La risacca ha lasciato legni sulla riva, accade anche a noi dopo le tempeste e non sappiamo che fare degli antichi naufragi, già poche scaglie d’azzurro commuovono. Sono segni del viaggio compiuto e della vita perseguita, nella vischiosita che cresce, i ricordi che si divorano. Mai come adesso sono la somma dei miei errori, delle passioni che tutto hanno riscattato, dei compagni che hanno creduto dissolvendosi nel fiume che pensavano di guidare. Il cuore ritorna a dove si vive ma altro speravamo, Tra il successo e fallire spesso manca poco, si confondono i significati nell’ultimo sforzo, ma in fondo se s’impara la bellezza mai si è perduto, chi strappa un fiore la malintende perché non si possiede né il bello né la verita e se poi una rosa illumina una casa, è sua la bellezza gli altri forse ne vedranno la fatica d’essere ancora vita che accompagna la luce.
Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali, lasciate all’estro che pescava nel profondo, e di tanta oscurità il colore ne soffriva. Il voler essere cangiante era prigione al vero: parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini, chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza, non noi, così aperti e chiusi, non noi che donavamo senza risparmio e conto, ma di quella necessità d’essere riluceva l’assenza, il grido acuto che non aveva le parole, non ancora, o forse mai. Nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno, mentre da tutto il vero, urgeva il noi, l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.
Poi, a notte, emerge la fatica vitale dissipata sotto forma di gorgo. Nel caldo il presente diventa egoismo che elimina sentire. L’altra sera, ma ormai accade ogni notte, è mancata l’energia elettrica. Troppi condizionatori accesi, troppe luci, una festa paesana in più e cabine enel sottodimensionate per questi carichi assurdi. Si sono interrotte le serie di Netflix, i film di Sky ma anche le eterne discussioni dei soliti tuttologi. Le televisioni sono intrattenimento e teatro dei pupi. Ciascuno sa già come andrà a finire il discorso, il sequel, persino la gestualità è nel copione. C’era più pathos in una tribuna politica democristiana alla Jacobelli, Vecchietti e Zatterin, che nei conduttori attuali, sempre uguali e sempre convinti di essere loro l’idea del mondo e non i testimoni di esso. Con una politica fatta di scelte di vita allora, anche dalle domande compiacenti, emergeva sempre una idea del mondo che autorizzava a schierarsi. Oggi vorrebbero essere ringraziati i gestori dell’informazione perché ci risparmiano una faccia della verità, perché ci evitano di pensare. E così nella noia, il problema torna ad essere il caldo, il meretricio di un simbolo per il matrimonio del potente di turno, ma l’hanno già fatto, si ripeterà, perché lo sfregio è parte del guadagno economico dei pochi. l’impressione che tutto sia in vendita, rafforza l’idea che esista solo il presente. Solo il momento conta, non più la soluzione dei problemi, ma l’assistere partecipando a se stessi. Così si risucchiano i gesti in una scansione di fatti che si concatenano in sequenzialità a portata di giornata. Il domani non torna, non chiede, neppure si desidera e i pensieri, lo stesso tempo non hanno molto da dire. Cristalli di vissuto sciolti nel possibile.
Quando emergeranno le conseguenze di ciò che sta accadendo, nessuno di quelli che le hanno sostenute e generate, riconoscerà l’errore fatto. Sarà colpa di chi non si è ribellato abbastanza, di chi si è astenuto dal connivere. La responsabilità viene rifiutata, c’è sempre qualcosa che verrà invocato a discolpa. In fondo il processo di Norimberga è stato una eccezione e con pochi colpevoli a fronte di 50 milioni di morti, di nefandezze indicibili. Però qualcosa il vivere e i fatti ce lo insegnano. Vivere con una parte ha gradi di compromesso che riportano alla responsabilità. Se si fa trading on line con le industrie di armamenti, con l’energia, la farmaceutica e le banche, contano i guadagni o come vengono fatti per la propria etica ? Scegliere di non stare al gioco, di non aiutare chi si pensa sia un omicida di stato comporta delle scelte. Non di stare fuori dal mondo, ma essere nel mondo. Questa certezza di essere dalla parte sbagliata, di non vincere mai davvero, rincuora, mi dice che è sempre l’evidenza a cambiare le cose oltre a quello che si può fare. Un senso di onnipotenza se va e c’è la misura di sé. Essere minoranza è congeniale al dubbio, al non avere fedi trascendenti. I dogmi, i proclami, rassicurano chi avrà sempre ragione, vincono più che convincere e al loro rovesciarsi cercheranno di convincere che è la storia, la logica, a determinare le conseguenze non le loro colpe.
