la prima tempesta d’autunno

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Con la pioggia di stravento, il freddo ha aggredito sotto i portici,

e lì sostano pedoni indecisi su dove ripararsi,

e andare,

chissà perché diviene urgente l’andare,

che poi è un tornare,

forse desiderio di caldo, di cura?

E che fa la voglia di fuggire che sembriamo contenere,

mentre spruzzi di pioggia lavano persone e vetrine?

Hanno acceso le luci e il primo pomeriggio

si scioglie nella luce autunnale, che copre d’un giallo malato le cose,

ma in pasticceria ci sono le favette dei morti,

e si spande un profumo lieve di mandorle nell’aria.

Camminando lenti e vicini ai muri, si notano le porte delle case,

c’è una città vecchia che ha stipiti lucidi di vernice antica,

e larghe crepe che mostrano legni stanchi,

tra inserti di vetro goffrato e inferriate polverose

di ferro battuto,

ha aggredito, il freddo, sulla soglia di una consapevolezza,

che in realtà non c’è posto a cui tornare,

c’è solo la paura che sconfigge la voglia di andare.

Attorno, le voci si sgranano come la luce che frange gli oggetti,

e ne succhia l’anima per invogliare all’acquisto.

Il freddo, il primo, è la sera 

d’un giorno che stermina secondi di noia.

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I numeri hanno una loro importanza, richiamano analogie, contengono e significano oltre.

Quella tela immensa pensata assieme al Palladio, per la sala del refettorio, sarebbe stata la madre di tutte le cene e i pranzi su tela successivi e doveva occupare una parete così grande da essere essa stessa stanza e mondo. E non c’era sistema metrico per misurarla, allora si usavano misure differenti, il piede ad esempio, che valeva a Venezia ma già oltrepassando un confine avrebbe mutato lunghezza e nome. Insomma c’erano abitudini che tendevano più al raffronto che all’assoluto. Da dove siano venuti quei 666 cm, non si saprà mai, ma è il numero della bestia dell’Apocalisse di Giovanni. E l’apocalisse arrivò con quel cavaliere di sventura che chiuse una repubblica millenaria, che fece tagliare a pezzi la tela e la inviò a Parigi, come restituzione parziale di danni di guerra. Sì era napoleone e gli oltre cento carri di opere d’arte inviati in Francia erano furto e preda, non risarcimento. Così è finita al Louvre la tela di Veronese, quelle nozze di Cana famosissime in cui si riconoscevano imperatori e popolani, in cui lo stesso mondo si fondeva tra il silenzio del miracolo e il tintinnare dei bicchieri, serpeggiava nel gorgoglio dei vini, nell’oro delle vesti, nel giocare di cani, nel vociare e nelle risate, nei giochi e nel fascino del corteggiare. Era lo splendore di un’epoca che celebrava se stessa in matrimonio col mondo, ma era anche una festa di nozze, e se guardiamo con attenzione le figure, non riconosciamo gli sposi, al centro c’è il Cristo affiancato da Maria, ma i soggetti della festa non si sa dove siano. O forse i soggetti sono tutti i presenti che mostrano i loro abiti migliori, conversano, sorridono, guardano verso punti di richiamo, e lo sono anche i servi che s’impegnano nel portare vivande, confezionare cibi, mostrando un’allegria e un fasto che li dimostra coscienti di essere ad un evento che li riguarda tutti. Quella parete immensa di san Giorgio Maggiore non poteva accogliere che una meraviglia, così come l’isola aveva accolto imperatori e sovrani, doveva rappresentare ad essi e al mondo la munificenza dell’ordine Benedettino che guardava il bacino di san Marco, ne vedeva il brulicare delle genti, delle merci, dei linguaggi, assisteva alle terribili cerimonie tra le due colonne di San Marco e San Tòdaro dove la giustizia veneziana eseguiva le condanne capitali, guardava il balcone dogale che si spalancava ad annunciare notizie, vedeva gli orifiamma delle navi in entrata che issavano il gonfalone con il leone, ne osservava il libro e sentiva quel: viva San Marco, urlato prima dal coffiere in vista e ripetuto in bacino prima della fonda. Quel grido sarebbe continuato dopo il passaggio del cavaliere dell’Apocalisse e si sarebbe ripetuto chissà quante volte fino a Lissa, quando dalla tolda dell’ammiraglia di Wilhelm von Tegetthoff, si levò nuovamente assieme agli ordini dati in veneto, solo che chi vinceva era la marina dell’impero austro ungarico e la sconfitta era la marina della nascente Italia.

