la maleducazione

Ci hanno insegnato a trattenere, a sfumare le opinioni, a eliminare le manifestazioni senza controllo.

Una serie di convenzioni che ci definiscono per bene, rendono non solo lecito ma spesso obbligano l’omettere, il non dire intera la verità e soprattutto quello che pensiamo. Il risultato è che si lascia all’evidenza e all’intuizione il compito di spiegare i comportamenti. Sembra non ci sia via d’uscita se non si è eccentrici, artisti o moderatamente folli. Siamo condannati a non dire perché le persone si offendono, restano ferite, non vogliono sapere se non a piccole dosi.

Si potrebbe tentare di non avere giudizi, cosa davvero complicata perché anche quando si pensa di non averli, questi da qualche parte ci sono e discriminano, presumono e quindi alla fine un loro effetto ce l’hanno. Ho capito che per essere maleducati, ovvero molto vicini a dire ciò che si pensa e al perché si fa qualcosa, bisogna essere molto intimi, per gli altri resterà una rete di compromessi e qualche scoppio d’ira accompagnata da sincerità incontrollata. Bisogna anche aggiungere per relativizzare quello che potrebbe essere un insieme di assoluti, che il dire ciò che si pensa non è di per sé la verità, che si può cambiare opinione, che nel dirsi le cose le relazioni diventano più profonde e che su queste si può costruire oppure distruggere. 

Mi è capitato, ma credo sia una cosa frequente con i telefoni, di sentire la continuazione di una conversazione che mi riguardava dopo che la comunicazione era stata chiusa, e non riuscivo a interromperla finché non ho spento il telefono. Nulla di particolarmente grave, ma un telo che avvolgeva i rapporti si è squarciato perché la persona di cui si parlava con altri ero io, il mio modo di vivere, i miei interessi. Non era un gossip, ma il pensiero in diretta di una persona che mi conosceva pure poco e che però esprimeva giudizi. Avviene in continuazione e non lo sappiamo. Facciamo finta non accada, vorremmo che gli altri parlassero bene di noi, ma non accade se non nei casi in cui ci sono conoscenze profonde. Quindi la maleducazione non solo esiste, ma viene praticata intensamente e l’unica cosa che sembra renderla meno maleducata è il fatto che non sia diretta. Potendo scegliere preferisco la maleducazione diretta, il pensiero libero che può essere oggetto di contraddizione, di riflessione, di rottura, ma almeno quello che era importante è stato scambiato.

Viviamo in acquari di gossip e possiamo dire che non ci interessa ma in realtà un malessere ci accompagna. Credo bisognerebbe agire di più sull’educazione ai sentimenti, al rispetto, alla dignità dell’altro. Bisognerebbe non tanto tacere per proteggerci, perché questo era il fine della buona educazione, ma pesare meglio il pensiero. Venire educati a pensar bene e a distinguere solo i pericoli veri. Vivere in un chiacchiericcio infinito rende tutti un po’ ipocriti, parecchio furbi e propensi a disconoscere la verità. Quella che ci riguarda almeno.

steso a guardare le nuvole

Quello che sto per scrivere è lungo, chi avrà voglia di arrivare sino in fondo avrà avuto costanza caparbia e una sua opinione. Mi piacerebbe conoscerla perché mi riguarda, anzi riguarda tutti. 

Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere.
Fare il deserto per emergere e distinguersi.
Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche più oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto.
Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro… ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.
Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali, ma non siete capaci che di costruire soffitte.”

Antonio Gramsci in “Passato e Presente”, 4° dei “Quaderni dal Carcere”.

Queste parole mi hanno colpito spesso per la loro capacità di inquadrare la situazione attuale. Non solo politica, ma quella sociale, economica, relazionale. Il presente è il prodotto di una serie di azioni consapevoli e di eccezioni, ma non è un insieme dato, senza alternative. Si può modificare. Il subirlo o l’utilizzarlo unicamente per quanto di utile può dare implica che non vi sia una visione del futuro proprio e collettivo. Manca il progetto. E questo è tipico dell’eccezionalità quando una guerra, una carestia, un evento disastroso implica nuove scale di valori in cui il quotidiano sopravvivere diventa l’obiettivo, ma non è la normalità. Però si è fatto strada un modo di pensare che confonde il cogliere l’attimo con una cultura del presente come unica immutabile realtà. Il presentismo è nella tecnologia, lo si insegna nell’azione sociale e politica, è coltivato nella scuola e nella cultura della meritocrazia, che non significa il più bravo o il più capace, ma colui che raggiunge in minor tempo gli obiettivi fissati da altri senza chiedersi se questi siano positivi o meno per sé e per tutti. 

