indeterminato bisogno d’amore

Si desidera, a volte, un’attenzione che non viene. La si copre d’altro. Motti di spirito, qualche gesto nervoso, ricerca di cibo, un parlare per immagini vaniloquenti ossia col parlar d’altro. Ma quel bisogno d’attenzione resta insoddisfatto e vissuto come un’ingiustizia senza ragione. Cercare cosa manca veramente porterebbe a un mondo colorato dove lo star bene si coniuga con i desideri, e più a fondo, con i bisogni che sono sempre un interpello di vita e benessere. Per noi resta ancora misterioso il perché dopo quattro miliardi di anni di evoluzione, ciascuna cellula parli a sé stessa e all’altra vicina, e tutte assieme esprimano un bisogno d’essere accudite. L’amore, insomma.

omeostasi

“Bisogna davvero riuscire a conservare in sé qualche traccia inestirpabile di ciò che si è stati prima di quella grande disfatta che si chiama maturità”
Romain Gary

L’omeostasi ovvero il nostro muoversi verso ciò che permette la vita include dove e ciò che siamo, come lo sentiamo, chi siamo. Tutto separato e frammischiato come si pescassero i numeri dal sacchetto della tombola perché il gioco è unico come il suo fine. Per il corpo è importante stare bene, per lo spirito o la mente, meno ma star male non piace all’omeostasi. Quindi tutto si tiene, si conserva e si evolve e del passato si può parlare bene anche solo per il fatto di essere vitali e attempati.

Però di quegli anni le parole non danno misura, sono immemori della dimensione dei giorni e delle notti, delle passioni che le animavano e le rendevano brevi e infinite di connessioni continue. C’era una dolcezza diffusa, anche i profumi erano diversi, e questo manca, come la reversibile pazzia degli unici amori, delle attese senza fine, del palpitar sognando. Su tutto imperava una agitazione allegra che faceva cantare con la voce e con il corpo. Il tempo non passava mai e sfuggiva tra innumerevoli impegni, doveri, piaceri.

Difficile dire a posteriori che si era felici, ha ragione il poeta, ma la quantità di sensazioni che si ottenevano vivendo era smisurata. Prima tra tutti la consapevolezza di vivere un tempo irripetibile che ci mutava in persone differenti da prima di allora.

Imprudenza nel credere e nel lasciarsi prendere, eppure L’omeostasi funzionava, ma gli scenari che traccia vano le sensazioni nella mente erano così ricche e alternative da considerare vitale la vita complicata, l’assenza, la delusione assieme all’innamoramento, alle felicità improvvise, le presenze totalizzante.

L’età matura fa emergere l’intelligenza della conservazione, porta verso il caldo, il buono, il dolce ma con parsimonia d’entusiasmo, è questo che permette le vite e scatena altri scenari dove le sensazioni oscillano tra il ricordo e un nuovo legato al possibile.

La linea del possibile è la misura di ciò pensiamo di noi e su questa linea danza il tempo nostro.

salvare qualcosa

Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più. Annie Ernaux

A volte il peso dei ricordi è puro e leggero come fieno. Ha profumo d’erba tostata, accoglie e avvolge ridendo. Come la sapesse lunga e prendesse un poco in giro perché alle domande vere non si risponde mai. Al più si ironizza e poi si passa ad altro.

Lei mi diceva di stendermi e si sedeva alle mie spalle, guardavo le vetrine colme di oggetti portati dai bisognosi di comprensione. Guardavo i libri di teoria e di clinica, in italiano e in tedesco e lo sguardo cercava un punto di cesura tra l’essere lì e insieme altrove. Un punto dove si potevano chiudere gli occhi e lasciar fluire le parole. Ha mai osservato che ciascuno di noi parla con una lingua appresa di ciò che sarebbe solo sentire e non avrebbe nome.

