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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

stamattina: ovvero la differenza tra stronzi e bastardi

Camminavo verso il primo dei guai della giornata. Essendo un guaio ben noto, la soluzione era solo dolorosa, più fastidiosi, pensavo, sono i guai occulti che posticipano i problemi, li lasciano marcire finché colpiscono anche chi dovrebbe risolverli. E’ un tipo di guai che arriva da persone che conosci, che magari hanno un rapporto con te, condividono idee e progetti. Nella mia testa, ripassavo persone vicende, e pensavo che questo mi metteva in difficoltà perché sono abbastanza inerme a questo tipo di attacchi. Non ne colgo il motivo, mi faccio domande, troppo spesso inutili, su di me per capire le motivazioni, cosicché alla fine devo indossare una funzione e agire non secondo quello che sento, ma secondo quello che devo. Così mi avviavo verso il primo si che doveva essere no. L’istinto diceva di sottrarmi, ma sottrarsi è un diminuire l’ego, in fondo c’è presunzione d’essere più forti delle cose, dell’ineluttabile già conosciuto, è il motivo della coazione a ripetere le modalità dell’errore, non l’errore. Ciò che non si controlla è il finto conoscente. Quello che si atteggia ad amico ed è a volte bastardo a volte stronzo. Entrambi portano guai ma lo stronzo è peggio perché non si palesa, parla d’altro, finge, e sopratutto non manterrà ciò che dice di fare. Almeno il bastardo si vanta d’essere tale. Gli piace. Sarà per questo che le donne vogliono redimerlo, e si scottano con cicatrici difficilmente guaribili. Il mio guaio era bastardo ed io cercavo di governarlo, tenerlo intelligente e innocuo. Ma non funziona così e dire di si impegna la responsabilità. Quella pessima cosa che ci mette nei casini e ci costringe a fare cose che non faremmo mai se dipendesse da noi. Ci deve pur essere una ragione a tutto ciò, al senso di appartenenza che ci fa fare del male a noi stessi, pensavo. E così, comunque fosse alla fine mica mi sono sottratto , lo sapevo che dovevo fare la mossa del cavallo ma non era giornata da giochi di ruolo e così alla fine ho detto di si. E adesso si onorano i patti. La differenza tra il bastardo e il responsabile è questa, il secondo onora gli impegni. 

imprecisione

Tenendo impreciso l’inizio del tempo, 

le cose, gli atti,

e più ancora il pensiero che lo mosse,

allegri si mostrano, lacerti di speranza.

Ciò che non si è fatto potrà iniziare poi.

Forse, ma non importa poi tanto,

la distanza genera impensate serenità

e basta un appiglio per non precipitare

nel non fatto che annichilisce.

E’ questione di dimensioni, nella vita si sceglie,

in disparte non resta il marginale,

ma l’importante che abbiamo scartato.

Delle tante bellezze del possibile, qualcuna si è scelta, 

mentre altre, ancora, sorridono invitanti.

Per non smarrirsi nel desiderio 

è giusto dare, a ciò che si lascia, una possibilità: 

sarà tempo.

E da un passato dove un briciolo s’espanse,

viene una data per l’ inizio, 

ma non vogliamo tutto ciò,

perché è bellissimo che il fiume scorra 

e non abbia solo una piccola fonte,

un limite, a noi che limiti non abbiamo.