Vivere nel presente dovrebbe implicare l’avere una storia e un progetto che da essa nasce, non consumare ciò che c’è senza chiedersi cosa accadrà tra un giorno, tra un mese, tra 5 anni. Si dirà che qualunque progetto viene modificato dalla realtà e non si realizza mai appieno, ma il progetto modifica la realtà, si relaziona con essa, la determina, e attraverso questo processo determina noi. Se soffriamo d’indeterminatezza, di anomia è perché si vive solo nel presente. L’identità viene determinata da altri che lucrano sull’assenza di scelte, sul conformarsi a ciò che viene fatto credere come immodificabile.

Avere la schiena dritta significa avere principi interiori che fanno star bene se sono rispettati. Quello che sento sempre di più attorno, invece, è un piegarsi, un fuggire dalla responsabilità di avere un proprio futuro. Questa del presentismo è una ideologia che sembra avere una radice edonistica ma in realtà segmenta, compartimentizza la società, i gruppi, le stesse famiglie nel momento in cui la responsabilità cade solo su una parte, e non di rado su un solo componente se la famiglia si scinde. La società divisa in classi aveva una stratificazione orizzontale, il presente divide la società in compartimenti verticali mettendo da un lato chi può avere il presente e dall’altro chi non può. Come se fossero i desideri ad essere il collante sociale e non i bisogni.

La politica da tempo ha scelto di lisciare il pelo al gatto e di non dire la verità. Non la dice sul futuro e neppure sulla condizione che vivono le persone nel presente, non la dice sull’ambiente, sui fini che essa persegue, sul vivere e sulla felicità possibile. Non dice la verità sul debito pubblico, sull’illegalità, sui privilegi diffusi. Parla di eguaglianza e di meritocrazia ma non parla di persone, parla di conformi e di capaci. Degli esclusi non si parla perché sarebbero disturbanti in un’idea del presente che non ha futuro. E invece è proprio questo che sta accadendo: crescono gli esclusi dal presente. Un popolo si accalca per vedere le vetrine ma resta fuori, le porte di accesso sono diventate strette e, paradossalmente, il discrimine non è tra legale e illegale, ma tra avere e non avere. Appartengo a una generazione che ha avuto la possibilità di avere un ascensore sociale che ora non esiste più oppure è talmente lento e piccolo da non essere una prospettiva, ma quell’ascensore si fondava su un presente anticamera del futuro, criticava un passato che conosceva e ne teneva la parte che serviva. Insomma il tempo era ricomposto nel suo farsi e con esso le vite. Oggi questo viene scientemente negato e con esso si elide l’idea di progresso.

Spesso si confonde la tecnologia e le sue acquisizioni con il progresso, ma mentre la prima è connaturata al presente e viene di fatto subita (come ogni fattore legato ad un utile economico), il progresso è una macchina lenta, fatta di diritti che si acquisiscono, di vite che costruiscono nuove piattaforme stabili da cui avanzare. Il progresso riguarda tutti, riguarda il futuro e il benessere, quindi i bisogni, la tecnologia riguarda il presente, i desideri ed è destinata eternamente al nuovismo, ad essere vissuta in un crepuscolo di possibilità brevi in cui tutto si esaurisce e tutto può tornare indietro.

Facciamo un esempio, se mi insegnano a fare le quattro operazioni, a estrarre la radice quadrata, se mi danno un lessico sufficiente a mettere in relazione ciò che vedo e penso con le parole posso comunicare e ho un progresso, se imparo a usare uno smartphone, se faccio i conti con la calcolatrice, quando questi si spengono resto privo di possibilità di azione, quindi sono nelle mani di chi ha l’energia e me la fornisce. Questa dipendenza mi può gettare in una privazione assoluta, mentre la mia capacità di relazione acquisita, di progresso personale è per sempre. Badate bene che non sto demonizzando la tecnologia, ma l’asservimento ad essa. Non sto rifiutando il presente, ma il suo culto esclusivo. L’uomo superata la fase della sopravvivenza, ha sempre interagito con l’ambiente e col tempo, ha programmato se stesso in relazione ad un desiderio di eternità. Su questo le religioni possono dire molto. Ma oltre al presente ha considerato che i destini personali e il futuro collettivo avessero una relazione. Finché questo è avvenuto con distorsioni immani e crimini orribili, comunque una connessione nel tempo c’era, ora questa connessione sembra più incerta, ci si affida al caso e alla necessità senza pensare che l’uno e l’altra sono suscettibili di giudizio e di manomissione. Basti pensare a quanto avviene nel distacco tra problemi e soluzioni proposte dalla politica, solo che invece di modificare la politica la si considera un insieme dato e quindi ci si allontana da essa, non pensando che proprio questo facilita il potere e gli interessi di parte che lo sorreggono perché quanti meno cittadini andranno a votare, tanto minore diventerà la possibilità di cambiamento. Poche persone possono essere privilegiate, tante invece fanno emergere l’eguaglianza e il diritto. Quindi anche le vicende di questi giorni esigerebbero il rifiuto di considerare che nulla si può fare perché tanto è così, una manifestazione larga di dissenso agisce sul presente e lo modifica. Se il presente fosse una entità pensante si direbbe che la si costringe a tener conto.

