ci sarebbe bisogno di silenzio

C’è il vociare, lo scambio dei motti di spirito, le risate che si mescolano al pane intinto nelle pietanze. Le dita usate al posto delle forchette e dei cucchiai, poi leccate per non perdere il gusto sapido dell’arrosto. Tutti in un tavolo unico, forse, o in più tavoli, comunque è una cena tra chi vuole festeggiare assieme e quindi si conosce. I gesti usuali dettati dal cibo e dalla compagnia, le parole con i ricordi recenti, magari qualcuno più antico. La meraviglia di ciò che è accaduto da poco o più in là nel tempo. Ogni volta che si è assieme emerge il presente e il ricordo e fa parte della consuetudine anche il chiedersi quale sarà il prossimo prodigio. Ci si abitua persino alla meraviglia e alle parole, sempre dense di ulteriore significato.  Bisogna pensare e ciascuno capisce a suo modo. Qualcuno chiede spiegazioni, altri mutano la prima opinione, infine resta l’idea di qualcosa di importante che si capirà appieno un po’ per volta e intanto deve scendere e restare nel profondo.

Immaginiamo la sala con le tende che si gonfiano nella brezza della sera. Si accendono le lucerne alle pareti, anche sul tavolo ci sono dei lumi. Il sole tramonta verso il mare che pur distante fa sentire fin qui, tra le pietre, la sua aria un po’ aspra e colma di colori puri la stanza, così le fiammelle sono punti di luce che illuminano i volti, li scavano, lampeggiano sui sorrisi, riempiono di ombre mobili il soffitto. È la luce che gonfia l’aria o è l’inverso? Lo sguardo del Rabbi guarda distante o dentro di sé? Non si capisce, ma nessuno si pone la domanda. Sappiamo tutti che abbiamo così poche notizie del pensiero oltre la parola e il silenzio.

Ad certo momento la luce s’è invertita, sono le lampade a rischiarare e le ombre a muoversi. I discorsi si sono fatti più fitti, le voci più forti per farsi sentire meglio.

Ci sarebbe bisogno di silenzio. Rabbi parla poco, per Lui ci sarebbe bisogno di silenzio.  Forse Gli altri fanno festa. Sono contenti, i volti ora più arrossati, parlano, dicono di cose che accadono nella città. Forse qualcuno pensa a casa e allora ci sarebbe bisogno di altro silenzio perché la sera è il luogo della nostalgia di qualcosa che manca o che ancora non c’è, ma passa presto. 

Ci sarebbe bisogno di silenzio per capire quello che si acquatta sotto al rumore, per vedere meglio l’ombra che lasciano le parole, per ascoltare quello che sembra e invece non è ma si muove bene attento a non farsi notare. Il silenzio aiuterebbe a definire meglio i contorni delle ombre che s’intrecciano sul soffitto e le pareti. Ci sarebbe bisogno di silenzio per non dire la paura di essere soli, per non pensare pensieri già adoperati, per vedere ciò che sta accadendo e rendersene conto. Ma stasera non c’è più silenzio, le persone sono allegre, hanno ben mangiato e si preparano a una festa.

Il mare lontano non si vede ma si scurisce, si sente nel vento piu fresco e lo sappiamo che diventa nero. Quando siamo in riva, la notte porta lo sguardo al cielo, mentre gli occhi cercano qualcosa tra le stelle. Chissà cosa cercano. Intanto il  cuore cerca di non pensare e da fuori arriva il suono di altre cene, di altri che fanno festa. Così scende la notte, senza un silenzio che l’accompagni, senza un segno che voglia essere letto. La solitudine è la condizione della parola che non si rapprende in gesto, la solitudine è il giusto, l’evidente che non trova il suo posto e allora tace.

Ci sarebbe bisogno di silenzio che ci aiuti a capire, a sentire, vedere che non siamo soli se capiamo, sentiamo, vediamo. Ma non è ancora ora. Forse non è mai ora.

 

 

mamie

Nelle città medie ci si conosce in molti, specie tra coetanei. Si sanno quali sono le opinioni prevalenti, si valutano le influenze sul potere che conta, le ricchezze vere e quelle fasulle. Basta esserci per capire e per farsi un’opinione, ma non è difficile capire chi è importante anche se resta sotto traccia. Mi pare che si chiami understatement, ma qui è abitudine a non apparire.

Siamo una città civile, con una storia antica, tranquilla, non particolarmente generosa nel donare alla civis da qualche secolo, molto attenta ai patrimoni e chi si rovina non viene apprezzato. Molti cittadini amano gli animali, un po’ di meno amano gli uomini, non pochi si sono scoperti odiatori di chi non la pensa come loro, ma credo siamo nella media delle città medie. Finora non ho detto nulla, sono cose che troviamo ovunque e allora per dare un senso semplice a ciò che voglio dire cerco di raccontare semplicemente un fatto.

