non il mio stato

Questo stato non è il mio Stato. Non lo è nel suo pesare sui deboli. Non lo è nella povertà che cresce, nei giovani senza lavoro, nella quotidiana distrazione della politica dai problemi. Questo stato che si perde nei bizantinismi e non è equo tra i suoi cittadini, non è il mio stato.

Nell’accumulare debito improduttivo, nel soggiacere alla finanza e al potere di ricatto dei gruppi di pressione, non è il mio stato. Nell’aver creato un povero ogni quattro lavoratori, nel togliere la possibilità a una generazione di entrare nel mondo del lavoro, nel non mantenere la dignità ai suoi cittadini, nel non decidere le norme che tolgano i privilegi, non è il mio stato.

Nella disperazione senza solidarietà, nelle leggi per pochi, nell’accanimento su chi sbaglia ed è debole, non è il mio stato. Nei territori senza legalità, nelle fabbriche dove il lavoro è un ricatto per chi lavora, nella corruzione tollerata, nell’anomalia che si fa scudo con la legge, nei servizi che non funzionano, nelle promesse non mantenute, nella burocrazia che impedisce il bene, non è il mio stato.

settembre

E’ un pensieraccio, di quelli squinternati, senza approfondimento, che prendono per l’immediatezza e per un colore grosso e vivido, uno sbaffo di smalto su un muro bianco. La gente di lago è settembrina. Ecco l’ho detto, già un po’ vorrei approfondire, rifinire la frase, aggiungere un aggettivo: è settembrina e morbida. Morbida d’onda, chiusa nelle case con grandi finestre, adusa a vedere la neve e non considerarla un’eccezione, con l’ orecchio che avverte la differenza nello sciacquio e coglie il vento associandolo al bianco delle vele. Settembrina nella dolcezza del tratto e nella elasticità dell’acciaio che contengono. Molle lente, caricate per durare, tempi di pendolo e rintocco, ghiaia che si sposta senza alzare fango.

E così entro in settembre. Si è consumata l’attesa del caldo, la promessa garrula dell’estate, le pagine intonse in cui era possibile scrivere tutto. E con essa declinano i pomeriggi lunghi di noia calda, la luce sguaiata a picco, l’attesa della festa rumorosa, i colori bruciati che ravvivano solo nella sera. Dopo la folla orizzontale del mare, il profumo di salso bistrato di abbronzanti, ci si rizza per settembre, si cammina, si legge il verde che supera il giallo, è un andare senza fatica, un tenere la porta aperta al giorno, senza più il dovere di divertirsi e la relativa colpa nel non riuscire. Settembre è l’altra faccia dell’estate, il ritorno a casa mantenendo voglia di sole queto e acqua per riposare lo sguardo. Forse per questo mi porta al lago, verso una propensione al sentire/sentimento che l’estate rende leggera. Frizzar via di luce e ascoltare il suono che entra assieme al colore, accogliere, pensare che si cambia, lasciare che il pensiero riallacci e apprezzi ciò che altrove viene compiuto. Non noi che perseguiamo le nostre vite con soddisfazioni ardue, ma altri che scavano con metodo e leggerezza, che cercano in sé il senso di ciò che sta attorno, che non si fermano e si compromettono nel vivere.

Settembre, un tempo per fermarsi di più nel mattino, sentire sulla pelle nuda la sedia, la gamba ripiegata, il caffè che riempie l’aria, trattenere un gesto, un fiotto di bene, guardar fuori e dentro, ascoltare una felicità sottile che sa d’acqua dolce, di luce riflessa, di parole rade punteggiate di piccole risate: moti protesi nella terra di nessuno dove si condivide. Settembre. 

un nome a ciò che attende

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Dovremo restituire le parole, quelle che abbiamo usato e quelle trattenute, dovremo riportarle umilmente, consci che sono ormai vecchie, un po’ sgangherate, alcune consumate, molte confuse, altre mai adoperate. Le abbiamo usate, sembravano nostre, splendenti, quando dicevamo di noi ad altri, a chi più e a chi nulla, le abbiamo usate con leggerezza e parsimonia, scialacquate e trattenute, erano per noi in attesa e a piacimento le abbiamo adoperate.