Io credo che quando si dice che il futuro è nelle nostre mani non si parli solo di noi, ma di un insieme di persone che convergono su un futuro comune in cui anche il nostro star bene abbia posto. E questo riguarda il presente che prepara questo futuro, per cui ho il presente nelle mie mani, ho un passato da cui partire e ho un progetto che mi riguarda e che voglio condividere. In questo credo si riassuma la possibilità di cambiare ciò che non ci va, e non è poco, in questo mondo e di dare un senso alle vite.

Riassunto: C’è un culto del presente che toglie il futuro e denigra il passato senza ragioni di progresso. Ci verrà chiesto: ma dove eravate quando accadeva tutto questo?

nuvole

Nuvole grandi e gonfie ieri, si sono rincorse, sovrapposte, fino allo scoppio del temporale.

Violento, ha schiaffeggiato alberi, uomini, cose. Si sentiva sul tetto, si vedeva dalle finestre e porte. Poi la luce ha sfrangiato le nubi esauste, ha colpito la facciata d’ una chiesa, la strada, le case attorno e la vita ha ripreso i suoi sorridenti traffici.

Così la memoria, è uno scroscio che rinfresca e fa vivere. E si nutre di presente, gli parla, a volte lo convince. E getta sguardi sul futuro, contornandolo di sogni e di previsioni sempre sballate.

Volendo vite precise ci si negherebbero i ricordi di ciò che è stato  perché non rientrava nei canoni del previsto, e così tutto si perderebbe, Anche i temporali furiosi, o le giornate di sole vivo, il sedersi all’ombra in quel tavolino godendo la compagnia e le parole, l’ incontro atteso e l’altro inatteso, tutto finirebbe in un grigio prevedere che semplicemente accade.

Solo ai pusillanimi fa paura mettere assieme il passato con il presente e immaginare il nuovo che rompe le abitudini.

ripensando a lettera a una professoressa

Qualche giorno fa era il 50°anniversario della pubblicazione del libro dei ragazzi di Barbiana: Lettera a una professoressa. C’era molta forza nelle parole di quello scritto e fece cambiare modo di vedere di una intera generazione perché interpretava con pensieri semplici quello che era sotto gli occhi di tutti.

Si disse che diceva quello che molti pensavano eppure non dicevano. Dovrebbe essere naturale ma non è così e non si sa per quale vergogna si occulti l’evidenza. Non sto parlando di verità profonde, ma di ciò che si vede e del perché lo si dia per scontato contribuendo così in modo determinante a non cambiare le cose che non vanno.  Siamo attorniati di banalità, di modi di dire e non c’è alcun pudore nel ripeterli, ma se qualcuno mette in relazione l’ingiustizia con qualche pratica sociale, con l’agire di chi ha potere, spesso subentra l’imbarazzo. Sono i momenti in cui la parola, così abusata, distorta, inoculata nelle teste fino a condizionarne il vedere diventa fastidiosa. Controcorrente rispetto ad una immagine in cui il positivo deve prevalere anche se viene solo raccontato e non praticato.

Lettera a una professoressa parlava della parola, della scuola, della società e metteva tutto in modo così consequenziale e logico che chi leggeva capiva la ragione della sua posizione sociale. Inutile dire che quel libro divenne il testo su cui si fondò una rivoluzione della scuola che da  verticale voleva essere orizzontale.  Pier Paolo Pasolini lo definì il libro più bello dei miei tempi e forse è inutile chiosare questa affermazione se non dicendo che in esso c’era molta verità.

Don Milani collegava la parola, il suo significato, alla diseguaglianza, all’ingiustizia, alla sopraffazione sociale. Pensava che la scuola avrebbe dovuto essere lo strumento per la comprensione e per l’inclusione.