Qui, come ovunque, il lavoro stabile spesso manca a chi non è inserito bene nella comunità. Parlo dei nuovi arrivi, non occorre siano extracomunitari, basta non siano di queste parti. Il lavoro precario viene proposto, si dicono le cose da fare e c’è una trattativa breve: prendere o lasciare. Mettiamo il racconto in prima persona.

Quella mattina ero speranzosa, mi ero vestita con il mio miglior abito, sono arrivata qualche minuto prima. Bisogna essere puntuali ma non disturbare. La casa era davvero bella, in centro. Salotti, ampi spazi, mobili bellissimi. Io di mobili me ne intendo. Ho fatto l’arredatrice, e li ho pure costruiti i mobili che progettavo, perché mi piaceva l’odore del legno stagionato, gli incastri che trovano il loro posto, il profumo della colla, l’insieme che prende forma e diventa quello che avevi in testa. Così guardavo quei mobili e ne vedevo l’accuratezza, le coperture perfette, la pulizia. Mi piaceva, perché penso che i mobili siano parte di noi. Poi è apparso un gatto, mi avevano fatto sedere su una sedia ad attendere la persona con dovevo parlare dell’offerta di lavoro. Il gatto si è avvicinato, si è strofinato sulle mie gambe unite e poi mi ha guardato. Mi piacciono i gatti, anzi mi piacciono quasi tutti gli animali. Vengo da un paese dove gli animali sono ovunque e le persone li considerano parte della loro vita. Parte, non la loro vita. Forse la differenza è questa. Vengo dal Brasile, il mio passaporto è italiano, sono figlia di immigrati che non hanno avuto troppa fortuna. Per questo sono tornata. Finché pensavo al gatto e lo accarezzavo, è arrivata la Signora. L’ho seguita in uno studio carico di libri, bello, luminoso e silenzioso. Ho lasciato da parte l’osservazione dei mobili per ascoltare con attenzione. Il mio italiano è discreto, ma non capisco tutto, in fondo la mia lingua da bambina è stata il portoghese. Comunque capisco quello che serve e anche di più.

La Signora era molto precisa, mi ha parlato della sua grande casa fuori città, del molto verde attorno alla casa. Mi ha detto che amano molto gli animali, che non mangiano agnelli a Pasqua, che hanno orari precisi per la colazione, il pranzo e la cena. Il mio compito sarebbe stato quello di provvedere al servizio dei pasti, tenere in ordine la casa e curare il giardino, seguire le necessità degli animali, che erano praticamente persone di casa e parecchi.  Si cominciava con la colazione alle 7.30 da servire in casa o in giardino, a seconda del tempo, si finiva con la cena in casa verso le 21 o magari più tardi se c’erano amici a cena. I miei compiti erano bene elencati in una lista che riempiva ordinatamente una pagina, praticamente dal mattino fino a notte ogni ora aveva una sua funzione. L’offerta retributivar era di mille euro al mese e di questi, visto che fruivo di vitto e alloggio mi sarebbero stati trattenuti la metà. Quindi lo stipendio era di 500 euro. 17 euro giorno per circa 14 ore.

Ascoltavo con attenzione, mi pareva poco per l’impegno e la fatica, anche se la stanza che mi sarebbe stata data per dormire era ordinata e con un servizio. Il pensiero era che pagavo un affitto non da poco e che il cibo mi piaceva anche sceglierlo e mangiarlo come preferisco, pagandolo con i miei soldi. Quindi non capivo i vantaggi, anzi mi pareva una costrizione.

Non ho parlato molto, ho solo detto la verità, cioè che mi pareva poco retribuito come lavoro e che era impegnativo, ma non era la fatica a farmi paura piuttosto il fatto di sentire che non lavoravo per il giusto. Ci avrei pensato anche se la mia risposta d’istinto era negativa.

Sono in Italia da sei mesi e ho cercato ripetutamente di trovare una sistemazione, ma per il lavoro che ho fatto in Brasile qui non c’è spazio e per gli altri lavori, spesso mi sento ripetere che il momento è difficile e bisogna accontentarsi.  Il fatto che me lo dica chi ha molto e spesso mostra il lusso, mi causa una certa insofferenza.

Ho salutato la Signora e sono uscita in questo sole d’aprile che mi ricorda non poco il Brasile, ma non ero contenta, anche un rifiuto perché le cose non sembrano giuste non fa stare bene. Così ho camminato per la città e poi sono tornata da chi mi ospita, con una discreta voglia di piangere.

