solo un fazzoletto pulito

Guardando e ascoltando le tortuosità d’una scelta, pensavo che ognuno ha le sue felicità, che non so nulla dell’evidenza e di ciò che essa cela. Che tutto avviene per qualche casuale incrocio, poi mettere assieme le sensibilità funziona solo tra chi si sceglie o non si perde.  Oltre il banale, la superficie, il consueto per le persone che restano c’è una scelta. Che è fatica e sfida a tutto ciò che è abitudine o convenienza. Come scalare, come voler essere di più per approssimare ciò che si può essere. Mi sembrava presa dalla sua vita scelta quando la osservavo, spesso felice, ma adesso mi diceva che non era così. E che i momenti di felicità si erano persi in un dover fare quotidiano, in mille necessità che coinvolgevano e allontanavano. Anche dire era difficile e per questo dopo un po’ si diventava zitti, non silenti, ché il discorso continuava dentro e si sfogava in mille piccole distrazioni. Per non pensare che la vita poteva essere altra e non era. E non valeva dire:passerà, perché quel passare era una perdita. Così le alternative si allontanavano e restava una solitudine in compagnia e poi un fastidio di sé. Per non aver capito a tempo, non aver scelto altrimenti. Così mentre la guardavo lei radunava lo zucchero spanto vicino alla tazzina e le serviva un fazzoletto pulito. E solo quello potevo darle.

la politica non è solo un’opinione

Questa mattina mi son lasciato invadere dalla speranza,
ed è pericoloso di questi tempi in cui tutto sembra fatto,
e deciso nel peggio, che non è proprio peggio,
eppure ti toglie il colore,
semina grigio nelle parole,
distribuisce forse che sono già dei no.
Ma stamattina le parole erano colorate,
c’era il rosso della piccola passione da spendere ogni giorno,
il verde che non accetta l’asfalto e cresce indifferente,
il giallo, cosi difficile con la pioggia sui vetri, prometteva il cambiamento.
Erano colori della vita
senza ritegno né creanza, così il viola sposava il blu e parlava arancio.
Ma non erano confusi e neppure sembravano parole: erano finestre
in un tempo di muri
mostravano che c’è aria da respirare
in quel sentimento insensato che si chiama speranza,
e se spesso non ha una precisa attesa,
si muove allegramente e tu sai che è vita.

mi ha preso la tenerezza dei vecchi

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi. Non perché mi ritenga tale, ma gli anni si accumulano, costruiscono una montagnola dalla quale si vede attorno. Magari sfuocato e così le cose diventano masse colorate, fili appesi al cielo, con una loro gentilezza interrogativa che chiede sorridendo: chi siamo? E nulla è mai ciò che appare, perché il ricordo aggiunge, spinge a ripetere pur sapendo che ci sono meccaniche celesti, come direbbe Battiato, alle quali si sfugge solo con la speranza. Sarà diverso e non finirà, però…

Ci si perde tra le immagini, ci si perde nella tenerezza del giorno in cui l’equinozio annuncia nuove gemme, colori e abiti leggeri. La tenerezza dei vecchi è addolcita di tracce, di mappe, che i passi conoscono a perfezione, è fatta di sabbie in cui è bello lasciare impronte, di asciugamani colorati stesi ad accogliere. È costruita con pensieri senza capo né coda, perché i pensieri non devono per forza avere un inizio e una fine. La tenerezza è fatta del vedersi, dell’ascoltare il corpo che brontola allegro tutte le ingiurie che gli abbiamo inflitto, ma è anche la pelle che sente il cotone fresco di bucato, il sole che la spinge. È il pensiero che già racconta altre attese mentre il corpo ascolta e si distende.

La tenerezza è ciò che si può fare ed è nuovo, così nuovo che suscita contentezza e oscura quello che ormai è da parte. Volevo scrivere in un quaderno, dividendone a metà le pagine, da una parte ciò che non potrà più essere ma è stato, e nell’altra metà, a fronte, mettere il possibile, il desiderato, il sollecitante. Mi sono accorto che la prima metà era ricchissima, ma la seconda era infinita e quella mezza pagina di ciò che attendeva d’essere, era gentile col passato perché gli lasciava tempo e infiniti spazi bianchi da riempire. Con tenerezza aspettava che raccontasse.

