch’essa nera. Notte nella notte, nero nel nero, sopra c’è un’immensità di stelle, sotto la dimensione spaurita dell’uomo che cerca il sonno per ritrovare al mattino la luce.
Dopo il Cairo e prima di Abu Dhabi c’è solo il buio. E di nuovo buio sino a Sana’a. Le imperscrutabili ragioni economiche della compagnia aerea tagliano due volte il deserto e il buio che avvolge tutto. Nella sosta forzata all’aeroporto, restare a bordo sarebbe il massimo del confort, ma si deve scendere. C’è un’espressione che mi torna in mente: gli occhi feriti dalla luce, ed è così. Il buio era primordiale, ma dolce e ovattato, induceva la vista di cose senza distanza o il sonno, secondo la stanchezza, fuori la luce violenta lo sguardo con la plastica dei duty free, degli arredi pieni di arabismi fatti in Cina, ferisce la quiete e il buon gusto. Tornare a bordo, dopo aver capito il proprio nome detto da un altoparlante pieno di consonanti, è una conquista e una liberazione. Ancora buio. Per ore di volo.
Anche la costa è buia. Penso al mare sottostante, incessante di moto, ai pirati di cui non si parla più. Chi si muove nel buio sa cosa deve fare, ha almeno due sensi in più, il primo è la capacità di coordinare ciò che i cinque sensi avvertono, il secondo è leggere il buio come spazio, dargli misura per potersi muovere. Chissà cosa vede e sente un animale notturno, noi, figli della luce, abbiamo abusato della nostra madre, scordandoci che la notte era anch’essa madre di vita e non solo di riposo e così per noi il buio non ha misura e ciò che non ha limite impaurisce.
Il buio sotto l’aereo dice che qualcosa è accaduto sulla costa, che lo Stato che sorvoliamo ha deciso cose che riguardavano le luci e quindi gli uomini. Mi raccontavano che Massaua era una sorta di territorio libero, divertimenti poco compatibili con un regime di povertà diffusa, poi c’è stato il taglio netto, via i giovani, via le attività, via tutto ciò che può nuocere ad una dittatura. Anche il divertimento e il turismo nuoce se fa parlare troppo liberamente.
Il nero della pianura continua verso l’altopiano, si vedono luci troppo piccole, anche se l’aereo non è alto, siamo su Asmara. Dopo le luci di Abu Dhabi, quello che c’è sotto è piccolissima cosa, sembra una strada di paese quella che taglia il centro, luci di lampione rade, si intuiscono le case, ma non ci sono palazzi alti, mancano le luci rosse di segnalazione. Eppure è una capitale. Scoprirò poi che quella dimensione di case che si estendono senza alterare le dimensioni, induce una quiete, come ci fosse una presa del territorio da parte dell’uomo, ma senza fretta. Intanto è notte fonda, l’aeroporto è illuminato di luci giallo brune, ma sembrano lampade notturne che non devono disturbare il sonno, e fuori, dopo il piazzale dei taxi improbabili, dilaga nuovamente il buio. Nelle notti seguenti ho spesso alzato gli occhi e li ho immersi in uno strepito di stelle. La Rift valley non è distante, e ho pensato: ecco ciò che vedevano gli uomini che ancora non sapevano d’essere tali.
Oggi è iniziata a radio 3, la lettura ad alta voce dei Piccoli Maestri di Meneghello. Ho amato questo libro, e pure molto, per il contenuto, la scrittura, la lingua e per l’apparente semplicità. Sembrava mi parlasse direttamente, come accade tra amici nelle sere in compagnia, dove si cena e poi si racconta. Forse l’ho letto nel momento giusto, quando potevo capire, cambiare, sentire che c’era un senso a quel resistere prima, e al resistere poi, con molte mancanze e umanità. L’umanità è quella cosa che uno si sente addosso e che gli fa sentire gli altri oltre sé, è piena di sbagli, ma ha una direzione, è come se sapesse che qualcosa è giusto, e lo fa, ma senza forza o cattiveria, perché è quello che si deve fare anche se non si sa bene cosa ne verrà.