Che ne abbiamo fatto?

Ci sembrerà strano non ci verrà chiesto del loro uso, ma è indifferente per chi ce le ha date, solo a noi non lo è, e in fondo ci spiace che proprio non gli importi delle nostre abilità accumulate. A noi sono servite, anche quando non sono bastate, quando non venivano, quando di lacrime si sono rigate, hanno portato fuori ciò che voleva uscire, e molto si è celato dietro ad esse.

Se davvero importasse si potrebbe condividere tra noi una pena: abbiamo dato un nome a ciò che contava?

E’ importante un nome, nel cuore c’erano caselle in attesa d’essere riconosciute, era importante per loro un nome, più del fare che si scioglie nel silenzio, più di quello che gli altri dicono di noi, più di tutte quelle parole prestate, più di quelle altrove allegramente donate.

E’ importante un nome, ogni sentimento ha un nome, ogni persona che conta ha un nome, ciò che teniamo e ci tiene assieme ha un nome, di questo non dovremmo tenere pena, perché quel nome è stato dato, era nostro e l’abbiamo donato.

oppure, detto in altro ritmo:

Dovremo restituire le parole,

quelle che abbiamo usato

e quelle trattenute,

dovremo riportarle umilmente,

consci che sono ormai vecchie, un po’ sgangherate,

alcune consumate, molte confuse,

altre mai adoperate.

Le abbiamo usate, sembravano nostre,

splendenti, quando dicevamo di noi ad altri,

a chi più e a chi nulla,

le abbiamo usate con leggerezza e parsimonia,

scialacquate e trattenute,

erano per noi in attesa e a piacimento le abbiamo adoperate.

Che ne abbiamo fatto?

Ci sembrerà strano non ci verrà chiesto del loro uso,

ma è indifferente per chi ce le ha date,

solo a noi non lo è,

e in fondo ci spiace che proprio non gli importi

delle nostre abilità accumulate.

A noi sono servite, anche quando non sono bastate,

quando non venivano,

quando di lacrime si sono rigate,

hanno portato fuori ciò che voleva uscire,

e molto si è celato dietro ad esse.

Se davvero importasse si potrebbe condividere tra noi una pena:

abbiamo dato un nome a ciò che contava?

E’ importante un nome,

nel cuore c’erano caselle in attesa d’essere riconosciute,

era importante per loro un nome,

più del fare che si scioglie nel silenzio,

più di quello che gli altri dicono di noi,

più di tutte quelle parole prestate,

più di quelle altrove allegramente donate.

E’ importante un nome,

ogni sentimento ha un nome,

ogni persona che conta ha un nome,

ciò che teniamo e ci tiene assieme ha un nome,

di questo non dovremmo tenere pena,

perché quel nome è stato dato,

era nostro e l’abbiamo donato.


giornata rozza

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Una giornata rozza, senza creanza, tagliata di forza e di noia, scolpendo il tempo con malavoglia.

Le cose cominciano al mattino, dopo che si è pulito il viso dai sogni della notte. Con questa frase in testa scorrono le ore, il senso di colpa che galleggia come schiuma sulla birra, e invece bisogna passare attraverso l’inconsistente per giungere al fresco, al frizzante che raschia la gola, al dolce amaro. Ho sete, sulle labbra resta la schiuma, così è il sapore di questo giorno che è scorza da togliere con i polpastrelli, tagli dritti di luce, nuvole e vuoto da colmare. Bisognerebbe scorrere i giorni con sagacia di colore, ma ogni volta che emerge un bisognerebbe è lo scontento che lo spinge a far capolino, così si è prigionieri d’un bisogno, mentre utile sarebbe capire la natura dello scontento, la molla che ci spinge, il giudice che, muto, fa no con la testa. Utile sarebbe usare i polpastrelli per modellare i pensieri acuminati, ricoprirli d’ironia, farli ridere spesso. Bisognerebbe, sarebbe, si dovrebbe, li guardo questi verbi che non ho e invece possiedo solo un mantra che mi ripeto tra le ore:

Che sia il giorno efficace per noi. Che le ore siano senza colpa, senza traccia, senza righe per scrivere ordinato, senza saluti inutili, senza parole gonfie  di vuoto. Che sia una giornata senza, scavata di fino, non lo scorrere rozzo, non questo buttare la palla in avanti, non le mani annegate nella timidezza delle tasche.

Oggi serve un cuore gentile, coraggio leggero e un poca d’incoscienza: per raggiungere la vita utile a sé bisogna attraversare l’inconsistente.  

pescatore

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Filo sottile luccica al sole,

taglia un riflesso, si tuffa verso l’acciaio d’un amo, 

c’è vita lì sotto, oscillare morbido d’alghe,

flessuose spine dorsali a spingere squame,

un verde che colora di blu

e sprofonda, già nero, tra carcasse d’incuria e antiche alluvioni .

Basta un rovesciar di pancia,

e si vedono espanse le nubi paffute,

il verde dell’erba, i sassi che carezzano l’acqua,

lontano e sordo si sente rumore e dell’uomo le tracce.

L’uomo…

reggere una canna è impugnare un arco,

tendere una corda, 

scoccare verso l’abisso,

saggiare la cieca fortuna con la freccia che incontra il bersaglio.

Se cieco è l’arciere s’unisce il pensiero alla preda,

e l’attesa è quasi spuma di nube,

un andare di sguincio,

di chi vuol vedere e solo poco essere visto.

Unisce un pensiero l’arco e la corda,

un desiderio s’ astrae

nella freccia scagliata nel cielo rovescio

e le ore passano brevi,

l’odore di salso dell’acqua, la sera, la strada,

lo spaesato ritorno.

Impugna l’arco paziente, arma la freccia,

tendi e scocca verso l’abisso, 

la fortuna è frinire di cicale,

un salto di squame,

dei cerchi che s’allargano pigri.

Cieca la freccia cerca il bersaglio, 

danza suadente nelle acque gonfie di fresco,

e della luce, sorniona, attira un riflesso d’argento.

Ma che importa la luce,

non c’è nulla da vedere che non avveleni, 

pensieri di squame, 

d’acqua e di bolla.

Lassù la luce, 

che prima d’un balzo era solo riflesso:

non importa, non voglio,

tento la luce seppure questo è il mio mondo.

Scocca la freccia, ch’è  desiderio e bisogno, 

oscilla vogliosa di preda,

ma guizza il pensiero non pensato,

che fa di necessità la vita:

tenere a bada i bisogni è spesso saggia limitazione dei danni,

un salto è per la luce, 

un ragno d’acqua o la fortuna d’un ignaro piccolo volo… 

Nel crepuscolo salta e irride, lampo di squame,

spingendo verso casa,

la mano, l’arco, la corda,

ci sarà nuova attesa in un nuovo duello,

si perde, ora, l’eco d’un tuffo, nel fresco della sera che avanza.

il ricordo sentimentale

Il ricordo sentimentale, ciò che sono stato e ciò che sono, in fondo, oscilla su quanto siamo stati amati e se era adeguato quell’amore. Oscilla per tacitare un bisogno che non è mai muto e poi per scoprire noi in quell’amore d’altri, fatto di tentativi, intuizioni, sbagli, ricerca dell’altro e d’altro. Il ricordo oscilla su questo e trascura il resto, si spinge sino all’orlo dell’abisso della consapevolezza, ne saggia la vertigine e si ritrae, pauroso di sé, del proprio bisogno e dell’inermità  che questo include.