Forse anche per questo mi ha preso la tenerezza dei vecchi che hanno la pazienza del vedere, che si soffermano su una parola, che alzano gli occhi e guardano in alto, accorgendosi del cielo, dei cornicioni dei palazzi che giocano con l’ombra e le nuvole e gli sorridono. Mi ha preso la tenerezza dei particolari dimenticati che un tempo avevano richiesto cura e sapienza ed erano stati lasciati allo sguardo attento della bellezza. E ho pensato che quando si rallenta il mondo prende forma – lo sa bene chi cammina – e tutto ha una sua nascosta ragione, una domanda gentile di attenzione. 

Mi ha preso la tenerezza dei vecchi e la mente ha abbracciato l’aria nuova, il sole, i rumori del cantiere, il vestire con una maggiore cura del solito, e il rizzare il corpo, fiero d’essere uomo. È stato allora che la gratitudine che si era sparsa tra i pensieri s’è fatta palese e forte e mi è sembrato un sentimento bello e pieno di compagnia. 

 

 

ti sbagli

Ti sbagli. Ogni volta che credi di aver capito, ti sbagli. E poi ritenti, e scendi, e non tocchi il fondo, e ancora scendi come non ci fosse fine, forse credi che sarà nuovo? Ti sbagli. E fatichi, ti disperi, hai il senso del fallimento. Lo sai cos’è il fallire, è la sensazione che un errore lontano abbia incrinato tutto un percorso e l’abbia distrutto quando doveva compiersi. Fallire è la colpa, è la dimostrazione della tua piccolezza nonostante tu pretenda un cuore grande, un sogno che vola, un agire visionario, la colpa è la realtà che si incarica di dimostrare che il poco è più grande del molto. Ti sbagli. Ogni volta è così, tornare a un daccapo che non è mai lo stesso, tornare e trovare tutto cambiato. Tornare e sapere che non è questo il posto. Ti sbagli. Non c’è alternativa ad essere come si è, non c’è alternativa, te lo ripeto. E per questo non c’è una colpa nel piccolo bene che persegui in te, non c’è una colpa nella misura dell’amore, non c’è una colpa nel vuoto che segue ogni partenza, non c’è una colpa nell’assenza di un futuro immediato, in una negazione, nel tenere la barra dritta verso la tempesta. E nel cercare ore strane per il tuo vivere, non c’è colpa. Lo sai che non parlo di me. E neppure di te, ma di quello spazio che sta a mezzo tra un desiderio e un bisogno, tra l’essere e il dover essere, tra tutto ciò che non ci siamo detti e quello che resta da dire. Però ti sbagli. E sbagli ogni volta che pensi aver capito, sbagli quando pensi che sia finita, che non rifarai più la stessa strada. È vero a mezzo, perché la direzione è quella e il deserto di notte congela le tracce ma di giorno le cancella, e tu lo sai e cammini di notte. E ti sbagli, perché non finisce, non può finire. Il sogno non finisce e neppure il giorno, sono compenetrati in un mescolarsi che non li distingue. Non troppo, non abbastanza. Non quanto vorresti ed è questo in cui sbagli ancora, volere ciò che è attesa, voler raggiungere mentre è solo la direzione che è certa. Ti sbagli e gloriosamente sei felice, a volte. Ma non sei tu, non sono io, è quell’essere a mezzo verso cui corriamo, che paziente attende e non ha freddo né fatica, attende e sorride. Oh sì che sorride, di te, di me, di noi, e sa che ti sbagli.

occupiamoci di cose generiche

Occupiamoci di cose generiche, lo specifico muove vortici di domande e genera inquietudine. Occupiamoci dell’oggi, anzi del giorno, che agli storici spetta il giudizio. Lasciamo perdere il ieri, quel che è stato è stato, le nostre memorie allo stato solido conservano migliaia di foto che non guarderemo mai.