All’inizio Meneghello dice: non eravamo buoni a fare la guerra. E dirlo è un amore per la pace, non per la quiete, un fare quello che è giusto. Forse questo non lo capirono quando il libro venne pubblicato. C’era la retorica della Resistenza, che era rossa o non era. E anche per me era così, perché vedevo che i partigiani rossi non avevano fatto carriera, non occupavano i posti importanti dello Stato, non erano a capo delle aziende pubbliche, erano tornati a fare gli operai, i muratori, i contadini, oppure se facevano politica erano funzionari di partito, con la miseria sempre a un passo. Quindi chi aveva pagato di più non erano i borghesi, i professori, ma la povera gente e così mi pareva che la Resistenza degli altri fosse meno importante, meno resistenza perché non aveva in sé il riscatto, il cambiamento. E senza cambiamento, tutte quelle speranze erano state tradite. E si vedeva, oh sì che si vedeva, perché se c’era il miracolo economico, non erano poi cambiati i rapporti di forza tra chi aveva e chi non aveva. Con una testa così confusa, mi sembrava naturale parlare e sentire un tradimento della Resistenza, come cosa vera, ma anche di sentire la necessità di un riscatto, di un completamento oltre la retorica. Ma forse era una cosa mia, perché altri avevano già superato tutto e quella retorica la consideravano come una palla al piede e un’ incapacità di leggere la realtà.
Piccoli maestri mi aiutò a capire che la Resistenza era rossa per tutti quelli che l’avevano fatta e scoprii l’importanza del Partito d’azione, che non c’era più, ma era un assente-presente nella vita pubblica. E quando un azionista di allora, pur confuso, parlava della sua Resistenza, senza grandi eroismi, ma forte di necessità, mi sembrava che raccontasse un pezzo della verità che mi riguardava. Che riguarda questo Paese anche adesso.
Piccoli maestri è un libro che ha 50 anni, eppure dice ancora molto. Solo che non si legge, oggi si cerca altro. Alla mia generazione, poteva dire di più, e se non dice nulla ai nostri figli, è colpa nostra. Il rosso della primavera, è diventato grigio, non abbiamo comunicato passioni che servono. Queste cose però basta leggerle, a questo servono i libri. Qualche anno fa, ne hanno fatto un film senza nerbo, girato anche nella mia città, forse non hanno capito che non c’era nulla da dire e molto da sentire, che le vite sono tali quando si vivono, che sono i sentimenti che devono emergere, ma questo non fa scena. E se gli eroi erano persone comuni, cosa volete che ci fosse da raccontare quando combattevano e desideravano la pace, quando cercavano di assomigliare a quell’umanità che avevano dentro. Niente, che fosse così importante da cambiare davvero tutto, però le vite le cambiava, eccome se le cambiava. Ecco, Meneghello era bravo a raccontare com’era cambiato, come aveva fatto Fenoglio, Calvino, Levi e qualche altro. E questo mi piaceva, perché mi diceva che fare ciò che si sente, ci fa assomigliare a noi stessi e ci cambia da come ci hanno indottrinato. E’ un metodo che vale sempre, anche adesso, forse per questo sarebbe una buona cosa che chi è giovane lo ascoltasse leggere e magari lo leggesse.
Quando si doveva purificare qualcosa in laboratorio di chimica analitica, si lavorava con i solventi. Lì ho incontrato la teoria del lavaggio, che aldilà delle formule, si spiegava con un esempio semplice: per togliere più sporco ci si deve lavare più volte con poco sapone piuttosto che una volta con molto sapone. Il motivo è che lo sporco si toglie in percentuale e non muta se c’è tanto o poco detersivo, solo se si opera ripetutamente andrà via un po’ per volta e diventerà infinitesimo, invece con una sola volta si toglie l’apparenza, ma la sostanza resta.
Siccome ero un allievo farfallone, più che la teoria del lavaggio e il risultato dell’analisi, mi colpiva l’idea della purezza originaria che emergeva quando ci si incasinava la vita, con la conseguenza che ogni volta si voleva far immediato ordine e pulizia, salvo poi ricascarci con le stesse modalità di lì a poco.
Questo, ed altro, mi ha fatto fare il chimico per poco, però la teoria del lavaggio me la sono portata nella vita e anche oggi penso che:
nella corruzione in politica a poco vale colpirne uno, con un gran dispiego di forze se poi il resto del marciume resta intatto, bisogna lavare in continuazione per pulire il tessuto sano dalla corruttela,
nell’insofferenza per quello che non funziona nella società e in noi, non contano tanto i cambiamenti repentini che poi tornano sui propri passi quanto il ripetere l’azione che cambia come si sta nel mondo,
nel mostrare la sostanza di ciò che si è, non conta un no ogni tanto, ma il dire costantemente ciò che si pensa e si vuole,
nel disordine che si sente nella vita, buttare via tutto quello che viene a tiro una volta, conta poco se si lascia intatto quello che riprodurrà la stessa condizione di lì a poco.
