A colazione magari no, ma ho scoperto che i cavoli si sposano con un sacco di cose allegre. Le acciughe ad esempio, o le olive nere cotte, o il pecorino. Persino i pomodori al forno, non disdegnano. Un tempo leggendo i settimanali e i quotidiani mi passava l’appetito e ingrassavo perché mangiavo senza pensare al cibo. La digestione diventava difficile mescolando il mondo con le cose pur buone che mangiavo. Poi ho cominciato a pensare che partecipare non significa essere succubi della realtà. E’ vero c’è una legge del reale che piega tutto, ma si può far finta che non sia infallibile e neppure invincibile e così tra le righe si leggono le notizie buone, quelle che ti fanno dire che mica si sono estinte come i dinosauri, le persone su cui fare affidamento.
Ecco, così mi è venuta voglia di far da mangiare e ho fatto il pane e cucinato il cavolo, l’ho condito e ho capito che sta bene con molte cose perché tolto l’odore è abbastanza neutro da lasciarsi mescolare. Come la sapienza vera o l’intelligenza che se è neutra guarda il mondo, si mescola con un sacco di cose e così riesce a leggere tra le righe. Si contamina e non è più come prima, ma a me che fosse come prima non mi piaceva proprio.
L’altra sera ad una riunione politica regionale del PD, un vecchio amico mi ha detto ridendo: sempre dalla parte dove si perde, eh… Gli ho risposto ridendo anch’io: hai ragione, mi piace perdere. In realtà non mi piace perdere, ma accetto di perdere se la battaglia che faccio mi corrisponde, se non devo scendere a compromessi che mi farebbero star male. In fondo combattere così è un modo per stare bene. E anche se mi dicono che tra noi non ci si combatte, ma si discute, in realtà se sei dalla parte giusta conti qualcosa all’esterno, se invece ti collochi tra chi non vincerà, conterai solo per te. Questa è la vera scelta in uno scontro tra poteri, scegliere ciò che si pensa davvero, stare dalla propria parte. Ed è indubbio che da tempo lo scontro non è solo tra idee, ma tra poteri, tra chi governa la politica del partito da 30 anni e tra chi vorrebbe prenderne il posto. Anche per questo ho scelto Civati, perché non ha un esercito alle spalle, non ha poteri che aspirano a sostituire altri poteri, si muove in un’area in cui c’è spazio per le idee di alcuni giovinetti come Rodotà, o Zagrebelsky. Che dire però della realtà, con la sua dura agenda, io credo che altra questione cruciale sarà il governo delle larghe intese, ovvero un patto del potere tra poteri che usa l’emergenza come ideologia. Non sono favorevole a questo governo, anche se ne vedo la necessità, l’economia, i mercati, le situazioni ereditate da non poco berlusconismo al potere. Tutto vero, ma come se ne esce? Ecco questo è il tema, un partito con un nuovo segretario deve avere il coraggio di dire che l’imu i ricchi la pagano, che se ci si deve sacrificare, chi ha di più sacrifica di più. Questo tocca le alleanze trasversali, la gestione del potere che è stata fatta con il retrobottega più che con la chiareza dei fini e delle proposte, c’è un principio di realtà, è vero, una dittatura dei fatti, ed è altrettanto vero, che si esce dall’emergenza anche restando chi si è davvero. Senza cambiare faccia, in questo penso ci sia una battaglia: per destrutturare un potere e riportarlo alle persone, agli elettori, anche a quelli che ora non sanno che farsene o l’hanno adoperato male, questo potere. Una battaglia perché ci sia corrispondenza tra ciò che si fa e quello che si dice. Con intelligenza, per costruire, perseguendo il possibile. Se anche non si vince è una battaglia che val la pena di combattere, qualcosa che fa stare bene. E cosa si potrebbe chiedere di più dalla politica praticata se non che ti faccia star bene?
Alla fermata del tram, un bacio si appoggia sulla guancia. La piccola pressione delle labbra lascerà sensazione di fresco e di caldo tra chi dà e chi riceve. Si girano appena i volti e s’incontrano gli occhi. Sgorga il sorriso che poi scivola dentro, tra la dolcezza e il benessere da bene.
Arriva il tram, se ci sarà posto accanto, una testa si appoggerà su una spalla e per poco o tanto, il contatto dirà cose che fanno bene al cuore. Nasce un’ isola di felicità, che dispensa piccole speranze attorno.