Però permettetemi una digressione. Prima pioveva e c’era il sole, le ragazze camminavano in fretta, qualcuna sorrideva, dei ragazzi hanno tirato il cappuccio sulla testa e parevano contenti. Chi aveva un ombrello lo apriva. La strada scorreva di pedoni e biciclette, nessuno si fermava sotto i portici, sembrava godessero di una pioggia gentile che annunciava la primavera. È stato allora che ho notato l’esiguità  delle mura del ‘300, il mozzicone rimasto con lo squarcio verso l’altro pezzo di mura. Dallo squarcio si vede il palazzo che fu del banco di Napoli, davanti c’è la discesa del parcheggio che si intrufola sotto le mura, sulla strada un tempo, ero bambino, c’era il fiume, le barche e solo a lato, in alto, le auto. In uno spazio ristretto le auto, perché l’acqua e la vista era più importante. Poco avanti, c’è la casa in cui Dante non soggiornò e forse non incontrò Giotto (ma era bello pensarlo e così c’hanno messo una lapide al riguardo), davanti alla casa c’era un ponte, a tre arcate, di epoca romana che univa l’università dei giuristi, il Bò con l’ospedale vecchio di san Francesco, il luogo in cui è nata la medicina moderna. A sinistra del ponte, dopo il Bò, le piazze, la civis con la sala della Ragione, i commerci. Ora ci passano i tram in quella riviera, gli autobus e le auto, ma oggi c’erano anche le ragazze che sorridevano nella pioggia di marzo, e quel muro così esiguo per difendere una città, mi diceva qualcosa di me, di noi. Ci fu un pretore che difese quel muro, un sindaco condannato dopo anni di processi, e quel sindaco non era Attila, ma come il predecessore che aveva tombinato il fiume, pensava che la modernità poteva fare a meno dell’acqua e del muro di cinta d’una vecchia città ormai esausta di ricordi. Erano persone per bene questi due sindaci, che interpretavano il progresso come ineluttabile e la modernità come un generico contenitore in cui tutti potevano stare. E si sbagliavano perché pensavano genericamente e non interrogavano l’anima delle cose (che poi coincide con quella delle persone se c’è appartenenza). Io sono un sognatore, mi piace l’assoluto e il relativo, ma maneggio male i ricordi e senza dare colpe penso che il generico è come il nulla, erode ciò che ci sta attorno. A noi che ricordiamo, non alle ragazze che camminano sotto la pioggia e guardano nel loro futuro.

Però e questo è il secondo però di cui chiedo venia, se ci abituiamo tutti al generico, al relativo, non ci sarà più spazio per l’importante. E che fine faranno le vite se non hanno una direzione propria. Se non abbiamo nulla di profondo di cui dirci davvero. Se non ci sarà nessun segreto da tirar fuori a fatica perché ci rivela davvero e ci consegna inermi all’altro, che fine farà l’eros? Se tutto è rappresentazione qual è la commedia e quale la realtà? 

Avete osservato che circola diffusa la paura di essere interpellati per davvero, che qualcuno ci chieda se abbiamo studiato come vivere domani, dopodomani. Con la competizione si sono risolte molte cose, si fa una corsa in qualsiasi campo, il lavoro, il divertimento, gli amori, uno vince e domani si ricomincia. Magari non gli stessi, non con lo stesso panorama perché nel frattempo qualcuno si è perso, un muro si è abbattuto, un tabù è stato espugnato, ma si ricomincia verso l’indefinito infinito senza chiedersi cosa sia davvero accaduto, cosa abbiamo provato. E credo sia perché anche se ce lo chiedessimo a chi potremmo dirlo davvero? A questo servono i poeti, che hanno il compito di mostrarci l’essenza delle cose, ma non compriamo libri di poesia se davvero non vogliamo andare nel profondo, se non vogliamo lottare con la realtà. Per l’apparenza, i poeti, basta citarli a spizzichi, con un tweet che suona bene ed è adatto alla bisogna e che sembra far bene per un attimo prima di restare uguali. 

domande

Mi chiedo chi siete voi che leggete. In quale mondo vivete. Come sono le vostre giornate, le abitudini, le difficoltà, i legami, l’allegria come nasce, i sentimenti e il loro grado di intensità, di libertà, se siano una nota di basso o un acuto che s’inerpica. Mi chiedo della vostra somiglianza e ancor più della diversità, ma soprattutto mi chiedo cosa sia per voi star bene.

