gestire la sconfitta

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La notte è profonda e fa così caldo, in questo preannuncio d’estate, che allungare il percorso è un sollievo. L’aria è piena del profumo dei tigli, a terra, i loro granuli gialli si sono disposti in scie secondo i capricci del vento. Aspiro e ascolto la notte. E i miei passi, pesanti tra le mura del vicolo.

Come si gestisce una sconfitta? Ci sono quelle passate nel ricordo, ma il futuro sembrava infinito, eppure anche allora faceva male. Se ha vinto la democrazia, le idee che si ritengono giuste e buone per tutti, hanno davvero perduto?

Ora ci sarà la ricerca delle ragioni: il candidato sbagliato, la campagna elettorale poco efficace, la città che è conservatrice e si è presa la sua rivincita. Ma allora in questi anni saremmo stati usati. Credo non si sia capito abbastanza e che sia finito un ciclo. E tutto questo cos’ha a che fare con le idee?

La mia generazione conclude un percorso. Era ora, eravamo stanchi, ma questo cos’ha a che fare con le idee di futuro? Se perde la solidarietà e l’equità, se fa un passo indietro lo sviluppo sostenibile ed emerge forte la logica del profitto, abbiamo perduto solo noi?  

Sentirsi sconfitti è più che esserlo sul campo, così cerco di pensare che è una battaglia di una guerra infinita, ma intanto, al bivio, la nostra piccola storia ha preso un’altra strada. Non si torna mai indietro, bisognerà immaginare altri percorsi che intercettino più avanti il cammino. Non tocca a noi, non più, saranno altri.

La notte è calda, materna sembra ascoltare i pensieri, suggerisce di raccogliersi, mettere assieme il dentro e il fuori.

Ma come si gestisce una sconfitta?

Riconoscendola e passando il testimone. Mettendosi a servizio in silenzio, siamo stati troppo a lungo in scena, adesso è ora di andare, il racconto, anche delle nostre idee, spetta ad altri.

tornare

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Mi prende, a volte, la tentazione di tornare ai libri miei che tappezzano le pareti attorno. Alla musica che paziente attende d’essere ascoltata. Alla mia scrittura senza fretta, agli inchiostri, ai pennini e alla carta buona. A volte mi prende la necessità di prendermi tutto il tempo possibile, di stare in silenzio, di lasciare che il dentro e il fuori si parlino, e tutto si allacci e scorra. E’ la necessità di tirare il fiato, sentire l’aria che riempie, il buon sapore degli odori, i rumori di ciò che sta attorno. Così scorro con gli occhi i luoghi che conosco. Penso che ho bisogno di piccole, poche cose: le aromatiche sul terrazzo, qualche fiore che procede per suo conto, il cibo semplice. E gli occhi tornano sui libri, tanti libri, più di quanti mai leggerò, per tenere aperta la vita e la speranza, il futuro e il passato intrecciati. Ho la fortuna (e a volte è vincolo a capire) d’ una grande memoria che ricorda ciò che la rete della vita ha tenuto e messo assieme, ciò che è stato e non è stato. E in questa piccola pace sento l’equilibrio di quello che si raccoglie attorno e dentro me con rinnovato ordine: la passione, il tumulto, il rifiuto, l’amore. Il futuro e il tedio che con piccoli dispetti si confrontano. E penso allora che è tempo di tornare, ma non ancora tempo di chiudere le porte al mondo. 

