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mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

l’inverno del nostro scontento

Le foglie si accumulano sui chiusini, per fortuna piove poco. La città è meno pulita, segno di un’incuria comune che ormai non protesta più ma accetta lo stato di fatto. In questi anni la distanza tra ciò che fa l’amministrare pubblico, la politica, e la risposta ai bisogni si è allargato a dismisura e ciò che sta in mezzo è stato riempito dall’indifferenza reciproca. Tanti piccoli segni fanno una prova enorme di una a-sintonia tra  sentire e risposte. Si è relativizzata così la possibilità del sistema rappresentativo democratico di essere la risposta ai bisogni e alla tutela del bene comune. Lo smottamento è iniziato da molto tempo. La dialettica tra bisogni e risposte è insita nell’amministrare, ma ad un certo punto è cominciata ad affievolirsi la speranza di trovare un accordo, forse perché la verità non solo ha smesso di essere detta ma è stata sostituita dalla narrazione che tratta un po’ tutti da deficienti raccontando di qualcosa che i fatti contraddicono. Posso dire che la città è più pulita di Roma, ad esempio, ma questo non mi consola se vedo che con un po’ di pioggia le pozzanghere diventano laghi, se lo sporco si istituzionalizza, se si sta comunque degradando un modo di procedere che rendeva la città più bella e accogliente, non sto meglio. E sopratutto non mi fa stare meglio pensare che altri stanno peggio. Però si accetta e si cancellano i problemi. Ma questa acquiescenza non è a costo zero, ci sono segnali preoccupanti: se la politica si distacca dal cittadino questo si distacca dalla politica, immagina una sua narrazione dove le cose complesse diventano semplici, dove il bisogno immediato dev’essere soddisfatto perché manca la prospettiva di futuro.

Un tempo i partiti erano portatori di un progetto di futuro, avevano una platea a cui si rivolgevano, attraverso i programmi mettevano in correlazione le vite con ciò che pensavano di fare. Erano cose semplici: il lavoro retribuito equamente, la legalità come regola comune, la tutela della libertà individuale e collettiva, la possibilità reale di una crescita che riguardava tutti e l’individuo. Insomma un futuro che comprendeva le possibilità che già c’erano nel presente. Poi c’è stato uno snaturamento, non solo italiano ma almeno europeo. Le socialdemocrazie hanno scelto il neo liberismo come dottrina economica, la globalizzazione ha via via distrutto posti di lavoro in occidente creando un flusso di tecnologie in cambio di merci, il lavoro è diventato occupazione, la finanza ha preso il posto della generazione del profitto attraverso la produzione di beni, il divario tra la classe media e l’1% della popolazione che è proprietaria di più di metà di tutto ciò che vediamo è cresciuto inverosimilmente. Si sono perduti i regolatori politici nei confronti dell’economia. In tutto questo si è finto di privilegiare l’individuo, raccontandogli che poteva raggiungere qualsiasi obiettivo, purché staccasse i suoi bisogni da quelli degli altri. Si è generata una solitudine progressiva che non solo ha alimentato un disagio personale crescente di fronte al divario tra desideri e soddisfazione, ma li ha scissi da una soluzione collettiva.

Solo che adesso è entrato in discussione anche il neo liberismo e quindi la narrazione non sa più cosa narrare di nuovo e di collettivo, ma torna su se stessa, ricorda il passato e alza muri, mette dazi, impone regole che riguardano un solo paese ma hanno effetti su tutti gli altri. E questo verbo si rivolge al popolo sovrano raccontandogli che la soluzione dei problemi comuni si trova nelle protezioni nazionali, nell’isolamento dal mondo, nella applicazione di regole che valgono solo per loro, i cittadini, che sinora hanno subito la tirannia dei bisogni degli altri. Trump è l’epigono di questo sistema di chiusura nei confini che però ha effetti immediati nel resto del mondo. La sicurezza mondiale si è retta su equilibri difficili che ammettevano guerre indirette, atrocità e rapine nei confronti dei più deboli, ma scongiurava il confronto diretto, toglieva il mondo dalla possibilità della guerra totale. Ora per atti concreti si rimettono in moto confronti che causeranno infinite sofferenze. Un esempio l’abbiamo vicino a casa, in quel bacino mediterraneo dove confrontando la situazione attuale rispetto a quella di 10 anni fa, si vedono instabilità, guerre in atto, paesi scissi, la presenza di un terrorismo endemico che trabocca in Europa e che rappresenta il sintomo, non la natura del male. La parte nord, di cui fa parte l’Italia è sinora moderatamente stabile, ma non esiste una politica comune di pacificazione, una operosità dell’agire che faccia comprendere ai popoli i vantaggi dell’essere assieme in pace piuttosto che combattersi. Cosa significherà portare a Gerusalemme l’ambasciatore USA? Il riconoscimento che questa è la capitale di uno stato e la sede di una religione prevalente, un disastro dal punto di vista della possibile coesistenza di fedi e popoli portatori di diritti almeno equivalenti. E sfugge che anche in occidente, in Italia, che ciò che rendeva possibile una idea di pace comune, ovvero le libertà individuali e collettive, diventano sempre meno importanti per l’esercizio della sovranità collettiva, per stabilire forme opportune di governo. Si baratta cioè la libertà, pensando erroneamente che essa sia comunque data, con l’idea di un governo autoritario che porti alla soluzione dei problemi e risponda ai bisogni dei cittadini. Insomma abbiamo le condizioni perché Trump non sia una risposta stravagante e transitoria ma diventi l’idea che chiudersi nei confini ed esercitare la forza con una visione solo locale e non di equilibrio collettivo, sia la risposta al disagio collettivo delle classi medie del paese.

