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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

lettera sull’ordine e i particolari

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Non ho il tuo ordine. Neppure lo stesso piacere di disporre le cose. Hai osservato che tra due persone c’è sempre un compromesso per mettere in un certo posto un oggetto? Qualcuno fa un passo indietro, oppure conviene su una scelta. Non ho il tuo ordine, ne ho un altro: dicono tutti così i sis ordinati rispetto a qualcosa, come se quel qualcosa fosse solo una sequenza ordinata, un collocare sopra i centrini o senza centrini. Davanti a un muro o in una teca. esattamente in quel posto. Se fosse così sarebbe semplice. Io odio i centrini, anche il centro delle cose mi infastidisce. penso che a lato, dove si guarda meno perché forse vi regna l’imperfezione, ci sia sempre qualche particolare che parla inutilmente. Che grida la sua presenza e poi resta afono. E deluso. E così sfugge e si rintana. Persino le città radiali le capisco poco, perché scappano oppure confluiscono dove rendere omaggio, inchinarsi. Non tengono assieme stabiliscono distanze da quel simbolismo solare dove c’è chi può illuminare. non è questa la logica del potere che trasfonde nella città?

Non vorrei mai inchinarmi, forse per questo ho un diverso ordine che non ama né centri né centrini e si confonde fino a sembrare un caos. Qualcuno dice che nel suo disordine trova tutto. Un tempo lo dicevo anch’io, ma allora avevo molte meno pagine scritte, molti libri in meno, poca musica nuova da ascoltare. C’erano immagini e fotografie che mi sembravano testi, mi ricordavano qualcosa, evocavano qualcos’altro, mi piacevano. Ci sono anche adesso, solo che si sovrappongono e devo sfogliare più che allineare, permettermi il piacere del pensare quieto a guardare, a riscoprire. Mi piacciono i particolari, quello che dicono e quello che suggeriscono. Ogni particolare contiene più vita dell’insieme. Si è data molta importanza alla perfezione, alle cose finite, noi tutti vogliamo che le cose funzionino, ma nessuno vorrebbe che la vita fosse già definita. È un tema non dappoco, che ha a che fare col tempo, con l’incompletezza. C’è la sensazione di avere sempre poco tempo e di essere incompleti, e allora si cercano succedanei che riempiano anche per un poco la vita. Nulla di quello che ho attorno mi completa, eppure è tutto necessario. anche nel rinunciarci, nel disfarmene, non perde questa caratteristica.

Nel mio ordine, che è un caos, non trovo più le cose, le scopro invece nella mia testa. Ci sono. Spesso con il momento in cui sono state raccolte o generate. Delle mie pagine scritte, invece, a volte mi stupisco. Mi sento cambiato ed è come guardassi un altro che ero. Che forse tu hai conosciuto, ma che ora è diverso. Questa asincronia del conoscere è un ulteriore elemento di convinzione che non si conosce mai davvero nessuno a fondo. Al più lo si presume, oppure si cerca di usarne elementi che ci vanno bene, ma la conoscenza come condivisione di un disegno, è difficile. Se penso alla vita, la sento come un flusso ordinato di fatti e di modi d’essere. Non penso ad un numero, non l’ho mai pensato, anche se adesso che non sono più giovane, lo so meglio. Credo che sia un rapporto con noi stessi, con gli altri che ha bisogno di uno spazio d’influenza. In questo spazio, ci sono le cose. Intermediari e riferimenti, non passato.

