attenta al rilucere dei tuoi occhi

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dono e rubo:

attenta al rilucere dei tuoi occhi,

l’ho bevuto per bisogno,

chi mi condannerà?

ma altro ci potrebbe essere

che ti potrei donare.

Ricordi qualcosa che non vuoi perdere ?

Cerca tra i tuoi giochi, quello più caro,

era te,

dove l’avevi nascosto?

Quello era prezioso e mai l’avresti prestato,

avevi ragione, era te,

chissà dove l’avrai messo…

Se vuoi trovarlo ribalta i tuoi pensieri,

cerca nell’attrazione,

in fondo è un po’ lo stesso, 

scoprirai ciò che non trovi.

E non parlarmi di malinconie,

di pomeriggi appiccicosi,

cerca e trova, 

nessuno m’ha insegnato ad assolvermi davvero.

E a te?

spazi

 

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Leggendo tra le parole, gli spazi, scrivono dall’alto verso il basso, scie che colano tra significati, la traccia dei silenzi.

Mi piace pensare che esista una cultura del silenzio che si trasmette e spostando una lettera, una virgola, un punto anche il silenzio si sposti e racconti d’altro. A chi? All’anima che ascolta, forse, e ha bisogno di sentire che altri odono lo stesso silenzio. C’è uno scrivere perfetto privo di significato per l’emozione. Genera un silenzio sgomento, da assenza. Se ci pensiamo, molto attorno, e anche in noi, mira a questa perfezione. Una sorta di libertà dalla tirannia del sentire. Dove riluce la razionalità, il coltello compie il suo dovere, seziona e guarda, finché alla fine si accorge che ciò che osserva gli sta morendo tra le mani.

Forse per questo ho bisogno degli spazi, di anfratti in cui riposare ciò che vuole parlare, convincerlo che sentire è meglio e suggerirgli che il silenzio è la forma somma del sentire. Le parole hanno simmetrie strane, toccano appena quello che sentiamo e come appunti evocano. Il sogno di chi scrive è emozionare, trasferire un contenuto attraverso un mezzo incerto e approssimato, ma terribilmente evocatore. Quello che io sento e trasmetto è diverso da ciò che prova chi mi legge, questa qualità è riservata ai grandi, ma se supero la paura del sentirmi solo in una stanza vuota, la vera paura di tutti gli umani, posso tentare di condividere un silenzio. Ascoltare prima di dire.

Qualche giorno fa mi veniva raccontata una storia, dolorosa e vera. Mi sembrava di capire, tutti abbiamo cose che possiamo sovrapporre e che abbiamo sentito come uniche salvo poi sentirsele raccontare da altri. E quella storia, come tante, era zeppa di parole, prima buone e poi irate, sentimenti scarnificati e portati allo scoperto, mostrati come ferite. Le parole riempivano la paura che tutto si frantumasse davvero e a me sembrava, invece, servisse  silenzio. Poi mi è tornata a mente una canzone, che descrive qualcosa a cui ci si aggrappa quando finisce un sentimento e per resistere si ribalta sull’altro il ricordo come un’arma lenta e sicura. E si dice, si racconta, si minaccia perché ci si sente vilipesi e c’è il bisogno di attribuire una tale definitività a ciò che si è vissuto che possa far impallidire tutto quello che verrà dopo. Si sa che la passione riprenderà, che l’esperienza nuova sembrerà sommergere tutto ciò che c’è stato prima, ma come una maledizione si vorrebbe tornare a mente quando c’è ricordo e silenzio. E il silenzio che non si è stati capaci di usare come lenimento reciproco, di condividere come dolore, poi dovrebbe diventare l’estrema arma di chi si è sentito lasciato. Si pensa che nel silenzio ci sia la nostalgia e il rimpianto.