Proviamo a riassumere il presente offerto dalla politica nazionalistica: lasciare che ci si scanni a livello regionale purché sia fuori del nostro territorio, accettare che ci siano meno libertà purché venga una risposta ai problemi economici, trasformare gli individui in massa di individualità che non hanno un futuro comune ma un presente competitivo in cui qualcuno potrà eccellere e gli altri comunque trasferiranno i loro bisogni su chi ha meno di loro. Comunque limitare le possibilità di essere portatori di cultura tra le culture, di meticciare i saperi, facendo una narrazione di un’identità presunta, immaginata, che corrisponde a un mondo mai esistito.  L’Europa è zoppa e inerme di fronte a questa ondata di nazionalismi perché ha fondato la sua unità solo sull’economia e non sull’unione dei popoli, e quindi è investita dall’idea che le patrie non siano il luogo di partenza, ma quello di arrivo e che bastino trattati di libero scambio per avere una proposta verso il mondo che renda veri i principi su cui si è fondata la tolleranza e la democrazia rappresentativa. Questa è un’Europa non autorevole perché scissa, dove neppure i più avvertiti riescono a trovare una sintesi che permetta processi di speranza collettiva. Resta l’euro, ma senza una comprensione comune che è solo un mezzo per andare verso l’unità politica è una moneta debole, un oggetto in cui c’è più un simbolo che una realtà. E bisogna pur dire che l’Italia, aldilà delle parole altisonanti e vuote, non ha avuto una funzione positiva in tutto questo scivolare verso il basso ventre delle paure. Di fatto la sinistra si è acconciata su teorie che la snaturavano, e lo stesso Renzi, che si è mosso come un elemento di evidente acquiescenza al neo liberismo in cambio di un rinnovato protagonismo della politica, fallisce doppiamente sia nella risposta ai bisogni che nell’essere guida di una reinterpretazione del primato della politica. Con Trump e con la May si supera la globalizzazione e si mette in moto un nuovo ordine mondiale dove conta solo la forza. Quanta forza possa mettere in campo un Paese diviso e incerto, ma soprattutto senza fiducia nella politica, come il nostro, lascio a voi che leggete, giudicare.

Eppure ci sono segnali di un risveglio delle coscienze, non pochi comprendono che se si è chiuso il ‘900, secolo di totalitarismi ed enormi lutti, ciò che si apre è la necessità di reinterpretare il legame tra politica e bisogni, di passare dalla narrazione alla verità che include soluzioni, magari difficili, ma perseguibili. Sanders negli USA, aveva indicato una strada che i giovani avevano compreso, in Francia accade qualcosa di analogo, anche in Grecia e Spagna comunque ci sono segni forti di una necessità di percorrere strade nuove che mettano assieme anziché dividere, e che riscoprono i bisogni comuni come somma di necessità individuali. Sono segni e idee affidate sopratutto ai giovani, a quelli che non hanno le tare di una stagione ricca di ideologismi, ma che sono in grado di esercitare la critica a partire dalla loro condizione. Per questo quel 40% di disoccupazione giovanile è un bisogno di lavoro che solo in chi lo prova può generare una idea nuova di società e di presenza delle persone e dei diritti in essa. Confido nei giovani perché essi hanno un bisogno di libertà ben differente da quello di chi ha avuto potere sinora, penso che ancora una volta le rivoluzioni sono un atteggiamento di cambiamento che nasce in chi non ha più nulla da perdere in un presente che lo conculca, ma ha ancora la forza di immaginare un futuro diverso che lo riguarda.  

In fondo è ancora la lotta tra chi vuol tenersi tutto e chi ha poco o nulla, tra il conservatorismo che torna sempre indietro e il cambiamento che per essere positivo non può che andare avanti.

Le foglie ostruiscono i chiusini, ci sono larghe pozzanghere e il cielo è grigio, ma un’idea di bene comune sposta le foglie quando sa che non può evitare la pioggia, si prende cura di ciò che accadrà perché il presente non gli piace.