Ci siamo noi e il nostro corpo come realtà che si espandono attraverso la comunicazione e i sentimenti. Da tempo ho rifiutato la palestra, ad esempio, ma c’ho messo anni. Non rientrava più nel mio ordine. era una corsa verso qualcosa che non c’era in nessun luogo. Neppure attorno. Era una corsa ad una ipotesi di corpo, ma io il corpo ce l’avevo, volevo parlare con lui, non volevo mutarlo in modo che non m’assomigliasse perché dovevamo -e dobbiamo- viverci assieme. Così ho abbandonato la palestra che odorava di sudore e di polvere altrui e ho cominciato a camminare. C’è un ordine nel camminare. Hai osservato che tutti i nostri cammini sono circolari: parti da un luogo in cui tornerai. Scegli i percorsi, ti guardi attorno, osservi i particolari. Anche quando mediti e t’imbevi d’infinito è un particolare che ti apre la porta. Cammino ovunque e spesso nella città in cui sono nato, qui non sono mai solo perché ho la compagnia di ciò che è accaduto, ma non di tutto, di pezzetti molto ricchi. Particolari. Spesso mi accompagnano dentro le persone che mi hanno tenuto per mano e magari emerge qualche parola. Il dialetto usa unghie di velluto, è dolcezza che lascia il segno. C’era un ordine allora? Avevo dei luoghi per le cose, ma anche la stessa attenzione per i pezzetti dell’interezza e le tasche piene di possibilità. Una cartolina illustrata che veniva da un luogo mai visto era un generatore di sogni. Un pezzo di spago, un coltellino, un tappo di aranciata avevano in sé capacità incredibili di creazione. bastava guardarli in altro modo e cambiava il loro divenire. Mi immergevo nei particolari come nei libri e negli atlanti. Ti sembra strano? Mi piacciono ancora tantissimo e vorrei avere pareti per le carte geografiche arrotolate, per le immagini accatastate, possedere luoghi sufficienti a contenere gli scaffali necessari, e finestre grandi e luminose per dare loro luce.

Forse è questo il mio ordine. Quello delle mappe, quello del divenire delle cose che raccolgo e che vivono una piccola parte delle loro possibilità con me. Ho la coscienza che tutto si disperde senza di noi, improvvisamente perde di significato. I libri, ad esempio, sono una miniera di particolari che fugacemente ci riflettono in uno stato d’animo, ci mostrano una via che anche se non esce fa scattare un legame con noi. Sono frasi che si espungono e valgono più dell’intero testo. Ma a noi, per altri ci saranno particolari differenti o disinteresse. Ed io ricordo questi particolari anche se il libro è dentro a qualche pila che cerca faticosamente di mantenere il suo equilibrio.

C’è un luogo che potrebbe contenere l’ordine oltre alla testa e al corpo e sarebbe una casa quadrata con un patio che dia luce in entrambi i lati delle stanze. Non avrebbe bisogno di un centro ma della regolarità dei lati che scandiscono il percorso e il cammino. E tu hai capito perché: se io sono il centro non tollero altri centri. Non mi genufletto. Casomai mi lascio pervadere, abbracciare dalla possibilità che insieme si realizza. In fisica mi affascinava l’effetto Venturi che rileva come in un flusso all’aumentare della velocità diminuisce la pressione e viceversa. Come se la velocità impedisse di riflettere, di vedere e sentire meglio, e chi è impegnato a percorrere un pertugio, di fatto, debba solo correre senza pensare a sé. Aumenta la velocità delle cose e diminuisce la loro importanza: ti pare poco? Noi siamo immoto ordine veloce. E quel veloce man mano lo inghiottiamo, lo beviamo rallentando finché si tramuta in equilibrio, in consapevolezza.

Così mi viene un’immagine: pesci fermi nella corrente, ecco l’ordine interiore che guarda attorno e quando vuole esercitare la propria consapevolezza, scorre.