Così comprendo ciò che non è esatto, 

e amo i miei orologi in ritardo, 

scandiscono la bellezza che non è ordine, 

e abbraccia,

ricamando di possibili alternative,

i sogni.

elogio della timidezza

La timidezza allena e costringe ad una sensibilità maggiore. Poi nella vita s’impara a sopperire quello che l’istinto non regala e ciascuno ha i suoi piccoli schemi per mascherare il tratto timido che resta. Ma ci sarà un canale in più, sempre attivo, che valuterà parole, gesti, silenzi considerandoli specchio di chi li compie. Il timido, anche se mascherato, prende sempre sul serio la persona e ciò che gli viene detto e fatto. E pensa di capirlo oltre l’apparenza. Ad esempio, ci pensa anche in relazione al gesto educato, visto che il cripto timido tiene in gran conto l’educazione. Nel ringraziare sente, allenato dalla timidezza, il gesto dovuto, quello affettato, quello sentito. Naturalmente avverte ancor più l’assenza del gesto. Tra un gesto che è sinonimo di buona educazione, il rendere grazie per abitudine e un gesto sentito c’è una distanza che è coperta dal sentimento ed è questo ad essere avvertito. Se all’educazione viene unito il rapporto con l’altro, sparisce l’affettazione e il gesto dovuto, resta la percezione di un riconoscimento reciproco. E questo ha grande valore per chi ha frequentato la timidezza.

Tutto questo sentire è presunzione? Questa parola ha cattiva fama, anche se è il mezzo che nasce dal difendersi: si presume per prevenire. Allora usiamo un termine più in voga e positivo: intuizione. Quel canale in più che ha la timidezza è intuizione, ovvero anticipazione di ciò che è ancora latente. O ancor più, tentativo di comprensione profonda inerme. Avere qualcosa di positivo a disposizione per capire non esime dall’errore, diciamo che rende sensibili e attivi, e non è poco nell’età dell’indifferenza. 

amicizie virtuali

Mi viene chiesto di confermare una “amicizia ” su fb. Me lo chiedo anch’io, confermo? Amicizia ha un significato preciso, e per me il social ha meno rilevanza del rapporto umano vero, però c’è anche questo mezzo. Mica mi obbliga nessuno a starci, basta non raccontare come non si è. Quello che dico, sia nel virtuale o meno, è sotto mia responsabilità, quindi se si parla si dovrebbe permettere d’essere ascoltati. Ma la vita è altro, su fb è tutto è così parziale… Anche se possono nascere vere amicizie, in fondo tra affini ci si riconosce.

Non facciamola lunga, i veri amici hanno il mio telefono, sanno che ci sono, e questo basta per tracciare un confine. Non ho obiettivi, non devo crescere in popolarità, non ho nulla di cui vantarmi, leggo il profilo e acconsento. Può finire qui, ma sarebbe meglio avvisare che sono un po’ esigente e che se qualcosa mi disturba, prima dico che non mi va e poi taglio. E non si tratta di avere idee diverse, o almeno non troppo, ma se i nostri mondi che non si parlano, qui lo si scopre dopo. Mica è come nella realtà che capisco se cercarti o bere il caffè con te. E’ importante un caffè assieme, perché ti parlerei di ciò che penso con fiducia e senza pesare troppo le parole.

Questo è il limes con la realtà: cercare davvero l’altro e unire un piccolo piacere alla nostra fiducia. 

 Amor mio fedele, primo, pure la notte in sogno ti vedo; / mi sveglio e non ti rivedo, / e comincio a piangere a lungo. / Poni il mio amore nella tua anima / com’io l’ho nel mio cuore, / perché così vanno le cose nella vita: / amare come si è amati.

“amicizie pericolose”