volevo fare l’architetto

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Volevo fare l’architetto. O almeno mi pareva. Guardavo volumi di fotografie alla biblioteca americana, cercavo di decifrare il senso dei costruttori di grattacieli, mi perdevo nelle planimetrie delle ville sull’acqua o inerpicate tra le rocce, scrutavo la logica del deserto oltre le finestre immense tra piscine proiettate verso un nulla apparente fatto di sfere di rovi e yucche. Poi c’erano i nordici con quel rigore delle linee dritte che rendeva rettilinee ed essenziali persino le curve. Mi innamoravo di Alvar Aalto, del suo affermare il rapporto tra natura e costruire, riassunto nel dire che per raggiungere il lavoro un uomo avrebbe dovuto ogni mattina attraversare una foresta. Mi affascinava il legno piegato, i vetri soffiati e ancor più fusi in uno spessore che era esso stesso identità, essere essenziale. Vedevo un’opulenza scacciata fuori dalle vite che sembravano ricche di pensieri necessari, di parole rade e definitive. Non era questo un ritorno all’innocenza dopo tanta sovrastruttura, lo spigolo vivo contro l’arrotondarsi infinito del neogotico così simile al piegarsi delle vite alla conformità? E l’architettura non era insieme la medietà e quindi un mascherarsi dietro luoghi comuni oppure il grido che s’inerpicava verso il cielo? Superfici incapaci di essenza e di lucore che si opponevano a nuovi ardimenti in cerca di cuori nascosti nell’apparente materia. C’era una razionalità e una rivoluzione permanente in questa lotta.  Ma anche tutta la materialità dei sentimenti che si esprime nel groviglio del confronto, che è anzitutto misura di sé, del proprio passato e ancor più del proprio futuro. Coglievo una dimensione etica del costruire, della pietra e del legno come perifrasi del corpo, riassunti nella possibilità di essere soli e liberi anche nell’abitare. C’era un esempio di questo realizzare, trasfuso nella E-1027 di Eileen Gray, e a dimostrazione che nulla di alto può essere mai neutro, quella villa aveva generato un groviglio di sentimenti da parte di chi doveva esserne il mentore, Le Corbusier. Attrazione, sfida, gelosia, amore per l’immagine che non era più sua. Chissà. Comunque Le Corbusier che non trovò di meglio che invidiare lei e ironizzarne il corpo sulle pareti che inopinatamente affrescò. Ma da quei luoghi non riuscì più a staccarsi, lasciando un segno di 15 metri quadrati, come a riassumersi e a contrapporsi nell’essenzialità del cabanon. L’ opera dove era il fuori ad irrompere nel corpo, e la vita riprendeva il suo volo perché non era più ancorata se non al minimo. Immaginavo che il riassunto dell’architettura fosse lì, una sorta di cabala dove la parola era l’oggetto stesso. E che essa fosse dentro e fuori di sé in un tutt’uno che prefigurava l’equilibrio dell’innocenza finalmente posta innanzi, dove doveva essere. E quell’equilibrio non era regalato ma era una lotta verso un vecchio che complicava, occultava ciò che davvero eravamo. Intanto attorno il mondo sferragliava, si preparava a un balzo verso il presunto buono, finalmente nudo d’orpelli che ne avevano invischiato il passo. Guardavo l’architettura e pensavo che in essa c’era sintesi rivoluzionaria oppure discarica del consunto passato. Era in quelle linee che il mondo poteva essere ridisegnato differente e a misura di relazione, ma anche soli e liberi come diceva Eileen Gray. Questa unione tra l’occhio e il vedere che annodava il pensiero, la mano, che necessitava solo di matite molto morbide, le gomme rifiutate perché le idee germinavano nell’errore, tutto questo mi pareva un bagaglio così sufficiente per viaggiare che al più avrei unito una macchina fotografica per prendere appunti, per scavare particolari, per annotare l’esistente reinterpretandolo. Reinterpretandomi. Mi immaginavo di fare l’architetto e avevo 20 anni, mi sbagliavo perché la vita andò altrove.

raccomandazione

Non che gliene facessi una colpa, anzi, ero io che mi dicevo imbecille. Per come avevo affrontato il problema, per aver trovato parole poco convincenti e aver dato per scontato un atteggiamento simile al mio.

Se una persona aveva davvero bisogno perché non darle una mano? Non si toglieva nulla a nessuno, non si creavano privilegi. Qualcuno veniva tolto da un’indigenza imprevista, veniva aiutato per quel poco che sarebbe servito a tirarsi fuori d’impaccio e poi avrebbe trovato da solo le soluzioni. Non parlavamo di chissà quali lavori, e neppure di stipendi lauti, sarebbero stati per otto ore di lavoro, 7-800 euro al mese. Il necessario per pagare le bollette e mangiare.  A una certa età non si guarda troppo per il sottile, si capisce che è accaduto qualcosa che non solo non si era previsto ma che non doveva accadere. In fondo è la china che ha un giocatore che pensa sempre di rifarsi al giro successivo e invece, nonostante la buona volontà, è una spirale verso il basso. Finché non c’è più nulla da vendere, e si è toccato il fondo. Noi eravamo stati fortunati, allora perché non aiutare, non dare una mano?

Per anni erano venuti da me fidando che il potere potesse qualcosa. E per alcuni avevo tentato. Niente di illecito, per carità, ma solo quel garantire di persona che erano persone a posto. Con qualcuno aveva anche funzionato. Nel senso che era stato assunto, e mi erano pure stati grati quelli che lo avevano preso perché faceva il suo lavoro e doveva dimostrare che era in grado di essere affidabile. Insomma ne era nato qualcosa di positivo. Poiché le cose riguardavano il privato e non c’era obbligo per nessuno, mi sembrava fosse una solidarietà dovuta, il provare a risolvere una situazione di emergenza. E mi era rimasto questo atteggiamento: se si può fare si fa. Anche perché il tanto parlare di sinistra, di diritti, di eguaglianza una qualche concretezza doveva pure averla.