Quando usiamo il silenzio per capire o anche non dire, tutto resta dentro e non finisce in un cestino da cui il sistema operativo si incarica di cancellare il contenuto, ma continua a parlare con altri modi e lingue. Quanto di tutto questo è parte di quel non sapere la risposta. Lasciare un traccia di sé fa trasparire il giudizio sul poco che è costato molto. Lei dovrebbe lavorare su questo, dottore, ma come gestisce i silenzi senza premessa, senza il racconto che si blocca dopo aver aperto una storia?

Il cambiamento come possibilità a qualsiasi età della vita, anzi proposto come antidoto alla noia del vivere, alla sua ripetitività è nella riflessione della nostra epoca. Un antidoto all’insoddisfazione, una pezza messa sull’abito mentale che elimina l’infelicità come condizione generatrice di passioni e promette una felicità di diverso colore. Leggo sempre più frequentemente libri che aggiustano la noia e il sé, con l’autocoscienza e il cambiamento, ma attorno la gabbia resta eguale ed è uno sbattere contro il vetro questo mutare senza ricerca di un senso comune. Ho letto una frase illuminante sulla poesia, come ciò che rende illuminato e fuori dal tempo il presente. Una verità improvvisa e disvelata che diviene esperienza. Credo sia questo il mutare che genera passioni e ci porta fuori dai luoghi comuni accumulati come visione di noi stessi e del mondo. Necessariamente noia e prevedibilità perché sappiamo come va a finire. Ecco in cosa dovrebbe esserci una cesura che riclassifica e riordina i sensi e il percepire, il passato e il suo ricordo, come la fine di un amore per un noi che si è consumato e un nuovo amore di sé e degli altri.

Dirsi che dei giorni inanellati senza grazia non è rimasto nulla ed ora tocca ai nuovi.

Lei ascolta me che mi ascolto e in questo dire percepisco la limitatezza delle parole, la loro necessità e il loro limite se da esse non scaturisce passione e vita.

chi è quell’uomo che m’assomiglia

Posted on willyco.blog 24 gennaio 2016

È giusto si sappia che trattenere la rabbia costa fatica, che restare calmi consuma quantità immani d’energia.

È giusto si sappia che nessuna rinuncia è a basso costo, che la notte o il primo mattino ci sarà un risveglio che porterà il pensiero lì, proprio su quella rinuncia, e farà star male.

È giusto si sappia che per costruire una vita come la vorremmo serve non meno energia che per accendere una stella, ma anche per quello straccio di vita che abbiamo realizzato con fatica serve altrettanta energia e se questa ha un sentimento, è meglio ricordare che è stata irrorata di un amore inverosimile. Senza misura, proprio come quello degli dei. Quelli del nostro olimpo, perché gli altri dei hanno tutti misura e limite.

Se qualcuno l’avesse raccontato, magari insegnato, quando ancora capivo a malapena, non avrei creduto. Non mi sarebbe parsa una grande impresa vivere, ne avrei visto l’eroicità, non la consuetudine, non le incrostazioni, gli obblighi. Avrei protestato la mia libertà facile, la limpidezza di poche idee che non avevano contrasto apparente, non mi sarei fermato sulle contraddizioni, anzi le avrei sciolte con la lieta spensieratezza e coscienza d’ Alessandro: con un colpo netto anche il nodo di Gordio giaceva risolto. E invece poi quelle contraddizioni si sono rivelate la vera essenza di ciò che stava dentro, quello che protestava la sua umanità vilipesa dalle costrizioni, da idee ricevute e stantie, dalle consuetudini.