Mi chiedo cosa vi spinga a leggermi, cosa intuite dalle mie parole, se da esse indagate in un pensiero sotteso, in una vita che non è la vostra eppure in qualche tratto approssima e forse coincide.

Questo mezzo, apparentemente virtuale, fornisce a chi scrive, una iterazione per immediatezza e intensità, sconosciuta agli scrittori, ma ( il ma ci sta sempre a temperare gli assoluti) è privo della conoscenza diretta, non è, se non di rado, un canale biunivoco. Certo vi intuisco, leggo di voi dove scrivete se anche voi lo fate, mi faccio domande sulla vostra persona, del perché scegliate alcune rappresentazioni e ne taciate altre. Alla fine ci si deve accontentare di un approfondire per  interesse e intuizione, delineare attraverso l’immaginazione, un’immagine a due dimensioni che prescinde da tutti quei codici che si usano nel reale: l’immagine, il gesto, l’età, il modo di esprimere il sentire, il silenzio tra le parole, la volontà di oltrepassare una soglia e mostrarsi. In questi luoghi la linea del con-fidare ovvero dell’aver fiducia dell’altro ipotetico è essa stessa una rappresentazione di sé, di un bisogno e di un limite. Ritaglia la dimensione e la fissa in un cliché comunque vero: mostro di me ciò che voglio arrivi a un qualcuno che non conosco ma che non mi è estraneo. Però è una verità interrotta proprio perché nel virtuale il vero è più corredato di immaginazione per riempire le caselle mancanti. Non c’è nulla di male in tutto questo guardare, pensare, immaginare, c’è attenzione, curiosità, partecipazione e bisogno di vedere. Però non possiamo, se non per caso, dirci davvero come stiamo, cosa vediamo e sentiamo nel momento in cui esso accade e diventa emozione per noi. Lavoriamo in differita e nelle riflessioni la distanza dall’accaduto può essere lunga, misteriosa, estendersi come le ife dei funghi, lontano negli anni. Ciascuno, io per primo, rappresento dei nodi, il loro persistere e la fatica dello sciogliere, mostro passioni la cui intensità è solo a me nota, taccio e parlo di qualcosa che non è solo cronaca, altrimenti corrisponderebbe a quel distratto informarsi su come si sta che neppure attende la risposta per passare ad altro.

Fuori piove, è un grigio pomeriggio di quasi primavera. La grondaia suona i rivoli d’acqua che cadono dal tetto, ne segue l’intensità con vibrazioni sempre diverse. È il giorno dopo la notte delle elezioni, sono accadute molte cose, altre ne accadranno, ma con rilevanze diverse. Per alcuni saranno dei fatti che sorprenderanno, per altri saranno un lento erodere delle speranze faticosamente costruite sul futuro. La mente analizza e cataloga, è abituata ed è stata formata per questo. Anche a riconoscere la propria insufficienza. Mette assieme ipotesi e scenari, li riporta sulla propria vita e sulle vite comuni, ma sa che questo è un esercizio privo di assoluti. Approssima certezze e paure, le combina per ricavarne un pensiero di futuro.  È un lavoro inutile eppure è difficile sottrarsi al mestiere dell’indovino. In fondo chi vaticina vorrebbe non azzeccare mai le previsioni che non gli piacciono perché sa che non può influire, se non in minima parte, su esse, ma sa anche che non riuscirà a sottrarsi alla loro influenza. Si realizzino o meno, le vite ne verranno cambiate. La tristezza della notte quasi insonne si è mutata in malinconia e bisogno di silenzio. Anche di stare a guardare senza ragionare.

