mi piace, cosa?

Mi piace. Oggi è un modo di dire ciao, ma perché lo si scrive con tanta facilità? forse perché non impegna.
Il sentire che ci sia qualcun altro che corrisponde è intensamente vivo, non si esaurisce con un mi piace, credo,
Sapere che prova e tenta di trovare una sua strada e la mette a disposizione

Di certo vuole uscire da una situazione che è brodo tetro d’immobilità, ma ancora non è pronta la voglia di mettersi in movimento verso una direzione. Forse non ha allenamenti giusti per trovare la sua forza.
Altre volte colgo il segno che l’energia reclama la vita, e allora vaticino felicità che attendono, sento lo scrollare dell’anima che vuol vedere.
Che dire allora, mandare qualche esile segnale, spingere lo sguardo per sentire il mutare? Oppure attendere rispettoso che i cicli abbiano il loro chiudersi, perché questo accade e noi possiamo dire che non lo vorremmo ma ciò che si chiude davvero lo ha già fatto per suo conto.
Ho un rapporto personale con il ricordo, ne vedo le possibilità sfumate, la sua creatività infinita, sento che esso è parte di me, lo lascio interagire col presente, ma poi gli chiedo di essere ciò che è stato : vita ricca e come tale mia parte, ma non altro.
Questo non m’impedisce di dolermi però mette un limite al dolore e lo coccolo come una vecchia cicatrice che fa parte di me e che porterò nel futuro ma non sarà il futuro.

luoghi dove si mangia

Pantaloni neri, camicia bianca, a gruppetti i camerieri parlano, si muovono, non capiscono nulla del mondo fuori dal loro momentaneo occuparsi e sembra che lo scopo sia il movimento. Nei vicoli, nelle piazze, ristoranti in cerca di clienti, profumi forti e tavoli di antipasti troppo abbondanti. Resteranno giorni ad invecchiare immersi in finti oli di prima spremitura. Qualcuno osserva il menù, pochi si siedono, c’è spazio tra i tavoli adesso più distanziati per il covid. Lentamente, senza obbligo d’ora, in parte i locali si riempiono, gesti usuali. Togliere una giacca, avvicinare una sedia, distrattamente prende il pane dal cestino e sbocconcellare, osservando. Attorno si infittiscono i dialoghi, le voci si alzano e si abbassano, come onde di un mare che sta sopra le teste, che smuove l’aria di odori e di particelle d’unto. L’unto scende nell’anima, nel cuore, qualche Inquietudine emerge, i sorrisi vagano leggeri. Si parla e non si osserva. Quell’unto che il menù decanta nelle pietanze si rincantuccia negli angoli dove le scope non arrivano, inacidisce, penetra, fornendo il colore del luogo. Ogni luogo è la somma di un passato, di un guasto che si è trascinato in avanti sino a diventare identità. E chi ora è seduto, lo fa per novità, caso o abitudine, deciderà poi se mutare la condizione iniziale, conta il sapido o il raffinato scindersi dei sapori? Già essere seduti in un ristorante, vedere il muovere dei camerieri è una quasi novità che annuncia un mutare della situazione propria e altrui, si diluisce l’ansia dei mesi di cattività.

minimi pensieri 9

Alleviamo le giornate di piccola poesia: un pensiero che distoglie dall’usuale, un gesto congruo ad una cura, lo sguardo che coglie una bellezza nascosta. La parola si confonde e diviene sentire, così l’alleviare è il curar di sé nell’allevarsi e il puntare verso l’alto del levare. Come se nella sua terreità il reale coltivasse un sogno che abbiamo dentro e ci dicesse che non si è mai soli quando si parla col cuore del mondo.

immagino

Leggevo di un terzo stato tra il sonno e la veglia. Ben descritto nelle sensazioni e negli incontri che in esso si possono fare, sembra sia una cosa che tutti possediamo, ma alcuni, pochi, in misura più rilevante perché ad essi accade più spesso. Beh, spesso significa una volta in 5 anni e però di esso resta una impressione profonda che riesce difficile comunicare. Si tratterebbe di uno stato in cui si fonde il percepibile con l’inconosciuto e in esso lo stesso corpo diventa quasi immateriale o altra cosa da quello che normalmente è, pur mantenendo i sensi ma anch’essi variati e acuiti. Negli stati intermedi in cui vive l’immaginazione credo ci siano tracce di questa modalità dell’essere in cui il reale si ridimensiona e diventa diverso. Le esperienze virtuali credo recuperino in parte da queste modalità dell’essere e pur avvalendosi di strumenti tangibili, scivolano in una dimensione che alberga in qualche parte del nostro cervello.