Ma la storia di chi pensa che governi solo il potere è diversa da quella in cui confido, perché una fede sotto sotto ce l’ho ed è nell’uomo, nella somma positiva che genera la sua voglia di vivere. La stessa voglia che prima gli fa credere alle chiacchiere che non includono la realtà , che accreditano la sua visione di comodo e poi lo spingono a disfarsene. E così mi fido di ciò che accadrà, dell’evidenza che fa combattere le battaglie che si pensano giuste, che non rincorre un consenso di potere, e alla fine, questa storia anche quando si sbaglia, riconosce il proprio errore. È questo vedersi in movimento, nella gioiosa fatica dell’incerta direzione contraria che fa sentire vivi e dentro al mondo. Quello che ci approssima è quello che è più vicino a noi e che determina il senso al presente e al futuro.
Il 28 giugno 1914 è domenica. Mio nonno e la sua famiglia abitano a Karlsruhe. Lui e’ un uomo giovane per noi ma già maturo nella sua epoca. Ha bei baffi neri e folti, capelli neri. Lo sguardo è fermo, deciso, con una tenerezza particolare negli occhi. Sua moglie è piccola, magra, dolce e bella, hanno due bambini, entrambi nati in Germania, uno è nato da poco, è mio padre, la sua sorellina ha due anni. E’ una famiglia felice, stanno bene economicamente, hanno una bella casa, il nonno ha un lavoro autonomo. Guardiamolo un po’ meglio. Ha da poco superato i trent’anni, ma ha parecchia vita sulle spalle. Lui e i suoi fratelli sono emigrati, pur avendo un lavoro e un piccolo patrimonio nel paese dove, da sempre, la famiglia ha vissuto. Con loro sono emigrate anche le sorelle. Sono passati per la Svizzera, fermandosi due anni assieme e poi si sono separati. Chi è rimasto in Svizzera, chi è andato in Francia, lui ha scelto di andare in Germania con la moglie, che l’ha seguito sin dal primo momento. Sono sposati da pochi anni. Lavora molto, il Toni, ma è contento di quel paese da poco unito in cui si è fermato. Pensa di stare il tempo necessario per accumulare un buon gruzzolo e poi tornare a casa, sui colli, a gestire la locanda, l’appalto dei tabacchi, rimettendo in ordine le case, i campi, e comprandone degli altri. Non è un contadino, nessuno lo è mai stato in famiglia, i terreni servono per la locanda e per l’osteria, per fare vino, un po’ di granturco, animali da cortile, ortaggi e mandorle. Abitare sui colli non è facile in quei tempi, e soprattutto dopo l’unità d’ Italia, il Veneto si è ulteriormente impoverito, per questo sono emigrati. Di Sarajevo, di quello che è accaduto la mattina, non sa ancora nulla, lo saprà il giorno successivo. Immagino che ne avrà parlato con la nonna la sera dopo, accennando senza calcare la voce per non preoccuparla troppo. Le avrà detto che per loro non cambiava niente, che sarebbero rimasti nella loro casa di città, con i nuovi agi acquisiti e che queste vicende, loro, le hanno già vedute. Non si ricorda, la nonna, dell’uccisione di re Umberto a Monza, e dello zar in Russia? E cos’era accaduto? Nulla. E poi la Bosnia Erzegovina è già difficile da pronunciare, chissà dov’è. Sono paesi oltre il mare, agricoli, come il Montenegro, il regno da cui viene la regina d’Italia. Tutto è lontano dal Baden. L’Italia è alleata della Germania e dell’Austria, cosa può venirne di male a loro? Nulla. Hanno anche preso gli attentatori, quindi ci sarà il processo, la condanna e poi basta. Loro hanno lavorato senza risparmiarsi, vengono da anni prosperi e felici, sono persone normali e un po’ speciali, hanno coraggio: il futuro sarà positivo.