Non ne parlerò oltre di elezioni, ma mi chiedo come altri vivano il momento, la giornata trascorsa nell’attesa. Non mi interessano i grandi vincitori o gli altrettanto grandi sconfitti, ma chi ha interessi analoghi ai miei e che in qualche modo conosco e che penso come persona concreta, vera, portattrice (non è un refuso ma il fondere l’essere attrice, il suo interpretare e portare questa capacità ad altri) di vita e di passioni. E mi ritorna un senso del relativo che è stanchezza, il mirare la realtà e il passar oltre mescolandola al quotidiano.

Far l’amore la notte della battaglia era un ritornare a sé del guerriero, del rivoluzionario, o anche più modestamente, il bisogno di un presente che cancellasse per un poco il futuro, assieme e infinitamente soli. E in questo pensiero racchiudo ciò che è mancato alla notte.

 

primo marzo: ascolto e odo

Rare faville di neve su tetti bianchi. Il caffè l’ho rovesciato. Una tazza intera mentre un biscotto attendeva d’essere inzuppato. La delusione del biscotto meriterebbe Cioran. Come potrei parafrasarlo? Solo nel disfarsi il biscotto trova la sua natura, irrigidito nella cottura eccessiva, come pensiero stantio, si libera nell’intridersi di natura altrui. Ovvero come rendere un’apoteosi la delusione e far dello sciogliersi tra nature una metafora dell’amore. Se l’amore non cambia la sostanza imbibendosi dell’altro, che amore è?

Della vigilia del voto scriverò domani, oggi curo l’anima che non ha vigilie.  Un passo di un’epistola in versi di John Donne

 

Una sospettosa presunzione sta di casa in questo luogo,

e l’avere tante orecchie quanto tutti hanno lingue;

pronti a vedere i torti, lenti ad ammetterli. 

 

indurrebbe al silenzio e a un diverso ascolto: ascolto te oppure ascolto me? Ovvero Ti ascolto per trovare una mia ragione oppure per sentirti entrare con le tue ragioni.

Le ragioni si dovrebbero mischiare come si fa con le carte perché il gioco precedente non si ripeta, ma ogni volta le possibilità facciano il loro lavoro.

Mischiare le ragioni e cogliere i segni e le immagini. Dare un significato alla taroccata vita e fermarsi sui segni per straniarsi dal consueto, dall’apparente.

Posso dire con sicurezza che il caffè versato era peggiore di quello nuovo, ne sono sicuro: era un segno che mi occupassi di me senza distrazione. O forse, romantica presunzione, era un pensiero che scoccato da distante voleva raggiungermi e dirmi qualcosa che dimentico nell’abitudine.  Anche la neve, che continua indolente a cadere, è segno di un guardarsi attorno: non ci si chiude in casa se non per paura, ma si resta a casa per scelta e ci si guarda attorno per vedere come si è.

 

Nel tuo dire esplicito ho trovato tracce d’innumerevoli rintocchi

e l’aprirsi all’amore che, ostentato, era meraviglia e insicurezza, 

il timore che sfuggisse l’attimo 

dileguando in un richiamo importuno,

o che il dubbio prendesse un posto che non era suo. 

Del doman non v’è certezza è l’invito alla pienezza, mia cara, 

e il rigetto di ciò che ha scalato il cielo e poi è caduto

ma ora vola, altro dirà di te.

 

Non ascoltiamo le stesse cose, non leggiamo gli stessi segni, ma ciò non impedisce che nel caffè che si versa io veda un richiamo ad altri caffè non versati, la sequenza di quelli che seguiranno in diversa (versa e diversa hanno la stessa radice che è versus, ossia il part. pass. di vertĕre volgere) e più agevole compagnia.

Non ti curare del senso, che di me io parlo, che ascolto ma odo e si rincorrono le voci  della polifonia di Biber.