Allora è giusto si sappia che non è nel distruggere se stessi ma è nell’assomigliarsi la fatica. Che il comporre equilibri esige un’infinita dolce pazienza, un’energia che ordina ad una stella d’accendersi nel cuore e nel pensiero. Che questo è tutto quello che a volte si potrà offrire e quasi mai verrà compreso.

lettera dall’insoddisfazione di come cambia il mio mondo

buon giorno Amico mio. Ogni mattina quando leggo i commenti alle “imprese dei nostri” del giorno precedente ho l’impressione di un cupio dissolvi illimitato. All’incapacità di mettere d’accordo ciò che si dice con ciò che viene fatto e di usare parole civetta come costituente per mascherare ciò che non si vuol mutare ovvero la gestione del potere interno e la congruenza di questo con gli ideali professati. Questo mi fa stare male senza ragione che lenisca, nè la speranza soccorre che questo mal stare finisca presto. Appena fuori di queste baruffe banali ci sono questioni grandi e davvero epocali, omesse o affrontate con sufficienza: la fine dellea guerra e la pace come necessità vitale oltre che bene politico comune, il cambiamento dell’atmosfera e il suo inquinamento che mette a repentaglio le specie, anche la nostra, la crescita di un capitalismo vorace, senza limiti, che è più forte di ogni logica, divora diritti, dignità umana oltre alle risorse del pianeta. E poi la corruzione dilagante, sotterranea, fatta di furbizie e di colpevole disattenzione. Ti sei mai chiesto perché le tasse vengono evase in misura abnorme, perché c’è tanto lavoro e prodotto nero non perseguito? Perché è consustanziale al modo di pensare il rapporto con lo stato e con gli altri cittadini, perché i servizi non si vuol capire chi li paga, perché arricchirsi comunque è una virtù sociale. Ma non tutti la pensano così, non tutti si comportano in questo modo altrimenti non ci sarebbe Stato.

Ti sembrerò troppo romantico, ma anche in questa debacle della sinistra, che troppo spesso scambia i diritti per concessioni e usa quella maledetta parola: compatibilità per togliere anziché dare, ancora credo in un paese buono, dove esistono buone pratiche e persone che le perseguono. Dove i peccati veniali per chi crede, sono piccoli rimorsi per chi non crede e li spinge a migliorare. Credo in un paese che vuole cambiare e non sa come, dove le persone non capiscono più chi fa il loro bene ma vogliono vivere ed ogni giorno si misurano con problemi concreti. In più credo che le persone che conosco siano frequentabili, ovvero che abbiano un codice etico simile al mio e che quelli che non ce l’hanno non meritano la mia amicizia.

Ma credo anche che sia stato fatto molto danno dal punto di vista morale e che la maggioranza di questo paese, pur con l’impegno di papa Francesco, abbia sviluppato un relativismo etico importante sui problemi veri e nel rapporto con chi ha meno. Un relativismo che smorza le coscienze e gli atti quotidiani nel decidere, che inficia il concetto di legalità, toglie il senso di appartenere allo stesso paese. Ma ripeto, per me questo non è un paese di malfattori ed ogni giorno nella scuola, negli uffici, negli ospedali, nelle fabbriche, gran parte delle persone fanno quello che serve a mandare avanti la nave. Quella in cui siamo tutti. Credo anche che la sinistra nelle sue colpe e omissioni non abbia intera la responsabilità di ciò che accade a chi è più debole e ti dirò di più, penso non ci siano partiti di malfattori, ma malfattori che si servono di partiti. E che questo, nonostante tutto non sia così forte da essere la prassi che non si può cambiare. In sostanza penso che mettere un’etichetta impedisca di vedere davvero cosa c’è sotto.

Vorrei, non desidererei, dare un senso costruttivo a ciò che faccio assieme ad altri, partendo dalla mia vita, da ciò in credo. Una prospettiva, un orizzonte o cui camminare. Non mi importa di zigzagare, di fare più strada, ma una direzione serve. Questo vorrei e forse molti altri lo vogliono. Io credo in quelli che fanno le cose gratis, che, se hanno obbiettivi personali, sono leciti, e credo siano tanti. Quelli che pensano, come noi, che il bene di tutti non sia una cosa astratta, ma una parte della vita dei singoli, che la vita sia preziosa e che non deve dipendere da un pezzo di carta e che chi condanna a morte chi cerca un futuro per sé e per i propri figli, commetta un assassinio. Mi interessa sempre meno il nominalismo della politica, del Pd o di altro, non mi interessano i congressi in cui non viene proposto un futuro, atti concreti da perseguire per risolvere i problemi quotidiani, mi interessa una ragione al fare e non la mia demoralizzazione quotidiana perché il mondo non è come lo vorrei. Vorrei cambiare, cambiare il mondo, amico mio, un poco, quello che è possibile, non fare il cronista del mio tempo.