Anzitutto nei gesti quotidiani, nella pulizia dell’agire e poi nella prospettiva in cui mettere quelle quotidianità: rifiutare una pressione su un appalto era un gesto che si diffondeva subito nell’ambiente. Non te lo chiedevano più. Magari ti raccontavano il bisogno dell’azienda, la necessità di pagare gli operai, però se dicevi che c’erano regole precise, capivano. Insomma chi era onesto, veniva stimato e di questa stima ti raccontavano anche dopo anni, quando le cose si erano raddrizzate oppure erano definitivamente crollate. Non chiedevo mai nulla a qualcuno che avesse a che fare con me per lavoro. Solo a persone che in qualche modo avevo conosciuto per altri motivi. Premettevo che capivo il momento, ma se per caso avessero avuto necessità, c’era una persona disponibile in una situazione difficile. Poi facessero loro, a me bastava leggessero il curriculum e, se ritenevano, la vedessero. Non capitava spesso, né la richiesta, né il fatto che andasse a buon fine, ma detto senza pressione o obblighi, mi pareva che questo non alterasse i rapporti reciproci. Sí, era così.

Poi col tempo, e perdendo ruoli, le richieste si erano fatte più saltuarie. Chi ha bisogno chiede a chi può dargli qualcosa, oppure non chiede. In questo caso però la situazione era così evidente e grave. Per questo mi ero offerto di fare un tentativo. Senza impegni per nessuno e anche senza speranza, c’avrei provato e basta. Avevo approfittato di un’occasione allegra, di una cena tra amici, per accennare al problema. Man mano parlavo, però mi accorgevo che quello che per me sembrava una cosa semplice, bastava dire di no, per il mio interlocutore diventava un problema istantaneo, ovvero come liberarsi da una situazione di imbarazzo. E così diminuivo la convinzione, mi davo dell’imbecille per averlo messo nella necessità di rispondermi.

Poi la serata continuò, tra battute e vini eccellenti. grandi strette di mano e abbracci finali. Eravamo fortunati, chi più, chi meno, ma nessuno aveva bisogno. Distante da lì, un problema non si era risolto, io avevo capito d’essere stato importuno, ma a volte l’errore non è in ciò che si fa, ma dove lo si fa e, sembrerà strano, questo lascia l’impressione a lungo. Come se qualcosa in noi adesso avesse una crepa. Ma anche questo è un modo di imparare.

rapaci di città

Se un falchetto, o una poiana, o un astore, alle 18 di questa sera, facesse il suo mestiere, noterebbe movimenti piccoli, insignificanti come prede. Non vedrebbe la colomba che ha rifatto il nido tra le mie aromatiche perché coperta dal telo messo sulle piante. Non vedrebbe le persone che camminano sotto i portici e si affrettano nel freddo verso qualcosa che li attende. Forse noterebbe i piccioni che si sono stretti in un angolo calduccio tra il tetto e il camino che fuma. Anzi li deve proprio vedere perché nei giorni scorsi nel vicolo c’erano mucchietti di piume, ma adesso è buio e il loro grigio si stempera con la pietra.

Continuerebbe a volteggiare scrutando nell’alito della case e delle vie che illuminano il cielo, e avvertirebbe il freddo gelido che costringe a volare più in fretta, costretto a rifiutare le correnti che intorpidiscono i muscoli, in cerca di quel cibo che per lui è sopravvivenza.

Seguirebbe, forse speranzoso, le scie rosse e bianche che escono dalla città, le auto, gli autobus, i tram incolonnati e fermi. Non vedrebbe le persone chiuse negli abitacoli, ma sentirebbe il brusio di telefonate, di autoradio, di messaggi scambiati. E nel suo cervello di rapace scarterebbe il tutto giudicandolo inutile e non conforme a sé.  A lui servono animali teneri, col sangue caldo e la corsa breve, gli servono per vivere, non sono nemici, non prova astio nei loro confronti, sono cose. Quindi non capirebbe le parole concitate scambiate per telefono, non avvertirebbe i silenzi come minaccia. Neppure attenderebbe guardando nervosamente lo scorrere del tempo. Non avrebbe un desiderio che si scioglie in riso, e neppure un bisogno insoddisfatto. Semplicemente scandirebbe le ore con la vita. E se come adesso, sapesse che parlo di lui, e del suo vivere, se non lo minaccio, gli sarei indifferente: un animale troppo grosso per essere cacciato.

I rapaci vagano sulla città con cerchi lenti, dormono nei campanili e inseguono il cibo che vive tra vicoli e cortili. Al contrario dei gabbiani, sono solitari, non camminano e non s’accontentano e hanno piccoli nei nidi. La notte quando spesso gridano tra i tetti penso che vogliano farsi coraggio perché vedono cose che noi non vediamo e i loro sogni sono brevi.

un vecchio signore di provincia

Un vecchio signore di provincia. Ecco quello che sono.

Mi piace la parola signore, come molte altre me l’ha insegnata mia nonna, prima in dialetto, sior, e poi in italiano. E aggiungeva la e finale per dare il giusto tono a ciò che evocava. Quella e metteva assieme il rispetto e la gentilezza, dovuti anzitutto agli altri, sennò che sior sarissito, uno de quei che gà solo più schei de i altri, ma no i xe siori dentro. E così insieme evocava il tratto un po’ distante che si doveva acquisire per chi cerca di capire gli altri ed è cosciente d’essere uomo.

Così questa ed altre parole fondamentali sono cresciute con me, si sono radicate nei significati, divenendo quasi ideogrammi di vita, sigilli per racchiudere contenuti ed esprimerli. Se gioventù sapesse e vecchiezza potesse, me lo ripete spesso un quasi coetaneo che guarda le cose con più distacco di me e ha un concetto del tempo più concreto del mio. S’approfitta, non di rado, della sua prima qualità e io ascolto e poi faccio a mio modo. Come sempre ho fatto. Come si fa ad essere vecchi? Mia madre a 92 anni non lo era e tantomeno mia nonna, entrambe avevano molto da fare con la vita, trafficavano con essa e le davano l’impressione che essa avesse il predominio nella cronologia degli anni, ma non era così.