Prima di venire a questo colloquio, pensavo a quanto diverse sono le nostre giornate e le vite che conduciamo da qualche parte, e a quanto servano le sensibilità comuni, il modo di vedere le cose e ciò che siamo per comunicare, mettere assieme l’umanità, il bene, l’amore. Poi ho pensato che non era questo il motivo per cui ci vedevamo e ho cercato di darmi un tono.
Se devo dire le competenze che ho, posso iniziare dicendo che so fare il pane e cucinare. E che mi piace il cibo. Non troppo perché mi sazio presto, e questo magari indica qualcosa, però mi piace mangiare. Ma se devo parlare di ciò che faccio, è meglio si sappia che i miei giorni sono fatti di gioie immotivate, di problemi, di stanchezze, di abitudini a cui tengo, di scrittura. E in più mi piace guardare le persone. Non tutto il tempo, ma quando mi viene.
Se devo quantificare l’abilità linguistica, mi piacciono le parole, parlo il necessario, eppure mi sembra troppo. Mi faccio domande, coltivo dubbi e mi aspetto che i frutti diano certezze, così non faccio quello che dovrei per star bene. Quindi ho un linguaggio impreciso e questo credo dipenda perché usiamo troppo le parole senza attribuire loro il significato che hanno, come ne avessimo paura. Io non ho paura delle parole, temo che spiegare troppo serva a cambiare i significati.
Mi capita spesso di essere stanco e mi nego per stanchezza troppe cose: il cinema, il riposo, la semplicità. Credo che la cifra di questi anni sia la stanchezza, non solo la mia, ma che una gigantesca stanchezza avvolga il mondo e da cosa questa derivi e’ oggetto della mia ricerca. Forse deriva dalla complicazione, dalla necessità di capire anche quando si è stanchi e non si ha voglia. Però le cose comunque si fanno, il mondo procede, i negozi si aprono, gli uffici e gli ospedali funzionano. In fondo della stanchezza che genera abbandono abbiamo cognizione e visione, nelle persone che escono dalle case e pian piano dormono per strada, negli edifici che prima perdono i vetri a sassate e poi le porte e poi tutto si confonde e cade. Quelle sono stanchezze senza uscita, le nostre si fermano alla soglia del sonno e si raccontano che con una buona notte tutto diventa più piacevole. Anche la fatica. Ecco, mi interessa questa stanchezza, che è pure la mia, capirla per risolverla.
Ho accumulato anni. Anche vita ho messo assieme. Ad un cero punto mi sono accorto che il tempo fuggiva in fretta, che natale era appena passato e già finiva l’estate. E’ stato allora che ho rallentato. No, non voglio dire che mi sono fermato, ma ho cominciato a guardarmi attorno e mi sono visto come un colapasta che mette esperienze liquide e non trattiene nulla, così ho cominciato a discutere gli obbiettivi vedendone l’inconsistenza: che obbiettivi erano se non lasciavano traccia. Volevo che da un lavoro, da un sentimento, da una passeggiata restasse qualcosa che mi cambiava. Però lo facevo tra me perché provando a dirlo agli altri mi dicevano: il mondo è così che ci vuoi fare. Ho capito che era un problema mio, perché per me era importante e discutendo la fatica e il suo senso, ho discusso il piacere. Che non era la soddisfazione o la sospensione della mia vita usuale, no, era quella pienezza che durava perché le cose fatte erano quello che mi assomigliavano. Era il piacere altro, quello della psicanalisi, che mi sembrava una costruzione, qualcosa che faceva comodo a qualcuno, che nascondeva qualcosa, come se il piacere si portasse dietro un qualcosa di cui vergognarsi. Ma questo qualcuno mica sapevo chi era, solo che con questo si dovevano fare i conti. Ecco questo è un work in progress, ho detto bene? Qualcosa su cui sto lavorando.
Insomma vivere, lo si deve scrivere in un curriculum, è equilibrio difficile, come è difficile tenere la schiena ritta se si è alti. Anche se si è meno alti, è difficile, non c’è differenza, ma io sono alto e conosco il mal di schiena per cui so di cosa parlo. E tenere la schiena dritta è necessario, sempre. Anche se si lavora o si fa all’amore, la schiena dritta è la condizione per vedere le cose che accadono, sentirle nostre, non avere paura. Insomma è meglio che si sappia, io alla schiena dritta tengo molto.