l’ultimo giorno di scuola

Con gli ultimi giorni di scuola, irrompeva l’estate, quella vera non quella del calendario. Le aule, allora come adesso, erano fatte per l’inverno, per le stagioni a mezzo, così il sole di giugno, mostrava lo sporco degli angoli e dei banchi, si perdeva tra gli intagli pazienti contornati d’inchiostro, batteva sui vetri opachi di polvere e polline e finiva per illuminare impudiche pareti sporche di pedate. Eravamo in un mondo povero e senza gloria mentre fuori c’era il mondo vero. Ascoltavamo le ultime, stanche, spiegazioni, le interrogazioni per salvare il salvabile, ma le teste erano già oltre le finestre, sui prati, nei campetti per giocare fino al buio, in spiaggia. Qui il mare è vicino, si frequentava ed era un’attrazione forte dell’estate, che cresceva con gli anni. Poi diventati più grandi, ci sarebbero state le gioie, le attese, le malinconie infinite, le paure nell’estate che era, lei, prorompente e noi timidi del tumulto di sangue, ormoni, pensieri che già ci travolgeva. Paura e desiderio che ti dicesse davvero di sì. Paura di ciò che non si conosceva e desideri da rimettere in ordine con la realtà. Ma i luoghi, gli scenari, erano gli stessi con calzoni più lunghi e gonne più corte. Quando arrivava l’estate, la sequenza degli ultimi giorni di scuola tornava indietro, diversa eppure sempre uguale, ed era la differenza tra costrizione e libertà, tra tempo dell’obbligo e tempo proprio. Non so come sia ora, nei pochi anni che ho insegnato a me spiaceva lasciare i ragazzi, e negli ultimi giorni, trasformavo l’autorità in un far domande, in un nuovo fraternizzare, quasi per tenere di più il ricordo, ma la loro testa era già altrove. Non dipendevano più, erano nell’estate, com’era accaduto a me non troppi anni prima. 

Dell’ultimo giorno di scuola mi è rimasto molto, ma in particolare l’immagine della corsa giù per la scala, oltre il portone, incontro al sole. Poi ci sarebbero stati gli scrutini, la paura e la speranza fuse assieme, ma era già comunque estate. Ed era la mia lunga estate.

sesso e libertà

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I tre giornali locali trattano tutti di violenza, sulle cose, sul patrimonio, sulle persone e il Gazzettino sceglie quella che può colpire la fantasia. Non ho nulla da obbiettare, neppure alla velata pruderie sempre connessa a queste cose. Ma allora cosa mi ha sollevato quel moto di ripulsa quando l’ho vista? Credo dipenda dal fatto che non ho particolari giudizi sul tema e che sesso e libertà per me dovrebbero accompagnarsi, con l’unico limite della libertà altrui, ovvero fare sesso in autobus com’è successo qualche mese fa da parte di un trio alticcio, non è libertà ma violenza nei confronti di chi è nell’autobus. Nel caso della locandina, non c’è violazione della libertà di orgia, ma il fatto che una persona sia costretta a parteciparvi. Forse ci siamo persi qualcosa per strada nella liberazione sessuale: le persone.

dizionario

Forse è vero che in realtà le cose sono semplici e che abbiamo necessità di complicarle per far spazio ai nostri compromessi. Eppoi cosa sono i compromessi, se non il tentativo di vivere, di trovare una compatibilità tra il troppo che viene richiesto, dentro e fuori di noi, e ciò che vorremmo. Anche le domande sono semplici e le risposte spesso difficili nella loro incompatibilità con i desideri, il piacere, la stessa possibilità di esercitare la libertà. Di quante finte libertà ci circondiamo, libertà d’accatto, possibili e inutili al tempo stesso. E abbiamo parole che contengono significati non spendibili nel vivere, assolute nelle definizioni così semplici, radicali come le risposte che vorremmo dare.

Fosse facile, ma non lo è, e così bisogna complicare, introdurre variabili, utilità inutili. Viene a mente un volo di passeri che prima becchettano e poi, per un imprevisto, s’alzano tutti assieme e dopo poco, immemori, ritornano perché l’interesse è quel cibo, non il luogo, quella necessità comune che si traduce in vivere. Dirai, che c’entra? Nulla e molto, ma prova a pensare: fare le cose per il momento è semplice, la fame bilancia la paura, però non cambia le vite e a noi questo non basta, cosicchè anche la fame verrà complicata e così la paura, e non ci saranno più azioni che corrispondono a fatti, a domande pure, ma tutte fasi intermedie che complicano la semplicità. Dobbiamo accettare la nostra complicazione, semplificarla il minimo che basta per fare un passo avanti in una direzione che faccia sentire più leggeri.