Sempre mia nonna, mi insegnò che lo scorrere, il lasciar perdere si diceva transete in dialetto e non aveva una sola parola che lo traducesse in italiano, perché era un atteggiamento che faceva parte della nostra cultura nei confronti della vita. Poi scoprii che era venuto direttamente dal latino transeat e che aveva attraversato i secoli e le invasioni, annichilamenti di civiltà, le rovine domestiche sino a definire un modo di vedere nei confronti della vita e del tempo. Passa e scorre. Transete. Non badarci troppo. 

Ho tenuto lo scorre perché il flusso avvolge come un abbraccio e fa sentire chi è davvero vicino. Non è facile condividere in un flusso. Bisogna parlarsi nel movimento, lasciarsi intuire, avere tempi coordinati. Chi corre troppo si perde e chi rallenta per suo conto è impossibile aspettarlo, ma se la fortuna assiste una vena di un flusso ne incontra altre di simili. Con loro riesce a parlare, il che significa condividere la sostanza delle cose: quelle preziose, quelle a cui si tiene davvero. E che poi, a ben rifletterci, si racchiudono in poche parole. Ciascuna così densa di significato da essere un contenitore e ciascuna contenente molta ricchezza di umanità per riconoscersi. Questo non ha tempo, ma spera solo nell’occasione di trovare chi può capire, perché in un flusso bisogna rispettare per amare chi è vicino ed avere lo stesso tempo, e viceversa. Cosa non facile, ma possibile.

Per descrivere ciò che ho attorno, ho a disposizione un lessico che si è costruito deponendosi negli anni, come quelle rocce limose che solidificandosi mettono in mostra diversi colori delle stagioni passate. Anche per questo c’è una parola della mia lingua materna che mi assiste ed è ponà. Parola che dice l’accoccolarsi nella cuccia, l’appoggiarsi a un sostegno comodo, ma anche e soprattutto il depositarsi. E quando ne chiedevo ragione a mia nonna, lei mi spiegava che come il mare lentamente deposita cose poco consistenti sulla riva sino a farne un terreno solido al camminare, così le cose, con dolcezza, si depositano dentro di noi e diventano ciò su cui troveremo sostegno.

Sono un vecchio uomo di provincia, che lavora il necessario per dirsi che sa far qualcosa e che sta tra libri e altre cose poco utili. Uno che si arrabatta col tempo, che lascia depositare le parole e ne tiene alcune come importanti per davvero. E quest’ultima frase potrebbe essere il curriculum a cui tengo.

ma c’era il sole?

ma c’era il sole? Sí, c’era. E faceva caldo come adesso? Certo. E i bambini c’erano? C’erano anche se restavano poco. E giocavano ? In qualche modo giocavano, i bambini trovano sempre qualcosa per giocare. Però avevano paura, tanta paura, ma anche si consolavano. Come potevano. E le loro mamme e i loro papà? Se li stringevano forte addosso o li tenevano per mano, finché potevano. Per dargli coraggio, come fa la tua mamma con te quando hai paura. E così la paura gli passava, vero? Si, passava. almeno per un po’. E poi?

Questa è la prima delle due domande terribili, perché la risposta è: li uccidevano. E di solito segue il silenzio e poi un’altra domanda altrettanto terribile: perché? 

Molti anni fa, quando mio figlio era piccolo e visitavamo luoghi come Terezin, mi chiedevo come si potessero raccontare gli eccidi, la shoah ai bambini. La risposta era quella di dire la verità entrando nel loro mondo. Dicendogli che esiste il male, che gli adulti lo devono contrastare e non subire e non devono avere paura di altri adulti che scelgono di uccidere chi è diverso. Ma perché questo avvenga esigeva spiegazioni lunghissime che i bambini non seguivano. Perché neppure lo noi lo sappiamo fino in fondo. 

In questa giornata c’è troppa memoria e domani più nulla. E nulla collegherà la memoria a quanto accade, eppure il male sarà ancora presente e vigile. La natura ci ha insegnato a scappare davanti al pericolo, ma oggi è anche difficile scappare e allora abbiamo una sola alternativa: combattere. E la risposta a quella domanda sarebbe: perché esiste il male e non ci furono allora abbastanza persone che lo combatterono.

Ma noi siamo in tanti adesso, vero, papà? E non lo faremo accadere, vero? Sí, hai ragione, siamo in tanti, vedrai che non accadrà più. Vedrai…

Almeno avere la speranza che quando si ripresenterà la bestia ci siano molti che vogliono combatterla. Almeno quello. 

chi si è arreso? a chi ?