Eppure queste note non sono sincere perché non dico che sogno assai, e non di rado mi chiedo quale sia il confine tra l’immaginazione e la realtà. Mi rendo conto che la realtà è ciò che viviamo, ma la viviamo noi e quindi è un po’ diversa da quella di chi mi sta accanto. Così dobbiamo cercare le cose che ci accomunano per parlarne. Vogliamo comunicare, non essere soli. Odiamo essere soli. Anch’io faccio davvero fatica trattare la solitudine, anche se non lo odio, non ritengo sia colpa di qualcuno, credo dipenda da me, da come cerco di farmi assumere. In fondo se scrivo questo curriculum è perché questa è una domanda di assunzione, e un po’ tutti chiediamo di essere assunti, di essere importanti per qualcuno, di mettere insieme le nostre vite in un progetto. E vorremmo interloquire con quel progetto, dire la nostra, motivare la fatica. Anche quando amiamo succede questo, vorremmo avere un motivo per condividere di più, per oltrepassare qualche limite, ma questa è un’altro capitolo del curriculum, se vuoi ne parleremo a parte.
Certo è che i giorni passano e il curriculum si allunga e così lo accorcio, metto dentro quel che mi pare importante. Lo sai che cerco la leggerezza nel tratto del vivere? Che poi dire tratto del vivere è una cosa da esteti e invece io penso sia il togliere quello ce c’è in più, un lavoro per precisare, mettere nitidezza, vedersi meglio. E’ una questione personale, per questo non l’ho evidenziata subito, se ci si presenta per essere assunti non si può dire che si cerca la leggerezza, pare contino altre qualità nell’assunzione: l’intelligenza, l’affidabilità, la precisione, le lingue. E’ un po’ azzardato dire che vorrei avere le virtù di un palloncino rosso. Ecco non si può dire, per cui non tener conto di questa parte del curriculum, pensa che ho fantasia e a volte la fantasia non guasta anche nelle organizzazioni grigie. La vita se non la si controlla si presta a diventare organizzazione.
Poi mi piace l’aria e il sole, camminare. Chissà se conta qualcosa.
Per me conta, e magari lo capirai anche tu, perché adesso pensi che lavoro, vita, sentimenti siano separati e invece fanno parte della stessa domanda di assunzione. Sai io credo, che in fondo non si vada mai in pensione. Finché ragioniamo almeno e che una assunzione la cerchiamo sempre, magari tra eguali. Proprio eguali no, facciamo simili. Facciamo una cooperativa, che dici?
Ottobre era la scuola. E quel cortile mi sembrava immenso. Così vuoto e contornato dalle finestre alte delle aule, era una piazza d’armi per piccoli soldatini schierati. Un luogo per adunate e queste accadevano quando iniziava l’anno scolastico o in quelle feste che sembravano arrivare dalla rivoluzione francese o dal libro Cuore. Noi mica lo sapevamo che arrivavano da così distante, ci lasciavamo educare a qualcosa, in cortile, con le classi, allineati.
Il resto dell’anno, con il tempo buono, serviva per ricreazione, si riempiva di corse, merende, chiacchierate, spinte, risate. Oppure era un contenitore deserto in cui fare correre lo sguardo, incantarsi di neve e di pioggia Era il luogo delle tre stagioni scolastiche, il nostro scorrere del tempo. L’estate era altrove, fatta di terra, sabbia, alberi e cespugli, qui c’era ghiaino, uno spiazzo in cemento e un gruppo d’alberi, olmi credo, che sembravano enormi. Tutto sembrava enorme, anche quello spazio vuoto in cui si poteva correre, cadere, rialzarsi, ridere, giocare, guardare, perdersi, essere rimproverati, e poi comunque, col corpo o con la testa, rientrare nelle classi che profumavano di legno, carta e inchiostro.
A ottobre c’erano subito delle feste, san Francesco che era proprio festivo, ma anche delle feste civili, molto scolastiche, senza vacanza: la festa del risparmio e quella degli alberi.