oroscopo

Dell’oroscopo mi piaceva la maga,
Gli occhi allungati dal bistro, la bocca piena,
le guance arrotondate
dal caffè con maritozzo al mattino.
Mi piaceva guardare come disponeva le carte,
come indovinava il presente,
poi allargava, con palme rovesciate all’esterno, il futuro,
e sembrava aprisse un sipario.
Aveva una scollatura discreta,
la pelle ambrata dal sole,
mi spiegava di case e pianeti,
pensavo al mutuo che pagava l’universo,
Sorrideva poco,
ed era un regalo,
capivo il giusto, tenevo quello che serviva,
speravo mi evitasse cose difficili,
ma quasi mai ci riusciva.
Poi se n’è andata con un napoletano,
che pure la trattava male,
e il mio futuro è tornato dov’era sempre stato,
da me, in fondo a destra,
dove negli alberghi mettono il bagno di servizio.
O lo spogliatoio.
E questo m’ ha colpito assai,
perché solo togliendo, si vede la bellezza,
e spogliandosi di ciò che piace ad altri
ma non a noi,
si fa strada il futuro
che come nelle carte al più c’assomiglia.

 

 

 

ripensando agli auguri passati

Si sapeva da settimane, c’erano state discussioni sul dolce alternativo al panettone da regalare ai collaboratori, valutazioni sul budget, poi si decideva e alla fine veniva fissato il giorno. Anche se eravamo quattro gatti e non c’eravamo mai tutti, però arrivavano i collaboratori, gli amici, i soci e qualche membro del cda. Tutto verso fine mattina dell’antivigilia, con un bel po’ di cose salate, il vino e i panettoni, quelli sì, d’ordinanza. I discorsi del presidente prima e poi il mio. In tutto meno di dieci minuti di parole, ritmate sull’impazienza delle fette di pandoro o panettone a mezz’aria, vigilate sulle dita che facevano ruotare o accarezzavano il gambo dei bicchieri. Il presidente parlava degli auguri alle famiglie e del fatto che anche per quell’anno non era andata malissimo, io parlavo di impegno e non trascuravo un augurio che si ripeteva: quello che ciascuno di loro fosse innamorato e felice. Mi guardavano stupiti o scettici, e così scioglievo l’incanto alzando il bicchiere per il brindisi. Di quelle persone man mano, ma non è occorso molto, ho perso anche gli auguri telefonici, gli sms. Non so cosa loro accada, se siano felici quando serve e cosa resti di parecchi anni vissuti assieme. Delle mie stranezze credo si siano fatte risate, commenti, coltivate le perplessità di chi ha idee standardizzate sui capi e sulla gestione del potere. Avranno pure speso giudizi, non si saranno risparmiate le critiche. Con il tempo sarebbe necessario non pensarci e sapere che fanno parte delle relazioni senza comunicazione importante. I luoghi comuni sono un rifugio per accettare una realtà che ci mette sempre in discussione e cambiare visione di noi costa fatica. Però gli auguri glieli faccio mentalmente ogni anno. A ciascuno di loro. Anche a quelli che non si sono comportati bene preferendo i loro interessi a quelli collettivi. Faccio loro gli auguri che nelle vite ci sia sempre qualcosa che tiene assieme e qualcosa che disfa, e che ciò che disfa rimetta in un ordine più felice.

Se fossimo ancora assieme magari glielo avrei ripetuto prima delle feste e loro mi avrebbero guardato perplessi con la fetta pronta per il primo morso e il bicchiere tormentato dalle dita. Si sarebbero chiesti una volta in più cosa volesse questo qua, ma non l’avrebbero detto. Perché troppo spesso ci si lascia scorrere addosso le parole e non si da loro importanza. Neppure agli auguri. E forse neppure al desiderio sincero di felicità che contengono. Ma quel che conta è che chi fa gli auguri li pensi davvero, in fondo fanno bene a lui certamente, perché voler bene ed essere sinceri fa bene.

bisognerebbe dire la verità

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Bisognerebbe usare la verità come terapia. Per togliere molti aggettivi, anzitutto. Per sfrondare il campo dal relativo che contiene troppa ipocrisia, troppo lassez faire. Ogni giorno un po’ di verità in più per guardarci attorno, per cogliere un particolare che mentre ci ferisce (le nostre ferite sono quasi sempre leggere e transitorie) ci spinge un po’ innanzi nella comprensione di dove siamo davvero. In quel davvero (da vero è pieno di verità) c’è il nostro punto astronomico. 