Nei mesi successivi, già alla fine di luglio, le cose cominciarono, invece, a precipitare. All’inizio non capivano, L’Italia era ancora alleata di Germania e Austria ma non entrava in guerra. E gli italiani cominciarono a non essere più graditi. anche il lavoro era diventato più difficile, così, credo, che se fecero una ragione quando furono costretti a rimpatriare. Con due bambini piccoli, vendendo il vendibile, ritirando i risparmi. Chiudendo casa con i mobili, le cose della vita costruita con fatica e dicendo ai vicini che sarebbero ritornati. Partirono con le sole valigie, fatti salire su un treno che riattraversò la Svizzera. Questa volta non si fermarono, ma sarebbe stato meglio. Chissà cosa pensò mio nonno, probabilmente non aveva voglia di ricominciare subito e i marchi oro e le sterline erano abbastanza per tentare un’ attività al paese. Poi, in realtà, non ricominciò nulla di definitivo e quei soldi consentirono a mia nonna di essere indipendente fino al 1920. Così tornarono e dopo pochi mesi, il nonno fu chiamato alle armi, per chiudere la sua vita in una dolina sul Carso, nel ’17. Era una persona pacifica, non aveva voglia di guerra, ma qualcun altro l’aveva attirato in una trappola del presente. Quel presente che non ha futuro quando le cose vengono spinte troppo da chi non ci pensa, anzi lo vuole determinare il futuro mettendoci la volontà di onnipotenza. Mio nonno invece pensava, e sapeva, che il futuro si costruisce con la giusta lentezza, ma lui era solo maggioranza. Non contava poi così tanto. Così fu uno dei 12 milioni di morti soldati. E la bimba fu uno dei 5 milioni di morti civili, morì di spagnola nel ’19. La nonna fece il possibile, anzi molto di più. Non si curò del patrimonio, seguì i figli e poi mio padre. C’era un posto per il dolore e uno per la vita? Lei fuse tutto e conservò di mio nonno il ricordo di un uomo giovane, dolce e deciso. Ne parlava poco, ma le poche volte che questo ricordo doloroso oltrepassava le labbra, era con grande tenerezza. Lei che non si era più risposata, che aveva affrontato e ricostruito la vita dopo la dissoluzione di ciò che aveva e dei legami con i parenti. Da come l’ho conosciuta, e l’ho conosciuta e amata molto, non le importò mai delle cose perdute, non ne parlava, ma delle persone sì. Era attenta agli affetti rimasti e al nonno, del resto s’era liberata con noncuranza.
E’ il 28 giugno, è domenica, la famiglia è riunita per la cena. Dalle finestre aperte entra il caldo già estivo, le voci un po’ strane della strada, la brezza della sera. Forse mio padre piagnucola o forse dorme, la bimba gioca. Magari c’è un po’ di nostalgia ma il futuro è pieno di tenerezza come il presente. Lontano è successo qualcosa che li riguarderà, non lo sanno. Anzi credo che mia nonna non abbia mai ben collegato le cose e forse è stato bene. Lasciamoli così in una piccola grande felicità, in una domenica di giugno di centoundici anni fa.
Ci sono parole che durano poco, altre lasciano nell’aria il sapore frizzante della frutta troppo matura. Parole aspre si confondono nei noccioli tondi di significato, altre parole restano sole, chiedono, torcendo interrogativi. Con le parole si può fare molto, arrotarle per ferire, oppure renderle tonde e polite per accarezzare. Si possono plasmare o lasciar scorrere, trattenere o sbottare. In fondo le parole sono facili come i gatti di casa: dormono molto e graffiano il necessario. Diverso il silenzio, o meglio, i silenzi. Dipende dal loro peso e imposizione. Bella forza, questo s’impara da piccoli, magari ricordando la punizione del silenzio imposto come una privazione di amore prima che di libertà di dire, ma uscendo dal ricordo, non è sempre così. Ci sono silenzi pubblici e silenzi privati. Silenzi che non parlano e silenzi che gridano. C’è un silenzio amoroso che non ha bisogno di parole e un silenzio d’intelligenza che è avido di concentrazione. Ci sono silenzi politici che assomigliano molto alle parole della politica, non dicono quello che davvero pensano. Non dicono e sono conniventi col peggio. Mentono di più dicendo di meno e portano avanti un’assenza di coerenza che confonde, fa male alle idee e alla speranza. Pensate al silenzio