Pensavo che non mi illudo di essere capito quando rappresento ciò che sento e che può essere detto, ma che neppure mi sforzo perché questo accada. Accendendo il camino ho preso dei ciocchi di un melo tagliato l’anno scorso, mi colpiva la perfezione dell’addensarsi delle fibre, il residuo di corteccia che dove lasciava il posto alla superficie del legno mostrava un passaggio da una rugosità ricca di segni prodotti dal tempo e dalle variazioni delle stagioni con le loro occasionali intemperanze, fino a una superficie a tratti liscia e in altri luoghi con cicatrici di rami che erano stati eliminati dalla stessa pianta. Questa superficie liscia variava nei colori del grigio e del nocciola e poteva essere letta come qualcosa che racchiudesse altro. In fondo la metafora che una statua è un blocco di marmo a cui è stato tolto ciò che non era necessario si può applicare a qualsiasi insieme compatto di materia e persino ai fluidi. Ciò che differenzia il pensiero di chi vede solo un pezzo di legno da chi vede una figura che si forma nella sua testa, che saggia con le dita e annusa per sentirne il profumo, è tutta in quell’esperienza dell’immaginare unito al fare. Ma questo ognuno di noi, se ha voglia di sviluppare la sua parte artistica, lo può tentare sapendo che ci saranno infinite insoddisfazioni e prove e insieme una crescita che diventa parte del sentire.

Lo stato di cui leggevo era ancora oltre e seppur limitato nel tempo non era da questo influenzato, si parlava cioè di qualcosa che come nei sogni non ha una misura ma una realtà propria e una sequenzialità che implica più un connettere le sensazioni piuttosto che stabilire quanto esse durano. Ciò che veniva descritto erano vari accadimenti, tutti in relazione a un io che era l’unico nucleo permanente mentre il resto mutava. Si parlava ad esempio di sensazioni piacevoli, ma anche di quelle dolorose, si descriveva una fluidità del corpo che poteva essere una soddisfazione sessuale primaria. Usava parole imprecise però nell’insieme l’idea dello stato particolare veniva trasmessa, ho associato queste descrizioni a certi sogni che si fanno da bambini dove il sogno continua nel risveglio e l’impressione forte che ne rimane si imprime nel ricordo. Mi sono anche chiesto, nella mia ignoranza conosco ben poco delle sensazioni che prova chi pratica discipline orientali od occidentali che agiscono sulla mente e sul corpo, se esista una sorta di capacità non sviluppata che porta a questi stati senza l’uso di droghe perché esse di fatto, sono in noi e alterano i normali circuiti che presiedono alla percezione.

Mentre scrivo sto ascoltando le suites per violoncello solo di Bach, attorno la stanza è in penombra, so che se mi mettessi sulla poltrona e chiudessi gli occhi, poco a poco le cose attorno scomparirebbero dal pensiero e agirebbe solo il suono, mentre di tanto in tanto, piccoli lampi di colore porterebbero scene e ricordi apparentemente senza alcun nesso.

considerazioni apolidi

Indignarsi non basta più. È la premessa, ma senza fatti, gesti, pensieri che operano, l’indignazione è sterile e non muta nulla. Il disagio è fisiologico, ed è ciò che non corrisponde a sé, a un comune sentire con chi ci è amico. L’indignazione è il primo tentativo razionale di dare un nome a questo disagio e di rifiutare il potere che lo comprende.