San Giorgio maggiore, con il suo bianco incandescente di marmo, con i suoi chiostri silenti, vedeva tutto e accoglieva principi e papi, mostrando le meraviglie dotte dei codici miniati, l’immensa biblioteca, le tele dei grandi pittori veneziani che magnificavano la gloria di un ordine che era forte per studio e disciplina, oltre che per ricchezza, ed era esso stesso azienda e comunità. Napoleone per conquistare Venezia usò il disprezzo e una cannoniera che era poco più che un barcone. Fu ordinato di forzare il blocco di San Nicolò del Lido, che faceva entrare nell’aere sacro della laguna. qualche cannonata, la nave francese perse il capitano e Venezia una indipendenza di oltre mille anni. La Repubblica che già aveva permesso di essere violata nei territori dagli eserciti dell’uno e dell’altro, si inginocchiò e il gran Consiglio, pur privo del numero legale, decretò la sua fine. Quello che non era riuscito al turco nelle sue eterne guerre, al Papa e alla lega di Cambrai, agli imperatori Austriaci e Tedeschi, ai re Magiari, ai Francesi, al Moro, insomma quello che non era riuscito a nessuno, riuscì a quel senzadio che portò il conto della storia consunta dell’Europa al suo capezzale. Venezia era vecchia, sofferente e restava splendida per volontà di popolo, ma ormai se doveva inginocchiarsi tanto valeva farlo davanti a chi avrebbe piegato regni e imperi, umiliato il Papa. Chiusa nell’angolo da ogni forza bellica del tempo, non accennò a nessuna resistenza e sperò nella clemenza del generale indifferente. Era esausta di tempo, prigioniera di riti, orgogliosa della sua memoria ma ormai incapace di avere un comando all’altezza di ciò che accadeva in quegli anni di rivoluzioni. Cedette alla forza chiedendo un rispetto che non ottenne. Venne lo sghignazzo e la rapina, la spogliazione e l’affermazione di diritti inesistenti. La rovina. Venezia restò nuda, privata di governo, sovranità e gloria, ceduta senza quasi colpo ferire, umiliata da un trattato concordato nella casa di quell’ultimo Doge Manin a Passariano. Una casa di famiglia dove l’uomo e lo stato fu due volte piegato e umiliato.

San Giorgio dopo aver visto la festa e la gloria, vide e subì la miseria e il numero della bestia di quel dipinto si materializzò nella sua divisione, nel furto, nella riduzione a caserma del convento. Tagliate a pezzi le nozze di Cana vennero ricomposte al Louvre, come se una finestra sul mondo incredibile che aveva generato l’opera, il lustro, i miracoli si potessero aprire in una parete diversa da quella in cui quell’opera era nata. E il refettorio rimase spoglio, la parete cieca e muta, priva di speranza senza quelle nozze generatrici di discendenza, gloria e potenza, senza miracolo dell’acqua che mutava in vino. Perché Venezia questo fece: mutò l’acqua che solcava in vino che dissetava, inebriava ed era fonte di ricchezze e di stile di vita e lo distribuì facendone parte importante dei suoi commerci e ricchezze all’Europa nei secoli che se non erano bui, erano assetati di nuovo e di meraviglia. Anche per quello in quelle nozze di Cana, immagino, una domanda gentile chiedeva un miracolo perché la festa continuasse, perché gli sposi, che chissà dov’erano, non fossero dileggiati, perché il mondo potesse gioire senza che il disdoro della penuria piombasse sull’evento. Napoleone chiuse la festa, e quella tela, che era la più grande, non spettava a un vinto, ma non poté impedire che restasse la memoria di un epoca immensa per sfarzo, che il genio del Veronese, con la sua eresia e la voglia di vivere, avesse giudiziosamente disseminato in cene e pranzi giganteschi posti in altri luoghi, la stessa misteriosa gloria.

Davanti a san Giorgio Maggiore ora passano altri gaudenti, sguaiati, disattenti, guardano dall’alto di navi alte quanto e più dei 75 metri del campanile. Sorridono con sguardo rapace, scattano innumerevoli foto che non guarderanno e sventolano fazzoletti a chi non li attende. Passare per il canale della Giudecca è molto richiesto dalle compagnie turistiche, per i nuovi dominatori che affollano navi che muovono l’acqua verso San Giorgio, verso Punta Dogana, verso la riva degli Schiavoni. Passano e salutano un moribondo a cui non portano rispetto. Non generano nulla, non c’è gioia, stile, epoca, non c’è il miracolo: sono la continuazione di quel depredare che iniziò nel 1797. Forse è la nemesi di una gloria essa stessa costruita sulla rapina. Forse è la chiusura di un mondo in cui più nessuno grida: viva san Marco. Il forse è la misura dell’incomprensione, di ciò che ci sfugge perché ci pare assurdo e la ragione si rifiuta di capirlo. Ma in quel piccolo, miserevole, profitto come può esserci ragione e se non è tornata la tela ma solo una sua riproduzione, come può San Giorgio maggiore guardare il bacino di San marco e venirne una rinata gloria? No, vede il passare di navi che l’oscurano e battono bandiere di stati compiacenti col fisco, vede innumeri piedi che non attendono a nessuna gloria, vede pietre che si sconnettono e consumano e acqua che cresce.

San Giorgio Maggiore era stato svuotato dai monaci, requisito da Napoleone, occupati i chiostri con le truppe, spenti i marmi, tolto il toglibile, ma chi venne dopo fece altrettanto. Anche quel regno d’Italia che aveva perso a Lissa. Come poteva San Giorgio far miracoli, benedire (cioè dir bene), accogliere nuovamente i re e i nuovi dogi nell’isola che era stata dei Memmo? Nel concederlo alla fondazione Cini lo Stato Italiano nel 1951, ha fatto una cosa buona. Ora è luogo di cultura, di meraviglia per i restauri, di pensiero, ma sembra azzoppato ancora, avvolto in una misura che non è la sua: cioè quella di essere il luogo in cui il potere si riconosce non nella forza ma nella gloria del fare. Forse togliendo le navi, contingentando i turisti, insegnando loro la meraviglia di quel passato che non si è auto generato ma è stato comunque un miracolo. Forse parlando del futuro e di come esso sia a misura d’uomo allora l’acqua potrebbe nuovamente trasformarsi in vino. Ma servirebbe un doge e un popolo, un viva San Marco che sconfiggesse la bestia e tutti gli altri cavalieri dell’apocalisse, un miracolo, insomma.