Essere amici dei potenti comporta dei rischi e qualche certezza. Il rischio è quello di essere coinvolti nella caduta, la certezza è quella che al favore ottenuto si unisce una dipendenza difficile da sostenere. Però scegliere di evitare le “amicizie pericolose” ha un costo, spesso la marginalizzazione in politica o negli affari. Anche nella professione queste “indipendenze” si pagano. Guardo le vicende veneziane di questi giorni, penso a quanti esibivano la frequentazione dei potenti di allora come passe partout per il proprio accreditamento. Molto oggi viene negato, nelle teste vengono ricapitolate occasioni e incontri, ciò che era a pacche sulle spalle ricondotto a semplice istituzionale e necessaria conoscenza. E tutto porta a rapidi reset del passato. E così penso all’evidenza, alle carriere degli yes man, le contiguità vantate, le feste esclusive, il potere esibito. Ci sono degli indicatori infallibili per capire quanto si conta nella testa dei potenti: l’essere invitati nei palchi d’onore, ai ricevimenti dei prefetti, alle tavole esclusive di C.L. Se questi inviti cessano, significa che non si conta più, ovvero che non si è potenzialmente interessanti per altro e che il proprio ruolo pubblico è scomparso. Visto quanto accade, ed è già accaduto in passato, capisco che non cercare le “amicizie pericolose” è una predisposizione inconscia, che conoscere per lavoro è molto diverso dall’essere sodali, che “non contare” è una libertà grande, che ciò che salva è una timidezza diffidente che induce a non lasciarsi andare, a non cercare confidenze eccessive. E infine, che dire di no, non è facile, ma paga se è conforme a ciò che si sente. Potrebbe essere definita una scarsa attitudine a puntare verso l’alto o meglio, un’ambizione molto limitata. Ma non è una diminutio, è una vera benedizione se si sa apprezzare l’equilibrio che genera.

appunti

Quando è più acuto il peso dell’insufficienza, il riposo nel relativo è una pausa ristoratrice. Costruire cattedrali di necessità genera certezze ed importanza, ma sacrifichiamo a un dio esigente e muto. Dov’è l’essenza, è una domanda perversa se induce a pensare che basti sforzarsi e le cose avranno un ordine, che la sintesi uscirà. Ma d’altronde è necessario difendersi dal contrario dell’essenza, ovvero pensare d’essere insiemi di dubbi che galleggiano in un flusso gassoso dove nulla si rapprende davvero.

Se si confronta l’analisi e l’intuizione, la seconda apparentemente più vicina alla libertà, prevale l’intuizione e l’ anarchica felicità del sapere senza sforzo. Ecco devo difendermi dall’intuizione come regola, senza cadere nella prigionia dell’ordine della conoscenza. Non è più possibile. quando si comprende che, per possibilità od età, ciò che non è stato fatto non potrà aver più luogo, vedere il mondo allo stesso modo. Si palesa la contraddizione del non essere stati allo stesso tempo liberi, ne l’essere stati come “tu mi vuoi”. E si vede l’inutilità di molta morale nei confronti della piccola felicità possibile. Ma se non cadiamo nella disperazione dell’impossibilità d’essere come vorremmo (per noi o per altri), potrà esserci, l’immotivata ( perché non ci dev’essere per forza un motivo alle cose )  fiducia che noi e qualcosa, rimetterà ordine alle tessere del mosaico e un senso ne uscirà.

Ci perdiamo nell’assoluto pensando ch’esso abbia a che fare con l’uomo invece, cercando appena oltre la nostra recente natura d’esseri d’intelligenza organizzata, non troviamo molto che non sia legato alla necessità. Così può consolare il trovare un’etica che superi il vincolo delle organizzazioni, delle leggi nate per regolare gli impulsi e gli effetti economici di questi. Qualcosa che sia prima della relazione ordinata dei sentimenti a fini sociali. Qualcosa che risalga a noi e ci mostri il mondo come lo vediamo davvero e non come ci vien chiesto di vederlo. In questa ricerca di un’ etica del sentire, trovo consolazione per tutto ciò che non ho fatto e speranza per ciò che accadrà, se potrò capirlo.

passavo e ripassavo

Passavo e ripassavo,

aduso al girare a tondo,

gatto perplesso in cerca di senso.

Passavo e ripassavo leggendo,

tra grani di terra rossa, 

il primo verde, le lettere d’amore.

Cercavo e trovavo,

ripassando,

matita su carta che copia monete nascoste.

Cercavo e trovavo senza saziarmi,

alzando gli occhi,

chiedendo.

Solo gli occhi, che altro serviva?