Che non è qui, sulla terra, in quell’angolo che ci siamo ritagliati. Ben protetto, magari sporco per la polvere accumulata, per i segni sui muri costruiti con pazienza. È nell’universo. Il nostro è un punto astronomico con ciò che sappiamo di noi e con lo sconosciuto che ci sta attorno e ci rivela. Qui sta la percezione del luogo, dell’identità e del cambiamento. 

Bisognerebbe dire la verità e abituarsi a usare sempre meno parole-congiunzione, modi di dire, schermi sintattici. Sapere che la realtà si semplifica e si falsifica per comunicarla. ma agli altri, non a noi.

A noi bastano poche parole, parecchia abitudine ad essere stupiti, senso del limite.

Le parole sono quelle che pronunciamo interiormente, così essenziali e pregne da svilirsi nell’aria.

L’abitudine ad essere stupiti è il rovescio del dover dimostrare qualcosa, è il rigore dell’identità che non ha timore di aprire le finestre per essere contraddetta e crescere.

Il senso del limite è sapere ciò che si è non ciò che si può essere, e non limita nulla ma guarda oltre e vede il possibile.

Nel possibile e nello stupore c’è molta verità.

E siccome nel comunicare si semplifica troppo, ci si mette nello stesso piano di chi ascolta, bisogna mostrare, additare, far emergere il particolare, il bello e il suo contrario che gli permette di essere aggettivato.

Badate bene che queste sono opinioni, che quanto è scritto sopra è rivolto a un me che si arricchisce se guarda, se rompe un’abitudine, se coglie un nuovo ordine nelle cose, se sente la gioia di superare un limite che lo fa più simile a se stesso. Per questo c’è quel bisognerebbe. Non bisogna niente, nessuno è obbligato. Si può, semplicemente, oppure si può farne a meno. Non c’è un giudizio di valore per una abilità, è solo una possibilità che diviene terapia. (e qui finisce il bisognerebbe perché ci sono tanti, infiniti mezzi per togliere la percezione dell’assenza di verità che di sicuro ci sono già caduto)

di molte cose inutili a me il tempo porta ricchezza

Nella mattina dell’anno ho anzitutto riordinato i pensieri:
c’erano le sconnesse notti, gli eccessi,
l’onnipotenza dei piccoli poteri,
e gesti che mai avrei voluto fare.
Eppure…
Contingenze mi son detto,
perché accanto ad essi sentivo tutte le inutili sopportazioni,
e quelle che semplicemente avevano posticipato decisioni.
C’erano i silenzi e tutte le parole troppo tardi pronunciate,
e anche, mescolate, c’erano altre verità inutili, o beffarde,
tenere o bugiarde, comunque fraintese prima d’essere capite.
Una grande confusione s’è accumulata per aver vissuto,
e se tutto era comunque accaduto,
ora s’accalcava, bisticciava la sua importanza, pretendeva,
insomma il passato s’accapigliava,
e c’era necessità d’ordine,
la fatica di dare a ciascuno un posto.
C’era bisogno di disciplina per impedire che ciò ch’era stato fosse avanti al nuovo.
Così nella mia stanza interiore sono entrato,
ho visto gli scaffali piegati sotto il peso delle pagine incompiute,
la polvere accumulata su quello che era appena ricordato,
ho visto rilucere ricordi e bastava passare un dito,
c’erano passioni stanche e ripiegate,
un sentire acuto sciolto in lacrime passate,
le inconsulte commozioni,
e le troppe battaglie perdute.
Ho dissipato tempo nei talenti ch’erano sembrati.
Ho visto i timori nell’amare,
i rossori e l’esitare,
le faticose promesse mantenute,
ho sentito il cuore ingombro di scelte
e di fatiche,
di possibili vite mai sperimentate,
ma era passato,
confuso e sconclusionato.
Così pareva,
e allora mentre allineavo sulle pareti tutto ciò che sono stato,
piano liberavo il bianco su cui il futuro avrebbe spaziato,
cercavo la luce che l’avrebbe illuminato,
perché esso, nel vedere ciò che s’era accumulato,
ne fosse fiero e libero in ciò che sarebbe venuto.