 

otobre

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De otobre gò na rasòn vecia, quasi antica,

fata de odor de tera smossa,

de caminar pai campi,

de ale spaurie,

sbatue via dal volar suo.

Chissà cossa pensa l’oseo che scampa da un scioco,

da un movere de foje, da un sciopo, 

col core ch’el vola verso el cielo sperando,

de scampar, nea paura sua, 

che un dio a sò misura gabia un poca de atension,

par lù poareto.

Non pol dir gnanca otobre maledeto,

nol gà i mesi, un lunario picà in casa,

solo ch’el fiatineo de vita che pure ghe par tanto,

miga el pensa a quel che sarà, ma a quel che xè

e intanto el scampa, sperando

e con l’oseo anca noantri speremo

che’el cacciator sia un fià orbo,

o almanco sbalà

e sempre tanto gnoco.

De otobre che xe l’aria colma de odori sciaresai dal primo fredo:

de fumo lontan,

de caldo vizin na fiama,

de altro e pur tanto,

che mai se podaria metare in un telefonin, dentro n’app, 

però el ghe xè, e basta snasar e vardar

almanco un fiantenin,

solo par capir dove se zè,

dove semo rivà,

dove se podarave ‘ndar.

De otobre gò scarpe piene de fango, 

que’o che deventa duro come piera,

gò el brivido in tea schina,

del primo fredo che zà el conta ‘a sera,

gò el malstar del scuro che ciapa come na paura,

‘a vogia de un ciaro, se pur lisiero, de calor.

De otobre gò ancora tuto queo che ancora torna,

na siarpa, un primo paletò, 

gò l’acqua del fosso che varda de matina ‘a brina,

el rosso del tramonto che ga pressa de impisare ‘a notte,

gò tuto queo che ghe xè

e no poco manca

ma questo miga dipende da lù,

da otobre,

dipendarà pur da mì

e cussì meo godo pensando

che no xè passà un mese,

na stagion,

ma n’altra de novo xè rivà.

 

la traduzione è libera, come diverse parole che sono mutate con l’uso massiccio dell’italiano. Gli accenti mancano quasi tutti, e il veneto, il padovano che è la mia lingua, in particolare ne è molto ricco.  È difficilissimo seguire la grafia che è fatta di aspirate di sfumature e di segni che cercano di riprodurle. I significati si sono imbastarditi nella città e sfumati dai mestieri che non esistono più. Quindi chiedo venia per i troppi errori, per le omissioni, mi basterebbe restasse la cadenza, il suono che ormai è oggi l’unico riferimento della lingua veneta.

 

Di ottobre ho una ragione vecchia, quasi antica,

fatta di odore di terra smossa,

di camminare per i campi,

di ali impaurite,

gettate via dal loro volare.

Chissà cosa pensa l’uccello che scappa da uno schiocco,

da un muovere di foglie, da un fucile,

col cuore che batte forte verso il cielo sperando,

di scampare, nella sua paura,

che un dio a sua misura abbia un poca di attenzione

per lui, poveretto.

Non può neanche dire ottobre maledetto,

non ha i mesi, un lunario appeso in casa,

solo quel pochino di vita che però gli pare molto,

non pensa a quel che sarà, ma quello che è,

e intanto scappa, sperando,

e con l’uccellino, anche noi speriamo

che il cacciatore sia un po’ orbo,

o almeno squilibrato (sballato),

e sempre poco intelligente.

In ottobre l’aria è colma di odori resi chiari (distinti) dal primo freddo:

di fumo lontano,

di caldo vicino alla fiamma,

di altro e pure tanto,

che mai si potrebbe mettere in un telefonino, dentro un’app,

però c’è, e basta annusare e guardare,

almeno un pochettino,

solo per capire dove si è,

dove siamo arrivati,

dove si potrebbe andare.

In ottobre ho scarpe piene di fango,

quello che diventa duro come pietra,

ho il brivido nella schiena,

del primo freddo che già racconta la sera,

ho il malessere dell’oscurità che prende come una paura,

la voglia di una luce, seppur fioca, di calore.

In ottobre ho ancora tutto quello che ancora torna,

una sciarpa, il primo paletot,

ho l’acqua del fosso che guarda di mattina la brina,

il rosso del tramonto che ha fretta di accendere la notte,

ho tutto quello che c’è

e non poco manca,

ma questo mica dipende da lui,

da ottobre,

dipenderà pure da me,

e così me lo godo pensando

che non è passato un mese,

una stagione,

ma un’altra di nuova è arrivata.