Ascoltavamo giudiziosi la virtù del mettere da parte. Non avevamo nulla, molti di noi portavano abiti rivoltati e rammendi, ma dovevamo mettere da parte qualcosa. Dopo essere stato indottrinato, a casa, osservavo quella cassettina di metallo che la cassa di risparmio diffondeva tra le famiglie, mettevo una monetina e subito mi pentivo. Quante volte ho cercato di invertire il corso del giudizio per una salutare dissipazione delle mie sostanze, niente da fare, la banca aveva pensato ai reprobi mettendo delle lamelle che impedivano il percorso inverso delle monete. Già allora le banche rivelavano la loro natura rapace che teneva ben stretta le virtù affidate ed era impossibile recuperare il maltolto, così mi restava il rimpianto più che la soddisfazione del gesto. L’idea del risparmio però passava nelle teste, anche attraverso i pentimenti e mi piaceva la cerimonia del vuotare la cassettina in banca. Appollaiato con i gomiti sul marmo del bancone altissimo, scalciavo con i piedi sollevati da terra, ma non perdevo di vista l’impiegato che apriva e contava le monetine. Erano cosa mia quelle poche, per me tante, lirette che nelle mie mani bucate sarebbero finite in un pomeriggio tra l’edicola e il negozio di dolciumi e che guardavo scomparire in un cassetto per venire annotate su un libretto di risparmio. Una cifra e tanti sacrifici. Era allora che cercavo di ricordare cosa mi era stato detto nella giornata del risparmio, almeno per conservare un briciolo di soddisfazione visto che altro non avevo in cambio delle mie privazioni. Quei soldi non li avrei più visti, sarebbero finiti in scarpe o maglioni, al più, invocandoli, avrebbero propiziato qualche giocattolo da vacanze. Insomma una ingiustizia, visto che ciò che mi veniva dato era subito in parte restituito, e questo doveva avere qualche significato salvifico, mi avrebbe preservato dalla miseria forse, ma mi pareva così inconsistente quello che avevo, che dovevo ingigantirlo e sentirmi ricco con niente.
La festa degli alberi era altra cosa, la guerra aveva distrutto molto e bisognava rimboschire. A me sembrava abbastanza immaginifico quello che mi veniva detto, Padova era una città ricchissima di verde e tutt’attorno c’era campagna, i colli erano pieni di castagni e ciliegi. Ciò che non sapevo allora era che quel verde sarebbe stato sostituito da case, palazzi, fabbriche, cementificazione selvaggia, speculazione edilizia. Però non credo che chi ci insegnava a piantare e amare gli alberi prevedesse tutto questo, c’era solo un baco nel ragionamento, nelle teste perché era naturale che fosse così, il progresso erano case e fabbriche e così chi piantava alberi simbolici contemporaneamente nella sua testa li spiantava per far posto al cemento. Comunque ho imparato allora ad amare gli alberi e non ho più smesso, mi sorprende solo che la mia stessa generazione si sia resa responsabile di tali e tanti scempi ambientali successivi. Certo che un dubbio mi poteva pure venire allora, perché non ho mai capito dove venisse piantato quell’albero che veneravamo nella sua festa, non nel cortile, regno del ghiaino, neppure nell’orto del custode che altrimenti in un paio d’anni avrebbe avuto una foresta, insomma compariva e spariva. Ed io che sperimentavo la virtualità dell’albero, mi tacitavo pensando lo portassero fuori città, magari sui colli, dove c’era bisogno e sarebbe cresciuto forte e sano come noi, Almeno così speravo, perché se fosse stato riportato al suo vivaio, a noi ragazzi di città, sarebbe stata raccontata una bugia in più. E non ci avrebbe fatto bene.
Non ci si ricorda più l’acuto di una decisione, il dolore che ha accompagnato una scelta, lo stare o l’andare, la situazione, i dilemmi tra sé. Non si ha più l’urgenza del mutamento di allora. E ciò che è cambiato diviene abitudine, perde lo smalto che l’aveva reso così attraente e importante, finché sembra sia stato quasi sempre così: il prima è sfumato nell’adesso.
E anche quando si rimpiange un’età dell’oro, o dell’innocenza, questa è ciò che vorremmo aver vissuto, non ciò che davvero è stato. In fondo ci è stato dato solo il presente e il suo desiderio d’essere altro proiettato in avanti. Del passato serbiamo noi stessi, ciò che siamo, non ciò che siamo stati. E del piacere non si ricorda nulla, mentre dei sentimenti che abbiamo provato resta molto, è parlando con essi che ci ritroviamo ora. In fondo l’esperienza se non è sentimento non è.
Rimettere in ordine il portaoggetti dell’auto è una fotografia di come ci si muove nel mondo. Trovo molti biglietti di parcheggio che non saranno più rimborsati. Li guardo meglio e vedo le città in cui sono stati emessi. C’è Chioggia, Mantova, Vicenza, Roma, Venezia, Treviso, Trieste, Milano, Friburgo e naturalmente molta Padova. Alimento molto le casse comunali. Mi sorprende che le date e l’ora mi ricordino qualcosa, l’attesa di un incontro, un lavoro che poi non è andato a buon fine, un pomeriggio di libertà. Tra le ricevute, biglietti da visita. Ricordo a malapena chi me li ha dati, per gran parte sono stati progetti che abbiamo condiviso fino a un certo punto, poi non so che sia successo. E’ singolare la percezione che gran parte del lavoro sia stato preparatorio, che molto non abbia dispiegato appieno le possibilità. Accomuno queste attese, quelle degli appuntamenti, quelle dei lavori poi perduti, come se attendere fosse una condizione centrale dell’uomo. Eppure ci sono state molte realizzazioni, ma nel mio lavoro, immaginare e iniziare qualcosa non significa per forza finirla. E’ malinconica questa sensazione di incompiutezza, di attesa vana, come se nella divisione del lavoro non ci fosse la possibilità di avere per intero la gestione di qualcosa di nuovo.