La scuola non come riproduttrice ma come generatrice di una nuova società che cambiava partendo dalla comprensione della sua condizione. Non esistevano i bocciati nella scuola di Barbiana, esisteva un sapere che interconnetteva le acquisizioni dotte con quelle popolari. Il teorema di Pitagora non cessava di esistere, ma diventava un modo per misurare la realtà. Lavorare sulla parola significava darle peso, significato e nobiltà. Si poneva il problema più arduo per chi capisce ovvero la semplicità in modo che ciò che si era acquisito fosse disponibile a tutti. Così i maestri erano intercambiabili e chi capiva spiegava. Questo è stato il procedere della storia sociale dell’umanità dove il sapere si è trasmesso per verifica del reale e ha generato lavoro, cambiamento dell’ambiente, cibo, rispetto. Il sapere esoterico, iniziatico ha alimentato la credenza ossia la risposta con parole incomprensibili all’incomprensibile. Il contrario della scienza, la base per il potere.

Barbiana e i suoi ragazzi erano una congiunzione favorevole degli astri, del caso che aveva portato un prete scomodo in un posto impossibile. Ma era un buon maestro per chi stava attorno a quella pieve, e con i suoi scritti, parlava al mondo. Raccontava l’evidenza e lo diceva con la cognizione delle parole che hanno significato e così mostravano una verità e una realtà.

Si potrà dire che non era l’unica verità, ma la realtà coincideva con il vissuto.

Pilato chiede a Gesù: Cos’è la verità? È una domanda fatta da un procuratore, da una persona che conosce la legge e giudica, ma diviene un pensiero a voce alta e si allontana senza attendere la risposta. Eppure avrebbe a disposizione un Rabbi, un conoscitore delle scritture, un maestro. Pilato si allontana perché sa che la verità è personale e che poi, quando diviene patrimonio di molti diventa eversiva, cambia l’ordine delle cose, dice ciò che è giusto e ciò che non lo è, e costringe l’uomo a scegliere. Meglio il relativismo che lascia tutto come sta. Don Milani chiedeva di capire, riflettere e scegliere. Non gli andava il relativismo ed era un Maestro.

Mi chiedo perché non esistano oggi i buoni maestri, perché si sia affievolita la volontà di spiegare l’evidenza. Forse perché nessuno li ascolta? Se così fosse questa generazione sarebbe perduta e la speranza dovrebbe passare al futuro.

Lettera a una professoressa insegnava che la pazienza che subisce non è una virtù, ed è un insegnamento che non ha perso neppure un atomo del suo valore.

 

 

 

 

 

inadeguato

Sempre più spesso ci viene chiesto di uscire dalla sicura conchiglia delle abitudini, è il nuovo che ha una sua urgenza perché già preannuncia che poi puzzerà di stantio. In questo starebbe il cogliere l’occasione.

Non so voi, ma spesso mi sento inadeguato alla possibilità e allora attingo alla sconsideratezza oppure cerco di fare sapendo che l’errore è compreso in ciò che farò, ma sono cosciente del senso del limite.
Per questo mi sorprendono i sicuri di tutto, quelli che salgono qualsiasi asperità: o sono tanto bravi oppure hanno perso la nozione del dubbio.  Sembrano intrisi di quella che sembra essere costante novità, il farsi senza traccia in una infinita serie di sensazioni che non muta davvero e non fa proprio il nuovo ma lo considera già vecchio nel momento in cui si manifesta, quindi trascurabile e transitorio. E questo presunto nuovo è già abitudine, privo di vero cambiamento. Invece penso che l’unico modo per vivere tutte le età mantenendo la capacità di stupirsi, sia quello di far proprio ciò che non ha riferimenti, che non ricade nella consuetudine e che per questo ci spinge a mutare.
Non è forse questa la giovinezza ossia la perenne sensazione di non essere adeguati e al tempo stesso la voglia di inglobare in noi il mondo? E questo sentirsi inadeguati non è la spinta a superarsi per quanto è possibile nel fare, insoddisfatti ma anche onesti del dire il proprio limite? L’inadeguatezza e il cogliere l’occasione stabiliscono un equilibrio tra coscienza e volontà, non diventano arroganza, eppure procedono. Dovrebbero essere qualità di chi si trova ad avere potere, invece accade di rado, pare sia meglio seppellire il nuovo con il nuovo. Definirlo vecchio, incessantemente finché non verrà uno davvero nuovo a seppellire l’ultima arroganza.

la razionalità del male

La cronaca e le ricorrenze non risparmiano nulla. Se è vero che nulla si ripete uguale, ci sono delle costanti nel male che dovrebbero essere indagate. La strage di Capaci, la morte di Falcone e della sua scorta e quella che seguì con Borsellino, la strage di oggi a Manchester con le prime 22 vittime, tra cui giovani e bambini, sono tra le molte stragi che continuano, con matrici diverse e motivazioni diverse, in questo mondo che usa la distanza per emozionarsi e per sancire le solidarietà. Noi ci sentiamo male, ci immedesimiamo, partecipiamo e poi dimentichiamo, sino alla prossima volta. Basta affidarsi alla speranza, al caso, oppure serve altro ?