 

la voce a Te gradita

Ogni anno passa un anno. Ma è poi vero? Festeggiare i compleanni ti piaceva perché eri al centro di un amore che si esprimeva altrimenti negli altri giorni, ma quel giorno era tuo. Non dovrei parlarti così al passato, non lo gradiresti. Le persone che sono dentro di noi davvero non cambiano mai il tempo dei verbi, casomai ricordano assieme, ma non sono state, continuano ad essere. In altro modo, certo. Del resto quante volte mi sono chiesto, prima e dopo, se qualcosa che mi riguardava ti sarebbe piaciuto? Tante e continuo a farlo perché si chiede a chi sappiamo che ci ama senza condizioni. Qual’era la voce a Te gradita? Ti sembra strana questa domanda? Per quanto mi riguarda lo so, era quella che pronunciava il mio nome, quella che mi chiedeva se volevo un caffè, e poi lo bevevamo assieme. Io avevo la testa altrove, ma poi la portavo lì, dov’eri tu. Era quella voce che mi tirava verso di Te, in un mondo differente da quello in cui mi arrabattavo. Un mondo dove c’erano passioni forti, ma mai tanto forti da non avere almeno un piccolo senso del relativo, quello che comprendeva Te e pochi altri. Davvero pochi. Si può morire per una passione ma sappiamo che qualcos’altro comunque la supera e la ricomprende. Non parlavamo di queste cose subito, però mi chiedevi come stavo. Mi dicevi come stavano gli altri cari prima di parlarmi di Te. Non sto facendo un santino, eri vera con tutti i tuoi difetti e pregi, ma avevi il senso della cura e la tua voce la esprimeva. Tante volte non avevo voglia di parlare, insistevi, finché usciva qualcosa e, finché dicevo, quelle situazioni così forti, quei problemi, quelle cose che mi toglievano il sonno, le stesse passioni acquistavano una dimensione differente. Mi faceva bene parlarne. Ci manca sempre qualcuno con cui parlare davvero, lasciare che quello che ci colma e trabocca riesca a vedere l’aria, acquistare la dimensione che ci permette di condividerlo. Con Te non me ne accorgevo finché lo facevo. Attenuavo sempre le difficoltà, ma tu insistevi e io ti rassicuravo. Mentivo spudoratamente però alla fine, quando uscivo, quando ci ripensavo in auto, un senso di maggiore equilibrio, di rinfrancato distacco, lo scoprivo con sorpresa. Era la tua voce? Credo che tu introducessi quell’auto ironia che permette di rimettere ordine nella confusione. Bada bene, ci tengo alla confusione che crea, è un po’ come le tue scatole in cui avevi pezzi di tessuto, fili, aghi strani, bottoni e ritagli, i più vari. L’ordine era essere dentro una scatola, sapere che c’erano, poi al momento qualcosa che serviva ad aggiustare un problema si trovava. Credo che l’auto ironia oltre a ridimensionare la mia capacità di risolvere i problemi, togliere un po’ di onnipotenza, servisse ad avere fantasia e fiducia in come si può procedere. Non il vecchio con una pezza, ma un nuovo a cui non si era pensato prima. La tua voce aveva questo effetto di sghembizzare i problemi e ogni volta ne riscoprivo l’effetto. (magari non si dice sghembizzare, però rende l’idea della mossa del cavallo che guardando a lato vede dov’era prima, si vede e sorride) Come vedi, ogni anno passa un anno e si scoprono cose a cui non si era fatto caso, insomma cresciamo e il filo diviene diverso e mai meno forte. Una nota di allegria nell’assenza, o meglio, come piacerebbe a Te, nella presenza che parla. E se penso che la voce a Te gradita era quella che ti parlava al cuore, aggiungo la mia alla tua così chiacchierano di cose grandi davanti a un caffè. Anche ora che non sempre vedo con chiarezza, e le passioni diventano opinioni, ho bisogno che tu mi chieda e di dirti.

Buon compleanno Mamma. 

strani innamoramenti

Là, per congiunzione d’astri, succhi di roccia e di terra, per scorrere d’acque profonde, s’aggrumano e si ricongiungono vite. Chi può o deve, chi non è scagliato dal bisogno, chi cerca un senso, improvvisamente sente il coincidere del luogo, dell’essere, della parola. Son cose da letterati, da cercatori d’inutilità dentro e fuori di sé, cultori di segni, aruspici di parole specchio che ritrovano il sentire in ciò che vedono. Realtà mutate in luogo o persona, e com’esse umbratili e mutevoli, di stagioni, temperature, umori. Nel tracciarli, sulle mappe, questi luoghi sono nomi sconosciuti, fotografie, cittadine, raggruppamenti d’alberi e acqua con case modeste, pietraie, boschi.
Lí lo spirito (significa qualcosa questa parola?) riposa e muove. Trova affinità e sintonia.
Sintonia è un sinonimo di amore, non è una variazione del bene, ma solo amore, perché è corrispondenza tra interno ed esterno. Mano che rovista in ciò che conosce, che estrae con meraviglia e riconosce ciò che era sconosciuto. E lo offre ad un ìntuito simile. È lo specchio che mostra e si mostra. E questo accadere, purché lo si cerchi e voglia, è possibile ovunque. In un luogo del cuore, in una persona, in un’idea e tutte e ciascuna diventano amore. Cioè congiunzione di cose intime e care, di corrispondenze profonde. Per questo i luoghi, le persone, le idee, diventano sacre (ancora una parola che dovrebbe essere scavata) e sono espressione di un’unicità senza confronto.