di questi mesi su Gaza, la carneficina di donne e bambini oltre che di civili. Il fatto che non ci siano aiuti alimentari in una popolazione che muore di fame, che non ha più case, ospedali, scuole e cibo. Tacere su questo e dire che si è per l’uomo, per i suoi diritti, che la famiglia, l’essere madri e padri è un valore fondante è una contraddizione terribile, non vi può essere un silenzio che riguarda i principi su cui si fonda un vivere comune, le leggi internazionali, il rispetto dei diritti di sopravvivenza. E la voce flebile della sinistra storica ha fatto molta fatica a condannare, come fa fatica anche ora. Parlare e dare significato alle parole in questi casi, significa sospendere trattati, riconoscere i diritti dei deboli conculcati, imporre la propria voce con la conseguenza di dare un senso alle parole. Ci sono troppi silenzi imbarazzati, proni ad equilibri inconfessabili, silenzi che non sono rispetto, ma incapacità e malessere per sé stessi e per la verità. La mutazione antropologica dei costumi portata innanzi in questi anni, fino a giustificare tutto nel nome del denaro, della forza e del potere, è esiziale al poter dire ed essere ascoltati. Essere coerenti verso i valori importanti per tutti, non basta dirlo ad alta voce se non è seguito dai fatti. Questi fatti hanno un valore politico e il silenzio in politica è omissione, confonde chi attende una parola chiara, un segnale che gli sforzi hanno un senso, che il vivere assieme e avere delle leggi, ha un senso. Anche nella vita quotidiana, in quella dei sentimenti, in particolare, il silenzio ha un valore se è legato al cuore. Altrimenti il silenzio può essere assenza ribadita d’amore e quando subentra dovrebbe essere colto, almeno per quanto esso sta raccontando, ovvero una scelta differente, un’ incapacità, un patto che si rompe. L’innamoramento è ciarliero, entusiasta, fatto di flussi di parole dove anche i silenzi sono talmente ricchi di condivisione da assorbire la stessa parola, per questo nei sentimenti, il silenzio parla, proprio perché fa parte del sentire comune. E quando smette di parlare è perché la comunicazione si è interrotta e con essa il sentire comune. Quindi il problema non è stare in silenzio, ma dare ad esso un senso univoco, farlo parlare. E questo non è difficile, anzi al contrario della politica, il silenzio tra le persone può essere articolato in tutte le sue gamme, anche quelle oscure e pesanti, frutto del disamore, ma importante è che non nasconda, che sia inequivocabile. Chi frequenta il silenzio, conosce la sua chiarezza, la forza che esercita su di sé prima che sugli altri, che lo porta verso la verità. Ecco, importante nel silenzio è che ci sia la verità interiore, ovvero ciò che si sente. La parola cerca di fare le stesse cose, ma fa fatica, si porta su terreni ambivalenti, e quando subentra la stanchezza dell’essere confusi, un po’ di silenzio fa bene. Aiuta molto a capire ciò che si vorrebbe dire e non trova le giuste parole.
Chissà cosa significa oggi l’esame di maturità per i ragazzi che lo stanno facendo. E cosa sia oggi questo esame, che pur sempre è un giudizio su chi lo sostiene. Oggi si tende a giudicare l’esaminatore più che l’esaminato e allora cosa è rimasto delle antiche paure che facevano perdere il sonno ai diciottenni?
Mi chiedo anche quanto distante sia la percezione dei ragazzi da quella dei genitori, che rivivono qualcosa che li ha colpiti allora. Certo è che l’esame di maturità è mutato molto negli ultimi 30 anni. Quando l’esame di maturità nacque, nel 1923, pochi anni prima, a 17 anni, i ragazzi avevano fatto la guerra e comunque, anche in tempo di pace, a quell’età la giovinezza si avviava alla fine. L’università, per i pochi che la facevano, era l’anticamera del lavoro che avrebbe garantito uno status sociale, non di rado professioni liberali o comunque di responsabilità. Per gli altri maturandi il lavoro iniziava subito, ed erano stati privilegiati rispetto ai coetanei che avevano iniziato a lavorare 6-7 anni prima. Gli uomini a 18 anni facevano il militare, che veniva considerato un altro passaggio verso la maturità, ma comunque tutti erano convinti di essere grandi e autosufficienti.