Stasera sarà passato un anno dalla scomparsa di Giulio Regeni. Scomparsa, perché qualcuno lo prelevò, lo torturò, lo uccise. Poi la catena di menzogne, la verità che fatica a farsi strada, pur essendoci stata sin da subito una verità che tutti pensavano e dicevano. Giulio non aveva avuto sorte dissimile da quella di tanti che in Egitto dissentono dal potere, vengono carcerati o spascono per essere poi ritrovati morti. Perché Giulio avrebbe dovuto avere avere una sorte diversa, si pensava. Forse perché italiano? Perché era un ricercatore legato a una grande università inglese? I regimi distinguono poco all’interno delle prassi consolidate: definito il nemico ovvero tutto ciò che si oppone, la prassi è la stessa e il discrimine diminuisce rapidamente dall’alto al basso della catena che esegue. Di certo in alto sapevano, ordinarono, qualcuno eccedette. Forse. Ma non credo. Credo piuttosto che cose più complesse che non riguardavano Giulio si siano intrecciate e che abbiano portato all’esito terribile della tortura e della morte. Poi è subentrata la necessità di una soluzione. Troppi e troppo importanti sono gli affari e l’interscambio tra Italia ed Egitto, compreso un enorme giacimento di gas scoperto dall’ENI, per essere in discussione i rapporti sostanziali tra i due Paese. Se poi ci si mette l’intricata vicenda libica con l’Egitto che sostiene il Generale Khalifa Haftar e il parlamento di Tobruk e l’Italia invece il parlamento di Tripoli, dove ha riaperto la sede diplomatica, ma che l’Italia mantiene contemporanei interessi a trovare una soluzione che sconfigga l’Isis e renda sicure le rotte del petrolio, allora si capisce che la verità su Giulio Regeni, quando arriverà, sarà comunque una verità contrattata.

Eppure, nonostante tutto, giustizia violata e orrore compreso, Giulio sta vincendo. Perché non si è arreso. Non parlo della sua fine tragica, ma di ciò che ha fatto prima e che ha dato misura di un giovane uomo che perseguiva cose importanti, giuste. Che le diceva e non era imprudente nel dirle perché pensava che fossero valori intangibili. Ci sono i suoi articoli, ma ora anche quel documento strano apparso in questi giorni, in cui Giulio parla con fermezza a quello che doveva essere un alleato per il suo lavoro di ricerca e invece era un informatore dei servizi egiziani. Gli dice quali sono i limiti della correttezza, ciò che non può fare perché contrario alla ricerca stessa. Dire di no a una richiesta di denaro in un ambiente ostile è pericoloso, ma testimonia la rettitudine di fondo, il credere ai valori che si rappresentano. Per questo Giulio vince e indica un modo diverso di guardare ai giovani. Lui rappresenta quei giovani, che sappiamo essere tanti, che non si arrendono, che credono che il mondo possa mutare, essere più giusto ed equo. Nessuno può arruolare Giulio nelle proprie file, non nelle file di adesso, Lui è il nuovo di cui c’è estremo bisogno, proprio ora che le nubi si addensano sull’Europa e sul mondo, è il nuovo che anzitutto dai giovani può salire verso chi è vecchio. Non importa se di età o comportamenti, è vecchio perché si accomoda nel malessere degli altri cercando solo la propria ragione. È vecchio perché non spera più e non vuole il cambiamento di ciò che vede ingiusto e sbagliato. È vecchio perché invoca sempre ragioni superiori ai fatti e li banalizza, li riduce a cose che si dimenticano. È vecchio perché pratica l’ipocrisia del potere che chiede di guardare a chi fa il proprio dovere mentre non fa il proprio. E anche in questi giorni ne abbiamo testimonianza.

Stasera sarà passato un anno dalla scomparsa di Giulio, sembra molto di più perché i media ci hanno consegnato a un perenne presente privo di futuro, ma Giulio ha una sorte differente da molti altri fatti accaduti in quest’anno appena passato e questo ha un significato. Credo che onorare Lui e la verità significa anche guardare i giovani e credere in loro, affidare a loro il compito di cambiare il futuro già scritto.

cosa vuoi che sia …

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Sulla tazza in verticale è scritto Riga. Ma io non sono mai andato a Riga, mi sono fermato per ben due volte prima, a Stettino la seconda volta e la prima a Kiel. Bastava prendere il traghetto, perché non l’ho fatto?

La tazza viene da uno dei tanti convegni in cui il mondo vendeva il mondo a se stesso, un cadeau come tanti altri che ti mettevano dentro una borsa con un pacco di relazioni. Le relazioni le scorrevi e le buttavi subito, ne tenevi un paio con gli andamenti di mercato, il resto si ammucchiava su tavoli in cui c’erano altre relazioni. A pile. Risme e risme di carta, di fotocopie, di depliant che erano costati mesi di discussioni. A sera tutto via per ricominciare il giorno successivo.

Quanto tempo ho passato a scrivere relazioni che nessuno leggeva. E lo sapevo. Il senso dell’inutile si annida nell’utile, tra le pieghe del caso dove un orecchio incuriosito e attento, dovrebbe essere in quel posto, a quell’ora, ma dev’essere l’orecchio giusto perché gli altri pensano ad altro. La stagione era un poco più avanti, ma c’era più o meno lo stesso freddo, e un caldo indecente nelle sale da convegno. I buttafuori sorvegliavano gli invitati che si assiepavano nei tavoli dei break. Era un andirivieni continuo, con mani che si tendevano verso fiumi di caffè, di succhi di frutta, champagne, panini mignon, fette di torta, dolcetti nordici alla cannella e vodka gelata, Martini, Cognac, grappe di patate aromatizzate con erbe del nord. Questo assieparsi continuava tutta la mattina per confluire nel trionfo del buffet, dove non sapevi cosa mangiavi ma soprattutto ti sarebbero servite almeno tre mani, meglio quattro. Quella mattina ricordo che in un angolo alle 11 c’era un signore seduto, con gilè fumo di londra e cravatta di seta in tono, che dormiva con la testa appoggiata ad uno specchio. Aveva ecceduto con i Martini che voleva molto, molto secchi. Avevamo scambiato due parole alle 9 e alle 11 dormiva. Nessuno lo vedeva, cioè tutte le teste lo toglievano dalle cose esistenti nella sala. Nel pomeriggio, al risveglio, avrebbe ripreso come nulla fosse.  Mi chiedevo a cosa servisse tutta quella scena se non a ritrovarsi, gli “affari” erano altrove e le conclusioni dei contratti, annunciate testimonianza dell’eccellenza dei convegni e degli shop, erano su cose già discusse in precedenza. Era un rituale che prevedeva si facessero affari tra quelle persone, che si scambiassero lo stesso bene anche tre o quattro volte. Ognuno c’avrebbe aggiunto valore e intelligenza, fino al limite del possibile. In moltissime di quelle torri, isole, resort, immobili industriali non è mai andato nessuno.