E, parte più difficile, se nei sentimenti c’è bisogno di mutare davvero la sostanza, meglio arrivare alla pulizia profonda piuttosto che accontentarsi del primo strato e cioè dire davvero ciò che si sente e non la parte compatibile con l’altro.
Tutto questo mi ha fatto vivere meglio? Non posso saperlo, anche perché ho derogato parecchio e se pensavo, allora, che la sostanza pura era un mito dell’alchimia, perché faceva coincidere il soggetto con l’anima, non è necessario tanto nella vita, bastava l’approssimazione. Però se lo sporco fa soffrire bisogna lavare a fondo, e ripetutamente. Qualcosa di indesiderato (?) resterà sempre, però imperfetti, ma abbastanza puliti è meglio. Eccola la teoria del lavaggio.
E’ mutato il significato della fotografia: da eccezione a normalità. La quantità e la diffusione delle immagini è sempre stata presente, la Kodak, a partire dai primi del ‘900, ha costruito un impero su questa possibilità di renderne universale l’uso della fotografia, ma oggi la possibilità di fermare immagini prescinde dai nomi dei produttori, diventa, come per la riproduzione del suono, qualcosa di cui ci si accontenta dal punto di vista tecnico per far emergere un significato dell’immagine. Quale significato? Quello della dimostrazione dell’attimo vissuto. E così il tempo viene rubato a se stesso, l’immagine sostituisce il messaggio, che anziché essere scritto, appare. E mai come oggi la fotografia è stata insieme narrazione di frammento e apparenza priva di contesto. Frammento perché cerca di racchiudere la parola che descrive in un mostrare e quindi lascia al libero arbitrio interpretativo. Apparenza perché la stessa descrizione del contesto dev’essere semplificata dal punto di vista cognitivo, si deve condividere per non equivocare e quindi la cosa dev’essere semplice. Andrebbe tutto bene se la semplicità non divenisse banalità, ripetizione, serialità da eccesso, per cui non lascia traccia anche se pretende di mantenere in sé l’attimo, cioè l’eternità. Mai come adesso si è socializzata la fotografia e ogni giorno vengono immesse quantità inimmaginabili di immagini visibili a chiunque, per cui ci si può chiedere se non sia questo numero a rendere totalmente differente il significato del fotografare. E’ così. Gran parte delle immagini non hanno un significato comune e semplicemente, entrando in rete, vengono buttate in una discarica che non si saturerà perché ciò che si fotografa comunque perderà la funzione di traccia del sé, per la volatilità del digitale, e non solo la sua enorme quantità. I supporti magnetici non tengono più di un certo tempo e se una stampa o una pellicola durano più di 100 anni, una registrazione digitale può esserci o non esserci, dopo 20 anni. E’ un problema per gli artisti, per i fotografi veri? Certamente no. E per chi vuole tenere l’eccezione è un problema? Neppure. Solo che una cosa, la fotografia al pari del testo solo digitale, è qualcosa di diverso da ciò che era, non è immortale, non racconterà di noi, non mostrerà il mondo come noi l’abbiamo veduto, neppure quando si potrà leggere o vedere, perché parlando tutti assieme non si sente nulla di ciò che viene detto. Una sorta di Alzheimer tecnologico divora e divorerà la memoria questi scatti, assieme ai documenti che scriviamo e tutto il resto. Ecco che il mezzo assume oggi un altro significato, la transitorietà, e forse questa è l’immagine più fedele che la fotografia ci restituisce. Sic transeat gloria mundi. La nostra gloria non dura, ed è la cosa più crudele, dopo la perdita della giovinezza, che ci potessero dire.
Più libri e meno mimose. Così consigliano i librai per l’otto marzo. Donando libri (e non solo l’otto marzo) mettiamoci anche un fiore, meglio se in vaso. Il piacere del leggere, il conoscere, non sono mai in contrapposizione alla gentilezza, anzi la generano, la esaltano. E’ la conoscenza arrogante, che non fa fare un passo avanti al noi e neppure all’io.