La maturità non rappresentava forse questo, sia pure camuffata da esame? Ovvero l’inizio della capacità di disporre del proprio presente, del costruire un futuro, avendo un posto proprio nella società. Era proprio questo lo snodo: il posto nella società, il ruolo, l’essere titolare di famiglia, generare figli, ecc. ecc. Oggi questo non c’è più, ovvero non è garantito e infatti l’essere maturi non certifica nulla se non il superamento di un esame scolastico e al più fa cambiare scuola. E allora, forse adesso, il solo significato della maturità è che in essa c’è la prima vera prova in un mondo iper protetto apparentemente ma che non assicura nulla e tantomeno protegge con l’istruzione. Ci si dovrebbe anche chiedere se la maturità aiuti davvero a crescere, se l’esame sia sufficientemente severo da proiettare sugli anni precedenti la sua ombra e quindi essere formativo anche in tal senso. Come un rito di passaggio avrebbe bisogno di preparazione, attesa, senso. Se si guardano i reclutamenti che avvengono in Ucraina o in altri Paesi dove la leva militare è porta dell’inferno, diritto di uccidere, probabilità di essere feriti, mutilati, uccisi si capisce che la società bara nelle regole, non dice nulla di ciò che avverrà se si vuole, ma impone e getta in un calderone le vite che devono essere mature. Era così anche nella descrizione di “Niente di nuovo nel fronte occidentale”, nella corsa all’arruolamento, ma nello studio era diverso. C’era un percorso che metteva assieme conoscenza e ruolo. Nel ’69, durante le occupazioni, si studiava come funzionava l’università altrove, secondo il buon principio sul colore dell’erba del vicino e un esempio che mi piacque fu quello francese di allora, dove tutto avveniva alla fine con l’esame di accesso alla professione, dopo la tesi. Una sorta di esamone di maturità, che faceva di uno studente un laureato vero, cioè una somma di nozioni che diventavano competenze. Non credo sia ancora così in Francia, ma in Italia l’impressione che si ha, è che in questi anni gli ostacoli della corsa si siano abbassati e che si corra più veloci, ma verso dove nessuno lo sa.
p.s. non è che mi piaccia il brivido nefando dell’esame di maturità, tra l’altro l’ho fatto quando si portavano tutte le materie e la commissione, tranne un insegnante era fatta tutta di esterni. Neppure vorrei che si restaurasse qualcosa che non ha più senso. Quello che mi chiedo è proprio questo: il senso. Se la maturità è la prima vera prova allora come tale dovrebbe essere vissuta, ma mi piacerebbe che non fosse una finzione, perché allora servirebbe a poco e soprattutto nasconderebbe altro, ovvero la volontà sociale di non dare un ruolo alle persone estraendo invece tutto dall’individuo. Competitivo, forte, spietato, senza regole. L’atro versante scolastico di completamento di un ciclo formativo è il suo convergere verso l’iperprotettività, quella che insomma non aiuta a crescere e neppure ad apprendere.
Dubbi di un attempato che talvolta ancora sogna di rifare l’esame di maturità e di acquisire altre competenze, perché la vita si riscrive da tanti punti di partenza, ma bisogna sapere che questi esistono e che c’è un percorso dignitoso per tutti che sarà possibile fare.
Per molti anni ci siamo svegliati la mattina ascoltando il giornale radio che riferiva le notizie della notte. Non sempre erano positive, c’erano guerre e disastri, ma erano molto spesso lontani. Assistevamo, prendevamo parte, manifestavamo perché il mondo non migliorava. Anzi. I venti di guerra agitavano uomini, popoli, ideologie. Ma un accordo alla fine si trovava, un equilibrio faticoso era raggiunto. L’equilibrio del terrore era pur sempre un equilibrio, con regole, patti da rispettare. Ora la guerra è alle porte di casa, nessuno può dirsi sicuro. La nostra presunta civiltà, la tranquillità del poter crescere in pace è sacrificata in nome di arbitri e racconti di minaccia. Siamo arrivati al punto di sperare che le alleanze non funzionino, che vengano fermate le azioni sul bordo del baratro.
Con grande egoismo dobbiamo con più forza chiedere la pace, per i nostri figli, per noi, per continuare ad esistere come specie, come speranze di vita, di giustizia, di amore, di possibilità di avere un futuro. Facciamo ogni giorno ciò che è parte delle nostre vite, portiamole avanti queste esistenze, ma aggiungiamo ad esse la necessità che esse possano essere migliori.
