ipotetica lettera ad un possibile amore

ipotetica lettera ad un possibile amore

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Miei cari, pochi, lettori

qualche sera fa, ed era proprio sera sul fiume, mentre la luce si spegneva rapida lasciando libertà ai lampioni, si ragionava sul piacere del ricevere lettere e del momento magico in cui si scrivevano. Avrete capito che l’età media non era proprio bassissima, per cui c’era la razionale, lo scettico, la romantica, il partecipe, ecc. che variamente dicevano d’altri momenti e tempi. In particolare emergeva quell’età in cui si scriveva ad un possibile amore, e mentre per alcuni si vedeva il pensiero avvolgersi di nostalgia, per altri si capiva che non si era spenta quella stagione. Così è nata l’idea, subito annegata nel prosecco, di fare un esercizio, ovvero di scrivere una lettera che inciampasse su di sé, che rivelasse le proprie indecisioni in un momento in cui le strade possono prendere, proprio loro non noi, percorsi differenti. Insomma una lettera timida, ed esplicita, dove le parole, pur nell’ipoteticità, dicessero qualcosa che è indeciso e che non sa se lasciarsi andare a un sentimento oppure ritrarsi. La compagnia poi si sciolse, allegra e immemore, sciamando verso la cena e parlando d’altro, ma mi piaceva l’idea e così la propongo a voi. Se vi va provate anche voi, questo è il mio tentativo.

Oggi, tra le curve della giornata, ho pensato spesso a te. Erano pensieri belli e insieme complessi. Di una leggerezza che da molto non ricordavo. Gli impegni non mancano, faccio cose apparentemente interessanti, ma in realtà spesso m’annoio e devo cercare l’attenzione. Ma oggi questa non voleva venire in aiuto e il pensiero scivolava. In realtà mi chiedevo spesso cosa facevi, dov’eri e con chi, di cosa stavi parlando, quali erano i tuoi pensieri. Sembrava che per me, spesso riservato e rispettoso dell’altrui riservatezza come garanzia della mia, ci fosse stata una tracimazione di un liquido interesse e che questo conducesse a te. Immagina qualcosa che si spande, e non vorremmo perché pensiamo al dopo, al dover rimettere ordine, ma in questo caso non c’era la volontà di arginare, e guardando quel rivolo, emergeva piuttosto, lo stupore che accadesse, la curiosità dello scoprirsi indifeso nelle proprie dighe.

Questo avveniva tra un incontro, un percorso in auto, nella distrazione del camminare tra portici e piazze. Così ci si conduce nelle vite non lineari, ricche d’interessi, e per chi ci sente sembra che non ci sia posto per altro, oltre alla varietà e alla differenza che ognuno trova nelle vite degli altri, ma non è così, anche nei percorsi casuali, nel caos ordinato, c’è abitudine e ripetizione, in fondo si cerca sempre qualcosa ed è spesso la stessa cosa. Pensavo a te e alle tue presenze, ma soprattutto alle tue assenze, al toccare e ritrarsi che, pensavo, assomiglia così tanto al mio. Non sapendo nulla di quanto pensavi e t’accadeva, trovavo modo d’accettare più che capire. In fondo dell’altro, oltre l’interesse che si può esprimere? Mi dicevo. A volte la sintonia che si presume. Oppure la suggestione. O ancora l’intuizione. Ma di tutto questo la verifica è affidata a cose talmente precarie che in fondo siamo soli di fronte a noi stessi, alle nostre paure, alla speranza di non esserci sbagliati. Di questo ragionavo, mentre mi si parlava d’altro e aspettavo che l’impegno finisse per stare col pensiero più vicino a te. Al mio pensiero di te, non ad altro. 

Ogni tanto guardavo lo smart phone (che parola orribile), per vedere se c’era qualche tuo messaggio. E visto che non c’era, ti giustificavo, cercavo di immaginare impedimenti o riflessione. La riflessione, se ci coinvolge, è un interesse che si dibatte in una rete da cui si può ancora liberare, è una possibilità che qualcosa evolva in un incontro che supera l’ordinario. Perché, allora, il tuo silenzio se non annunciato, mi pesava, perché questo voler sapere di te? Negli altri queste cose m’interessano in modo diverso, a volte per nulla, in altri momenti e persone, per curiosità, ma nulla che assomigli ad un interesse che non abbia rispetto. E invece, con te, questo rispetto veniva superato, e di questo mi chiedevo, nella giornata così varia e sinuosa.