La Signora mi ha richiamato, sembrava disponibile a rivedere le condizioni di lavoro, l’ho rivista. Mi ha raccontato nuove cose sulla casa e sugli animali. Mi ha ripetuto che a Pasqua non si devono uccidere gli agnelli e mangiarli, ma quando le ho chiesto se aveva riconsiderato la retribuzione per l’impegno richiesto, mi ha detto che quella era la sua offerta e che le sembrava una buona offerta visto che di spese vive non ne avrei avute molte. Per la seconda volta l’ho ringraziata, ho ribadito che mi sembrava poco per un impegno di oltre 12 ore al giorno, ho salutato e sono uscita. Ho capito che in testa loro volevano una Mamie, ma non siamo più al tempo della guerra di secessione americana e Via col vento è un film, non un rapporto di lavoro.

Credo che lo schiavismo non sia mai davvero finito, che anche dove non c’è guadagno diretto chi dà il lavoro abbia sempre la tentazione di guadagnarci anche nell’essere servito. Questo mi fa riflettere e disperare, perché in questo Paese, che è anche il mio paese, la speranza di chi non ha, diventa un esercizio difficile e la vita si basa sui buoni che ti danno una mano finché possono, ma non è così che dovrebbe funzionare. Non è così.

tema: come hai trascorso il sabato

 

oznor

oznor

 

La giornata è trascorsa tra discorsi leggeri e sorsi di vino. Sia quello rosso, di corpo robusto e rotondo, da lavoratore della terra, che sarà generosa ma non è mai gratuita. Sia quello bianco , che in realtà era di un giallo dolce d’aspetto, trasparente e profumato, fresco con la gentilezza dell’amore che mai disseta appieno. Così i discorsi sono proseguiti all’aria aperta, nel sole già forte di un aprile senza timori. Credo che il tentativo fosse quello di dare ai processi digestivi la possibilità di un giusto posto per ogni cosa gustata, di togliere di mezzo l’eccesso e di propiziare un rientro che in fondo nessuno voleva. Così senza ordine, a piccoli gruppetti, attratti dal discorso dell’uno o dalla battuta dell’altro siamo sciamati tra strade di colle che diventavano capezzagne, limiti di campo, mura di mattoni antichi e ville che un tempo avevano attestato più la modesta fortuna delle famiglie che la loro voglia di eccellere. Attorno macchie gialle di fiori di tarassaco, cipressi altissimi, alberi che erano già meta di api  prima dei declivi ritmati dalle vigne. Filari ben tesi, potature severe, qui il grappolo deve ricevere molto sole e non conta il molto ma il buono. Parlavamo di politicante, di società che muta, di adeguatezze e di tentativi di essere importanti per le idee prima che per i numeri. Il conformismo che si sperimenta nei partiti è lo stesso dello società, un gruppo diventa maggioritario perché è esso stesso continuazione di un aggregarsi attorno a capi che decidono di dividere un potere, non le idee che stranamente restano le stesse, al più si  distingue, di colgono le differenze, ma la realtà è l’eterna lotta tra ciò che muta e ciò che non vuole mutare. E la ragione per non mutare sta tutta nel potere e nel gruppo che si sente parte di esso. Ragionavamo di questo tra battute e coscienza di essere parte piccola di un modo di far politica che non ci andava, così scivolava qualche battuta, il piccolo pettegolezzo, la risata lieve che libera perché anche chi è potente ha debolezze e quando queste emergono diventa un po’ meno paludato. È la considerazione che ognuno va in bagno ogni giorno, che le funzioni corporali non sono nobili, o come ebbe a dire , un’amica che ci precedeva ridendo: pensalo quando sta per fare all’amore, é proprio un bel momento di verità. se le cose non funzionano. Dovevamo aggiustare il pomeriggio, non i destini del mondo,, ricordare l’aria leggera e piena di profumi, mettere in fila tanti bei propositi, ricordarci che la giornata era soprattutto nostra e che come ai tempi delle medie il tema da svolgere era cosa si era fatto di noi nel dì di festa, concludendo che il sonno sarebbe arrivato tardi ma stanchi e felici di essere chi eravamo.