se brusa la vecia

Il manifesto dice che nel pomeriggio in “prato” ci sarà il tradizionale rogo della vecia.

Allora le parole uscivano leggere e giocose, erano fiato d’inverno, vapore subito dissolto, seguito da un altro, per gioco, per sfida e così gli occhi che accompagnavano le parole, brillavano felici e impazienti. Allora.

Era l’attesa del sei gennaio: il mattino presto con la calza ripiena di dolci e un giocattolo nuovo, poi il pomeriggio, in piazza, il gran fuoco – ‘a parola par brusare ‘a vecia – fatta di fascine sovrapposte attorno a un palo con sopra una scopa sormontata da un manichino di paglia e stracci con tanto di cappello a punta. La vecia.
Ci sarebbe stato un fuoco enorme che mandava stelle di faville verso il cielo, e che a noi avrebbe infuocato il viso, rapito gli occhi, annullato i pensieri e messa una gran voglia di gridare, di meravigliarsi e ridere infagottati in cappotti e sciarpe di lana fatte in casa. Urla e parole staccate dal senso sotto lo sguardo divertito di genitori e nonni che ci avrebbero fatto assaggiare le mele e i peretti di San Pietro cotti e poi affogati nel vin brûlé. Ma solo due bocconi e un sorso, perché per i piccoli, c’erano caramelle e frutta candita.

” brusare ‘a vecia” era un rito arcaico, senza domande. Precedente ogni senso, ogni cristianesimo, anche se questo ci aveva messo di suo e la forma della pira e il mettere in “figura” una donna rimandava ad altri roghi ben presenti nel dire e nella memoria che non si cancella mai nelle generazioni.
Il male si bruciava e così la devianza, ciò che non rispondeva ai dogmi sociali, le streghe insomma ; sembrava ci fosse una consequenzialità purificante che veniva data per scontata e pur non essendoci prove dirette, per fortuna, non si raccontava forse anche in casa, di malefici subiti da altri, di misteriose croci sotto i letti, di corde e nodi affogati nella crine e di roghi di materassi e di benedizioni ripetute per scacciare la sfortuna dalle vite, dai raccolti.
E quella “paro’a”, il gran fuoco della befana, non indicava nel fiume di faville e fumo portato dal vento come sarebbe stato il raccolto in campagna. Non era forse così da sempre che i segni, il vento e il cielo potevano indicare cosa sarebbe avvenuto e che il vecchio doveva morire per rinascere nuovo?
Perché si bruciasse la befana che portava doni, non si capiva. Gli altri portatori di doni si tenevano in gran conto, babbo natale era una recente acquisizione ma nessuno pensava di immolarlo. I santi sarebbe stato blasfemo solo pensare di fargli fare una fine cruenta.
Restava questa vecchietta che per settimane ci avevano portato ad ammirare in qualche vetrina del centro e che era, sì un po’ sdentata e pure vestita da poveretta, ma sembrava buona e di certo tutto quello che aveva lo metteva per riempire calze e portare giocattoli. Non di eccelsa qualità i giocattoli, soprattutto poco solidi per mani e piedi poco rispettosi però, accidenti, era pur sempre una tra le pochissime persone buone che ti regalavano qualcosa.
Eppure quelle domande si spegnevano nell’attesa del rogo che chiudeva le feste, che riconsegnava grandi e piccoli al lavoro o alla scuola. Spariva la pietà astratta, se mai c’era stata, nelle fiamme che s’innalzavano alte, si urlava, si correva, si danzava senza saperlo e si prendeva freddo cosicché non di rado la sera c’era la febbre come complemento della gran scaldata ricevuta.
I roghi accompagnano l’umanità, con l’irragionevole presunzione di purificazione di chi li appicca, non mi chiedevo allora perché il fuoco desse gioia l’accettavo e basta. E neppure mi chiedevo cosa contenesse una tradizione, di quante paure e di terrori antropomorfi fossero fatte le vite. Eppure vivevo in una città che era stata culla della scienza, ma questo non era bastato per esaminare il legame tra parole, gesti, fatti accaduti. La bestia era sempre viva e solo pochi anni prima i nomi di quelli che poi sarebbero stati scritti sulle pietre d’inciampo erano persone vive finite nei campi di sterminio.