C’è una razionalità nel male. La mafia è razionale come lo è un terrorista dell’isis o un trafficante di droga sudamericano, e allora ci si chiede come mai non sia possibile prevenire, smontare i ragionamenti, controbattere. 

È il bene ad essere irrazionale in questo mondo, e pur essendo prevalente, ci sorprende anche quando lo attendiamo. Lo consideriamo scontato solo in cerchie sicure, molto vicine a noi e legate da affetti. È strano che per estensione si associ la sicurezza con l’impossibilità del male e che solo in essa si pensi la condizione del bene perché ben poco è sicuro. I drammi in famiglia infatti dimostrano il contrario, la violenza sulle donne dimostra il contrario.

Ma restiamo alla razionalità del male. Nella sua semplice geometria esso agisce con rapporti di causa effetto, ha un obiettivo e lo raggiunge. Dovrebbe essere prevedibile ma per la complessità del mondo e per la stessa libertà degli uomini, non lo è. Però la sua razionalità pesca in una parte sottostante l’evidenza, come vi fossero regole che valgono solo in superficie. Per ogni assassino stragista ci sono molti altri che non fanno ma condividono, quindi esiste una platea a cui il male si rivolge e non è piccola, ma soprattutto è tra gli altri uomini e ne condivide gran parte dei tratti, delle abitudini, persino delle leggi. Quindi c’è una scissione di razionalità che motiva alcuni a considerare razionale e giustificata l’efferatezza e questa è presente ovunque, ciò che ci salva è che per molti ciò è abominevole. Gli animali non hanno questo substrato che consente loro le stragi, agiscono per motivi evidenti, l’uomo no, ha un simbolismo che vuole mettere sull’atto, che ne esalti l’efferatezza e la sproporzione con un richiamo all’intelligenza. Il male vuole insegnare ad altri e così agisce nella mente razionale e perversa di chi lo compie. Per questo bisognerebbe che l’indagine sul male e sulla sua modalità si spingesse nel profondo, non lo considerasse eccezione ma un fantasma che dorme, e che i risultati di questo indagare contaminassero l’agire sociale. Lo includessero. Invece la società attraverso la legge e l’etica pensa di arginarlo e lo esclude, ma si vede che questo non basta. È necessario uno sforzo per togliere le ragioni del male, modificando la comprensione e il comportamento sociale. Credo che in questo momento sia ancora più necessaria un’indagine sulla razionalità del male nella società, e non perché vi sia più male di un tempo. L’efferatezza umana ha raggiunto livelli indicibili nella storia, anche recente. Ma oggi c’è una fragilità e una sensibilità che possono aiutare ad affrontare il problema del male, la sua diffusione, il suo essere strumento per affermare altro. Insomma si può affrontare il cinismo di massa e la solitudine dell’individuo indagando, espungendo le radici della malvagità, non negando i problemi, affrontando la difficoltà delle ragioni e delle diversità. Credo che non sia possibile, come in passato, opporre al male una simmetria di stragi, risolvere il male col male. E neppure è possibile nascondere il male sotto il tappeto delle notizie che si susseguono: se la mafia è un problema ed è il male, quella bisogna capire, affrontare e risolvere. E questo vale per l’isis e per qualsiasi altra espressione organizzata che contempla la razionalità del male come modalità dell’agire. Se vogliamo un mondo aperto e libero dobbiamo indagare sul lato nero dell’uomo, su come combatterlo e renderlo irrazionale, questo sinora è stato rinviato ma pare che ora non si possa più. Essere più sicuri significa non avere paura dell’altro, È tutto in questa semplice considerazione, ma ciò che ci sta dietro è in gran parte da scoprire.