verità che presto scadono

Come vedi, c’è sempre una ragione al dispiacere,
e sembra s’accanisca a sbiadire il piacere, complotti a renderlo fugace;
forse ci si dovrebbe accontentare delle tregue,
oppure imparare grammatiche dove l’errore abbia più pazienza.
E invece è tutto così veloce che l’assoluto non ha tempo né di sé ha coscienza piena
e diventa relativo.
Questa relatività c’allontana, impedisce l’abbraccio
e il lasciare la guancia sulla spalla dell’altro,
per riposare in un sicuro luogo amato,
basterebbe un momento, che sembra unavita
e così sarebbe eterno.
Come potrei volerti male se tu mi vuoi bene?
è lo scambio semplice che s’impara da bimbi
e s’applica in ogni contrasto, almeno per un po’ di tempo,
ma poi ci si tradisce troppo spesso
per puntigliosità o stanchezza generata altrove, non per malavoglia,
è così che il deserto si mangia il cuore
e gli occhi non sanno più cos’ afferrare.

il tempo scorre e noi chissà

In questi giorni ho pensato alla limitatezza che esiste tra bisogno e risposta. Anche alla delusione che piccole cose provocano nel nostro sentire e come queste, accanto a quelle più grandi, erodano. In fondo siamo arenarie che giocano col vento, che si lasciano lavorare dagli elementi e dall’accadere, ma questo non ci rende passivi, anzi, i desideri sono in ogni minuscolo granello che il vento trasporterà chissà dove e quel desiderio, insoddisfatto, ci seguirà in effige nel cuore, o nella mente, o nell’ipotalamo secondo preferenze. Sistemi fragili e friabili che provano sensazioni forti, siano esse gioie o delusioni e le collocano nel tempo, in un come eravamo ricco di alternative bruciate che ora si pone domande. Il pensiero, quindi, scivolava tra adeguatezza al desiderare e persistenza, tra il tempo e il suo mutare.

Se si ama Eraclito, l’oscuro, si sa che il fluire cambia il mondo che ci attornia e lo fa molto più rapidamente del pesce che è immerso nel fiume. Eppure il tempo è lo stesso. È nei rapporti tra persone, nell’affettività, nei desideri, dove il tempo sembra lo stesso eppure si differenzia, muta e come tra il fiume e chi lo vive c’è chi osserva e chi, indifferente, è osservato.

Ci si lascia sempre un po’ dopo esserci incontrati ed è il continuo ritrovarsi che tiene assieme, finché funziona, poi le vite e i tempi divergono perché solo in quell’unità profonda che è durata molto o poco, i tempi avevano trovato la sincronia del diverso. Un sentimento, un amore, quasi mai trova risposte definitive proprio perché include il bisogno e il tempo per essere soddisfatto. Bisogna condividere il senso dello scorrere e il suo tempo e non si può fare con facilità, anzi, essendo un processo voluto è una fatica immane.

Ci si lascia nella visione del momento che da tempo non è più, ma il fiume, il pesce e chi guarda restano. E ogni viaggio è circolare, ritorna, volenti o nolenti su ciò che poteva essere e non è stato.
Questo differenziale di tempo tra lo scorrere attorno e noi poco veloci, non è mai privo di conseguenze, relativizza l’osservatore, lo orienta su altro, assegna ruoli, si rivolge verso il sé e analizza. Ma quasi mai trova risposte definitive proprio perché il bisogno per essere soddisfatto ha la necessità di una interlocuzione profonda che è unità di tempo e desiderio.

Si ha un bel dire che si conosce la scienza degli addii, nel profondo essi non sono mai tali ed è difficilissimo tagliare ciò che è accaduto e diventato parte di noi, perché li si riannodano i tempi.

Si va oltre, come dicono i cinici o gli stanchi, approdi umani che si assomigliano assai. Ci si fa una ragione, anche se è la vita che ci spinge a rifare i conti e a ricordare. Meditare sul tempo che non ha avuto la stessa creanza di scorrere con noi e di lasciarsi alle spalle l’alterità che non esiste più può essere utile solo se ci si ritrova.

Bisognerebbe ricordarlo e bisognerebbe pure riconoscersi ovvero assomigliarsi accettando molto di ciò che ci neghiamo per qualche divieto di cui non abbiamo memoria. Basterebbe essere simili ai desideri e al profondo che possediamo, al tempo che è condiviso ed è davvero nostro, il resto verrebbe di conseguenza.

 

 

 

 

 

non c’è niente da capire

Goy e Malamud, il commesso, ci si circoncide per amore? A serious man, i fratelli Coen, gli analisti ebrei sono rabbini con risposta o senza paura del sangue come diceva Freud, mentre quelli cristiani invece no, non hanno paura di nulla se non di se stessi e per questo lisciano il pelo al gatto, distrattamente, per far capire che non risolvere come determinazione è l’infelicità anche per quelli che decidono per il meglio, anche quando scelgono il peggio. Sono le passioni che andrebbero indagate, quelle si fanno un baffo della colpa, e i luoghi in cui esse si esercitano, che profumano di cotone e sudore. E di tanto altro ancora. Una psicoanalisi dell’odore potrebbero farla i giapponesi, sarebbe interessante. Mettiamoci una riga, un prima che poi è tutto qui e puntare su  ciò che fa bene e se la fatica dell’ accettarsi come si è, implica il limite, basta ricordarsi che solo l’imbecille non ha limiti.