Sarebbe bastato togliere la vecia dalla cima del rogo e tutti sarebbero stati felici lo stesso, ma c’era qualcosa di così arcaico da estirpare che nessuno aveva il coraggio di farlo. Bisognava dare alle cose un nome, dignità alle donne, riconoscere che il male non aveva genere e lo si portava dentro e lì si vinceva. Ma tutte queste domande mica me le facevo e guardavo il fuoco, e gridavo e osservavo ammirato i fiumi di faville che si perdevano nel cielo, felice di non so cosa. Correndo e saltando assieme a tutti gli altri piccoli uomini attorno al fuoco.

cuocere il pane il primo giorno dell’anno


Fuori c’era il sole limpido e rosso del pomeriggio e un vento a piccole raffiche fredde. Tra l’una e l’altra l’illusione che si fosse quietata la lama gelida di tramontana. Gli abeti si scuotevano, i faggi vibravano perdendo le ultime foglie. Entrambi immagino osservassero i mucchi di rametti secchi e di foglie, che erano stati lasciati attorno ai tronchi ed ora si disperdevano in colonne e mulinelli.
Di questo inverno strano e senza neve attorno i ricordi di ciò che siamo stati, e nel farlo poi ne siamo sconsolati e attoniti per il risultato, come se il nuovo non fosse nel ripetersi di gran parte delle abitudini e dei gesti ma imprevedibile e meraviglioso nel suo risultato. Così pensavo augurandomi e desiderando per chi mi è vicino, sia l’abitudine con le sue certezze d’identità come il nuovo che essa produce e intanto infornavo il pana.
La sera precedente, c’era ancora luce, guardando dalla finestra avevo impastato il pane. A lungo e a mio modo, senza la meticolosa minuzia degli appassionati panificatori del web, piuttosto pensando al fare bene augurante del gesto, al coincidere tra parola e sostanza che risiede in qualcosa che poi diverrà intimamente nostro, ma non solo nostro perché sarà diviso con altri, e l’aggettivo buono lo distaccherà da qualcosa di consueto perché è sempre diverso e in fondo nuovo e il buono coincide più con la novità che col ricordo.
Cuocere il pane il primo giorno dell’anno e mangiarne anche nei giorni successivi in una continuità che appartiene a ciò che si fa lo sento beneaugurante. E anche come lo si pensa con la parola che diviene fare e non solo significato mi sembra un gesto significativo.
Nella laica modalità dello stare assieme a pranzo ci si sceglie, ma è già un dopo l’aver preparato, si condivide non il fare ma la parola che unisce, il cibo che dev’essere sapido, soddisfacente il corpo oltre il necessario. Così la convivialità che diviene eccezione e si distacca dagli innumeri pranzi e cene consumati per abitudine è già un ulteriore l’aver costruito il modo dello stare assieme, l’averlo preparato.
Così il fare il pane il primo giorno dell’anno è per me un fatto simbolico di qualcosa che precede ciò che avverrà poi in una sorta di auspicio dell’essere assieme. Fare il pane è uno sperimentare il senso del miracolo che avviene nel combinare e trasformare le cose. Mobilitare i lieviti, farli agire con le farine, aspettare i tempi e le temperature che li fanno prosperare, e lasciare che si esprimano nella semplicità del soffice e del bianco dentro un involucro di profumata croccantezza oppure sperimentare e dare un sapore ulteriore con l’olio o i semi.
Mi piace fare il pane e ancor più il primo giorno dell’anno, magari non verrà qualcosa di memorabile, non sarà qualcosa da confrontare con quello del fornaio ma è il fare che continua e si rinnova in gesti antichi ed è buono per più giorni.
Ci si innamora anche delle metafore per sentire la vita che è sempre nuova e non dimentica mentre continua.