Mi interessava Riga e mi sono fermato a Kiel, perché? In questi giorni la febbre si annida, si infila tra pelle e tessuto, staziona nel letto. Mi sveglia di notte e mi ripropone pezzi di passato. Credo agisca anche sulle connessioni della memoria, perché dopo la tazza è emerso un nome. Un nome rimosso, visto che a Kiel non c’era stato l’incontro programmato e confermato, un nome che aveva impedito la traversata. Ho cercato quel nome su google, c’è ma non c’è, nel senso che manca una foto per identificarlo. Sembra si trovi nel Kentucky, ma non farebbe differenza se fosse a Tonga. Non mi interessa.

Nel frattempo sono emersi i particolari di quell’attesa inutile. La banchina del porto dei traghetti, la biglietteria e la sala d’attesa, il pomeriggio che diventava rapidamente sera, una casa alle mie spalle che sembrava quella del quadro di Magritte, con una finestra illuminata dietro la quale si vedevano figure muoversi. Mi ero seduto su una panchina strana fatta da due sedute opposte, due semicerchi come quelli che a volte si trovavano nei salotti delle grandi case e avevano una piccola pruderie perché destinati ad amanti che si davano le spalle, ma erano comodi alla bocca. La panchina era di legno, ben fatta: una seduta guardava il mare e una la casa. Dopo aver guardato il mare a lungo e visto partire più traghetti, salutato le persone che si sbracciavano dalle murate. Dopo aver visto più volte la stazione riempirsi e vuotarsi, mi ero seduto dall’altra parte. Guardavo le finestre illuminate, le ombre che si muovevano in una domesticità che cercavo di intuire. C’era anche un cane che saltava e anche se non sentivo mi pareva ci fossero le piccole risate che sottolineavano i suoi sforzi di raggiungere qualcosa che gli veniva sottratto. Intanto la sera scendeva e con essa il freddo. Il mio appuntamento al telefono non rispondeva. E neppure ai messaggi. Aspettavo su tre versanti, quello fisico, quello fatto di parole scritte e quello di parole pronunciate. Con le parole si può dire molto. Anche con i silenzi. Poi la luce nella casa si è spenta da un lato e si è accesa un’altra finestra. Ne usciva un suono di pianoforte, ma non c’erano più ombre. Faceva freddo e trascinando piano la valigia sono tornato in albergo. Beh, c’era una festa per i congressisti e il nostro amico del mattino era già su una sedia pronto all’ennesimo Martini molto molto secco. 

p.s. non ricamateci troppo, semplicemente non sono andato a Riga.

per la terza volta

La colomba credo volesse proteggere i colombini appena nati. Non si è alzata dalla cova e sotto di lei c’era un agitare di pennuzze tenere e gialle. Ho pensato che volesse mostrameli e farmi sapere che era stata brava con tutto questo freddo a farli nascere. È la terza volta che accade in un anno e mezzo e ogni volta il vicolo si accresce di due nuovi inquilini. I miei vasi a vasca li attraggono e non badano più a fare improbabili nidi. Questa volta la colomba si era sistemata sotto il tessuto non tessuto che proteggeva l’elicriso. Insomma pare che l’albergo e le varie camere siano di loro soddisfazione. Se adesso imparassero a espletare le necessità corporali solo dentro i vasi saremmo a posto. Ma ci penserà la stagione a togliere quello che non serve.

Auguri alla colomba e ai colombini, dovrei anche parlare dei rapaci, ma lo farò più avanti, per ora i colombini sono al sicuro.

rileggere il giovane Holden

…c’era qualcosa come un milione di ragazze sedute e in piedi che aspettavano di veder arrivare quello con cui avevano un appuntamento. … Era un gran bello spettacolo, non so se mi spiego. Per certi versi era anche un po’ deprimente, perché ti chiedevi che fine avrebbero fatto tutte quante. Una volta finita la scuola e l’università, dico.  Ti immaginavi che quasi tutte avrebbero probabilmente sposato un cretino. Uno che parla sempre e solo di quanti chilometri fa la sua stupida macchina con un litro. Che se la prende e fa i capricci come un bambino se lo batti a golf, o anche solo a un gioco stupido come il ping pong. Uno di quelli veramente cattivi. Di quelli che non leggono mai un libro. Quelli noiosissimi…  

…

A quel punto la vecchia Phoebe ha detto qualcosa…

“A te non piace mai niente di quello che succede.”