Un vaso è stato rotto da qualche parte, la cosa ci riguarda. Quando uso il noi penso a persone che non conosco, che non accettano ciò che è acquiescenza o cinismo. Non sono neppure attendisti, l’ha da passà ‘a nuttata, l’hanno considerato una impotenza transitoria per riposarsi, ma le idee non mutavano, restavano forti per cambiare.

Effettivamente non so a chi parlo e così parlo a me stesso. Da anni in politica e nella società si cerca il massimo comun divisore sociale e le persone che lo fanno non mi piacciono. Preferisco quelli che perseguono il minimo comune multiplo, l’eguaglianza e la dignità come diritto comune. Aritmetica di base per una società di uomini pensati come atomi, con molecole difficili, ardue nei legami. C’è una chimica del tenere assieme ciò che è giusto e necessario? Pensateci perché è indispensabile nell’era della pandemia, della diseguaglianza crescente, dell’ascensore sociale che funziona all’incontrario. Se non c’è il giusto condiviso, l’amore e il bene diventano difficili, inefficaci a lungo andare. Le società indifferenti trasferiscono l’indifferenza nei rapporti personali. Se non mi interessa dell’altro , starò con te per utilità, bisogno, difficoltà a rompere il legame giuridico, ma non per amore. Quando fanno quelle grandi manifestazioni sulla famiglia, ci pensano a questa carenza di valori comuni? Ci pensano che per preservare l’amore nella loro famiglia equilibrata e partecipe, è necessario non essere ingiusti con l’amore degli altri? Ci pensano che il giusto è fatica, è differenza, è gesto e indignazione perché qualcosa viene tolto ad uno, e quindi a tutti ?

Un vaso è stato rotto, ma era rabberciato alla bell’e meglio, ci pareva sano e invece non lo era. Quando ci si indigna si sente il limite del passato, di ciò che si è fatto, della propria importanza e possibilità: è un dare testate al soffitto in cui ci siamo confinati. Occorre qualcosa in più, il cielo per non sentirsi soli. Per questo penso al noi, senza conoscere se ci sarà qualcuno che ha le mie stesse insofferenze.

Non sono gli amici a josa, neppure il cicaleccio inane, ci sarà qualcuno che prova lo stesso bisogno e non si arrende. Come in quei giochi da bambini, in cui uno diceva all’altro, pensando di averlo vinto: ti arrendi? Allora, alcuni, tanti, abbiamo imparato a rispondere no, non mi arrendo e il gioco non finiva, poteva cambiare verso.

una lettera almeno

La parola scritta e la calligrafia sono importanti per me, porto attenzione anche a come le singole lettere si esprimono, al loro andamento nella pagina. Cerco di intuire cosa ci sia dietro il muoversi di quella mano che ha tracciato con intenzione di lettura e di comunicazione. Ma di lui, del Nonno, non è rimasto nulla. Di certo scrisse più volte, in molte occasioni. Chi è distante scrive, e lui fu spesso distante, e a quei tempi non c’era altro mezzo. Però si è perduto tutto. Credo sia accaduto in quei tre anni bui, nati alla fine del 1917, dove tutto fu precario o forse dopo, negli innumerevoli passaggi di casa, migrazioni, che comunque carte, mobili, cose, si persero o furono guastate.

C’è una fotografia, da cui venne ricavato il suo ritratto che lo mostra in un gruppo di fanti con le baionette innestate. I fucili, così bardati, sono alti come loro, un po’ ridicoli a vederli ora, ma c’è un ordine, come in una foto di classe. Di sicuro il fotografo di reggimento li dispose secondo un’ iconografia consolidata che doveva fornire più idee a chi vedeva: l’ordine e la forza, la solidarietà del gruppo, la familiarità, la certezza di un ritorno. Una sorta di famiglia al fronte che doveva rassicurare chi era a casa. Non so cosa pensò mia Nonna nel vedere la fotografia, di certo sperava e attendeva, aveva i bambini piccoli di cui occuparsi, doveva tenere assieme e sostenere la famiglia dopo il rimpatrio affrettato dalla Germania, mantenere una casa propria che non la vedesse ospite. Con la fotografia di sicuro giunse uno scritto, ma questo non si trova nel retro, così penso che la Nonna tenne più cara l’immagine, delle parole.