Io credo che ci siano questi momenti nella vita, ma che siano davvero propri e che ogni silenzio, se non c’è qualcuno con cui condividerlo e scambiarlo, diventi un tratto personale, una ricostruzione infedele del proprio passato che sola ci appartiene. Ma nel vivere quotidiano il silenzio ha altre funzioni, toglie il rumore che sta attorno come primo effetto e ci riporta a noi. Sembra banale, ma per non sentirci soli abbiamo bisogno di rumore, così si confonde il silenzio con la solitudine. Il silenzio invece supera la parola, riporta nel profondo, ci mette davanti non al passato, o almeno non così di frequente, ma a ciò che siamo e potremmo essere, quindi contiene il futuro. Per questo nel condividere un silenzio di parole si può scambiare molto d’altro e le parole sembrano disturbare con la loro imprecisione. Questo dicevo, non creduto a chi mi raccontava la storia, che c’era bisogno di condividere una fine con il silenzio. Ma non ero io il ferito, potevo discettare sul silenzio, mentre le parole scagliate erano ben più lenitive, forse anche aiutavano ad elaborare.

Ciascuno ha una sua via e una sua paura per il silenzio, e dal poco che capisco, mi pare che esso contenga molto di me e dell’altro con cui condivido. Per questo cerco gli spazi nel discorso e vorrei capire ciò che davvero mi si vorrebbe dire, cosa si agita e cosa spinge verso di me. 

 

minestrone alla Mendelssohn

Tuberi, verdure fresche, zucchine, peperone, carote, pomidoro (due), verdure congelate. Tutto a tocchetti, prima il soffritto, poi le verdure a stufare e infine a cuocere. 20 minuti di pentola a pressione, alla fine basilico fresco, sale e olio crudo e si può mangiare. Minestrone bollente sul pane tostato. Buono!

Allontano il pensiero dall’altro minestrone, quello della politica italiana, vincolata alle sorti di Berlusconi. E chi se ne frega, non se può più, basta! La stessa minestra per 20 anni, e pure oggi è passato il messaggio con il solito copione dell’attacco ai giudici, dove Forza Italia, è l’ultima spiaggia. E non pochi ci cascheranno ancora. Lasciamoli al loro destino. Anche del governo mi importa poco. Che si può fare quando ciò che si deve salvare, ovvero l’Italia, non è condiviso. Parliamo di due Italie e di italiani diversi, ci sono quelli che sono senza lavoro, oppure anche con il lavoro non arrivano alla fine del mese e quelli che questi problemi non li hanno. Non c’è un solo paese perché la solidarietà non c’è, si toglie l’imu sulle case di lusso e si aumenta l’iva che pagano tutti, che vergogna.  

L’impressione è che tutto sia stato inutile, che i sacrifici di questi anni siano stati bruciati in una fornace, ma soprattutto che siamo finiti in una situazione di prigionia e chi ci tiene prigionieri, è l’eterna vicenda di Berlusconi che passa tutto in seconda fila. I problemi italiani si chiamano lavoro, ilva, inquinamento nel napoletano, servizi a costi sempre più elevati, povertà crescente. E invece si continuano a riempire i giornali di analisi sottili sulla decadenza, e sulle sentenze. Basta non se ne può più. Dopo tre gradi di giudizio, chi di noi, compresi quelli che votano forza italia, avrebbe la possibilità di ottenere tali e tante garanzie, tale e tanta pubblicità, di offendere un potere dello stato senza querele. Nessuno. E quindi il problema non sono i nostri diritti ma un eccesso di garantismo nei confronti di una sola persona. un fatto mai accaduto in una democrazia con tale protervia e insistenza. Così il paese smarrisce la realtà dei problemi e diventa una pentola a pressione.

Libero il cervello, questo problema non deve più condizionarmi, punto sul mio minestrone, ascolto la terza di Mendelssohn e faccio pure il bis.

domanda a te

Cos’è

che ti toglie il sorriso,

fruga nella tua giornata,

e mescola il sospiro?