sintesi

Le parole sono semplici e vive, spesso gonfie per troppo cammino, ma se ridotte a puro significato, si innalzano e divengono essenza. Diventano lance acuminate di significato, pregne di quella forza che contiene l’emozione. Non serve l’antecedente e il susseguente, si mettono sulla carta, possibilmente con penna e inchiostro perché anche il segno, la sua forza e larghezza, è parte del significato. Sono fonte di meditazione, sino alla sintesi, all’emozione pura. Così si realizza la sintonia tra chi ha tracciato un segno e chi lo legge, ed è una cosa che attraversa la bellezza e va oltre.

La parola si poggia sulla bellezza ma è trasferimento di pensiero, quanto più semplice essa è, ridotta a sequenza minuta, scollegata apparentemente dal tempo e dal contesto, tanto più aumenta il suo potere evocativo. Un dialogo tra menti che non dimostra ma mostra, che non può offendere, che si curva sino a diventare un oggetto intangibile e posseduto definitivamente. Ecco, tutto questo è avventura e influenza la vita, fa essere tra gli altri ma con una dolcezza in più: quella di aver compreso.

ma c’era il sole?

Ma c’era il sole? 

Sí, c’era. 

E faceva caldo come adesso? 

Certo. 

E i bambini c’erano? 

C’erano anche se restavano poco. 

E giocavano ? 

In qualche modo giocavano, i bambini trovano sempre qualcosa per giocare. Però avevano paura, tanta paura, ma anche si consolavano. Come potevano. 

E le loro mamme e i loro papà? 

Se li stringevano forte addosso o li tenevano per mano, finché potevano. Per dargli coraggio, come fa la tua mamma con te quando hai paura. 

E così la paura gli passava, vero? 

Si, passava. almeno per un po’. 

E poi?

Questa è la prima delle due domande terribili, perché la risposta è: li uccidevano. E di solito segue il silenzio e poi un’altra domanda altrettanto terribile: perché? 

Molti anni fa, quando mio figlio era piccolo e visitavamo luoghi come Terezin, mi chiedevo come si potessero raccontare gli eccidi, la shoah ai bambini. La risposta era quella di dire la verità entrando nel loro mondo. Dicendogli che esiste il male, che gli adulti lo devono contrastare e non subire e non devono avere paura di altri adulti che scelgono di uccidere chi è diverso. Ma perché questo avvenga esigeva spiegazioni lunghissime che i bambini non seguivano. Perché neppure lo noi lo sappiamo fino in fondo. 

In questa giornata c’è troppa memoria e domani più nulla. E nulla collegherà la memoria a quanto accade, eppure il male sarà ancora presente e vigile. La natura ci ha insegnato a scappare davanti al pericolo, ma oggi è anche difficile scappare e allora abbiamo una sola alternativa: combattere. E la risposta a quella domanda sarebbe: perché esiste il male e non ci furono allora abbastanza persone che lo combatterono.

Ma noi siamo in tanti adesso, vero, papà? E non lo faremo accadere, vero? 

Sí, hai ragione, siamo in tanti, vedrai che non accadrà più. Vedrai…

Almeno avere la speranza che quando si ripresenterà la bestia ci siano molti che vogliono combatterla. Almeno quello. 