Il 233° reggimento fanteria “Lario” fu formato nel gennaio del 1917, il ruolino del battaglione fornisce ampie notizie sui periodi al fronte, sulle località di combattimento, sulle perdite subite. Il battaglione prima del definitivo scioglimento dopo la fine della guerra nel ’18, venne più volte ricostituito, segno che le perdite in combattimento erano tali da metterne in discussione l’operatività e l’esistenza. Un battaglione di morti che si rinnovavano. A maggio 1917 in tre giorni perdeva 1806 effettivi e 30 ufficiali, a luglio nuovamente perdeva moltissimi uomini e ad agosto in due giorni tra il 18 e il 20, le perdite erano di 1594 uomini e 67 ufficiali. Moltissimi, gran parte, sono i dispersi, cioè i non identificati. Il Nonno, muore e viene identificato il 19 agosto. Ho cercato la località: dolina delle bottiglie, riportata sia sullo stato matricolare che sui bollettini di reggimento. Con molta difficoltà, di recente, sono riuscito a trovarne traccia geografica, ora è oltre il confine, in Slovenia, non molto oltre la zona di Redipuglia e colle di Sant’Elia. Se sarà possibile andremo a cercarla, noi, i discendenti, come ho fatto altre volte. Spesso è stata una delusione: una dolina è una depressione, una buca più o meno grande, nel terreno pietroso e carsico. Il paesaggio è mutato, solo perché ricco di vigneti che hanno fatto la fortuna di qualche cantina. Terre poco abitate, come allora, prive di attrattive che giustifichino le terribili carneficine che furono perpetrate in quei luoghi. Spesso i villaggi sono abbandonati e le poche case rimaste hanno muri di sasso che si ergono a contenere tetti sfondati e alberi nati all’interno.

Di quest’uomo, mio Nonno, resta il nome su un sacrario, mancano le testimonianze scritte. Perché mi soffermo su queste? Perché ho pensato spesso alla memoria orale, a ciò che mi raccontava mia Nonna, che era molto poco di quello che accadde in quegli anni. Un riserbo sdegnato circondava le vicende delle famiglie dei maschi, tutti morti nella prima guerra mondiale, con il poco edificante epilogo che ne seguì in termini di divisioni di proprietà, tutele. La sua indipendenza e libertà le impedivano di dire. Era andata così, aveva provveduto a sé e ai figli. Ma a me interessava il rapporto tra lei e il Nonno, e dalle parole pudiche emergeva un amore forte, una devozione alla memoria, collegata alla tangibilità, all’immagine, e all’uomo. L’uomo nel suo provvedere e nell’esserci, c’era stato e Lei era innamorata di quell’uomo. Finché aveva potuto c’era stata la cura, l’espressione dell’amore.

Dal ritratto che ho, si vede un bell’uomo, giovane, con folti baffi, il viso deciso e dolce. In quel viso ho ritrovato tratti di mio Padre. Mi mancano i suoi pensieri, posso immaginare una sofferenza mantenuta propria e un rassicurare chi era a casa. Ne sono sicuro, ma avrei voluto leggere le parole perdute. Noi che viviamo nell’epoca in cui le memorie digitali conservano tutto e quindi lo rendono di fatto inaccessibile, la memoria diventa un rumore di fondo, e nuovamente dobbiamo affidarci al tangibile: le parole, i sentimenti, i gesti concreti. Il significato è in ciò che si fa o che si vorrebbe fortemente fare, per questo le calligrafie sono segni di qualcosa che avviene ed avverrà. Annuncio e traccia. Mi manca la traccia che era sottesa, come ci fosse un indefinibile precluso. E forse è giusto così, si ama per intuito e si vive l’amore per gesti: c’erano entrambi. Riguardavano loro, i Nonni.