Mi ha fatto sentire ancora più depresso, dicendo quella cosa. “Ma sí. Sí, invece. Certo. Non dire cosí. Perché diavolo devi dire cosí? … 

Cosa si prova rileggendo il giovane Holden dopo 40 anni? Di aver sbagliato tempo allora e anche ora. Oppure che è accaduto tutto quello che poteva accadere e non è accaduto tutto quello che poteva accadere. Allora lessi il libro che già ero all’università e c’era talmente tanto attorno che ribolliva che Holden poteva essere un adolescente americano, di famiglia ricca, con molte domande ma anche molta confusione. Neppure a me piaceva quello che succedeva, ma cercavo insieme a molti altri, di cambiarlo. La differenza era il molti, mentre Holden era solo. Così lo leggevo non come romanzo di formazione ma come un bel libro e mi colpiva il lessico, il modo di scrivere così al limite tra un dentro e un fuori dove tutto era immediato e si sentiva e diventava una cosa oppure il suo contrario per sbalzi d’umore. Come accadeva a tutti, ma lí sembrava fosse meno strutturato, che ci fosse una confusione ancora più confusa di quella che sentivo e per traslato pensiero, immaginavo sentissimo tutti. Però era una confusione operosa che s’inabissava dentro e nella società, che la scomponeva, ne usciva con le mani piene di organi pulsanti e caldi, prima nascosti e silenti. Sembrava che da questa dissezione ne venisse un nuovo corpo senza costrizione, e quindi senza noia e depressione. E le ragazze, certamente aspettavano un amore, ma noi non saremmo mai stati noiosi, né cattivi. E avremmo letto tanti libri e ce li saremmo passati. Avremmo condiviso, senza ruoli. Noi eravamo molti, pensavo, e non lo capivo ancora, che anche noi eravamo soli.

Così mi pareva, e pensavo anche che mi piaceva un casino, come scriveva questo Salinger. E pure che era un eroe romantico della scrittura, perché dopo il successo si era inabissato in una di quelle cittadine che costellano gli Stati Uniti, chiuso in un anonimato da cui emergevano frasi come: “Non pubblicare mi dà una meravigliosa tranquillità…Mi piace scrivere. Amo scrivere. Ma scrivo solo per me stesso e per mio piacere.” Quindi continuava ad esserci, a pesare nelle citazioni del vissuto comune, quasi senza libri. Sí c’erano i due che ancora giravano da Einaudi, ma che non facevano lo stesso effetto del giovane Holden. Insomma un grande.

Così pensavo allora. E adesso?

Adesso mi chiedo che fine abbiano fatto tutte quelle ragazze, cosa sia accaduto nel frattempo. Se siamo davvero tutti incattiviti, se la noia ci abbia devastati e se siamo ritornati soli da molti che eravamo. Ho pensato, rileggendolo, a me e a noi. Lo posso dire con le frasi che seguono, ma in fondo poi evocherò una parola che in Holden non c’era e che pure da lui mi viene.

Era come se l’aria, dentro uno strumento appena più piccolo di ciò che serve, fosse insufficiente e quindi essa stessa trattenuta dall’esprimere appieno. E così mancava la sfumatura, la densità d’un pezzo d’ombra, la fine di una frase che precipitava in una parola senza seguito: era il divenire potenziale che si tratteneva, ciò che voleva liberarsi da noi e correre o fermarsi, dire o stare in un silenzio così vigile e profondo da essere solo occhi. Incompiuti per un’inezia.

Accade ogni qual volta si scopre l’inadeguatezza dello strumento e invece la percezione cresce e si fa più esigente e sottile. Come non ci assomigliassimo mai appieno, e al colore mancasse un riflesso, alla luce una nitidezza e il nero non fosse ombra ma un buco che risucchia il tempo. Così diventa chiara l’ipocrisia, il modo di dire che nasconde la superficialità, e per noi l’impossibilità di dire tutto quello che vorremmo appena si vede un lampo di noia attraversare gli occhi. E tutto allora sembra imperfetto, salvo il genio, che è talmente alto da parlare altrove, con altre parole. Le stesse che noi riconosciamo giuste, e che sono anche nostre, ma non le abbiamo pronunciate a tempo e così è rimasta un’impressione balbettante di noi, che agli altri ha solo generato un giudizio, ma a noi ha causato una ferita profonda: l’impotenza di essere davvero ciò che siamo. 

Holden era un giovane che provava a essere grande e se stesso assieme, e faceva fatica. Come tutti. E la parola che da lui mi viene è: incompiutezza. Capire, accettare, spostare in avanti l’incompiutezza, altrimenti tutte le vite sono sbagliate e tutto è stato una corsa cieca. Tramutare quello che non piace, in domanda su di noi e non farci inutilmente del male. Questo mi diceva Holden riletto e riamato. E penso che quelle ragazze siano andate via e poi tornate. Sempre ragazze. O almeno lo spero.

“Io abito a New York , e stavo pensando al laghetto di Central Park, quello vicino a Central Park South Chissà se arrivando a casa l’avrei trovato ghiacciato, e se sì, chissà dov’erano andate le anatre. Chissà dove andavano le anatre quando il lago gelava e si copriva di ghiaccio. Chissà se arrivava qualcuno in furgone che le caricava tutte quante per portarle in uno zoo o chissà dove. O se volavano via e basta. “

(J.D. Salinger. Il giovane Holden, p.16, Einaudi Super ET trad. Matteo Colombo 2014)