il tempo, le mattonelle, un tubo e molto d’altro

scena prima

Un tubo dell’acqua, quello principale che collega il contatore alla casa, decide che la resilienza non è una virtù e si fessura. Un ruscello invisibile si fa strada sotto al pavimento del garage, trova la sua via verso un chiusino e lì scroscia allegramente. Chissà che avranno detto gli animali del sottosuolo di fronte a questa nuova meraviglia. Una cascata, finalmente ci hanno portato l’acqua corrente, è da molto che avevo fatto domanda ma nessuno mi dava ascolto. Un brulicare di certo si è spostato mentre, vorticosa, la rotellina del contatore girava giorno e notte. Se l’acqua va altrove, la casa ne è priva, o quasi, la logica porta all’ascolto, al pensiero che qualcosa sta accadendo nel sottosuolo. Che fare? Non è una domanda politica, anche se in parte potrebbe portare a considerazioni sull’economia e sulla rispondenza alle urgenze: si cerca un idraulico. Possibilmente un musicista dotato dell’orecchio assoluto, in grado di trovare dove la perdita si è originata. Tralascio le telefonate e le segreterie telefoniche, alla fine un amico mosso a pietà accetta di venire. E qui nasce la prima domanda filosofica a cui bisogna rispondere: dove si trova il punto di attacco della condotta principale con l’impianto della casa ed esiste una chiave d’arresto che possa isolarla dal flusso che sta deliziando gli animaletti del sottosuolo?

Il tempo passa e l’acqua scorre, le indagini diventano convulse, disperate, sconsolate. Infine la pratica prevale sull’idea platonica di attacco generale. Con il mio desolato consenso, viene autorizzata la ricerca seguendo i tubi. Voi non sapete quante mattonelle si possono rompere per seguire un tubo, come si può scarnificare una parete, cosa sia l’autopsia di un impianto che di certo ha i suoi anni ma poteva vivere allegramente ancora per molto. Esistono degli attrezzi che facilitano il lavoro e pur nella responsabilità etica dell’esecutore sono efficacissimi nel seguire le tracce. Veri segugi i martelli demolitori, non hanno questo nome a caso. Incapace di sostenere questa nuova forma di scultura in negativo, il proprietario si allontana e si raccomanda al buon cuore dell’idraulico.

Dopo un giorno di ricerche l’araba fenice viene trovata e naturalmente era nel posto più impensabile che potesse essere immaginato: a mezza parete sopra un termosifone. Nel frattempo due carriole di mattonelle e detriti assortiti sono stati portati fuori casa. Il loro trattamento meriterà un discorso a parte. Trovata l’origine della vita, il resto prosegue in fretta e in meno di una giornata l’impianto è ripristinato, l’idraulico e il suo assistente, salutano, il proprietario ringrazia, immagina che si portino via i detriti accumulati nel giardinetto, ma ciò non è possibile perché bisogna consegnarli in una discarica particolare e lo farà il muratore che metterà a posto.

Scena seconda

Abbiamo l’acqua, le cascate sotterranee sono arrestate, gli animali ctoni saranno insoddisfatti ma protesteranno per loro conto al loro acquedotto oppure, indignati, cambieranno di casa. Oltre all’acqua, abbiamo due cumoli di detriti vari, Scilla e Cariddi, alcuni tubi a pezzi, manicotti vari, stoppa in notevole quantità, potrebbe uscirne una parrucca bionda, una verga di tubo da 3/4 di pollice di circa quattro metri, mezzo sacco di cemento idraulico e coperture varie per tubi in poliuretano (sulla natura del polimero mi affido alla mia vecchia scienza). Tutto questo se non assomigliasse a un deposito di detriti in una strada secondaria potrebbe essere un magnifico esempio di arte povera che ingloba parte del tronco del ciliegio. Un pezzo da collezione difficilmente riproducibile che se portato in Biennale potrebbe facilmente occupare un angolo di un padiglione come opera prima.