Aria e pensieri,

che compagnia greve ti segue…

Finché,

la notte,

s’ accoccola stanca su te,

impasta il sonno,

con morbide zampe di gatto

e piega alla speranza:

domani.

non troppo distante

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Decisioni che toccano le coscienze. La guerra, l’embargo. Vorrei chiamare chi conoscevo. Sentire come va davvero, se stanno tutti bene. Guardare fuori dalla sua finestra, confrontare nel ricordo il paesaggio, le situazioni vissute, parlare assieme quei magici quotidiani incroci di persone ora dispersi. Parlare al telefono cercando di rassicurarci del suo capire, fargli sapere che non tutti la pensiamo allo stesso modo. Dirci che passerà presto, che tornerà la ragione, che nessuno è troppo distante.

Ma in una sua lettera diceva che molto non c’era più, che le comunità erano disperse e i luoghi conosciuti, devastati. E sono passati i mesi, la guerra è continuata, Resta il peso della propria appartenenza che gonfia il cuore di tristezza, la cittadinanza che corresponsabilizza, chissà dove sarà adesso in questa che per noi è solo notte?

Non in mio nome, non basta a togliere il dolere di ciò che non s’è fatto, la stanchezza profonda che il nostro mondo provoca alle coscienze quando non segue la via della ragione, del giusto, della vita.

l’abito e il monaco

Giacca e camicia bianca, sì, cravatta no. Meglio l’abito scuro, evitare il pastello. La divisa dei dirigenti pd non concede molto alla fantasia. Qui il Formigoni pensiero non ha allignato. Per fortuna, in tutti i sensi. C’è una visione ottocentesca del dirigente progressista, da borghese che parla e persegue cose differenti rispetto all’abito. Era così anche nei funzionari del pci, abito scuro per i comizi e camicia bianca, come i contadini quando volevano protestare. I rivoluzionari e i teorici della rivoluzione non erano descamisados, mettevano anche nell’abito il carisma, la compostezza di un pensiero che andava alla radice, rivoltava la malapianta, faceva emergere un futuro diverso, dove l’uomo stava bene e non veniva sopraffatto dall’uomo.

Il dirigente attuale, dipende se populista o meno (anche nel pd il populismo ha allignato), nell’abito porta il discorso, le idee. La proposta politica ed economica no, perché quella non l’ho ancora sentita, casomai le allusioni ad essa. Poi in questa stagione di feste del pd, si è diffusa la moda dei talk show o dell’intervista, il discorso non è comizio ma dialogo con un intervistatore. L’intervistatore si sceglie in campo non immediatamente amico, così si toglie l’alea che ci sia una combine e poi lo si invita ad essere libero: domande anche scomode. Quasi tutti lo fanno davvero perché le domande sono le solite e nella testa di tutti: perché il pd non vince? Nelle risposte l’abilità sta nel convincere senza dire che si è sbagliato molto, che non si è capito bene cosa accadeva. Un tratto comune è quello del non dare colpa all’elettore, ossia appena un poco, accennata, come a dire: se siamo nella cacca non è mica tutta colpa nostra, tu come hai votato? Dov’eri quando ti disfacevano il Paese lisciandoti il pelo?

Il passato però non fa bene a nessuno e quindi il discorso sfuma, anche perché i fatti hanno una loro forza che andrebbe imbrigliata, ricondotta verso un destino comune da raccontare chiaro e limpido. Ecco, questa del destino comune è una narrazione zoppa, si evidenziano le tinte corrusche, le difficoltà, ma cosa ci sia oltre il livido, è avvolto nel buio. L’economia sembra una gabbia da cui, non solo non è possibile uscire, ma che ha poche possibilità di essere modificata nei vincoli. Qui manca un pensiero robusto, di pensatori lunghi e forti che interagiscano con la politica, la condizionino nell’intelligenza e nella visione della realtà, propongano soluzioni da dibattere e questo si sente.