Per chi amiamo, per noi, per un’ umanità più giusta, mai come ora la riprovazione per chi appicca fuochi deve essere netta, per chi governa e agita la paura facendone arma non ci può essere scusa. Bisogna esecrare chi governa la guerra non i popoli. Cessare il fuoco è la prima necessità ma non basta più, serve la pace. La pace come condizione di vita. La pace come presupposto per ogni società equa, giusta, attenta all’uomo. Pace, nient’altro che pace. Subìto. Partecipiamo a ogni manifestazione che porti innanzi la richiesta di pace, iniziamo subito e non stanchiamoci. Accanto a ogni cosa che conduce le nostre vite ci deve essere la pace come sentire profondo, politico, sociale, umano.
E ricordiamo che quando si deve scegliere tra chi si ama e gli altri, quando tra te e me l’importante, il necessario, sono io, il confronto infinito tra giusto e ingiusto, si è concluso. Resta solo la violenza che consente di sopravvivere. Per questo il diritto, la pace sono la condizione della vita, l’alternativa reale ed unica alla forza, alla sopraffazione.
La notte è profonda e fa così caldo, in questo preannuncio d’estate, che allungare il percorso è un sollievo. L’aria è piena del profumo dei tigli, a terra, i loro granuli gialli si sono disposti in scie secondo i capricci del vento. Aspiro e ascolto la notte. E i miei passi, pesanti tra le mura del vicolo.
Come si gestisce una sconfitta? Cercando di capire quanto il risultato si distacchi dalle attese, analizzandone i motivi, verificando se essa chiude una contesa oppure se la apre con maggiore necessità di cambiamento.
Veniamo da una storia di sconfitte relative, di piccoli passi compiuti con enorme fatica. Cambiare stabilmente il disagio di molti in benessere non è mai stato un processo facile, né stabilmente conquistato nel tempo. Così le sconfitte passate nel ricordo sono anche la materia di un percorso di vita, di coerenze faticose, di scelte fatte in tempi in cui il futuro sembrava infinito. Eppure anche allora faceva male se ogni volta si doveva ricominciare.
La domanda che ogni volta ci siamo posti, era: le idee che si ritengono giuste e buone per tutti, hanno davvero perduto?
Credo però che non si sia capito abbastanza che il mondo è mutato, con esso i linguaggi, ovvero la rappresentazione della realtà e che sia finito un ciclo in cui mettere assieme le proprie difficoltà e bisogni, già creava le condizioni per un sentire comune. La mia generazione conclude un percorso. Era ora, eravamo stanchi, ma questo cos’ha a che fare con le idee di futuro? Se perde la solidarietà e l’equità, se fa un passo indietro lo sviluppo sostenibile ed emerge come unica vincitrice la logica del profitto, abbiamo perduto solo noi sognatori di un bene equo, condiviso, comune?
Sentirsi sconfitti è più che esserlo sul campo, così cerco di pensare che è una battaglia di una guerra infinita, ma intanto, al bivio, la nostra piccola storia ha preso un’altra strada. Non si torna mai indietro, bisognerà immaginare altri percorsi che intercettino più avanti il cammino. Non tocca solo a noi, ci dovranno essere altri accanto per demolire il muro dell’indifferenza.
La notte è calda, materna sembra ascoltare i pensieri, suggerisce di raccogliersi, mettere assieme il dentro e il fuori.
Ma come si gestisce una sconfitta?
Riconoscendola, mettendosi a servizio delle idee e del loro attuarsi, in silenzio. Siamo stati troppo a lungo in scena, adesso è ora di andare, il racconto, anche di ciò che ci sembra giusto, ha bisogno di nuovi interpreti. E l’impegno è, e sarà questo, dare spazio, costruire , aggregare, ascoltando, sostenendo, permettendo che il nuovo che ci attornia venga letto, interpretato, analizzato, reso umano e capito da molti.
Per tutto l’ingiusto che serpeggia e ci avvolge, per tutto ciò che grida e non viene ascoltato, ci è chiesto dalla realtà di dare spazio e capire di non capire abbastanza per superare le solitudini, di essere più radicali, di sostenere il cambiamento senza metterlo sempre sotto le compatibilità di chi detiene intero il potere. Le parti nella società si confrontano, hanno pari dignità formale, ma chi soffre il malessere ed è nel bisogno, ne ha di più, e mai hanno pari forza. Bisogna dare forza a chi non ne ha, più ragione alla giustizia sociale, questa è la strada. E la notte fa capire, che non finisce. Che non finirà mai.