Quanto sono amato e quanto mi corrisponde questo amore? Le vite si disegnano su questa consapevolezza/ricordo, spesso l’adeguano e la mutano in costruzione d’intelligenza che trasfigura la realtà per adattarsi l’amore e la sua misura. Vale la considerazione soddisfatta del conquistatore/trice, il sono stato tanto amato, a sanare il ricordo di qualcosa che manca? Oppure vale l’ adeguarsi che considera possibile l’adeguabilità dell’amore e se ne fa ragione? Oppure è ancora l’inquietudine che vince e diviene speranza/attesa che qualcuno scovi quella parte di noi di cui abbiamo il sentore ma non sappiamo cos’è, che trasformi la cura in sostanza di sicurezza, che tolga definitivamente la paura di non essere amati.

E questa attesa ha risposta quotidiana che scaccia il pensiero oppure si sofferma, si interroga e misura? E ancora, alla fine emerge una ragione, un relativo e si cerca il molto in ciò che si ha oppure ci si chiude nell’accontentarsi? E’ il ricordo sentimentale che trasfonde sul presente, misura la soddisfazione del vivere, si interroga, si risponde, a volte muta direzione, riprende l’attesa. 

pioggia d’agosto

Cerco nella pioggia di questa notte un segno. Questa, della ricerca dei piccoli segni che dicano ciò che già sappiamo, è arte da indovini da bar, fonte di parole inutili sul finire di stagione, pronte a stupirsi d’un caldo improvviso, di un mare ancora pieno di persone, dei vestiti che restano vaporosi come i pensieri inutili sul tempo. Si cerca il fine della stagione, quasi non si sapesse quello che alla lunga verrà, e che in questo mese indeciso, comunque qualcosa è passato. Conosciamo il ripetersi, attendiamo ciò che ci piace con leggera malinconia per il passato, sempre inadatti alla sorpresa del nuovo. Eppure tra le righe dei pensieri questo fa capolino, si attende che qualcosa ci sorprenda, raddrizzi le facili previsioni, ci porti oltre le gioie che già fanno parte delle abitudini.

Guardo il tempo, seguo le temperature, in realtà non cerco la fine di qualcosa ma un mutare d’aria. E’ alle spalle un anno e so che non è vero, che il tempo non si misura in anni ma in stagioni. E che neppure si misura, ma si guarda nel suo ripetersi mai uguale partecipando a ciò che viene. Essere nel tempo e fuori d’esso, nel nuovo e in ciò che si ricorda: indago i motivi del qui e ora. Così nel dormiveglia di quiete, sfavillano i pensieri e ascolto la pioggia sul tetto.

Domattina il sole si farà strada tra le nubi, puntiamo sui Rokes, va … 🙂

Caravaggio a san Gwann

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Triq sant Anton. La pioggia ruscella verso il mare. Corre sulla pietra, tra gli scalini larghi, riempie le fessure e i guasti del tempo sul calcare, corre. Corre come lo sguardo lungo le case, segue i contorni e precipita nel mare blu gemma, blu profondo, blu scia che scioglie il bianco della violenza delle navi.

Dopo san Giovanni, triq san Gwann, dopo la vertigine del Caravaggio nella decollazione del Battista, dopo, tutto è dopo.  C’è un limite, una linea che separa l’emozione del pensiero dipinto dal dopo. Prima non si sapeva e ora si sa che qualcuno ha pensato, si è emozionato, ha fatto e chiuso il suo discorso. E adesso nel dopo, c’è la ricerca di un punto d’attracco per separare l’emozione dalla pioggia, dalla vita che si snoda attorno e pare banale, ma è vita. Così il pensiero svolge il suo arganello, il barbotin che fa sentire il cricchetto che schiocca e impedisce il ritorno e cerca un punto di fermo. Il pensiero adesso è gomena e segue l’ancora, trova un aggancio, si tende e traccia la linea che ferma. Precipita in mare, il pensiero, eppure si tiene stretta l’emozione di quel fiotto di sangue, di quelle figure nell’orrore dell’irreparabile, dell’evento che non scompare. Solo di Salomè abbiamo traccia, non il carnefice, il capocarceriere, la vecchia sconvolta e incongrua, i carcerati terrorizzati nell’ombra. Di nessuno il nome, oltre al Battista. Questo aumenta il vuoto della scena, c’è la testa del Battista, il fiotto di sangue, pochi corpi, il necessario,  com’è giusto sia. Contano i fatti. Così nel sangue il nome del Caravaggio che non ha paura di guardare il nuovo che nasce dal fatto, c’è un prima e un dopo, il genio lo capisce, lo spiega e porta oltre.