È così si conservano oltre.
Oltre cosa ciascuno potrà dirlo ascoltando quella parte di cervello che chiamiamo cuore e ci contiene assieme a tutto quelle che si fa Caro.

il dottor divago

Il cielo si sta raffreddando, chiarifica l’aria e si riempie di stelle, di piccole nubi che  riflettono le luci della città. Sono grigie blu sul nero, le nubi, una maestria del pittore che ama le mezze sfumature.

Guardavo e ho visto una stella cadere, bella e veloce nella sua scia, tanto veloce che il tempo non è bastato per un desiderio. Credo che anche i desideri sentano i primi freddi, sono più lenti, si stiracchiano tra le scelte prima di dirsi ad alta voce o dentro di sé. Oppure è l’epoca in cui per desiderare bisogna prima pensare: davvero lo desidero? ce l’ho già? eh no, quello m’ha già fregato…

Comunque il cielo era bellissimo e il desiderio si avvererà.

Una veranda s’è illuminata della luce stanca che annuncia le ultime incombenze prima del sonno. Mi sono incantato a guardarla mentre si stagliava contro il cielo, l’ho sentita intrisa dell’umanità delle piccole quotidiane cose e ho provato tenerezza. Per le stanchezze che conteneva, per il calore tiepido, le parole non dette e sentite ormai inutili, per le domande ad alta voce che sanno le risposte. Stanotte l’aria era frizzante come le vite giovani d’interesse, affamate di futuro. E sono vite con una tenerezza diversa, che si nutre dell’arroganza del tempo ancora poco usato, che vivono di spazi e non di pareti mentre le altre vite trascinano le parole che si sono svuotate con gli anni, s’aggrappano alle dimensioni che conoscono a menadito e hanno paura di chiamarle noia.

Mi perdo e divago. Anche a cena il pensiero, e le parole che lo raccontavano, erano appese a fili esili, congiungevano temi distanti che a me sembravano vicini. Ma non era così evidente. chissà cosa volevo dire per davvero… Era una cena dopo un dibattito in difesa della Costituzione, non in tanti: un gruppetto.

Guardavo i visi, ora rilassati dopo gli interventi, che parlavano di vita, di cose che vanno e altre che non vanno. C’era leggerezza e un discutere che comunicava, come un prendere le misure alla vita e ascoltare per capire meglio. Anche le passioni da percorrere assieme erano pervase di sufficiente allegria. Un’opera dovuta, necessaria, e buona. Da fare insomma. Ho pensato alle tante piccole storie, quelle di ognuno, contenute e traboccanti, misteriose fino ad ogni abbraccio e saluto. Ci conosciamo tutti fino a un certo punto. E chi ha anni può essere la somma di arroganze oppure di molte pedate, ma lì non c’erano né gli uni né gli altri. Forse per questo sembravamo tutti giovani, anche nelle parole e nelle passioni. Siamo usciti. Fuori c’era un cielo blu cobalto e nero e le stelle indicavano la stessa leggerezza che si era dipanata tra pietanze autunnali, discorsi e speranze dubbiose. Poi è subentrata una fretta dettata dal freddo che s’incollava alle camicie ancora estive, di lì il ritorno, lungo e lento. E infine a casa. È il luogo che conosco come utile a ripassare il cielo. Lo guardo con lo stupore che ogni stagione porta con sé: è la differenza lo stupore. Non siamo davvero mai abituati alla differenza. E neppure al cielo così limpido e alla tenerezza siamo abituati.  Ed è bello scoprirlo ogni volta. Così ho pensato.

30 settembre 2016

Amica mia cara,

ho messo l’inchiostro mocha nella stilografica, dismettendo il nero che da troppo tempo tempo rendeva i pensieri più netti sulla carta. Li pensavo dubbiosi e aperti, i pensieri, e loro con quel nero diventavano senza alternative, tanto che alla fine mi sentivo chiuso dalla mia stessa logica. Privato del dubbio. Così ho tolto il nero e sostituito anche le tende estive con queste più chiare che ora si gonfiano di luce. Sul mio tavolo, sempre troppo ingombro di sollecitazioni, di malie, di carte e ritagli, di penne, matite, c’è ora una luce calda che fa risaltare le possibilità del disordine. Interiore ed esteriore, come ai bei tempi. Però attorno vedo le cose in fila, consequenziali, e per quanto capisco, vorrei scriverti del loro stato. Mettere dei punti fermi in questo fluire dove tutto è relativo e il seguente annulla ciò che l’ha appena preceduto. Non è il panta rei eracliteo, quello che ci attornia, è un percorso di singulti, un film tagliato a pezzettini e rimontato, dove la ricerca del senso, alla fine, ci lascia disorientati e un po’ più soli. Non l’avevamo previsto, vero? Non io almeno e neppure tu, anzi ci pareva che tutto dovesse aprirsi, includere, essere più libero e crescere nel nuovo, invece nessuna di queste attese si è avverata, e ci troviamo stanchi e pieni di dubbi. Su di noi, anzitutto, mentre ci sono avversari agguerriti che sfondano il fronte delle certezze, che conformano nuove abitudini, che irridono e rendono ridicoli gli sforzi per tenere assieme, discutere, riflettere. Ricordi? A noi sembrava che questa fosse un’educazione permanente, un modo per andare avanti tutti assieme. Ora non importa chi è avanti e chi indietro e così emerge un disagio sterile, senza analisi né cura, un confronto di infelicità che trovano consolazione in chi sta peggio.