a noi buon anno


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Noi che non siam nuovi ma abbiamo molto di nuovo,
noi che sbagliamo e lo sappiamo ma non potremmo fare altrimenti,
noi che reggiamo il moccolo a noi stessi e ci sorprendiamo a ridere,
noi che il nostro futuro ce l’abbiamo tutto e non facciamo sconti al bello,
noi che conosciamo la nostra ignoranza e non facciamo finta sia cultura,
noi che teniamo strette poche cose che non diciamo mai,
noi che viviamo di sogni e ci imbrattiamo di realtà,
noi che abbiamo il culo allenato ai calci eppure ogni volta fanno male,
noi che ci sembriamo strani solo quando vediamo che gli altri si meravigliano,                                          noi che esitiamo su un aggettivo assoluto perché per noi non lo diremmo mai,
noi che solo ai saldi ci fanno gli sconti e non siamo neanche convinti di aver fatto un affare,
noi che quando amiamo voliamo con una paura boia che qualcosa ci abbatta,
noi che prediligiamo l’inutile, viviamo di canzoni e poesia e dobbiamo far finta d’essere altro,
noi che ogni anno è un numero e basta una parola, una carezza, un abbraccio per riscoprirci incredibilmente giovani,
noi che salutiamo e chiediamo come stai, volendolo saper davvero,
noi che siamo dispersi, che ci riconosciamo, che quando ci siamo capiti è per sempre,
noi che da soli non siamo mai soli.
Noi, a tutti noi buon anno.

P.S. E chi ha voglia prosegua perché mica ci esauriamo con così poco.

l’amore non si capisce

“Per me l’amore è inspiegabile. Guardò sempre con stupore la coppia, il suo ritmo lento, quel suo brancolare continuo, il cibo che diventa un’ amalgama, quel modo di tenersi per mano anche con lo sguardo, con tutto, per essere una cosa sola. Non riesco a capire la necessità di quella mano che ne tiene un’altra, che non vuole lasciarla per dare un volto al cuore dell’altro. Come fanno quelli che si amano? Come riescono a sopportarsi? Che cosa può fargli dimenticare che sono nati soli e moriranno separati?”

Kamel Daoud: il caso Meursault pg 105 Bompiani

In fondo ogni amore è una nascita, si può capire se si pensa che ogni vita si giustappone alla precedente in un nodo che la tiene, impedendole di essere una somma di smemoratezze. Un amore è prosecuzione di un sè che attende e insieme la cancellazione della previsione, muta e taglia l’ordinato susseguirsi. La serie che non è l’ordinato fluire ma l’abitudine, la domesticità del ripetersi. Siamo prigionieri e signori della ripetizione, e il potere posseduto è scardinato dall’amore. Poco o tanto non importa ma non sarà come prima e neppure lo si vorrebbe, se c’è un amore.