Questa è la mia visione, ma non quella dei coabitanti che premono perché dentro e fuori si passi dall’arte povera alla normalità delle pareti senza sculture alla Giacometti, alle mattonelle nei pavimenti e nella doccia, alla otturazione di alcuni artistici fori frastagliati che attraversano le pareti. Inizia la ricerca del muratore piastrellista. Questa specializzazione, ovvero quella del manutentore di muri, pavimenti, tetti, è diventata rara come quella dei filatelici o dei numismatici. Ognuna di queste persone, spesso non giovani, hanno una lista lunghissima di appuntamenti, minuti contati e devono trovare ciò che necessita al loro lavoro a disposizione. L’arte di chi ricostruisce è una rarità e ho avuto la fortuna di cercare la persona giusta solo per un paio di mesi. Ha fatto il sopralluogo, ha esaminato con occhio critico la vivisezione dei muri e dei pavimenti, mi ha fatto alcune domande a cui ho risposto con parole vaghe e comunque non soddisfacenti. C’erano mattonelle avanzate 20 anni prima del pavimento, e quelle per la doccia esistevano ancora? Poi altre piccole notizie su cui ero assolutamente impreparato, ovvero se e dove erano le prese d’aria del locale caldaia, anch’esso toccato dal martello demolitore, se esistevano altre linee acqua, ecc.ecc. Ha scosso la testa, chiesto una matita e su un pezzo di cartone mi ha scritto cosa dovevo procurare, la quantità e la pezzatura. Ha osservato qualcosa sulla possibilità di realizzare un mosaico con i pezzi di mattonella e sul fatto che gli idraulici dovrebbero fare gli idraulici e lasciare ai muratori il compito di demolire con il minor danno possibile. Insomma mi ha fatto capire che dovevano intervenire contestualmente e alle mie deboli considerazioni sull’urgenza, ha nuovamente scosso la testa dicendo quello che avrei risentito. Quando si fa così si può anche demolire la casa. Andandosene si è portata via l’opera di arte povera e questo mi è sembrato di buon auspicio.

Scena terza

Con il mio pezzo di cartone e alcuni campioni di mattonelle mi sono messo alla ricerca di qualcosa che assomigliasse ai desiderata del muratore piastrellista. Qui la vicenda prende un verso, nel senso di strada, imprevisto. Primo. Non sapevo che la vista di mattonelle datate e del racconto dei fatti accaduti nonché del probabile futuro, potessero suscitare sentimenti ed emozioni così diverse nei miei interlocutori. Secondo. Non avevo nozione che la logistica delle mattonelle fosse una branca della topologia e avesse a che fare con la teoria delle probabilità. Andiamo per ordine.

Il primo magazzino di mattonelle era sfavillante di luci e colori, affollato da giovani coppie che volevano cambiare bagni e pavimenti o addirittura pareti con il meglio della produzione di Sassuolo e dintorni. Naturalmente la commessa e il proprietario del negozio seguivano questi clienti avvolti dal dubbio e proponevano soluzioni diverse su campionari pesantissimi. Sistemati tutti in circa un’ora, ovvero lasciati alle difficili scelte per la vita, il proprietario è venuto da me e alla vista delle mattonelle e alle mia domanda se era possibile trovare qualcosa di simile, ha dapprima scosso la testa, poi ha chiamato dal magazzino, un paio di persone che potevano avere la mia età e ha cominciato a discutere con loro sull’età delle mattonelle, sul produttore (fallito), sullo spessore e qualità ottica del rivestimento. Mi sono sentito come un archeologo che porta un frammento del mosaico di epoca imperiale scoperto e che vorrebbe ricostruirne un pezzo. La discussione proseguiva tra loro, e sembrava interessante perché ogni tanto uno dei tre mi prendeva la mattonella dalle mani e disquisiva con gli altri. Alla fine mi hanno dato una serie di conclusioni interessanti, ovvero che almeno due delle mattonelle erano già introvabili all’epoca in cui erano state posate: un residuo di magazzino. La terza mattonella semplicemente non esisteva più nel formato, nel senso che quella misura era stata dichiarata fuori da ogni mercato possibile e nessuno, sottolineo nessuno, neppure in Cina, la faceva più. Il proprietario mi ha poi detto che il loro lotto minimo era di dieci scatole, mentre a me ne serviva meno di mezza. Sono stati gentili, i due più anziani continuavano il discorso rammentando la gioventù, il proprietario mi ha sorriso e mi ha dato la mano, come si fa adesso mettendo le nocche e non i palmi. Sono uscito contento, era ormai notte e attorno la zona industriale era piena delle luci rosse degli stop, aleggiava un vento fresco che mischiava l’odore del luppolo fermentato della birreria, con gli scarichi dei camion dell’est. Il camino dell’inceneritore fumava allegramente in fondo al viale. Però avevo un altro indirizzo, dall’altra parte della città e mi sono avviato.