Ci siamo dati un linguaggio per descriverci e descrivere, e il limite era proprio nelle definizioni, nei concetti, che non sono un punto di arrivo, ma di partenza. Siamo partiti dalla complicazione e siamo approdati alla semplicità, nei dizionari però, e invece la vita si muove a rovescio, complica ciò che è semplice per renderlo compatibile a noi e seppellisce i significati tra le righe. Così quando ci parliamo davvero, dovremmo superare il significato delle parole, cogliere gli altri linguaggi e pian piano togliere fino a chiedere e chiederci: qual’era la domanda vera? 

almeno il piacere di capire

Lo ascoltavo parlare e le parole erano precise, scelte, naturali nel suo discorso. Quelle e solo quelle andavano bene. Lo si vedeva anche nel gesto, distante dalla sguaiataggine dell’insicurezza o del mostrarsi. E c’era nel raccontare, nella persona, quella cultura ordinata delle buone letture, dello studio come mestiere e piacere. Pensavo a questo piacere che io avevo collocato nel disordine, nelle mie carenze per lo scarso piacere di allora, e per il tempo perduto altrove. E se questo m’indicava che un’altra vita sarebbe stata possibile, non me ne spiacevo, perché altrimenti avevo vissuto. E potevo ascoltare, e capire quel bel parlare. Potevo goderne. E pensavo che, in fondo, la vita non poteva essere tutte le proprie possibilità, o avere tutto, ma poter godere del bello che c’era intorno a noi.

la forza del dire

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Non importa sia la verità assoluta, però finché non si dicono le cose esistono meno. In particolare nei rapporti tra persone, e non solo. L’evidenza è meno evidenza, anzi è relativa e vivibile sinché non la si dice, perché non ha la radicalità del reale. Il reale comporta scelte, lo stare da una parte, e come in tutte le scelte, qualcosa verrà buttato via. 

hanno vinto gli integrati

Viviamo in una complessità crescente. Ingovernabile dal punto di vista della comprensione. Il cambiamento è così veloce e continuo che la sua metabolizzazione è impossibile. Nessuno, compresi gli artefici del cambiamento, è in grado di prevedere dove stiamo andando. Intanto la testa si adatta secondo ciò che conosce. C’è chi si attacca alle tradizioni, alla sua cultura appresa, cerca punti solidi anche se vede che il mondo che li ha prodotti sta scomparendo, come se questa interiorizzazione del conosciuto si trasformasse in qualcosa di stabile. Altri puntano sulla non conoscenza, non ritengono, e non vogliono, capire, restano alla superficie e utilizzano l’utilizzabile. Altri ancora, vivono il cambiamento come condizione essenziale per sentirsi vivi, devono cambiare per non pensare a ciò che accade e comunque hanno una fede illimitata sulle capacità correttive della scienza. Ben pochi si chiedono dove stiamo andando, si fermano per una riflessione, si oppongono con motivazioni che analizzano, prevedono e danno alternative. La divisione è ancora tra apocalittici e integrati, solo che hanno vinto gli integrati e gli altri aspettano, amaramente, di avere ragione.

etade

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L’atropina fa il suo effetto, il fazzoletto di carta bianca, assume una colorazione tra il pervinca e la lavanda. Lo guardo con interesse stupito. Ascolto un po’ svagato, come al solito, e penso che questo sia adesso il colore del fondo dell’occhio. Mi piace è come un portar con sé un colore gradito, un abbigliarsi dentro.

Niente d’importante, il cristallino è un po’ staccato, questo dà vita a quella mosca che ogni tanto mi segue, c’è poi un inizio, ma lieve di cataratta. Posso continuare come prima: con gli occhiali o senza. Siamo stati sempre un po’ vulnerabili negli occhi, mia mamma ed io, a modo nostro, senza strafare e con quelle peculiarità che sono inscritte in qualche minuscola sequenza di DNA. Eppure gli occhi li abbiamo usati tanto, e con avidità di vedere, di portar dentro. Non abbiamo mai risparmiato sul vedere il mondo, che sia per questo? 

Quello che mi colpisce, ma quietamente, sono i segni dell’età. Così li ha definiti l’oculista, aggiungendo per carineria, che non sono néanche troppi. Anch’io ci penso con un po’ d’incoscienza ( hai mai pensato che la coscienza è una categoria sociale, un sinonimo della responsabilità, più che una parte intrinseca di te? ) e se non ci si pensa prima, forse è meglio. Si metterebbero limiti all’usura e si vivrebbe da malati essendo sani. Forse ciò che si deve assimilare è la condizione, ovvero la peculiarità del momento in cui si vive. Non sono un quieto signore di provincia e, pur se meno agitato di un tempo, penso che la saggezza sia al più uno stato transitorio come la felicità a cui tutti, a qualsiasi età, abbiamo diritto.