L’autore parla del tenersi per mano con lo sguardo, è una bella rappresentazione del bisogno di cedere e tenere allo stesso tempo. Chi ama disfa e ritesse se stesso anzitutto e introduce una nuova trama in sé, così inattesa e nuova da essere rottura e prosecuzione.
Si potrebbe raccontare così: si accorse che non gli importava nulla o quasi del prima. Se ne accorse dalle telefonate non risposte, dalla confusione che lo prendeva in momenti semplici come la scelta di una cravatta, un paio di calzini e nell’altrettanta limpidezza con cui risolveva discorsi che prima sarebbero stati mediati, filtrati prima di giungere a conclusioni aperte. No, ora diceva cose nette, si toglieva ruoli e proponeva soluzioni semplici. Non voleva perdere tempo sul lavoro o nelle relazioni che lo distoglievano da ciò che era nuovo in lui. Aveva solo un bisogno, oltre a quello di vederla e tenerla a sé, quello di silenzio per ascoltare e affidarsi.
L’amore è inspiegabile, come tutta la profondità che c’è nell’uomo, come tutto ciò che rompe le scienze della superficie, che contravviene alle regole. Le regole non ammettono le alterità della condizione di chi è innamorato, la nostra società codifica l’amore ma non lo tollera come condizione che prescinde dalla normalità del non essere innamorati.
E ci riesce benissimo con la rete di condizionamenti ai nuovi amori, con i vincoli patrimoniali, con i codici etici e morali.
Ogni nuovo amore contiene un atto di coraggio che apparentemente è una rottura definitiva, questo è un’ulteriore resipiscenza, l’ultimo confine prima dell’abbandono del vecchio, della consuetudine per l’incognita del nuovo.
Non è vero che ci sarà una rottura con la memoria, in un nuovo amore c’è la persona che c’era prima, con la sua storia e una disponibilità a scriverne un’altra. Ecco il nodo che tiene assieme il prima e il dopo e che permette di intuire l’amore, quello che il personaggio di Daoult, che pure ha amato, non ammette di comprendere. Se lo comprendesse capirebbe che quella mano che tiene l’altra vuole disegnare il proprio volto nel cuore ed esserne disegnata. La domanda allora sarebbe: qual è il mio volto nel cuore di chi amo perché in esso sono nuovo a me stesso e così riconoscerei il mio profondo che mai vedo.

E se non ho nessuno che mi riconosca sono davvero solo, oltre la speranza. Questa è una solitudine che rifiuta Daoult e fa bene.

Sbagliami amore mio,

come mai saprei fare,

trova in me ciò che non saprei scoprire.

Intuiscimi amore mio

e tienimi, oltre ogni pazienza,

togli il velo che m’impedisce di capire,

e di te dimmi, con parole senza pensare,

capirò non temere,

ma intanto sii l’assoluto che non ha tempo,

che tu sei l’attimo mio e l’infinito.

Inquietudini senza parole

Del mondo poi m’informo
e anche della piega che prendono le cose.
Chiedo, ascolto spesso spero,
ma a volte vedo buio,
in quest’inverno che rifiuta il freddo.
Se mi chiedi cosa m’ inquieta sono impreparato,
sensazioni, ti direi,
motivi imperturbabili e lontani generatori d’evenienze,
che pare scuriscano le cose.
Allora devo scuotere la testa
perché scappino i presagi,
anche se il pensiero ci ritorna,
si ferma e poi procede,
scrolla e testardo ricomincia.
Abbiamo bisogno di luci limpide
e sentire, di cose semplici da tenere tra le dita,
e mi rifugio in te,
chiedo con dolce discrezione:
mi bastan cose piccole:
il come stai, chi ti gira attorno
eppoi come procede.
Ascolto e mi tranquillizzo un poco,
pensando che davvero nulla poi ci faccia male,
se l’amore conserva i suoi poteri.
Verso il sonno c’è troppo silenzio,
e della notte mi pare resti il buio,
o che il cuore batta per me solo,
e vorrei chiamarti e dire,
ciò che m’inquieta e prende,
eppure che da tempo non so bene,
però ti parlerei d’altro solo per sentire la tua voce,
perché resta il pudore d’una debolezza tenera
anche se è amore
che illumina e mai chiude.