Si rischia di esporsi per essere compatiti, ricevere forme d’amore guardato, malato più che vissuto e accontentarsi. Accontentarsi delle illusioni, illudere le illusioni. Perseguire con ironia l’inutile, non servire a nulla, non servire serve, forse il bello ha una ragione che non sia la sua mutazione e caducità verso altra diversa bellezza. Pensateci già il capire muta e nella mutazione c’è la fine di qualcosa per far nascere qualcos’altro.

Dimmi qualcosa di autoironico.

Potrei essere peggio.

Ma no, qualcosa che ti prenda in giro.

Ho la soluzione per volare ma non me la dico e questo mi tiene attaccato alla terra. Volo quando voglio e neppure a te la racconto.

Ah non si spiega nulla e ognuno capisce quello che gli viene.

mi penso un po’ sciupato

Così ti penso, sciupata un poco dentro.
Il viso è bello, il corpo ancora parla lieto,
è il sorriso che s’è spento,
una luce sbarazzina se n’è andata,
e la parola sussurrata nell’incontro,
che un tempo sarebbe subito volata, ora si trattiene,
cerca alternative leggere di significato,
per il cuore appesantito.
L’anello è trattenuto al dito, distratta lo rigiri,
è ancora un palloncino che volerebbe a perdersi,
giocando tra le nubi,
guardi alto col pensiero, è solo un’ombra,
gli occhi hanno il sole ancora dentro.

Così mi penso, un po’ sciupato,
inzuppato nei caffè delle notti sterminate,
tolto all’alba,
rimesso sulla strada affianco,
prima d’aver capito, già ammaestrato,
ma grato, oltremodo grato,
dello scoprire nel decadere, un senso,
il mio anzitutto, di pozzanghera
ritrovata nei sogni squagliati all’alba,
nelle contorte decisioni,
nelle vigliaccherie d’intelligenze fini,
era l’esserci quel tanto che m’è stato regalato.
In fondo sciuparmi non m’è spiaciuto ma è accaduto altrove,
tu che avevi un dono
chissà dove l’avrai portato.

 



 

circa, non hai colto, bravo, adesso va

Ci giravamo attorno chiedendo spiegazioni e venivano risposte: circa, non hai colto, bravo, adesso va.

Erano i primi anni settanta. Dell’altro secolo. Quello breve per l’intensità di ciò che accadeva e per come portava via il tempo. Anche molte vite ha portato via, insieme alle passioni e immani nefandezze. Le passioni le ha sostituite con le parole che non fanno molto, ma buttano in avanti la palla.

Era l’ottomarzo, si scriveva tutto attaccato. Veniva regalata mimosa alle ragazze, si ascoltava da loro quell’ondata di idee che cresceva, tumultuava, che sembrava travolgere i pensieri, le modalità usuali del vivere, la politica, ma soprattutto il sociale. Era difficile non essere attratti da una libertà così nuova da mettere in discussione tutto quello che era stato prima, un consolidato modo di pensare, oggetto di battute al più, regola per la spartizione ineguale della cura e del provvedere economico. Certo ascoltavamo anche perché le cose dette dalle giovani donne avevano un fascino che s’imbeveva di loro, perché ci portava in un terreno sconnesso dove bisognava stare attenti a come ci si muoveva. C’erano sensibilità nuove di zecca, mai sperimentate prima, nuove icone, ma soprattutto era il sentire e i sentimenti che venivano rivoltati nelle modalità polverose in cui si erano sino ad allora svolti. Che significava il sesso nella liberazione femminile, l’amore cos’era e cosa stava diventando?

Il femminismo si riallacciava con il ’68, lo superava, lo portava altrove e molto più dentro i rapporti interpersonali. Il noi era una relazione nuova. Nuovissima e l’ottomarzo era di sinistra, movimento, fantasia, nuove attese e sperimentazioni. Il PCI, il resto si accodava, ma pur affiancando il pensiero di sinistra, adesso il pensiero femminile, era qualcosa che precedeva il giorno, che incombeva in una società così ferocemente maschilista dove ogni vita era già segnata alla nascita e con un’immensa carica negativa, rendeva la scelta – istinto, il piacere-funzione a senso unico verso il maschio, la subordinazione- rispetto incondizionato. Si erano, per millenni, rovesciate le cose ed ora il mondo si riapriva, mostrava il lato che era stato represso.