Odo la neve, odo il segno d’un tempo che scade se messo nell’abitudine, odo l’accento di una lingua che non è la mia. Odo e ascolto la prima neve di una quasi primavera. 

avrai altro da fare

Ci sono attese che hanno l’ attenzione della punta del coltello.
Non quella furente dell’arma,
ma quella del coltellino che animava le tasche ragazzine.
E la seguo questa punta, come fosse d’altri,
nell’impegno che muove a incidere,
sul legno, un tempo,
e ora nella carne,
attenta a non far male troppo,
come esistesse un troppo nei minuti
o nelle ore
che tranquille scorrono indifferenti
mentre guardo il farsi della distanza immota.

lettera della domenica sera

C’è un po’ di malinconia in ciò che scrivi, anzi è proprio malinconico. Poi mi ha parlato del suo libro, che sta andando bene e che ristamperanno. Tu sai che il mio non verrà ristampato ed è vero che è malinconico, anche se mi pareva, scrivendolo, la malinconia gioiosa di chi racconta un po’ di sé e un po’ quello che è stato, senza rimpianti veri e con la speranza di un futuro che continui la sua storia. Noi non siamo mai cosa, ed è vero che l’ ultima passione offusca le precedenti. Purché sia vera. Con l’età abbiamo bisogno di non raccontarci più balle per non scivolare nell’apatia del tutto uguale.
Così in questa domenica sera, anziché di me e dei miei sogni, ti racconterei la compatta forza del ciliegio che fuori stringe le sue gemme e oscilla alle folate del burian. Ti racconterei il sommesso scorrere del fuoco nel camino, la sua richiesta di attenzione senza fretta, la musica di Bach che non è mai la stessa e che si sposa con l’umore mutandolo. Ti racconterei le mie letture che saltano tra curiosità e passioni e così evidenziano il tempo e la necessità di non subirne la tirannia. Il tempo non può scegliere per noi, è questione di dignità e bisogna ricordarlo.
Forse lo pensava Katherine Anne Porter che guardo in una fotografia in cui è evidente la sua notorietà. Così ti racconto di lei e di come la vedo in una di quelle pose da terza di copertina che usavano gli editori e i fotografi di Life, negli anni ’50, con la luce davanti, il fondo scuro nel bianco e nero che accenna a libri e quadri. C’è un paralume plissettato di color ecrù, le tre luci sono spente, eppure la Porter legge seduta alla scrivania, controluce. Si intuisce una macchina da scrivere nascosta dal foglio che tiene in mano. Altri fogli sono sparsi sul piano, il messaggio che il fotografo vuole trasmettere è quello di un nuovo libro nel suo farsi. Ma è lei che vorrei descriverti. Ha sopracciglia curate e sottili, un viso bello, la fronte troppo ampia per un bianco e nero che la confonde nei capelli biondi. Al collo porta un filo che presumo d’oro, e finisce in un pendaglio. È il triangolo che lascia vedere della sua pelle, il tener per sè e per chi sceglie ciò che la riguarda. Il resto. Oggi si usa meno. Però lei molto dice nei suoi libri, è già famosa e sa di essere brava, si è prestata a questa foto come si presta ai cocktail, alle presentazioni, alle cene ufficiali. È bravissima, tra le grandi scrittrici americane, eppure non può sapere che la sua scrittura sbiadirà sovrastata dal clamore di troppe parole di altre e altri. Posso immaginare un suo sogno che è quello di poter essere normale pur restando ciò che è, ossia una persona che ha un dono speciale: quello di raccontare le vite che non si raccontano. La piega della bocca, appena piccola, rivela un intento senza allegria. È perplessa, adesso deve fare questa foto, ma il pensiero è lontano, incerto tra un futuro che dev’essere creato e un presente a cui non è possibile abbandonarsi. C’è fatica nel dire, e dubbio, e perplessità perché chi scrive è giudicato.
Fuori della posa e della fotografia continuerà a scrivere mettendo un molto di sé, e qui sbaglia chi pensa che ci sia solo ricordo nello scrivere, no, ci sono molte delle vite possibili, quelle che sono state precluse o vissute in parte. E così in ogni grande scrittore, c’è moltissimo di sé, ma sparso ovunque, con la dote di essere più d’uno e mai intero.