polvere e profumi d’Eritrea, ovvero il limite del viaggiatore

eritrea 2007 079

Nella via larga che portava al mercato, in cima, sulla destra c’era la moschea. Poco prima, lungo la salita, una grande vasca con acqua non sempre cristallina, e ai lati, le persone salivano, oppure stavano ferme. Da sole o a crocchi. Alcune sedute sul bordo sciacquavano accuratamente i piedi, dopo aver allineato i sandali accanto a sé. Vedevo la cura che ponevano sui loro piedi. Come li guardavano con amore e attenzione diversa da come io li vedevo. A me sembravano simili a terra arsa, percorsi da vene scure sotto il colore caffelatte dei dorsi e loro, forse, neppure coglievano quella differenza di colore della pianta che a noi, bianchi, a volte intenerisce e sempre stupisce, e sta tra il rosato e il marrone chiaro. Un colore che sembra appartenere ad un’altra pelle rimasta bambina, quasi fosse d’altro, mentre per loro, invece, è il luogo del contatto con il mondo, la parte sensibile in cui sentono sacralità a noi sconosciute. Comunque fosse, guardavano i piedi che spuntavano da vesti bianche e sembrava volessero parlar loro, farsi raccontare della terra calpestata con delicatezza, delle asperità superate, dei rovi e dei sassi che s’erano infilati senza ritegno nei sandali, ferendoli, cosìcchè ora sciacquandoli con cura dolce, ne riparavano l’offesa. I più anziani si soffermavano in questa operazione. Assorti, massaggiavano e aspergevano persi nei loro pensieri e di certo non vedevano il mio passo celere, poco elegante e sguaiato verso il tempo che loro sì sapevano scorrere come i corti rosari da preghiera di legno o d’avorio che le dita costantemente pulivano e rendevano lisci o luccicanti. Non mi vedevano davvero perché ero un altro mondo che, per fortuna, non aveva più nulla a che fare con il loro e così, se al mio saluto e sorriso, rispondevano, oltre alle bocche appena accennate, notavo che le fronti non s’increspavano perché non c’era nulla da capire o da pensare.

Oltre la moschea s’apriva una vasta spianata, in parte lastricata, ma percorsa da larghe chiazze di terra bruna rappresa. Probabilmente sotto c’erano pietre o asfalto, scavi di antiche strade che avevano ceduto e formato piccole depressioni in cui si era raccolta quella polvere scura che picchiava sui vetri nei giorni di vento e s’appiccicava ai vestiti, riempiva il viso uscendo all’aperto e s’ annidava in ogni cucitura o angolo da cui non se ne andava neppure strofinando o lavando a lungo e lasciando la sua piccola traccia di possesso perché lei era il luogo in cui si era. Capivo allora che i loro teli drappeggiati sul corpo, sempre così controllati ed eleganti, erano funzionali alla polvere che veniva dalla pianura sottostante e che, anche quelli dei loro che vestivano all’occidentale per un’inutile arroganza di stato, erano fuori posto: era l’uso e la conformità ad esso a fornire pensieri consoni al luogo e al vivervi. E il volersi imporre non aggiungeva nulla ma casomai toglieva coprendo il potere esercitato di un leggero ridicolo. Sulla piazza, quella polvere, si era consolidata diventando dura come il sasso da cui veniva e altrettanto impermeabile. Lo vedevo nei rari giorni in cui la pioggia arrivava  improvvisa, come per caso, e lavava le strade, le case, gli uomini che non aprivano l’ombrello ma al pari delle cose, si lasciavano bagnare senza affrettare il passo, come a ricevere una benedizione che veniva elargita di rado e veniva direttamente da quel cielo, che le diverse religioni a più ore del giorno interpellavano a gran voce riempiendo l’aria di suono ma che però lasciava le cose più o meno come stavano, segno che era giusto così e che quello doveva essere. L’ombrello casomai lo aprivano in certe tarde mattine, in cui il sole sfolgorava implacabile e proprio per il loro incedere misurato e la distanza da compiere, il suo calore diretto sarebbe stata un’ulteriore fatica. Si riparavano il necessario, come nei bar quando sedevano lungo il muro e si spostavano appena il sole diventava intollerabile, nell’ombra temporanea con i loro discorsi e consumazioni, così camminando, aprivano l’ombrello per portare refrigerio al corpo e procedevano verso le loro necessarie mete con un poco di rispetto per esso. Guardavo quegli ombrelli pesanti, con la tela nera di cotone (ché quelli bianchi erano riservati ai preti), con le stecche grosse e piene, i manici di legno curvato a vapore, e mi sembravano una reliquia di un passato di cui avevo qualche ricordo, ma che era stato abbandonato in fretta a favore delle fibre leggere nate con la chimica, così che quegli ombrelli pesanti erano rapidamente spariti, come gli ombrellai ambulanti che da bambino sentivo passare mentre gridavano con una cantilena  il loro mestiere, sotto casa. Lì c’erano ancora quei vecchi ombrelli e anche chi li riparava, e nel Paese pieno di sole, di altopiani e di deserti, venivano considerati un segno di distinzione e censo, riservato agli uomini. Le donne, nel sole eccessivo, alzavano sul capo un lembo del vestito, ma più spesso era lo scialle di garza o di cotone rado con la balza ricamata in colori accesi che si avvolgeva attorno al capo e al collo, disposti con un gesto che mi pareva di una eleganza così squisita e sensuale, da far parte non del mostrarsi ma dell’innato essere.