In altri casi dall’intervista si torna al comizio, reinterpretato come spettacolo, Renzi è bravo in questo, ha capito che per arringare bisogna usare frasi brevi, praticare l’arte del mordi e fuggi, cucire la battuta con la realtà, che significa conciliare l’assurdo con il reale, usare immagini più che metafore, perché le metafore esigono ripensamento eppoi sono pericolose quando si trasformano in slogan. Bersani non l’ha ancora capito, anche se ha un pensiero più solido e consapevole, sofferente nel dire, ma per un po’ i giaguari sono al sicuro, nessuno li smacchierà più. In Renzi la sostanza latita, viene rinviata, manca cioè il pensiero politico forte a medio termine, si capisce più o meno cosa si farà subito, ma perché non si sa. In realtà la categoria dell’emergenza ha contagiato tutta la politica e attira con il fascino del quotidiano, del sondaggio che assicura di essere amati, producendo una tendenza al consenso, al lisciare il pelo e dire ciò che chi ascolta vorrebbe sentirsi dire. Con ciò si perde di vista la necessità che ci sia sostanza in ciò che viene proposto e che i no abbiano una loro necessità, ma anche un beneficio futuro. Da Renzi non ho capito ciò che vuole per sé e se il pd è per lui strumento, oppure se si metta al servizio di una proposta, che non è ancora enunciata, che diventi di tutti e da perseguire comunque, anche oltre la sua persona.

Il dibattito sulle proposte è cosa che latita assai e a parte i contributi di Barca, non ho letto nulla che sia davvero una prospettiva a largo spettro, ma questo è altro discorso.

Comunque, tutti hanno imparato da Veltroni, che per dare accento al discorso, arringare, se si è da soli su un palco, ci si toglie la giacca, si arrotolano le maniche della camicia bianca e non si mostra la canottiera come fece Craxi in un congresso del psi, al più la maglietta della salute come fa Landini, sintomo di attenzione al benessere.  

Però esistono anche le frange, i folletti che praticano un abbigliamento più fantasioso, Civati ad esempio, e queste tendono a sottolineare che c’è un modo d’essere e pensare alternativo e possibile, restando sé stessi e parlando di politica. Sono minoranza e non ho mai capito bene perché. Forse il modo di porsi, l’abito, e se questo tocchi il carisma non è dato sapere, anche perché il carisma sembra una virtù transeunte nella politica e nel pd in particolare.

Tutti privilegiano l’intelligenza, e questa è buona cosa. Da qualche tempo anche la battuta e la frecciatina interna, fa parte del discorso, per la gioia dei giornalisti credo, ché altrimenti avrebbero problemi a interessare i lettori. Nessuno è in grado di rispondere a una domanda che suona più o meno così: perché questo Paese è governato da una coalizione che nessun elettore ha votato? Al più rispondono con il mantra dell’emergenza, ma la riflessione si ferma a quel punto, forse si dovrebbe dire che tornare a votare senza una prospettiva è prematuro, che le idee mancano, che governare è una cosa e che proporre una evoluzione della società è un’altra.  

Ho parlato solo del pd, degli altri non so che dire, almeno nel pd c’è dibattito, si discute, ci si conta, altrove c’è il pensiero unico, nessuno ha un’idea diversa da quella del leader, non c’è una proposta di futuro che regga il confronto con la realtà. C’è un atteggiarsi, un dire che sposta l’attenzione, ma non riesco a sentire una proposta che si renda conto che pezzi del Paese stanno precipitando. Neppure sul contingente sento proposte vere e così temo che oltre l’abito non ci sia davvero nulla.

torna un ordine

Poi le cose si sistemano, in un modo o nell’altro l’ordine torna. Dovremmo tenerlo a mente.

In fondo bisogna esercitare la pazienza e la speranza, non scivolare nell’ansia che impedisce alle cose di avere un loro senso.