Fuori il vento scuote gli alberi con violenza, si infila sotto le porte, i prossimi giorni ci racconteranno i danni e li attribuiranno all’eccezione, mentre sappiamo che non è cosi, ma mutare, come scrivere, costa fatica. Meglio farsi raccontare la realtà che viverla. Anche questo porta malinconia quando ci si rende conto d’essere inermi e volutamente muti. Ignavi, insomma.
Comunque questa storia della malinconia è vera, tienne conto. Che sia una serata buona per entrambi e che i sogni spingano il giorno.

inutili consequenzialità

Avrei a disposizione una poesia dell’attesa, alcuni biscotti poco zuccherati e pieni di passato, una tazza di caffè e una parola a cui girare attorno. O raggirare. Invero fuori c’è dovizia di cose, una luce verticale, umida e netta come la gravità della pioggia, le linee dei coppi sui tetti, finestre assortite e ombre fugaci piene di daffare. Posso aggiungere i rumori tenui e rispettosi del vicolo, le intimità facoltative di sguardi distratti su tende poco chiuse. Un mondo limitato che si apre, che espira e si sofferma stupito nella magia che precede. Cosa? Qual è l’attesa e quale la parola. Nel mettere frasi piccole, descrizioni di azioni asciugate dal troppo, nell’uso discreto delle congiunzioni e delle virgole, si dipana un pensiero. Non è un’armata che a ranghi serrati procede da noi verso il mondo: il vicolo non lo tollererebbe e neppure il corso che lo accoglie sarebbe capace di districare il tumulto dei pensieri, delle sensazioni, dei ricordi, delle attese, dei contenuti, dei desideri e delle delusioni. No, avere un’accalcarsi di immagini non gioverebbe a chi legge, ma neppure a chi scrive. Per queste cose serve una poltrona comoda, la tazza di caffè nero e bollente, e lasciar scorrere il fiume che c’è dentro. Non interessa la piena ma il fluire ordinato. A volte neppure quello. Sono nell’ipotassi o nella paratassi? Se dovessi descrivere le cose che ritmano il giorno meglio sarebbe non perdersi nelle subordinate. Un diario asciugato che scandisce gli appuntamenti, corredandoli di piccole note. Un’impressione, un risultato, un rimando, oppure il nulla di un’ora. Le ore scritte perdono la loro efficacia nello scriversi: chi c’era dietro quell’incontro, cosa c’era attorno, e come ne siamo usciti? In un diario d’inessenzialità come sono gran parte delle nostre giornate, si collocano piaceri senza traccia e doveri sottolineati. Abitudini spensierate, costrizioni che non costruiscono ma tengono assieme come colle che simulano la continuità. Di tutto ciò che riempie ed è daffare, si rischia di restare senza nulla. Di accorgersi che la fine della settimana, o del mese è più un affare di stagioni che di mutamenti che ci riguardano. Eppure c’è una sopravalutazione del mutamento. Si dice che il cambiare spinga verso una felicità che ora non c’è. Si dice eppure si persegue l’immobilità o il cambiare impercettibile che assicuri la persistenza di ciò che si conosce. Dal personale all’impersonale, dall’io al noi procedo, come questo fosse il criterio per riconoscersi eguali. Almeno un  poco, non nell’oggetto, ma nei modi, nell’esperienza che s’assomiglia. Il mio caffè con un biscotto che compro da quando ero ragazzo è l’idea del caffè di tutti, il meditare e il lasciar scorrere la libertà del pensare oppure il distratto assumere la caffeina necessaria alle prossime ore, al prossimo impegno. Fuori nella terrazzetta, battono sulla ringhiera i cd che dovrebbero allontanare i colombi, suonano i piccoli tubi che annunciano le brezze, vortica una girandola. Artefatti tra le erbe che ancora esitano, gli stecchi che forse rifioriranno. Questo è il pensiero segmentato per la paratassi, un seguire le fila che portano da qualche parte, ma quale essa sia non è dato conoscere, però si può goderne. E non è poco.

la colonna sonora era quella che c’è qui sotto, e i versi dell’attesa meglio attenderli.