Anche per chi si lascia prendere c’è un prima e c’è un dopo, non si può dire di non sapere quando si è visto. La meraviglia genera l’attesa di altra meraviglia, oscura il resto, anche il san Girolamo nella stessa sala, che pur sarebbe potente, appartiene al prima. Meglio uscire, fuori ci sono le persone, i triq, le stradine, che si gettano verso il mare, le case di pietra gialla, alte e umane nella loro vecchiezza priva di vetri e specchi,  ci sono le navi che cercano l’attracco.

Dalla folla di piazza san Gwann alle pietre bagnate delle discese: non piove più, l’estate asciuga i vestiti leggeri e solo il mare è così potente da assorbire la meraviglia. Una meraviglia include l’altra, distrae e acquieta, per poco. Qui l’uomo fece, qui il mare è. Oltre i porti, le opere possenti che limitano l’acqua, la racchiudono e sembrano eterne, il mare è e sarà vincitore.

Sulla parete dell’oratorio la pala del Caravaggio, davanti ad essa fu radiato dall’ordine, qui il mare, lo spartiacque è tracciato, c’è un prima e un dopo sempre, e il dopo deve inerpicarsi nel cielo per sopravvenire il prima.

bici d’agosto

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Con la bici in città ci si deve difendere dalla rotaia assassina del metrobus e dalle, parimenti assassine, portiere delle auto che si aprono verso la strada. Città medioevale, strade strette, porfido, anche ciottoli nei vicoli antichi. L’aria si è fatta leggera, come un animale bagnato dal temporale di questa notte, la città si è scrollata di dosso lo scirocco e il petalisso, l’appiccicaticcio dei giorni scorsi. Gli uccelli sembrano contenti, volano alti e non ne vedo schiacciati dalle auto. Il caldo imperioso delle settimane passate, li aveva instupiditi, si fermavano in mezzo alla strada senza sapere che fare, incapaci di muoversi. Travolti.

Anche se l’università è in vacanza (che assurdità che il sapere chiuda e vada in ferie) ci sono ancora parecchi studenti in città. Di giorno, di notte, a due, tre, in bici si spostano ridendo e parlando ad alta voce. Ieri sera uno, a torso nudo, sotto la pioggia, cantava e provava sensazioni per sé, da raccontare poi agli amici, alle amiche. Chiudono bar e gelaterie storiche, altre assurdità del periodo più caldo, ma tanto non amo il gelato. Però fa piacere guardare chi si strafoga con una nafta, o con le coppe da sette-otto palline e panna.

Giro per strada e sotto i portici. Ho sentito dire che vogliono rendere i portici di Bologna patrimonio dell’umanità. Bisognerebbe che i portici, ovunque si trovino, fossero patrimonio dell’umanità, per al loro gentilezza e accoglienza, per la loro ombra, per essere un pezzo pubblico della casa offerto a chi passa. Le città con i palazzi a filo di marciapiede, con le vetrate che si inerpicano nel cielo, sono più distanti dagli uomini, qui le case danno un tetto, lasciano entrare e avvolgono in una terra di nessuno che protegge. Curioso che perfino i ricchi rispettassero questo bisogno d’ombra e protezione, e al più, per dimostrare opulenza, alzavano il portico, vi aprivano finestre oltre ai portoni. Altrettanto curioso è che le chiese non abbiano portici davanti, casomai nel retro o a lato, chiostri e loggiati chiusi per camminare in tondo. Significativo e al tempo stesso funzionale al meditare: gli atti ripetuti, il camminare circolare servono a questo, ma è quel chiuso che denota qualcosa che si barrica in sé e non si apre. E se una religione non si apre come può volare verso l’alto?