Che significa vivere nel giorno? Rincorrere l’attimo, la sensazione, l’emozione, oppure trovare il proprio tempo interiore, il battito profondo della nostra vita che accompagna il presente? In questa freccia positiva del divenire, trovo un senso all’ansia, e riconduco la fretta al suo posto: attraversare le strade, inseguire un amore che parte, cercare una cosa che serve davvero subito. E per il resto mi occupo e mi affido; bisogna avere fiducia nelle cose, nelle persone, nel caso, fare ciò che si può (e non significa tutto il possibile) e lasciare che qualcosa di buono accada anche senza il nostro decisivo intervento.

la rava e la fava

Mattinata colma e calma. Si comincia con una riunione senza odg. I presenti attendono e sono solo. Imprecare contro chi latita non serve, usare il mestiere, puntare sul tre. Il tre è magico, rassicura. Tre punti: stato delle cose, necessità e prospettive, obbiettivi. Arriva la “spalla” è pessimista, lo prenderei a calci sugli stinchi. Mi propongo di cucire le proposte con il motivare, essere realisti, porre mete raggiungibili. Ostento determinazione e fiducia: non ho alternative e quindi deve andare bene. In un’ora si chiude. Saluto e schizzo via verso un appuntamento. Ho 15 minuti per attraversare la città. Ne impiego 20 e sono in anticipo, miracoli dello spazio tempo, aspetto in cortile. Mi piace aspettare, serve per pensare ad altro e sono talmente tante le cose che si possono fare aspettando…

Nell’aria c’è un profumino di salsa al pomodoro. E’ la seconda volta che capito da queste parti all’ora di pranzo e sento lo stesso profumo. immagino pastasciutte generose, canottiere e calzoni corti, il mezzo bicchiere di vino e il pisolo breve dopo pranzo. Fa caldo, c’è un sole sfolgorante e doveva piovere.

L’incontro dura 5 minuti e riattraverso la città. Il bello delle città medie è che tutto è vicino, magari ci si impiega un’ora per il traffico, ma è vicino. Mentalmente attiguo.

La mattinata continua verso il pomeriggio. Centro studi: dopodomani c’è il convegno. Devo ancora iniziare a ragionare sulla mia relazione. Potrei parlare del nulla: non so nulla, sono un esperto. Cerco di raccogliere le idee su un lavoro precedente, tra miriadi di contrattempi e decisioni da prendere. Bisogna sostituire l’addetto alle riprese, ispezionare la sala. Fatto tutto per telefono. Che meraviglia il telefono quando serve a risolvere. E che dannazione quando dall’altra parte rimandano le decisioni. Manca il ministro, non si sa se verrà qualcuno in sua vece, anche l’assessore manda un sostituto. Già, forse veniva solo perché c’era il ministro. Il rischio è che si squaglino tutti.  Allontanare il negativo, calma, le cose si risolvono. Sembra un cubo di Rubik, si mescolano le relazioni e i colori, speriamo resti un cubo. Le certezze sono rimandate al pomeriggio. Mi viene in mete Garcia Lorca e le fatali 5 della sera. Non accade nulla alle 5 della sera, solo in Spagna ci sono le rese dei conti, qui al più pensano all’aperitivo.

E’ strano che il tempo in cui dovremmo fare altro di urgente si accorci, che qualche impiccio nuovo e non rinviabile si sovrapponga. Rinvio la relazione, qualcosa inventerò, mi alzerò presto domattina. Mi sembra d’essere tornato a scuola quando il presto alla mattina metteva a posto la coscienza sull’orlo della paura. Domattina non ci sono per nessuno. Forse, dipende. Quel che è certo è che qualcosa mercoledì bisognerà dire. Magari che sia consequenziale, nuovo e magari con qualche spruzzo di intelligenza: una cosa impossibile. Resta l’insalata di rava e fava, invocare la narrazione, alludere, lasciar intuire. Sì ma qualche idea domattina dovrà uscire.