Sei stata l’attenzione vera del giorno, e di questo me ne rendo conto ora, che è sera e che non ho molto da fare. E forse da riempire un vuoto senza chiedere. O forse pensando che quando s’ inciampa in qualcosa che non si era previsto, ci si può chiedere di sé, della propria razionalità sconfitta, della novità che questo porta. Si apprende qualcosa che ci riguarda e questo tu fai con me, mi insegni cose che non conoscevo, oppure che si erano perdute. La razionalità mi spinge a chiedermi cosa accade, mi chiede se tu sia davvero ciò che mi sembra, chiede della tua bellezza, ma sopratutto chiedi di me. Di cosa mi accade. Ecco, questo proprio non lo so, non voglio neppure saperlo. So che posso oppormi oppure lasciare che qualcosa mi accada. Dell’altro posso dare ragione razionale: si cerca ciò che non si ha, ciò che ci è affine, la bellezza è qualcosa che è oggettivo e insieme personale, e di tutto si ha percezione in un miscuglio di cui non conosciamo la reattività. Ma di ciò che mi accade non so: c’è stupore perché è inatteso, ma è ancora sul limitare. Può prendere una strada o un’altra senza che vi sia un rimpianto. E da chi dipende tutto ciò? Anche questo non lo so, quello che capisco è che non sarà indifferente ciò che tu penserai di me. Il quotidiano l’hai già modificato, ora sono in quella terra di nessuno dove tutto può accadere e con molta libertà. O almeno così sembra, perché per me l’abitudine e l’ordinario sono una piccola, consenziente, prigione, una battaglia che cerca di condurre la vita verso qualcos’altro per scoprire di più: un nuovo limite, una possibilità che si realizza. Questa condizione che sento, non è solo un fuggire dalla noia. Ogni incontro è una luce. Penso. E di questa facciamo schermo con la mano perché il vento della razionalità non la spenga. Speriamo l’eccezionale vivendo nell’ordinario, di questo si alimenta il capire in mancanza di segnali, quando non ha un oggetto a cui aggrapparsi. Che brutta parola aggrapparsi, prova a pensarla come ad un abbracciare muto, a qualcosa che si affida all’altro eppure stringe, vuole tenere, possederne il calore. Che poi questo è quello che si cerca quando c’è troppo da spiegare. Non è così?

Stasera si affaccia la delusione. L’ho respinta a lungo oggi, confinata tra le parole quando mi pesava il tuo silenzio. Infine, l’ho guardata e ho capito che nasce dalla speranza che si spegne, dall’abbaglio riconosciuto come tale, il ri-trovare/rsi mancato. E mi sono detto che non è tempo di delusione, non ancora, che ciò che conclude non è ancora maturo. Sono in una terra di nessuno,  c’è una direzione che si può prendere. E mi ha fatto bene pensarlo, come pensare che non ho attese precise, solo che qualcosa accada. E di questa attesa ti sono debitore e grato, c’è vita nell’attendere e molto meno in queste parole che hanno l’esplicità dei timidi, quelli che pensano che c’è molta bellezza in giro e che quando la conoscono, possono pure dirlo, tanto ne sono già stati presi e gratificati.

Vorrei vedere i tuoi occhi quando leggerai, l’assestarsi del corpo, il muoversi delle dita. Si curveranno le spalle, il viso sarà serio o divertito, una ruga di perplessità scaverà per un momento un pensiero? Vorrei vederti quando leggerai queste righe e capire dalla tua espressione cosa rispondi nella tua testa. Non le parole che verranno dopo, se verranno, ma proprio il primo pensiero, perché quello è buono per me, perché contiene tutto alla rinfusa e ancora nel tuo vecchio ordine. Poi se prevarrà l’ordine lo si vedrà, ma è in quel primo momento che potrei conoscerti. E siccome non mi è dato, lo penso solo, senza sapere, senza aspettare o trarre conclusioni. Così tenendo il possibile a portata di mano, mi occupo d’altro e di questa mancanza mi faccio ragione, aspettando la notte e il sonno.