Mi chiedo quante categorie, quanti punti fermi siano rimasti di ciò che abbiamo vissuto. I tuoi anni ti sono molto più amici dei miei, ma non ci si badava poi tanto allora e la tua vita è stata un affermare la diversità, la necessità di essere te stessa. È una parte grande della tua bellezza, del fascino che porti con te, ma credo che anche tu avverta che ora è più difficile essere se stessi. Adesso è più complicato appartenere a uno di quei gruppi tumultuosi che piacevano ad entrambi, dove la discussione durava fino a tarda ora, irta di logica e avvolta di passione.

Dove farla questa discussione, adesso ?

Dopo le riunioni, inzuppati di fumo, uscivamo e sotto qualche luce e balcone si continuava finché non c’era la protesta o il catino d’acqua di chi andava a lavorare presto e ridendo si tornava a casa. Anche noi andavamo presto al lavoro, ma quel tempo ci sembrava irripetibile e prezioso. Ci pareva di essere nel mondo, di contribuire a cambiarlo.

La distinzione era quella di Eco, tra apocalittici e integrati, adesso è tra digitali e analogici. Credo di essere irrimediabilmente analogico, di ragionare sempre per alternative con una pluralità di possibilità. Hai mai pensato a come cambiano i ricordi tra l’analogico e il digitale? Il nostro ricordo interagisce sempre con il presente, ne è modificato. Anche la scelta dei ricordi emerge da un sentire o da domande apparentemente scollegate. Il digitale, invece, è un processo logico, si sa cosa si cerca. E lo si trova nella sua incontrovertibilità, nella precisione delle parole e delle immagini che riportano date e minutaggi, persino il luogo diviene certo, e tutto ci mette soggezione con la sua definitività. Forse per questo lo accumuliamo, perché sembra un punto fermo e ci parebbe di cancellare ciò che siamo stati, ma alla fine di tutto quel documentare non si sa che farsene e lo si sente un giudice severo e sterile più che un amico che cresce con noi e ci modifica. Insomma è inutile come una cattiveria. E così accade in molto d’altro che un tempo faceva parte dell’universo del pressapoco ed ora è così preciso. A noi pareva ed era già molto, le cose si precisavano strada facendo, spesso mai del tutto, ma una direzione c’era.

Cosa ci sta accadendo amica cara, perché siamo così soli, contrapposti, insicuri e senza l’idea di dove vogliamo andare? Mi ripugna e respinge, sia il pessimismo che livella tutto in un male già vissuto e l’ottimismo forzato che non guarda la realtà, il disagio, la sofferenza. Credo che i cinici siano un po’ vigliacchi, per non soffrire si ritagliano uno spazio da cui osservare la sofferenza altrui e si congratulano con se stessi di esserne fuori. Anestetizzati, non aiutano nessuno, perché la sofferenza deve fare il suo corso. È la vita, dicono. Ma anche gli ottimisti forzati hanno una caratteristica che non me li fa sopportare, sono infingardi e perseguono la cecità selettiva. Confondono la loro attesa con la possibilità reale e sono divoratori di presente. Lo mangiano senza ritegno sottraendo agli altri il futuro. Propongono il proprio modello come assoluto e dissipano le possibilità di essere assieme perché chiunque non la pensi come loro viene escluso dal migliore dei mondi possibili. Il loro. E non hanno dubbi.

Noi forse di dubbi ne avevamo troppi, tu sai di che parlo: troppe domande, troppo preoccuparsi per gli altri, per i compagni e per quelli che non lo erano. Eravamo davvero un’entità collettiva con pensieri, destini, desideri e bisogni singolari, ma assieme. Adesso il dubbio è stato spazzato via e ci pensa la realtà a fare giustizia. Come la fa lei, senza guardare in faccia nessuno.

Tempo fa avevo aperto un blog, essilio, in cui pensavo di raccontare le mie crescenti difficoltà all’interno del mio partito che sentivo mi sfuggiva e non rappresentare più l’area di pensiero, di attesa di futuro in cui, assieme a molti altri, mi ero formato. Vedevo questa emorragia silenziosa di passioni che si spegnevano, di ideali che diventavano un peso e un errore se confrontati ai risultati. Sentivo che il futuro per cui mi avevo lottato era caduto sotto l’orizzonte e la vita mia, spesa tra lotte sindacali, politiche, l’impegno amministrativo, il lavoro e le sue scelte sembrava se non sbagliata, inutile. Mi sono fermato dopo pochi post, perché mi sono accorto che facevo parlare l’amarezza e non l’analisi, che quello che scrivevo diventava il diario di una sconfitta personale e collettiva e che questa percezione era meglio lasciarla scrivere ai fatti, ai gesti, sennò ci sarebbe stato il livore e questo non me lo potevo, e volevo, permettere.