Le donne conoscono bene il valore del sapere e praticano la gentilezza, quindi meglio associare i simboli e non scinderli. Le donne mi hanno insegnato il valore del sapere e della gentilezza. Quelle con cui sono cresciuto mi hanno anche raccontato che non sempre avrebbero pagato, che non erano di per sé fonte di ricchezza o di potere, ma erano un piacere, avevano una loro felicità e generavano benessere. E soprattutto mi avrebbero permesso di parlare con me e con gli altri. E su una cultura hanno insistito in particolare: quella del rispetto a partire dai sentimenti altrui. Se cerchiamo questa cultura nei libri, solo i grandi scrittori ne parlano adeguatamente e ciò che sorprende è che le storie non siano mai scontate anche quando si sa come andranno a finire, perché è la persona che non è mai eguale. Ed è una “letteratura” dinamica e fondata su principi profondi quella che tratta del rispetto, in grado di separare il melenso da ciò che è carne e sangue e quindi verità.
Tutto questo le donne lo sanno e lo insegnano, basta ascoltarle. E donare loro un libro e un fiore significa dire che ammiriamo l’intelligenza e siamo conquistati dalla gentilezza.
Che ogni giorno sia otto marzo, nella mente e nel cuore.
Come certe mattinate d’Africa, dopo il primo canto del muezzin, quando non dormi perché sotto la zanzariera è caldo e senti che appena fuori spira una brezza sottile. E allora ti alzi, e vedi una luce ancora sospesa, le finestre aperte, senti i rumori della fatica di chi già lavora attorno. Ed è tutto sommesso, anche il tetto che nella notte è stato pieno di zampette e fruscii, tace, ma non la foresta, non gli alberi pieni d’uccelli, di grida, di colori che volano, di ombre marroni che si muovono veloci. Sopra, il suono, a mezzo, la quiete della luce già incipriata di pulviscolo, e sotto gli uomini. E ti sembra che da quella luce sottile, da quella brezza leggera, venga un’energia che scende nel profondo. Poi ci sarà il caldo, il suono diventerà rumore, verrà la fatica, ma in quella luce sospesa c’è l’universo che ogni giorno rinasce.
Molti, quasi tutti, vanno in bicicletta o a piedi: studenti, avvocati, professori universitari, professionisti, artigiani e massaie. Altri in suv. Ma quelli sono commercianti, persone in cerca di evidenza facile, nobili più o meno decaduti con palazzo in centro, personaggi con capitali strani, foresti. La città storica è piccola, si percorre in mezz’ora, ed è un gusto andarci tra portici, piazzette, caffetterie e tavoli all’aperto, monumenti e palazzi. Molti palazzi e monumenti, che si sovrappongono come nei dipinti del ‘300, che trovi nella basilica o nel Salone, ce n’è uno di Altichieri da Zevio, bellissimo, nella cappella del beato Luca Belludi, che mostra il Santo e la città zeppa di case, con quella prospettiva piatta che dà un senso di folla curiosa e un po’ meravigliata, solo che non ci sono persone ma palazzi, strade, piazze e torri che si accalcano entro mura turrite. Una sorta d’isola in mezzo a una campagna che accoglie e converge come un abbraccio. Dentro le mura del ‘500 è un addensarsi di case e se si vedono dall’alto, a malapena si indovina il cardum e il decumanum romano, perché la città c’era prima di Roma e perché non fu mai un accampamento, e così le strade si muovono a raggiera, a ellissi larghe, ristrette dai portici, ma anche allargate da essi per chi cammina. Ci sono strade in cui pedoni e biciclette si mischiano allegramente, altre in cui c’è un caotico flusso che dipende dalle ore e dagli spostamenti, le auto sembrano in più, servono per tornare a casa quando si è andati distanti, ma poi il piacere è muoversi con la fretta che consente un corpo. Non sono mai sufficienti le rastrelliere per le bici e le piste ciclabili stanno decadendo da quando è arrivato un sindaco che non capisceperché foresto, che sente le ragioni dei commercianti e molto meno quelle di chi non vota, come gli studenti. Qualche anno fa proposi al rettore di fare un campus per la facoltà di medicina fuori città, mi rispose che non era il caso e che l’università era un campus urbano come accade ad Oxford o Cambridge. Aveva ragione lui sul campus, del resto quasi 70.000 studenti non sono pochi in una città che ha 200.000 abitanti, ma