Scena quarta

Trovare un magazzino in quella che era stata una zona industriale abusiva, sorta dopo un bombardamento lungo una ferrovia e ormai semi abbandonata, era un’impresa, ma alla fine il navigatore ha vinto. La porta del magazzino era semichiusa e il tutto era avvolto in un flebile chiarore che veniva da un ufficio a lato dell’ingresso. Sono entrato con le mie mattonelle e il pezzo di cartone. Forse ero al buio e non mi vedevano ma per un tempo non breve nessuno mi ha badato e un signore con il cappotto e il cappello, discuteva ad alta voce con una signora, forse l’impiegata, seduta vicino a una stufa elettrica e che ogni tanto batteva qualcosa su una bellissima Divisumma Olivetti, strappava il pezzo di carta e lo mostrava indicando le sue ragioni. La scena era appassionante, mi sembrava di essere finito in un film neorealista. Alla fine, battendo sui vetri, mi hanno visto e il signore con il cappello mi ha fatto segno di attendere. La discussione è proseguita fino a un momento in cui è sembrato che avessero trovato un accordo e mentre l’impiegata ha iniziato una lunga serie di operazioni, il signore con il cappello è uscito. L’esperienza precedente nel negozio sfavillante, mi ha fatto cambiare approccio e ho cominciato raccontando la storia del tubo.

Qui forse è meglio che riferisca il dialogo.

io. Si è rotto il tubo principale dell’acqua in casa e per trovare l’attacco hanno rotto quattro pavimenti diversi, sto cercando le mattonelle per riparare al danno.

Signore con il cappello (Scc). E non ha venduto la casa? Doveva vendere la casa, sua moglie adesso avrà il terrore che si rompano tubi da altre parti. Venda la casa.

io. Non posso vendere la casa, anche se volessi adesso assomiglia a un campo di battaglia.

Scc. Faccia uno sconto al compratore, ma venda ne guadagnerà in salute. Non dica che non l’ho avvisata. Meglio vendere.

io. Ma queste mattonelle (mostro quelle che ormai mi sembrano lacerti di una miseria antica) proprio non si trovano o almeno qualcosa che assomigli.

Scc. (prende le mattonelle) Queste hanno almeno 35 anni e almeno da 30 anni non le fabbrica più nessuno. Se io le do qualcosa che non assomiglierà mai a questi colori, sua moglie ogni volta che le vedrà si lamenterà. Venda la casa, ascolti me, la venda ed eviterà il divorzio. Il divorzio costa, sa…

io. Non posso vendere la casa (mi viene da ridere, la situazione è diventata allegra, mi sembra di vivere dentro una commedia dell’arte), non può proprio aiutarmi con qualcosa che assomigli a queste mattonelle?

Scc. (guarda con sguardo critico le mie mattonelle, ne estrae alcune dalle scatole che si sovrappongono ovunque, me le mostra) Lei di quante mattonelle ha bisogno? (sente le misure scritte sul cartone, sorride) Cerchi di seguirmi nel ragionamento, io devo ordinare a Sassuolo, quattro scatole di mattonelle diverse che assomiglino alle sue. L’ordine viene evaso in un mese. Le sue mattonelle vengono caricate su un pancale, insieme ad altre che ho ordinato io, o altri di questa città. Il pancale viene caricato su un bilico da 16 metri perché le mattonelle pesano e si deve riempire un camion per diminuire i costi. Il camion viene guidato da un camionista dell’est, perché non si trovano più autisti in Italia. Questo autista che conosce un po’ di strade, fa sempre lo stesso giro. Parte, si ferma, scarica, riparte, va nella città successiva e ricomincia. Tutto di corsa perché deve finire in giornata, non gli pagano la notte fuori. Gli ordini piccoli come il suo, una volta su due vanno a finire nel posto sbagliato. E secondo lei, io dovrei cercare dove sono finite le sue mattonelle? Ma non ci penso neppure e così le ordino di nuovo e spero arrivino dopo un altro mese. Lei le pagherà il doppio, sua moglie non sarà contenta. Venda la casa.