Però le cose mutano, amica mia, è passato un anno e tutto sembra così distante anche se in fondo i mutamenti li abbiamo davanti, non a consuntivo. Riprenderò a scrivere di politica, di posizioni mie, perché la politica è sentimento se riguarda il rapporto tra noi e gli altri; che non sono altri ma persone. Riprenderò a scrivere di sentimenti, di realtà come la vedo e quindi di dubbi. Mi manca molto la vicinanza, l’amore che sgorga dalle cose, gli occhi che si illuminano, la voglia di abbracciare e il silenzio che l’accompagna per condividere a fondo l’esserci. Mi manca questa dimensione che è parte di un condividere e che non possiamo riservare all’eccezione troppo spesso fatta di negatività, di disastri. Mi manca proprio il condividere, la parola, gli occhi che sorridono, l’ironia e la voce che tace in un silenzio che ancora dice. Mi manca, dico, ma intanto ci sei, e c’è la vita, ci sono le idee e noi, assieme a tanta stanchezza, indomiti. Ci sarà modo per dircele queste parole, e per me, di fare esercizio d’ironia per stemperare ciò che sembra troppo grande, ma so che ti piace ricevere lettere, meglio se scritte a mano, così ti scrivo. 

È il romanticismo che ci ha fregato, amica mia, o forse è stata la nostra grande risorsa. Comunque sia, è bello aver vissuto e vivere così.

Con un abbraccio che duri quanto serve e un attimo di più.

willy

un dialogo per capello

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Lei non immagina di avere tutto il tempo che le serve? 

Siamo in piedi, la mano ancora stretta nell’accomiatarsi, la luce alle sue spalle. 

No, credo di no. 

Strizza un poco gli occhi, mi mette a fuoco, vorrebbe capire dove vado a parare, ma sorrido. Il sorriso nasconde le intenzioni. A volte.

Vede, ha già dei rimpianti.

Curviamo entrambi le spalle, c’è un effetto specchio che costringe ad imitare inconsciamente chi si ha di fronte, solo che riesce meno bene ed è un accondiscendere. Credo faccia parte del comunicare.

Crede di averli solo lei i rimpianti?

Bella mossa, la parità mette soggezione, annulla il piccolo vantaggio dell’aver detto per primi e rende orizzontale il dialogo. Quante volte cerchiamo un maestro, un tutore, un appoggio sicuro e per questo dimentichiamo che esso, al pari di noi, è soggetto agli umori, ha tristezze, sentimenti, forse passioni che possono evolvere nel corso della giornata. Quante volte parliamo con un’icona pensando che essa sia ciò che rappresenta e non una persona. 

No, certo. Ma alla fine ciascuno si tiene i suoi, li considera così importanti che quelli degli altri sono di serie b. 

È ora di concludere, le mani si lasciano, rimetto lo zainetto ed esco nel buio elettrico delle scale. Scendendo penso che se si guardano le vite, ciò che è accaduto in esse, tutto assieme, con le loro difficoltà e le scelte obbligate, ciò che si vede è un pastrocchio. Un’accozzaglia di colori senza capo né coda, al più gradevole alla vista ma difficile da trattare senza sporcarsi l’umore. Penso che il tempo è ciò che ci differenzia davanti alle cose, che cogliere l’attimo è diverso dal meditarci su, ma non vale solo per il singolo gesto: è qualcosa che si prolunga in avanti e indietro.

È vero, io penso che ci sia tutto il tempo necessario e che ci sia pure un bonus per perdere tempo.  E lui non lo pensa.

Penso che l’importante ci riguardi, ma che esso si ridimensioni a seconda di ciò che facciamo o siamo. Per chi è innamorato il tempo dello stare assieme non basta mai e invece per chi attende, il tempo è sempre troppo, ma non è questo che intendo, è il far accadere le cose che mi interessa e per queste il tempo sembra dentro di noi finché vogliamo davvero che accadano, poi sfuma. Forse il rimpianto è la somma di tutti quei tempi sfumati, di quei tempi stati che non si possono ricreare più. Il πάντα ῥεῖ di Eraclito portato dentro di noi che guardiamo la somma di ciò che è stato e poteva essere.

È un cartone di uova rovesciato sul pavimento: i colori si mescolano, il malanno è fatto, bisogna pulire, ma per un momento guardiamo ciò che si è creato. È privo di senso eppure ha una sua identità. Se il pavimento è sufficientemente colorato, persino una gradevolezza. Se fosse su una tela appesa si cercherebbe un senso al suo interno. E invece quella mescolanza di ragioni un senso non ce l’ha, è stata e ciò che si può attendere, oltre a pulire, è che alla prossima occasione un senso venga dato, un positivo per noi si attui. Per questo penso ci sia tempo.

incoercibile

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Dai piccoli semi di scarto frammisti ai fondi di caffè messi nei vasi sono nate piante di pomodoro e di peperoncino. In questa confusione di semi che vanno e vengono anche una melanzana svetta rigogliosa in cerca di sole. Nessuno ha detto loro che è settembre e che il solstizio chiude l’estate, provano a vivere di quello che c’è e ne prendono tutto il buono.