9 pensieri su “ipotetica lettera ad un possibile amore

  1. Poco ho io a che fare con la logica. In me continua a vivere quello che i più deridono perchè non capiscono o ne hanno paura. La Percettività vhe si avvolge sempre di lampi,ora freddi,ora caldi,visionari forse,ma mai mancanti di qualche verità sempre da scoprire e fuori da ogni imposizione della mente anche se in equilibrio perfetto. La Vita è uno dei più misteriosi incredibili impasti alchemici fuori da ogni volontà che non sia quello dell’inseguirne i guizzi dell’intuizione con lo stupore di un bimbo al suo nascere. Mirka

    Sto scrivendo da un tablet e solo una guida invisibile guida i miei occhi su dei caratteri così micro frantumanti per una retina come la mia ma mai per quel filo sicuro che la conduce senza neppure riuscire a leggere quello che ho scritto

  2. La tua è una bella lettera, un bell’esercizio di scrittura.

    Di fronte all’eventualità di un nuovo (im)possibile amore, non ho molti dubbi.
    Se avessi voglia di scrivergli, ora, comincerei con le parole di Frida Kahlo:

    L’amore? Non so.
    Se include tutto,
    anche le contraddizioni
    e i superamenti di sé stessi,
    le aberrazioni e
    l’indicibile,
    allora sì, vada per l’amore.
    Altrimenti, no.

    In altre parole: se devo seguire questo nuovo sentimento, in procinto di affacciarsi nella mia vita e lietamente sconvolgerla, spero solo che ne valga la pena. Mi auguro che mi scuota e vivifichi, non importa a che prezzo.
    (Il resto è noia e ordinaria amministrazione, altrimenti)

    Questo, di Frida, l’incipit.
    Il foglio (di carta!)* lo userei poi per descrivere quel che di lui mi ha attratta, fin dal primo istante. Come è arrivato, inconsapevolmente, a toccare quelle corde interiori che non sentivo risuonare da tempo.

    *Niente mail, niente sms. Conditio sine qua non. Consegna a mano. Mia. Con successiva fuga strategica. Per non leggergli l’espressione del viso, mentre mi legge.

    Ma questa è solo pura fantasia. Dubito fortemente di cadere di nuovo nel gorgo di una nuova storia d’amore. Gli uomini un po’ particolari di cui mi sono innamorata io sono più rari di un panda. E poi ho già dato… e (in un caso su due) anche ricevuto. Moltissimissimo. Mi verrebbero meglio le lettere d’addio, ora.

    Ciao, Willy
    N.
    *

  3. Così sentenziò Zaratustra nel suo film “il buio oltre la siepe”. Criptica per criptica più chiara di così si muore per fissare a oltranza un orizzonte trasparente solo per chi ha occhi da gufo. Ma buona giornata a Te e al tuo IMpossibile amore. Mirka

  4. L’idea è tristemente geniale, mi riporta su un piano di consapevolezza anagrafica che di tanto in tanto cerco di allontanare da me. E’ anche un buono stimolo a scrivere ex novo qualcosa su un blog: lo farò. E’ per questo che NON ho letto la tua lettera, per non esserne influenzato e confrontarla poi con la mia. Io davanti allo Ionio, tu in riva al fiume.

  5. Mi piacerebbe molto leggere la tua lettera Nexus, spero tu la pubblichi presto. Sulla diversità e similitudine dell’acqua ci sarebbe non poco da dire. Buona giornata a chi legge 🙂

  6. Sono trascorsi anni da allora ma mi ritrovo solo ora a lasciare qui il mio pensiero, ma trovo la tua lettera di una bellezza emozionante e voglio pensare che quel possibile amore ci sia, non se ne sia andato, oppure sia altro di bello, perchè, sai, ci sono molte forme d’amore.

    Un sorriso
    Ondina 🙂

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