Calma e gesso che le settimane passano e pure i convegni. 

hai ragione, sorrido poco

Hai ragione, sorrido poco. Eppure durante la giornata l’ironia non mi manca, ma quando scrivo, i pensieri coagulano su una realtà che sta ancora nell’anticamera della dissacrazione, cioè nell’attesa di essere davvero compresa. Poi può venire lo sberleffo, ma prima c’è la perplessità. Quindi con la scrittura sorrido poco. Ci devo mettere una pezza, passare a pensieri più leggeri, scrivere con ironia. E invece mi accorgo che mi rifugio nel paradosso che ha bisogno del parlato, di assonanza di parole, rovesciamento di significati. Giochi, cose d’un attimo, per alleggerire, quasi una mossa del cavallo rispetto al reale. E’ il confronto con ciò che vedo, che non mi piace.

Eppure attorno non mancano segni di una forza allegra che percorre questo Paese. Magari sono mie fantasie, ma sento che non tutto è stato rovinato. Che hanno devastato la superficie però il resto ancora è disponibile.

Ieri ero prima a Mantova e poi a Gonzaga. Due fiere diversissime. Quella della letteratura, con i suoi colori pastello nelle copertine e nei vestiti delle donne, con le persone che si assembrano, vanno verso convegni d’amore e d’intelletto, ascoltano, parlano di cose loro e di tutti, si siedono nei caffè, per terra, si immergono in un quadro che per una volta non è protagonista ma contenitore come ai tempi dei Gonzaga, applaudono, partecipano, si entusiasmano, criticano. Insomma vita. Una vita particolare, fatta di assonanze, di discorsi non detti, pensieri che condividono il terreno su cui corrono. Un popolo a parte, lettori impenitenti, persone che usano una particolare modalità per pensare, osservare, vedere, uscire dalla realtà, tornarvi sereni o incazzati perché leggono. E leggere è pensare, alzare gli occhi, lasciarsi imporporare le guance, ributtarsi nella frase, dire ancora oppure basta, arrabbiarsi o gioire, ma quasi mai essere indifferenti perché l’indifferenza chiude il libro e il pensiero. Leggere è imparare a pensare diversamente contaminati dalle vite altrui e dalla fantasia, così guardo attorno e sento d’essere parte di quella folla che cicaleccia pensieri con una direzione positiva, (pensare, riflettere, è una direzione positiva del vivere essendo movimento, rottura di paradigmi), penso che questa è una forza vera. Che spinge per uscire dalle banalità della politica. Che chiede cose importanti, vitali, come i diritti: la scuola, la salute, il lavoro, il benessere, il disporre di sé. E fa bene vedere una folla di persone che ascolta Rodotà, che partecipa, applaude, si alza per rendere omaggio a un pensiero scomodo. Fa bene perché vaccina dal cinismo che tutto sia scontato e ci dice che il terreno comune esiste, e le persone pure. Che una minoranza può fare del bene a tutti, non solo difendere privilegi o raccontare balle. Che forse il pensiero non basta, ma l’impressione è quella che con i messaggi giusti, si possa rimettere in moto l’agire che è conseguenza di un ragionare elevato, di un bene comune, di un sentimento forte.

Quindi esiste un’Italia possibile e con un poca di pazienza si possono cambiare le cose.

Ci penso, approfitto di questa impressione per annullare le notizie che riguardano la condanna di B., gli stratagemmi in corso, i soliti avvocati, le furbizie, lo spettacolo indecente dei pretoriani e dei servant. Mi pare che conti poco e che passerà. Non è davvero importante seguire i destini di quest’uomo che dovrebbe essere condannato per i delitti civili commessi e permessi, ben più che per le colpe fiscali. Come Pasolini evocava, servirebbe un processo per il potere mal gestito. Lui allora parlava dei capi della D.C., rei dei mali fatti al paese. Non accadde nulla, ma ancora servirebbe non restasse impunito l’impoverimento delle persone e delle coscienze, la rovina dell’economia, l’illusione di ricchezze facili al posto del lavoro, l’immoralità dell’agire pubblico, la corruzione, l’illegalità permessa. Non dovrebbe perché il potere ha bisogno della lezione dei sottoposti per tornare servizio e non arbitrio.