Intanto sono uscito e non riesco più a mettere a fuoco. In bici, la luce mi infastidisce e gli occhiali scuri sono quasi insufficienti. L’età. Più bella l’ etade, quasi si parlasse in terza persona di qualcuno che si conosce e che si guarda con affetto, non con anagrafica perfidia. L’età è un rapporto con sé che alla fine si deve trovare. Un insieme di adattamenti successivi da scoprire nel proprio corpo. C’è uno stupore iniziale quando si scopre che qualcosa è mutato in modo non transitorio. Lo si nota da un cambiare di sensibilità, un sentire diversamente, e che questo, prima che il corpo, riguarda le pulsioni, gli stessi desideri che mutano e si rivolgono in modo differente al loro oggetto. Nelle diverse dalle stesse meccanicità e rapporti, vengono cose differenti. Banale pensarlo ( non tanto si vorrebbe spesso altro, più per ricordo che per necessità ), eppure questo per me è il segno del mutare, un sentirsi nuovi senza sottrazione, mentre altri pensano che tutto continui ad aggiungersi, che la misura non si colmi mai davvero.

Si impara secondo la propria propensione e la mia è quella di una libertà che non soggiace al bisogno, che non muta una impossibilità in sconfitta. Questo porta a scoprire che quella sensibilità particolare che si è acquisita non è un regalo, ma un nuovo punto d’arrivo e di sentire. Importante è che non ci si confronti con chi non si è, che non ci sia rassegnazione che muta in sfacelo ciò che è in realtà una battaglia in corso. E’ solo cambiato il terreno, ma si continua. Quando si idolatra qualcosa che si è stati, o che ci sarebbe piaciuto essere, ciò che subentra è il senso della privazione e si perde nozione di ciò che si è ora. E capirlo non è saggezza, anzi, è egoismo, timore di perdere un pezzo del proprio film a favore di qualcosa che non è più importante per la storia.

Sto tornando a vedere e ciò che vedo mi piace. Mi piace davvero, molto e intensamente. Un tempo non era così, e non mi sto accontentando, anzi sono molto più esigente, solo che prima non lo vedevo. Trovo notevole il mondo e relativo gran parte del rumore che ho attorno, le importanze che si accendono e spengono in un giorno. Magari sto diventando socialmente sordo, però quello che rimane in questo crivello, mi pare bello e importante, oppure brutto e pure importante. Insomma il banale mi interessa molto meno. Che sia l’età?

confondere con la gentilezza


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Non confondo la gentilezza con la bontà, ma so che si vogliono bene e che non occorre essere sempre buoni, basta una volta al giorno. Magari anche due. E per essere buoni basta essere umani: una gentilezza, un ascoltare senza guardare l’orologio, una parola spinta dal cuore.

Essere sempre buoni, è una fatica, un perdere pezzi di sé per strada, quelli normali, d’uso comune e abitudinario e a volte proprio non si riesce. Ma tenere uno spazio dentro e fuori di sé per gli altri, fa bene. Non distacca dal mondo, lo migliora. La vita è complicata, tende a fare scorza della pelle, quindi conservare una parte tenera è cura dell’anima e fa bene anzitutto a noi. Ci fa vedere il mondo sotto un altro aspetto e, in fondo, di questo si ha bisogno: pensare che c’è un’alternativa. Il mondo dei duri annoia quando non fa male, è così prevedibile. La gentilezza no, confonde e ci confonde, come il gesto gratuito, stupisce e toglie qualcosa che appesantisce. E quel pesare non si sa cosa fosse ma, senza indagare troppo, poi c’è una leggerezza che prima non c’era. Insomma ci fa bene la gentilezza, ed esercitarla senza obbligo, è ancora meglio. Perché la gentilezza non è educazione, è quella piccola bontà che ci fa vedere che c’è una persona davanti a noi, con i suoi problemi, la sua vita, i suoi pensieri. Uno di noi.