Noi eravamo sconcertati e affascinati, impotenti e ammirati e quella data, l’ottomarzo, assumeva un significato di continuità, di persistenza. Non era il giorno dell’omaggio, del riconoscimento, ma la condizione del cambiamento. Era tutto l’anno e chi doveva cambiare di più eravamo noi, i maschi, ma anche le ragazze cambiavano. Si cambiava assieme. Noi rincorrevamo sorridenti e cercavamo di capire mentre loro erano già un passo, un giorno, una vita avanti.

 

https://music.youtube.com/watch?v=jIKaTuq87Lg&list=RDAMVM1w1R3_tGIzM

 

 

 

universi paralleli e multe: ovvero meglio la fisica quantistica

Quei nordisti che pensano che a Roma nulla funzioni si sbagliano, sono prevenuti e se la sindaca Raggi è sui giornali per i cassonetti che non si vuotano, per le buche o gli alberi che cadono, non viene colta l’efficienza della capacità sanzionatoria della polizia urbana. L’altra sera si vedevano foto di auto in tripla fila per il programma di Gramellini, ma forse ognuna di quelle auto aveva una multa, una al giorno per l’infrazione. Forse. Lo vorrei, lo spero.

Di sicuro io sono riuscito a prendere due multe nell’arco di un minuto per la stessa infrazione: occupava la corsia riservata agli autobus e ai mezzi pubblici. Questa la motivazione. Giusto, ero nella corsia riservata agli autobus, me ne sono accorto un attimo dopo che c’ero finito sopra, per carenza di segnaletica verticale. Dovevo girare prima, ma come può saperlo un paracadutato dal nord che invade Roma con la propria auto e già viaggiando a 40 km/ora si sente suonare chi sta dietro? L’ignoranza non mi giustifica e immediatamente ho pensato, caspita vuoi vedere che prendo la multa, ma non potevo fermarmi, né retrocedere, quindi giocoforza ho proseguito. Quanti saranno stati, 300-400 metri? Ero già contrito di mio, non ho osservato la distanza illegale percorsa, però ho cercato di uscirne e quando sono tornato sulla retta via ho avuto un sospiro di sollievo.

Quando è arrivata la prima multa, 73 euro, l’ho pagata con animo leggero: chi sbaglia paga. Ho avuto anche un pizzico di ammirazione per l’efficienza, in meno di due mesi mi avevano ritracciato e sanzionato. Poi a distanza di una settimana, una seconda multa, stesso importo, con la rilevazione che l’infrazione era avvenuta un minuto dopo, e qui ho cominciato a tremare e farmi domande. Ma per la stessa infrazione e senza possibilità di uscire dalla corsia riservata, si può pagare due volte? Ho chiesto informazioni al call center del Comune di Roma: solerte, celere, gentile. Davvero un bel servizio che mi dice che l’infrazione dinamica può essere sanzionata più volte, basta che non sia nello stesso preciso momento. Qui mi è venuto un brivido gelido, se c’erano quella mattina 10 vigili in fila, mi arriveranno 10 multe consecutive?

Adesso potrei fare ricorso al giudice di pace, potrei dimostrare la mia buona fede perché io non volevo percorrere quella corsia riservata e se ci sono capitato è stato per carenza di segnaletica, potrei anche invocare il fatto che se mi fermavo, affittare un elicottero (che non potrebbe sorvolare la Capitale) per farmi togliere dalla corsia riservata, mi era economicamente precluso. Insomma potrei dimostrare che sono generalmente una persona che rispetta le leggi e che si comporta generalmente bene anche quando differenzia i rifiuti prima di gettarli nell’apposito cassonetto, ma non servirebbe perché ero in movimento e la fisica classica mi condanna. Non quella quantistica che riservandomi un quantum di decisione per la consapevolezza avrebbe generato un solo universo parallelo, con una sola infrazione e una multa.  Ma io sono in questo universo dove le multe si moltiplicano per continuità, i pregiudizi sono duri a morire e a nulla servono le scuse. Sinceramente ammiro l’efficienza, ma spero abbia un limite perché se per caso ho incontrato una colonna di vigili sono rovinato.

Meglio parcheggiare in terza fila un’altra volta, dove fisica classica e fisica quantistica si incontrano e la multa è una sola al giorno.

 

 

 

 

 

tra noi parole ovvero senzafissadimora

Diceva che per lui un libro da scrivere si doveva formare tutto nella sua mente. Poco per volta cresceva, aggiungeva, lasciava cadere o innalzava, i personaggi, le situazioni, finché raggiungeva un senso che giustificava tutto ciò che si sarebbe espresso con parole. Poi diventava facile, bastava ricordare.
Ma questo era lui, un grande, uno Scrittore, ma per gli altri che scrivono per sé e per chi legge, con difficoltà e dubbi, con pazienza e cadute, lasciandosi condurre dalla ricerca di un senso che solo a volte si trova, per questi come funziona?