io. Non posso vendere la casa, non posso tornare senza mattonelle, mi aiuti con qualcosa che ha in magazzino.

Scc. Va bene (estrae alcune mattonelle che assomigliano alle mie, cinque hanno una misura enorme che giustifica dicendo che più grande è la macchia meno si vede. Il tutto lo mette in una scatola e me la infila sotto braccio) gliele regalo, mi pagherà un caffè quando vende la casa. Perché, vedrà, prima o poi la vende.

Sorrido, saluto il signore con il cappello, lo ringrazio ripetutamente. Torno a casa felice e allegro.

Conclusione.

Il muratore dopo un paio di settimane, ha rimesso a posto muri e pavimenti, ha brontolato in silenzio e la casa ora ha un fascino nuovo che mia moglie non condivide appieno. Forse ha ragione il signore con il cappello, meglio vendere la casa che aggiustare un altro tubo.

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scene da un matrimonio

Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato,  era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno. 

Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70 e allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro. Invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?

Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.

C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si raccontavano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio. Quello che stava dietro a questo evolvere assieme l’amore, non si indagava, era un patrimonio personale che si chiudeva in un incontrarsi e in un mutare assieme. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento sociale collettivo avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme. 

Cosa e quanto è mutato da allora? In mezzo c’è stata la legge sul divorzio che ha tolto molta ipocrisia, sono scomparsi (ma ora tornano trionfanti) i vecchi partiti del si fa ma non si dice ma questi anni sembrano aver riguardato il contorno, il sesso, la liberalizzazione di alcuni comportamenti mentre sull’evolvere dei sentimenti, su come le persone possono educarsi all’amore e anche a lasciarsi, non c’è stata una consapevolezza sociale profonda. Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?

La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:

“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”

Ecco questa forse era una radice del problema, ma allora esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto veniva semplicemente rinviato ad un oggi in cui tutto è scontato e nulla è approfondito. Leggevo nell’ultimo libro di Paolo Giordano, Tasmania, l’evolvere della sua vita di coppia e la frase che a un certo punto pronuncia alla sua compagna, che è molto più innanzi di lui nella comprensione dell’amore come rifiuto dell’egoismo: non vedo noi nel futuro. E infatti il suo apporto alla vita di coppia è fatto di indecisioni personali, di dubbi, di paure sul futuro della specie e sull’inarrestabilità del degrado climatico, tutto concreto, ma paralizzante e non genera una catarsi nell’amore. Ci sono amori che si formano attorno a lui, ma sono atipici, disorientanti e non si chiede della natura di questo evolvere. Non analizza, eppure è un fisico, un uomo di scienza.

Ai tempi di scene da un matrimonio era più semplice, l’evoluzione dell’amore era all’interno di un paradigma codificato che se viene scardinato genera un altro amore simile, difficile ma ripetitivo. Ciò che non è accaduto è rendersi conto che la cosa di cui più si parla, l’amore, non può essere espunta dalla società. E’ un fatto personale e collettivo, ha aspetti pubblici e privati, ma ciascuno ha a disposizione le soluzioni che l’educazione, il sentire, il contesto gli offre. Ora esaminare l’amore ai tempi della possibile estinzione, cosa significa? Parlarne adesso significa considerare che l’amore romantico è mutato, è diventato specie e interpello personale, ma anche problema di massa che non ha adeguate risposte. E questo lascia attoniti.