Ci sono alcune ricevute e fatture di ristoranti. Qui la cosa è più allegra perché il cibo ha un suo ricordo particolare, fatto di sensazioni, di sapidità. Trovo due paia di occhiali da sole, uno l’ho cercato per mesi, erano assieme alle gomme da masticare che non mastico più, una trousse ago e filo di qualche albergo per riparare emergenze. I pantaloni che si aprono nel sedere sono un classico, per fortuna raro, dell’imbarazzo, perché si pensa che tutti sappiano e tutti cambino opinione su di noi. Emerge uno spazzolino da viaggio nuovo con relativo mini dentifricio. Il dentifricio si è solidificato ed è totalmente inutile, del resto anche lo spazzolino non ha avuto modo di fare il suo mestiere. Sotto c’è un mini colluttorio appena cominciato. Retaggio di qualche eccesso d’aglio e preparazione ad un incontro successivo. Poi trovo un utensile multiuso, due gélee Perugina pietrificate, ancora biglietti da visita, fazzoletti di carta extracomunitari, una serie di appunti e di numeri di telefono senza indicazione del proprietario. Qui mi fermo perché la cosa potrebbe continuare. Butto tutto o quasi e non oso aprire il bauletto. Mi pare che il portaoggetti sia stranamente vuoto, immemore. Ad ogni cambio macchina, semplicemente si trasferisce un contenuto. Questa era la continuità, e invece ora si ricomincia.
Speranza è fare oggi le cose, cercare di mutare ciò che non va adesso. Non importa se poco o tanto, stabiliamo noi la misura, abbiamo un metro in dotazione che è molto preciso con noi stessi. Confesso la mia inanità di fronte ai grandi problemi, riescono solo a farmi star male e così la tentazione è di rimuoverli, come le cattive notizie. In fondo non ci si impiega molto, basta cambiare canale quando trasmettono la cronaca per radio o tv, leggere solo di economia, politica, sport e pochissimo di esteri o di società. Ma un povero alla porta è sempre qualcosa che urge alla coscienza, forse partire da questo non risolve e neppure è una compensazione, ma è un modo di fare. Devo anche dire che non mi piacciono le soluzioni pietiste, non devo scaricarmi la coscienza, non mi va la società così com’è fatta, ecco e non sono talmente abbacinato dalla miseria da non distinguere gli uomini. Se una persona ha fame bisogna rispettare questo bisogno, ma questo non fa né noi, né lui migliori. Ho smesso da tempo di credere che ci possa essere qualcosa che va bene per tutti e questo mi ha liberato dalla presunzione di essere dalla parte della verità, di confondere la capacità di acquisto con il benessere, l’organizzazione sociale occidentale come la migliore. Credo che il relativismo non sia quella bestia che i papi aborrono sentendo messo in discussione il dogma e le verità rivelate. Non lo credo perché anche le religioni hanno grossi esami di coscienza da farsi se il mondo è quello che è, molte domande vengono rimosse e forse non fanno un buon servizio al messaggio che trasmettono se tutto si riassume nella fede. Non mi piace neppure la pretesa che ha la scienza di rappresentare il reale in modo esaustivo. L’una e l’altra risposta, la fede e la scienza, tendono a fornire scialuppe alla solitudine dell’uomo di fronte a sé stesso. Una piccola risposta è fare qualcosa, non toglie la solitudine, ma fa sentire utili, non mette dalla parte del giusto, ma evita il lamento che accompagna l’attesa del fare altrui. Fare ha un contenuto rivoluzionario, non attende che sia l’istituzione a provvedere, bensì pone la propria coscienza avanti a questa. E vale ovunque, nella famiglia, nella politica, nel lavoro. Io che sono egoista perché voglio un po’ di soddisfazione auto procurata, penso di farlo per me, e che se riguarda altri è perché faccio parte degli altri. E se posso dirlo, questa sensazione ha un corollario, mi rende libero di fregarmene del giudizio altrui, è una cosa mia, la faccio perché sto bene, e se serve significa che qualcosa di quello che mi sta attorno lo capisco. Non risolvo nessun problema, se non quello piccolo-grande per me di sentirmi più leggero.