Non lo so come funziona, a me bastava un filo dopo un attacco. Un filo che tenesse assieme il divagare, la necessità di soffermarmi sui particolari che non contano. Quelli erano parte del piacere di guardare le cose come nuvole da un prato, la giusta distanza, e le persone, attraverso quel gesto che si protende per capire, che tiene una mano e ne sente la dolcezza o l’asprezza, perché una mano dice tantissimo, ha una storia intera che parla del passato e del presente e da come stringe dice anche il futuro, le sue paure, le sue attese, il divenire di un non detto  che vuole essere capito. Questo prendere la mano, era la giusta vicinanzaMa è così che si scrive? Guardando le cose e le persone? Forse lo è per me, che cerco di non ripetere i modi con cui si inizia un discorso, il come stai? ho fatto questo, quest’altro. E nel dire c’è una ricerca di sincerità, di sostanza, ma soprattutto di sapere davvero: la curiosità senza morbosità, nei confronti dell’altro, l’empatia. Anche se non è vero che non dico più queste formule, i discorsi cominciano così, ma dipende se ciò che dico lo penso davvero, se mi interessa come sta un altro, se quello che ho fatto, e che racconto, aveva un’anima che lo riguarda.

Penso le mie storie camminando, scrivo dentro la testa, poi molto spesso dimentico tutto. So che le cose mi ricorderanno pezzi di ragionamento, forse per questo faccio itinerari che mutano di poco. Vorrei raccontare la città come l’ho conosciuta e com’è. Seguire il filo di un sentimento di amore che ingloba storie, le espande, cerca nessi, annoda particolari, si mette in ascolto. Questo raccontare riassume, c’è un ben presente assieme a un mettersi in discussione: capisco che quando accadde non ho capito, però ho le tracce di ciò che è accaduto e so che ancora non capirò per davvero se non lo scrivo, se non mi guardo dall’esterno nel mio camminare dentro le cose e tra le persone. Presumere e presunzione sono legati strettamente quando si racconta, perdono il connotato negativo che diventa giudizio e diventano un protagonista terzo, che non esiste ma è verosimile, che si affaccia tra i pensieri, sceglie le parole che lo descrivono, addita ciò che lo interessa. E questo protagonista pensa con ciò che capiamo, con la nostra testa che s’interroga. Allora conta moltissimo ciò che di lui non si vede, però agisce e perché lo faccia, quale storia o banalità metta in quell’incrocio del caso che lo spinge avanti nel fare, viene lasciato al nostro presumere.

Per me raccontare è un’immagine di un vissuto di molto tempo fa: una signora piccola, leggera, vestita di nero che camminava svelta nella bora fortissima di un giorno terso a Trieste. Guardavo il mare che si corrugava come un tessuto spinto da due mani lente e costanti che carezzavano un corpo allegro. Sorridevo e salivo verso san Giusto. Mi dovevo attaccare ai corrimani. Ridevo per il vento che mi spostava, mi lasciavo prendere dal momento, ne godevo, mentre lei andava sicura, mettendo i passi giusti, scivolando tra le folate come chi sa correre nella sua vita. Raccontava una storia  di sicurezze, incurante di controllare ciò che già conosceva, ansiosa di tornare a casa o fare altro. Era libera dagli eventi che prendevano me, la sua era una storia che si svolgeva non che capitava.

In una via, che un tempo era molto più animata, di notte cammino in fretta, un velo di timore mi accompagna. Sento i miei passi risuonare tra i palazzi vuoti, nei cortili deserti. Anche le piazze sembrano diverse. Di giorno sono affollate di persone, di bancarelle, di studenti che bighellonano, parlano, amoreggiano, la notte gli spazi trovano una fisionomia austera che prende distanza dagli uomini, s’impone, li sovrasta con il peso della storia vissuta, dell’essere fatti di edifici e di pietre ingegnose, di progetti antichi e soprattutto di storie. Gli spazi hanno assistito all’evolvere che mutava la città e sono contenitori di moltitudini di vite. Mi guardo attorno, ogni porta e cancello sono sbarrati, non riuscirei più correre a lungo se qualcuno m’inseguisse, è questa l’insicurezza?