In quella piazza, oltre a due vecchissime corriere, c’erano carretti con le stanghe rivolte al cielo e asini attaccati alle semplici staccionate di pali che delimitavano lo spazio davanti alle botteghe. Su un lato della grande piazza, rialzato e delimitato da strade strette, stava il mercato centrale. Era coperto da un grande tetto a falde piramidali che si fermavano a meno di tre metri dal suolo e pavimentato di cotto. Sotto ad esso si apriva un dedalo di sentieri tra banchi fissi e mobili, con la luce che diminuiva man mano ci si inoltrava, per cui al centro c’era la penombra che governava i colori delle merci esposte. Si vendeva di tutto, dalla verdura alla carne e al pesce essiccato o affumicato, dai mobili usati fino agli argenti e gli ori rossi per gli orecchi e le dita delle donne. C’erano vecchie radio, macchine da scrivere monumentali, biciclette, libri, immagini sacre e profane, quadri con soggetti del villaggio e delle processioni rituali, vecchi o dipinti da poco e tutti più o meno uguali.

E c’erano i banchi delle spezie. Queste erano in barattoli di latta e di vetro oppure disposte in piramidi colorate di polveri sui tavoli che eccitavano gli occhi prima di pensare ai gusti forti che avrebbero messo nelle bocche e nell’odorato. Ero affascinato dagli aromi. Mi mettevano tra le dita bacche da schiacciare e annusare, polveri che passavano dai polpastrelli al naso e poi alla punta della lingua. E tutto questo in un’ordalia di afrori che si sommavano fino a non capire più le sottili differenze, che pure c’erano, visto che me le raccontavano nella loro lingua ricca di vocali e di consonanti aspirate e che era essa stessa un degustare le parole, inghiottirle o girarle in bocca per sentirne il profumato suono. Non capivo  e cercavo di interpretare dalle inflessioni, dall’accentuarsi, come se la parola dovesse descrivere con il suono, prima che col significato, il dolce e l’amaro, il piccante, il sapido, l’acuto nelle sue gradazioni fino alla morbidezza dei gusti avvolgenti che sembravano riempire la bocca ed erano solo polvere. E accanto alle spezie c’erano gli incensi, le radici disseccate, l’ambra delle resine, qualche acqua dal riflesso colorato, di cui mi facevano sentire il profumo e che immaginavo prodotta macerando fiori colti in particolari momenti della fioritura o forse di notte quando più acuto è il profumo per ringraziare il fresco che arriva con l’oscurità. Essendo un forestiero, ero una facile preda  e di quei banchi ho ancora qualche acquisto dentro vasi di vetro, che raramente apro per annusare il ricordo. Mi davano le spezie o le bacche o le radici avvolte in carta di giornale. Non so per quale misteriosa ragione, quella carta piena di segni in tigrino o in arabo, che pur sembrava di poca qualità, sembrava non assorbisse i colori, ma al più conservava un lievissimo alone e il ricordo di un profumo, tanto che quando trasferivo i contenuti in sacchetti e barattoli, mi veniva da lisciare la pagina e, guardando i caratteri di quei fogli, così inusuali e privi di fotografie, poi annusavo il dorso della mano perdendomi in fantasie (e capivo perché era stata inventata la carta aromatica di Eritrea). La contrattazione dei prezzi esposti durava il giusto: prima lo sconto su ciascun acquisto e poi lo sconto sul totale. Erano cifre ridicole per un occidentale e il piacere era nella contrattazione e nel trovare il punto di reciproca soddisfazione o il minimo dell’insoddisfazione comune che poi si sarebbe chiuso con un gesto di richiamo alla furbizia dell’altro, fatto con la mano. Gesto che muoveva il sorriso di entrambi ed era ben compreso e restituito.

Queste sortite lasciavano una gran soddisfazione. Come fossi entrato davvero nella comunicazione che dovrebbe accompagnare il viaggiatore. E la provavo più nei mercati che visitando palazzi o chiese. Neppure nei negozi che attorniavano la piazza e che erano spesso botteghe d’artigiani, avvertivo la stessa sensazione del mercato,  che mi accompagnava a lungo con un senso di appagamento. E capivo che era scollegato dalle meraviglie inutili che avevo nella borsa di tela, ma era l’idea di essere entrato per un attimo, nell’anima impenetrabile del Paese. Quello che pestava radici, macerava fiori, raccoglieva resine da piante che affondavano le radici nel deserto, come quei piedi che avevo guardato salendo e che portavano inscritte le geografie misteriose dell’uomo che viene segnato dalla terra. Una sorta di relazione mistica con tanti aspetti che interagivano e di cui portavo con me una traccia fatta di colore, di profumo, di rapporto. Un patto tra terra e uomini che riguardava loro e di cui, per una minima misura, ero stato ammesso a far parte. E di ciò rendevo grazie. Questa è la soddisfazione: rendere grazie.