minimi pensieri 5

Ci sono pomeriggi che sarebbe meglio dedicare al sonno o alla contemplazione. Per la seconda basterebbe una fotografia e porre nella testa di ciascuno dei raffigurati, i pensieri che li animano nella nostra rappresentazione. Commedie in un solo atto per interpreti che hanno bisogno di avere se stessi come pubblico. Succedanei della meditazione, dove essa fa il vuoto, la finzione (neanche tanto visto che è ciò che si sente) fa il pieno. Antidoti all’umore un po’ così. Affermazioni apodittiche come : ho troppi ricordi e poca capacità di tagliare pezzi di passato e non dolermene. Non sono utili. E neppure emerge lo Scontento di me. Lo tratto come esso fosse un alter ego che ti accompagna silente e paziente, mai infastidito dall’altro ego, chiassoso e ilare di sé. Buona è invece la voglia di isolata quiete che aiuta a ricomporre i cocci. Punto d’arrivo: c’è moltissimo di bello, emozioni, sentimenti profondi, cose di cui ringraziare per averle vissute. Percorso accidentato, pieno di distrazioni fastidiose, ricordi modesti e molesti, fallimenti grandi e piccoli. Che poi i fallimenti bisognerebbe rivalutarli, sono il successo meno un quid, non sono come i naufragi che ti tolgono tutto e che se arrivi in un’isola nuova ci sono pure le formiche cannibali, per cui devi davvero ripartire da zero. Con un fallimento parti da tre o anche da dieci, basta che tu li veda questi numeri tramutati in amori solidi e cose tangibili, senza considerarli meriti o fortune acquisite. Riassunto: pomeriggio sulle montagne russe, (le dolomiti sono meglio) e pensieri sparsi come le trecce morbide, ma senza affannoso petto. Insomma se non si è fatti bene sul lato del perdonarsi è possibile migliorare. E domani si può fare di più.

minimi pensieri 3

Di cosa abbiamo paura? Della fine, della morte. Nostra e di chi ci è caro. Spesso questo si trasforma in inquietudine o in ipocondria e condiziona il modo di vedere cose, rapporti, la stessa vita nel suo ordinario svolgersi. Esistono antidoti, il principale è l’amore sia quello fisico che quello mentale, oppure l’autoanalisi, l’ironia portata su se stessi, il senso del relativo. Ciascuno di questi farmaci ha un effetto transitorio, da rinnovare costantemente. Abbiamo bisogno di continue dosi di richiamo che da un lato generino serenità e dall’altro che siano nuove e rassicuranti, frutto del ragionamento. Come mettere in competizione la ragione con l’irrazionale, come porre in secondo fila l’istinto di conservazione che attinge ad ogni indicazione che deriva dalla conoscenza e ancor più dall’ignoranza? Non si può, per questo l’amore e il suo sovvertimento dell’io, diventa la soluzione quando esso appare ed è condiviso.

minimi pensieri

Tra il crescere armonioso del bambino, con i suoi imperiosi desideri di vita e piacere, e l’essere adulti non ci è stata data scelta. Come se la seconda età dovesse per necessità sottrarre il bello e lo spontaneo alla prima. Il bambino resta in noi, inascoltato e in ciò molta infelicità si genera.

buon nuovo anno

Abbiamo bisogno di discontinuità e di cambiamento, e questo riguarda le nostre vite. Per questo ci scambiamo così tanti auguri per il nuovo anno, consumiamo parole ed energia, ci ripetiamo senza fastidio perché il messaggio sottostante è che per noi speriamo che le cose buone continuino mentre quelle che ci intristiscono, finiscano. Ecco la discontinuità in un flusso che è per sua natura continuo. Questo dovrebbe farci pensare che il buono sia altrettanto continuo e che si tratti solo di aumentarlo. Oppure, scavando un poco, è quel bisogno d’amore inesauribile di cui abbiamo bisogno e che non si colma, non s’accontenta. Allora lo si cerca nella continuità che ci rassicura e lo si desidera nel nuovo che in quell’amore, non abbiamo ancora esplorato. Ecco la discontinuità.

Ma per dire tutto questo basta dire di cuore buon nuovo anno.