Ma se ci sono tante persone che seguono, leggono, pensano e vengono a Mantova in una giornata di settembre dev’esserci speranza. Sì, non tutto è perduto. Mi ritrovo con una positività, ben fuori dal cinismo che vede tutto scontato, già vissuto e fatto. Mi pare di non appartenere al gregge di quelli che sanno come va a finire, che ci sarà la sorpresa, e si possono rovesciare le cose, inopinatamente essere felici. E se questo avviene collettivamente perché non può avvenire singolarmente? La felicità non dura ma è un tendere, e se si cerca la felicità le cose accadono, ci si dichiara disponibili all’emozione, all’innamoramento del vivere che include l’altro, al sentimento che esclude il calcolo. Insomma ci si prova e la vita muta. Qui poi il contesto dei pensieri è fremente di vita, le persone, la città, l’emozione che invade l’aria. Mi viene da dirvi: venite da nord a Mantova, passate in mezzo ai laghi, scontratevi con questa visione di mura, palazzi, cupole, logge, prima di immergervi nelle stradine, prima di sentire i ciottoli che vi riportano ad altri piedi, altre figure, altri tempi. Sarete colpiti dal fulgore di una piccola reggia in un territorio che è ordine interiore e spinta di lavoro, opera, mutamento, intelligenza applicata per millenni a trarre benessere dagli stessi luoghi. Qui è la terra che trionfa e la gloria dell’agricoltura è questa: non invecchiare, essere vicina alla vita tanto da riprodurla indefinitamente, avere tempi circolari. E Mantova è una piccola capitale tra le piccole capitali che punteggiano la pianura padana. Già, la pianura padana, le capitali del grano, della carne, dei formaggi, dei salumi, luoghi profondamente connotati, identità, dialetti, eppure quantomai Italia, paese, persone, non gente.

Questo è un Paese vitale, fatto di persone prima che di individui e che spinge per uscire dalla costrizione anche quando si lamenta.

Lo sento il pomeriggio a Gonzaga. Fiera millenaria. Una fiera che parla delle stesse cose da più di 500 anni e non si è ancora stancata, che trova argomenti nuovi, che mostra tecnologia accanto ai tortelli di zucca, lo stracotto e il riso alla pilota. Incredibile la quantità di persone che sta ovunque tra odore di frittelle da sagra, banchi di tutti i tipi che vendono di tutto, tonnellate di merce cinese, di plastiche che si spezzeranno tra un anno, vicine a tecnologie raffinatissime. Energie sostenibili, sistemi serra, agricoltura 2.0,, c’è una spinta enorme che trascina tutto, la tradizione, i modi di pensare, la percezione particolare che ha chi cammina sulla terra, la prende in mano, la annusa e poi sale su un mezzo da 10 tonnellate per lavorarla. Ieri sera un agricoltore poneva una domanda che ho sentita bellissima nella sua tenerezza: ma quando pesiamo con i nostri mezzi sulla terra, cosa le facciamo, quanto male sente? Qui si sa che in 5 cm c’è quasi tutta la diversità biologica di un terreno, è naturale che ci si preoccupi. Così mi viene in mente che nella campagna l’anima è rovesciata, che ciò che sta sotto è sterile, e che la terra è impudica, e inerme, nel mostrare la sua vita, la fertilità che ci dona. Nella fiera millenaria, la vita è superficie, ci sono migliaia di persone che non parlano di letteratura, che però hanno idee, ci sono giovani dappertutto, viali intasati di voglia di vivere, di stimoli e desideri e si mescola tutto. Vita ovunque. Con il cinismo tradiamo la vita, la neghiamo, L’italia è in questi luoghi, non anche questi, è questa vita, superficiale o profonda che pullula, non è possibile renderla sterile con la banalità dei piccoli/grandi interessi, non si deve, è un delitto. C’è speranza in tutto questo, credo che nessuno possa davvero abbattere la vita di questo Paese, ma questo non significa lasciar fare, lasciar correre, anzi vuol dire ritrovare l’allegria della vita, permettersi di ridere. Non ho usato parole leggere, me ne accorgo, segno che mi lascio condizionare dal plumbeo di chi mi vuole intristire, imprigionare in una condizione senza speranza e invece io la speranza la pretendo, e con essa l’ironia e il sorriso. E se c’è vita, si può fare.