Comunque i chiostri alle bici non servono, e a dire il vero con l’invasione di tavolini, neppure questi portici servono più alle bici come un tempo, neppure per parcheggiarle. Il merito delle città di pianura è la piattezza e le ridotte dimensioni, tutto è vicino e la bicicletta è il mezzo perfetto per andare da un posto all’altro. Qui è un mezzo democratico, l’adopera il sindaco, il professore, lo studente, l’extracomunitario, la signora, la ragazza. Intorno all’università, alle piazze, ci sono giacimenti di bici. Anche nei canali ci sono giacimenti di bici, dicono che sono gli spiritosi che si laureano e voglio cambiar vita, ma non ci credo perché con settemila laureati all’anno se solo il 10% lo facesse, avremmo i canali lastricati di biciclette.  

Mi piacciono le mie bici, fino a non molti anni fa le mettevo a posto, tiravo i raggi, centravo le ruote, ingrassavo i mozzi e passavo la nafta sulla catena e gli ingranaggi. Mi piaceva la potenza e la genialità di quel mezzo che permetteva libertà, Ora sono un po’ cialtrone, e tra le bici che posseggo, ne uso una arrugginita che suscita molta ilarità in quanto non consona (così mi hanno detto) e che cigola pure parecchio. Questa non ha mai avuto problemi di furto, e non è una considerazione da poco in una città in cui con 15-20 euro ti offrono una bici fresca di prelievo, e poi un’altra, e un’altra ancora. Nella carriera accademica di uno studente ci stanno tre o quattro bici, con l’emozione correlata di essere stato derubato e l’insegnamento dell’inutilità della denuncia. Sembra che il furto di biciclette sia stato derubricato come reato e che alla fine piuttosto che angustiarsi sia più semplice comprarne una’altra, magari la tua riverniciata.  Il comune ha immesso, da poco, 250 bici per spostarsi in città con il progetto good bike, una bella iniziativa, soprattutto per turisti e studenti, non credo eliminerà il problema del furto, ma cambierà qualcosa.

Giro e per percorsi circolari, esploro, mi godo la libertà di una giornata senza tempo, non ho nulla da fare se non guardare, fermarmi a parlare, bere uno spritz o un prosecco.

Agosto in bici, in città.

manca qualcosa

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Manca qualcosa. Lo sai quando accade, E’ quella parola non detta, il bacio non dato, il gesto trattenuto che rende incompleto ciò che altrimenti sarebbe perfetto. Si sente che manca, e ormai il momento è passato, ma quanto profonda dev’essere quell’intesa se un qualcosa che manca dura tanto a lungo…

Non si possono concludere sempre come vorremmo le vicinanze, forse è troppo arduo non far intervenire le convenzioni e il ragionamento: se al loro posto  si lasciasse procedere  solo ciò che si sente il mondo cambierebbe.  Ci sarebbe il prevalere del momento sul progetto, del sentimento sulla ragione. E noi ad entrambe assegniamo una durata e una coerenza che le ingabbia. Così quello che chiamiamo slancio, impeto, diviene raro, con la sua carica dirompente di comunicazione, di sentimenti che strepitano e si fanno sentire.

Eccome se si fanno sentire se sentiamo l’incompiutezza.

Talvolta si fa, sempre non riusciremmo: in noi c’è una lotta che si alimenta di paure e di non si fa insegnati che congiura contro l’attimo che fugge.  Ma talvolta bisognerebbe lasciare che il controllo cada e che quello che può essere si completi e diventi unico. Per essere unici davvero.