nella sera

Verrà la sera e l’aria dolce di tiglio e gelsomino,
rallenterà il passo,
Si sospenderà il giorno
mentre il pensiero volerà a te
stringendoti in legami d’aria.
Sono gli stessi che ora rondini tracciano,
con parole garrule nel cielo,
e nelle rapide curve che scrive il volo,
ci sono i caratteri d’Oriente,
fioriti di dolcezze e di segreti,
Il profumo d’acqua e dei deserti,
la notte che stende tappeti di promesse.
Così, in questo crepuscolo che m’appartiene,
porto segni gioiosi,
fatti di sospensioni e brividi d’attese,
e lascio che il cuore amoroso
si riempia,
dei pensieri che dicono di noi.

la ruota del tempo

Il movimento della ruota del samsara, del procedere del tempo, che immagino cigolante e disassata come quella di un vecchio carro che continua ad avanzare con l’inesorabile fatica del dovere, è immagine dello scorrere.

Da noi c’è il fiume del tempo in cui si perde lo sguardo quando la foglia o il tronco non sono più il punto a cui ancorarsi per impedire d’essere noi stessi scorrere.

Un ruotare cigolante è meglio del flusso dove la scelta è l’essere parte oppure l’osservare?

Si capisce che quell’osservare è lo stesso che Nietzsche guardava nell’abisso: se si guarderà troppo il flusso esso volgerà gli occhi verso di noi e ci guarderà, perdendoci. Quindi sembra che la scelta migliore sia essere nel flusso. Non so se esso coincida con la dittatura del presente, ovvero questa continua ricerca del provare e della coniugazione del verbo essere, oppure se sia un affidarsi, un lasciare che le cose accadano con noi. Il carpe diem, non era privo di passato e aveva un futuro, insegnava a godere di ciò che si conosceva e nel suo farsi con una direzione. Od almeno così l’ho inteso, perché negli apparenti ozi poetici, gli amori si impegnavano, le intelligenze inerpicavano nuove vette, e le armi del potere correvano. Insomma il carpe diem era nel flusso che ricordava la sorgente e andava al mare. Affidarsi per godere del giorno, oppure osservare affascinati lo scorrere, questo il tempo che scorre lineare e non si ripete.

Altrove il tempo era ed è altro. 

Per la ruota del tempo e il mondo, nei suoi fatti apparentemente asincroni, diradare le nubi, capire, implica l’azione. È una condizione strana che accetta e al tempo stesso agisce perché vedere la sofferenza del mondo comporta uscire da quella rappresentazione pratica della paura che è l’indifferenza.

Per entrambe le cognizioni del tempo, nessuno ci chiederà conto con sufficiente forza prima di noi stessi, di ciò che abbiamo fatto per gli altri in noi.

Sankhara dukkha, è la sofferenza che si esprime in ciò che vive, una condizione leopardiana letta nell’oriente che non è mai privo di sofferenza. Noi più banalmente la possiamo confondere con la malinconia della consapevolezza. Ciò che vive esige cura.

La ruota gira e cigolando chiede attenzione, non all’utile ma al giusto per sé e gli altri.

Noi del tempo non sappiamo nulla. Abbiamo desideri, pulsioni mascherate in voglie, e una paura incoercibile che ci riguarda. La ruota vorrebbe ci lasciassimo andare, che assecondassimo il daimon che ci parla, troppo spesso inascoltato. Non bisogna abbandonarsi alla sofferenza ma trovare la traccia che da dentro porta verso un vedere gioioso.

Qui sembra, ma non è così, che le rappresentazioni del tempo trovino una coincidenza, ovvero lo scegliere chi essere.

E il tempo che ci chiede l’abbandono contiene il suo contrario ovvero l’azione che sprigiona il daimon del nostro destino. Abbandonarsi a sé coincide con la consapevolezza che scandiamo il nostro tempo, mai poco o troppo, è nostro e riempibile. Come lo si colma è tema di ciascuno ma a nessuno è risparmiata la malinconia e a nessuno manca il suo antidoto dell’affidarsi a sé, agendo.

.colore

 

La sublime sventatezza delle tue parole mi spinge a scattare foto di piccoli bianchi fiori,
di mischiarli col verde e col giallo del campo,
e perdendo lo sguardo nell’azzurro,
tra gonfie nubi nel cuore tutto si fonde.
Quel cuore che si vorrebbe pervicacemente rosso e forte, ma anche tenero e dolce.
Quel cuore che trova un cremisi e lo riconosce
e aspira, si rende ape e poi uccello, ma non smette di battere con te che togli e aggiungi senza posa.
A me che sono implume a primavera, orgoglioso d’ogni estate
e ogni inverno mi metto in disparte,
In attesa di vita, come l’eterno.