Da ragazzo non ho mai avuto paura, da quando mi è stato permesso, e l’ho strappato quel permesso, restavo fuori fino a notte fonda. Qualche volta ho visto l’alba. Si fidavano. Ispiravo fiducia. Tornavo sempre in tempo per fare altro il mattino seguente. Mia Nonna mi parlava appena entravo, mi chiedeva come stavo, se volevo un caffè. Voleva sapere davvero come stavo e io le rispondevo volentieri, ma raccontavo poco delle mie peregrinazioni notturne. Solo ciò che pensavo potesse interessarla, una casa, un’osteria in cui mi aveva portato da bambino a vedere la televisione, posti dove avevo giocato mentre lei mi guardava. Parlavo raramente di persone, perché in città non conosceva più nessuno o quasi. Solo la cerchia degli affetti le interessava, ma quelli di notte dormivano. Così le parlavo dei luoghi e lei, a volte, ricordava ciò che era stato, io le raccontavo ciò che era adesso.

Allora non avevo paura di chi trovavo di notte; ubriachi alla seconda sbronza, qualcuno che rientrava a casa dopo essere stato in una casa non sua,  persone che uscivano in fretta dalla lama di luce della serranda chiusa di un bar in cui si perdevano stipendi e fortune, i senzafissadimora che dormivano con la testa piegata di lato su una sedia o stesi sulle panche di pietra del municipio. C’erano insonni vaganti che aspettavano l’ultima osteria da chiudere, un litro di vino, due bicchieri e un tavolino all’aperto. Sotto la mole del Salone, oppure tra i portici delle strade che andavano verso il fiume vagavano persone. Sempre le stesse, con nomi che tutti conoscevano e ricordi favolosi. Vite che si ammantavano di fiaba. Chi era stato un fascista convinto poi inebetito dalla disfatta e dall’alcool, chi aveva avuto padri sconosciuti e madri incerte ed era cresciuto tra i carretti che di notte i fruttaroli ammassavano in depositi, i facchini ormai stanchi, con racconti smozzicati dal troppo vino cattivo. C’erano altri che vestivano sempre lo stesso abito e ripetevano sempre le stesse frasi sino a essere queste il loro nome e si arrabbiavano quando venivano presi in giro. Prendevano una rincorsa, correvano, incespicavano, ridevano, ti chiedevano una sigaretta già dimentichi del perché s’erano arrabbiati. Ce n’erano parecchi di questi personaggi che non chiedevano la carità, gli veniva pagato un contributo alla rappresentazione che facevano di sé e del mondo. Non dicevano mai che era poco, casomai chiedevano un altro mezzo litro, erano gentili o irosi, ma  ringraziavano se era il caso di farlo.

Ora, come allora gli stessi ciottoli e ponti, manca un fiume all’appello, è stato interrato per farne una strada. A volte hanno un silenzio stupido le strade che sostituiscono qualcosa che c’era, rappresentano un’utilità, forse neppure quella, una speculazione sul concetto di moderno e di denaro che è dilagata dalla strada e ha investito palazzi e case, li ha abbattuti con cemento e serramenti anodizzati, e ha fatto diventare tutto vecchio e banale, anzitempo. Hanno storie negative queste strade, vivono per sottrazione. Per questo non le faccio, seguo giri più larghi, le piazzette con alberi che ospitano allodole pronte a cantare, le case con finestre spente o i movimenti degli insonni, luci che si accendono e spengono. È come allora ma mancano le persone. È vuota la città di notte, tutti rintanati nelle case, a parte qualcuno nel sacco a pelo, sotto i portici steso sui cartoni. Si agitano nel sonno i nuovi senzafissadimora coperti di stracci, preferisco sia così, ho paura quando stanno troppo fermi. Non si sa se sono vivi, non si sa che fare.

Parlare con gli ubriachi era difficile, complicato se si voleva trovare un senso, imparavo la gestione del silenzio e l’accumulo interiore delle domande, lasciavo fare. Ma non c’era paura, arrivavano i netturbini, vuotavano bidoni, non chiedevano nulla, al più da accendere o un sorso di vino.

Senzafissadimora erano gli abitanti della notte, quelli che non avevano casa e quelli che l’avevano ma erano stretti nell’inquietudine, nel capire che non trovava il bandolo, nel sonno che non arrivava se non per sfinimento. I pensieri dei senzafissadimora e le pietre, il luogo e la corda lunga dei cani a catena che girano intorno alla casa, tutto cucito assieme, vicino al cuore e sulla pelle per sentire meglio il bisbiglio che si confonde, che dice e poi tace come una sofferenza lieve e inutile che però non passa e s’indovina; si deve indovinare perché mai si racconta. Eppure, sotto c’è sempre una storia che non giustifica nulla, ma si ferma o scivola in avanti. Incessantemente. Ecco di questo mi piacerebbe scrivere e raccontare.