 

sempre

Sempre oltre la linea dell’orizzonte eppur vicina.
Splendida e luminosa
come le mattine uccise a letto per beffare il giorno.
Nascosta dentro un’ombra,
disseminata nella brezza dei tigli,
dispersa nel sole feroce delle ore legali.
Sconvolta come il mare
che attende la luna per desiderare il cielo.
Ritardi oltre il minuto,
che solo i gonzi pensano fuggente,
come la noia di sé, per l’appunto.
E sorrido.

del prendersela con qualcuno

Se non si capisce con chi possiamo prendercela, perché trasferire il problema su di noi? E’ possibile non prendersela con nessuno, e quindi neppure con noi stessi?

Se qualcosa accade è perché l’intelligenza applicata non è un muscolo che si esercita contro sé stessi. Casomai bisogna adeguarsi, oppure essere così forti da cambiare le regole. Faccio un esempio: in politica il compromesso è un’arte che permette a diverse visioni di interagire e coesistere, altrimenti avremmo, nella migliore delle ipotesi, la dittatura della maggioranza. Ma il compromesso, nella sua forma onesta di comprensione delle ragioni dell’altro, non è tutto, esistono tutta una serie di norme disdicevoli che portano ad una prevalenza dell’ astuzia nella politica, ovvero come posso guadagnare potere e spazio, mantenerlo, farlo fruttare a spese degli altri? Non parlo dei cittadini, parlo di come si costruisce un consigliere, un assessore, un sindaco, un deputato e via cantando. C’è un’ambizione personale (in sé positiva) che va molto oltre l’enunciazione del servizio alla comunità, ma non è l’ambizione disdicevole, piuttosto l’astuzia che altera il fine per cui si aspira a governare. Così ci sono regole non scrtte ed eticamente disdicevoli, la convenienza attiva l’intrigo, viene naturale il rafforzamento delle elitès, fino all’espulsione della dissidenza pericolosa. Queste regole prescindono dalla maggioranza, dalla democrazia e per scalzarle bisogna avere la forza di rovesciarle, anzitutto, ma servirà poi una forza ben più grande per mantenere le nuove regole e far sì che non sia vero che tutto cambia perché tutto deve restare eguale.  

E se una persona decide di fare politica deve sapere che esistono queste regole sotterranee, deve relazionarsi con esse, e decidere da che parte stare. Se si sceglie la direzione della propria coscienza, si accetta che a volte andrà bene, ma più spesso malamente. Per questo nella politica, come nella vita, bisognerebbe capire contro chi davvero dovremmo prendercela e quali erano i nostri obbiettivi e le regole che abbiamo rispettato. Se decido di essere furbo e qualcun altro è più furbo di me perché dovrei dolermi? E ancora, se quanto faccio è coerente con me, se non prevale, non diventa prassi non dipende forse dal fatto che devo dimostrare ad altri che questa è la strada per star bene, che questo è un modo alternativo con regole diverse, di vivere. Ecco, nell’autocritica e nella critica dovrebbe emergere il progetto e i suoi strumenti, non solo il risultato.

torcia lanciata nella notte

Certe storie sono una torcia lanciata nella notte,

illuminano finestre chiuse, 

usci attoniti, 

alzano gli occhi dietro i vetri e qualcuno,

sovrappensiero,

volge il capo al cielo. 

Una parabola breve

che le mani non stringono, 

un fuoco che s’allontana e ci scopre, 

nudi, come siamo sempre nel buio. 

Che resta di quella scia?

Scintille sparse,

piccoli lumi che possono generare incendi

nel cuore, 

oppure un fuoco altrove, a volte,

o ancora, un suono, che è già un ricordo

mentre la luce s’apre nel cielo.

Tra le case s’è formata una piazza d’aria,

nella notte cuce assieme sospiri dalle case,

di giorno le rondini le corrono attorno,

stanotte gli occhi cercano un ricordo,

ma i muri tengono strette storie

che non s’affacciano.