aveva torto pensando che fosse come nelle città inglesi dove è l’università la principale struttura urbana e il centro di pensiero anche economico. Qui, come a Bologna, ci si vanta dell’università, ma poi si pensa ad altro, spesso la si sfrutta. L’alma mater è al più matrigna per l’ industria e indifferente alla tradizione commerciale millenaria. Una economia miope e spesso arrogante oltre che lagnosa, fatta di parole e poca generosità. Non è un caso che gli ultimi benefattori si siano estinti nei primi anni del secolo scorso, questo ci dice che dopo lo splendore degli anni della repubblica e del principato, la lunga dominazione veneziana non ha generato una stirpe di munifici ricchi, ma circoli chiusi e gelosie. Eppure c’è un’aria che altrove non si trova. Non quella inquinata che si respira, ma l’idea che possa accadere qualcosa di grande, di bello, di adeguato a un destino che punta in alto. Questo non vedere l’alto è tipico di chi guarda con troppa attenzione ciò che vende e più per il guadagno che per la sostanza, ma mi ostino a pensare che in un qualche momento ci sia chi comincia a guardare innanzi e vede che la civitas è un insieme unico se ne facciamo parte non se si vive di rendita. E’ chiaro che sono di parte, amo troppo questa città, ne ho la sensazione tangibile quando ci cammino, quando vedo luoghi in cui sono cresciuto e che hanno acquistato la giusta dimensione capendo col tempo, cosa si è pensato e cosa c’è stato tra queste mura, ma non è solo un amore fatto di appartenenza, è il piacere di tornarci, unito alla capacità di vedere difetti e limiti. Da molto tempo l’industria delle lapidi per gli uomini illustri langue, con fatica si trovano qualità importanti per dedicare una strada, le stesse glorie accademiche si sono rarefatte. Come per gli uomini, le città vivono se si aprono, se guardano lontano, ora il periodo è indeciso tra una micragnosità di piccole ricchezze tenute strette e il volo di chi vorrebbe un respiro possente che indichi al mondo che di cultura, di ricerca, di saperi, di scoperte ci si alimenta e vive. Quando ci penso mi dico che finché ci saranno biciclette e persone che vanno a piedi c’è speranza che questo vedere prenda il sopravvento. Lo so che è così, perché chi cammina ha tempo per pensare e chi pensa riesce a vedere oltre, ha una meta, che è non solo la strada su cui cammina.
Quando qualcosa si incrina, o si ricuce, oppure ci si dispone alla rottura. All’inizio non lo si fa neppure consciamente, ma ciò che prima era semplice e accettabile, muta e prevale il sentirsi non capiti, spesso offesi. Questo genera omissioni, silenzi, rimbrotti e ogni cosa cambia di significato. Insomma ci si orienta verso un fine di separazione. E c’è un limite oltre il quale tutto precipita, diventa inevitabile. Non lo è, ma ricucire costa fatica perché provare sentimenti non è gratis, capire l’altro è un impegno. Il conto sull’efficienza di una relazione, una sorta di economia dei sentimenti, prevale se ci si chiude, se non si costruisce/avverte il nuovo dicendolo esplicitamente (non ho più nulla da dire è la rinuncia a dire il nuovo), e al contrario, mettendosi in attesa di qualcosa che non verrà. Credo sia questo uscire da una fatica che si ritiene solo propria che accelera la distanza, l’inevitabilità. E il lasciarsi andare all’inevitabile, è un togliersi la colpa di ciò che si doveva decidere. Forse per questo c’è un culto del destino per il quale le cose succedono senza nostra responsabilità. Non è così, ma siccome un po’ infingardi lo si è di default allora è meglio crederlo. Si dovrebbe dire la stanchezza e la propria difficoltà e sperare che venga accettata, perché solo questo, l’accettazione, può cambiare entrambi e le cose. Se così non è, non era una incrinatura ma una rottura antica consumata da chissà quanto tempo e poi coperta d’ abitudine. Da molto l’io aveva soverchiato il noi, ma si faceva fatica ad ammetterlo, perché non essere in grado di tenere in piedi un progetto è un fallimento. Però ci si dimentica che solo i progetti e l’entusiasmo, e il costruire falliscono, e possono conservare il buono del molto che si è fatto, mentre l’arroganza, la prevaricazione, il dominio non falliscono, ma non costruiscono nulla.