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La povertà puzza, la vecchiaia puzza, i giovani da tempo puzzano, nella puzza intellettuale che distoglie il pensiero dalla realtà, si rifiuta l’immagine di ciò che potremmo diventare. Così viene accantonato, segregato, tolto potere e possibilità di parola alla stragrande parte della società.

I ricchi si trovano tra loro, si frequentano, sono introdotti, hanno amicizie, si scambiano favori. Lo fanno nei circoli esclusivi, nelle barche, nei salotti, nelle feste e nelle loro associazioni. I poveri sono soli, i giovani sono soli, i vecchi sono soli. Non sono forza ma debolezza, non hanno gruppi di pressione, lobby, non contano nei parlamenti, sono divisi persino nella povertà, nell’indigenza. Questo è il dramma di questa società, i deboli hanno accettato di essere ricondotti alla solitudine. Gli hanno mentito, gli hanno detto che bastava l’ingegno, la volontà per progredire nella scala sociale, l’arrichissez vous ha sprofondato tutti nella solitudine illudendo che fosse possibile arrampicarsi in una scala sociale a cui sono stati tolti i gradini intermedi. O poveri o ricchi. Un lavoratore ogni 4 è sotto la soglia di povertà, se guardiamo i giovani non arriviamo a uno su due. E’ tollerabile tutto questo? Può essere che si accetti indefinitamente di aver perso la capacità di vedere il proprio presente e il proprio futuro?

E’ stata compiuta una gigantesca operazione di trasferimento dei fallimenti: dagli stati, dalle banche, dalle imprese, dalla finanza si è trasferito sugli individui più deboli il fallimento dello stato e delle imprese mantenendo i privilegi per chi ha causato quel fallimento. E tutto sembra senza rimedio, senza possibilità di cambiamento se non per un intervento magico che ristabilisca un’età dell’oro in cui c’è lavoro, protezione sociale, rispetto dei diritti. Così si racconta la favola che nel mercato globale la ricchezza possa essere a portata di mano, che basti un’idea vincente, un prodotto che diventa di massa, dicono : non è stato forse così con il cellulare, con la tv, con i computer? In realtà nel mondo globale il successo e la ricchezza si polarizzano ancora di più perché l’asticella si alza indefinitamente e scavalcarla diventa impossibile. Competono sistemi che si basano su intelligenze collettive e asservite alla produzione di denaro, che orientano interessi e abitudini, che condizionano stili di vita privi di etica. Non ci sono intelligenze sociali in competizione, sistemi di benessere, ma individualità e ricchezze in competizione. Quindi senza capire cosa accade gli sforzi diventano palliativi  e vani, distolgono l’attenzione dalla realtà che diventa sempre più misera.

Il capitalismo finanziario genera l’incapacità di essere liberi dai vincoli che stanno strozzando i popoli degli stati attraverso i debiti sovrani e questo non mollerà la presa finché il debito non sarà pagato, indovinate da chi. Senza una reazione il futuro sarà fatto di schiavitù reali e libertà apparenti. Ma se si attacca il virus che è stato instillato, ovvero la solitudine, le cose possono mutare. Abbiamo necessità di parlarci, di usare il reale, quello che vediamo e l’intelligenza per capire profondamente che le cose non si risolvono da sole. Uscire dalla solitudine significa ridiventare società, essere forti e agire come pressione per il mutamento. Non ci sono soluzioni magiche, dipende dalla nostra capacità di essere solidali, avere obbiettivi comuni. Questa è l’unica strada.