La vita ha un bisogno incoercibile d’essere che è sfida alle regole, trova un suo modo, lo afferma e si tiene ritta davanti al contraddittorio. Mi sono ricordato che da sant’Erasmo, vengono i piccoli carciofi che non riusciranno mai a diventare grandi, sono le castraure, a Venezia e in terraferma ne fanno fritti con la pastella e sono piatti succulenti oppure li mettono sott’olio come quelli che a fine stagione non hanno la misura per il mercato. Segno di una identità forte che è solo fuori tempo dalla massa ma non dall’amare la vita. Lo pensavo, guardando le coraggiose piante della mia terrazzetta, che anche le stagioni dell’uomo sono fasulle, che non esiste il tempo per apprendere e l’altro per fare, o quello per innamorarsi e l’altro per invecchiare, ma che tutto è incoercibile nella passione di vivere e può partire sempre purché ci sia la voglia di crescere e quello che ne verrà non sarà fuori stagione ma semplicemente la gioia di dare frutto.

spine irritative

D’autunno e in primavera il rapporto tra apparato digerente e cuore si fa più stretto e il primo può attivare delle “spine irritative” che innescano altre disfunzioni. Meglio proteggere.

Così ha detto: spine irritative.

Me le sono figurate lunghe, acuminate come quelle dell’albero di Giuda o di certi cespugli apparentemente inestricabili e invivibili e che invece sono albergo condiviso di rettili, uccelli, piccoli animali da sottosuolo. Mi sono ricordato di mio padre che nelle stagioni di passaggio sentiva acutizzare l’ulcera, regalo di guerra, e mangiava poco, piegava la bocca per il dolore e taceva più del solito. Queste due parole, quasi ossimori, perché la spina non solo irrita ma fa male, conducevano al pensiero che siamo noi a portare dentro le cause, e a contenerle assieme agli effetti. E, pensavo, che ciò accade ovunque ci sia un rapporto in noi, di piacere e dolore, anche nei sentimenti, anche negli amori che pur quando passano, poi i ricordi riacutizzano. Come le stagioni di passaggio che, indecise sul da farsi, intanto cominciano a mettere in discussione equilibri, propongono svolte ancora indeterminate, scuotono tra euforie e depressioni il quieto vivere deciso. Le stagioni del dubbio e della relazione non possono che produrre malesseri irritativi, mi dicevo.

Sono spine irritative che producono effetti altrove – pensavo – complessità di gangli nervosi, circuiti, tutto questo meraviglioso gravame di connessioni, interno e interagente con l’esterno, di cui non si può cogliere davvero la causa ma solo l’effetto. Noi siamo quello che mettiamo in noi, ma non è a costo zero, perché siamo davvero molto più coesi e complessi di quanto pensiamo ed è in noi che il battere d’ali lontanissimo provoca uragani incontenibili.

Così pensavo, camminando sotto i vecchi portici che conosco dal mio sempre. E intanto notavo un nuovo finger food nella strada che un tempo portava al monte di pietà. Lì c’era un artigiano che un tempo mostrava il suo lavoro nel farsi, circondato da attrezzi, con una vetrina scura pena di oggetti da cui lo si vedeva lavorare. Ora era arrivato Hopper senza essere Hopper e la vetrina era molto illuminata, con quella luce fredda che consuma poco e non riscalda il cuore , ed esibiva una scritta da fantasia liceale: idem con patate. Burger, würstel e cartocci di patate con salse varie-gate. Così diceva ed era un locale che si giocava l’apparenza dell’anonimato, ostentava colori indecisi come il crema e il marrone, tagliava la lunghezza della stanza con un bancone spoglio. Sembrava che l’unica gloria fosse il luccicare dei forni. Guardavo curioso la solitudine del rosticciere, l’oro fritto che s’ammosciava nella patata in attesa, le pareti che già cominciavano ad invecchiare nel pulviscolo d’olio. E sentivo la consistenza della spina irritativa, quella che volevo raccontare al medico e che non dipendeva dalle stagioni, ma era fatta di un disfarsi dei ricordi, delle parole, del linguaggio, delle abitudini, delle qualità. Confondendo la bulimia con il desiderio della pienezza, del benessere perenne, la quantità diviene spina che lancia segnali al cuore -pensavo- e il degrado non è cambiamento, è indecisione del prendere in mano i destini. Vigliaccherie per interesse, ignavia, e così le passioni si deterioravano in una luce senza sole. Volevo dire al medico del disgusto crescente che prendeva quando si guardava il vuoto senza essere vuoti, volevo narrare la difficoltà di dare nome proprio alle cose, di essere precisi e insieme dubbiosi. Volevo dirgli che scomporre le passioni in coriandoli non ha mai giovato a nessuno. Ma come fare, come dire il disagio che non impedisce di vivere ma lo disorienta?

Spine irritative, dentro, fuori, e acuzia di stagione. In fondo è ottimistico pensare che sia la ciclicità della natura che ci richiama, che basti un gastroprotettore per rompere un legame doloroso e intanto attendere, pazienti, le infinite rinascite che riparano alle vite ammalorate.

Rassicura pensare ci sia sempre una soluzione che non svolta davvero, la possibilità di attenuare il dolore che non guarisce, infine trovare un equilibrio con ciò che vorrebbe scelte e attenzione.

E allora, camminando, pensavo che dovremmo trasformarci in quei piccoli uccelli che vivono tra i rovi e trattano le spine come consigliere e volano e tornano felici, in quei percorsi che solo loro sanno.

Solo loro e nessun altro.